Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Mario Rapisardi
Lucifero

IntraText CT - Lettura del testo

  • CANTO DECIMO.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CANTO DECIMO.

 

ARGOMENTO.

 

Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura. - Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno. - Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore. - La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma. - Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo. - Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra. - Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da acerbamente. - Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara. - La schiava nera e lo schiavo bianco.

 

Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi

Co' crepuscoli al piè la notte amica;

E di mille colori ornati e cinti

Le si sveglian sul capo astri e pianeti.

Malinconica e muta ella riguarda

Ai rei travagli de la terra, e spira

Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno.

Salve, o splendida notte, inclita madre

Di dolcissima quiete, o che ti piaccia

Covrir d'ombre pietose amor furtivo,

O svelar tutta a uman guardo l'audace

Visïone degli astri e l'universa

Armonia, che ne fura invido il sole.

Da le cupe foreste, ove si aggira

Il signor de' miei canti, io chiamo indarno

La bellezza dei tuoi Soli e le gemme

Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno

Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto

Gli arde la luce de le sue speranze.

In compagnia de' suoi fantasmi, a pena

Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo

Fuor del dritto sentiero, a una deserta

Arida balza d'ogni vita priva

Era intanto venuto. Irte d'intorno,

Come a guardia del loco orrido e scuro,

Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa

Di biancicanti scheletri; fuggía

L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna

Fra le nubi correnti, e imprigionato,

Come chiuso leon che tenti un varco,

Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento.

Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta

Punta di fame gli mordea le parche

Viscere, e dentro al seno arido e stanco

Una brama di vive acque e d'aperto

Aere e di luce gli serpea. Sgomento

Non però n'ebbe al cor; ma con superbo

Animo accolse la terribil prova,

Poichè gli è grato comportar travagli

Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica

Forza del pane il mortal corpo allena.

Vago di nuovi casi, occhio ei non piega

Ad alïar di lusinghevol sonno

Da la tacita e grave aere cadente;

Ma nel caro pensier volge le prove

Dei suoi buoni mortali, e traforate

Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti

Per lo seno del mar parlanti elettri.

Su per l'aride rocce ode in quel punto

Come un confuso affaccendarsi e rotto

Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia

Suon che mandi uman labbro e noto segno

Di cacciator, quando tra' folti grani,

Di cui mareggia interminato il campo,

Modula il fischio a ravvïar l'amico.

Ma voci eran d'augelli, a cui concessa

È una strana virtù: fischiano al vento

Siccome uomini veri, e illudon l'alma

Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso

Ogni spirto di lena e abbandonato

D'ogni raggio di speme e di salute,

Su l'inospite landa il corpo gitta.

Ben al grido fallace a mala pena

Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura

Tutta la fuggitiva anima intende,

E forse in quel momento al cor gli torna

Il dolce aere natío, l'abbandonata

Casa paterna e de la madre il pianto.

Sorge, aspetta, ricade, si strascina

Delirando fra' sassi; a un grido estremo

Schiude l'aride labbra, un rauco suono

Gli geme entro la gola; adugna e morde

L'avara terra; e il ciel rigido intanto

Sovra il capo di lui splende e sorride.

Così a le disperate anime insulta

La beffarda natura!

Al suon fallace

Sorse l'Eroe, stette in forse. - Or tutto

Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri;

Arida e morta è questa valle, e segno

Di salute non ha; vadasi. - E preso

L'aspro sentier, non pria l'orme contenne,

Che un ampio fiume e la foresta attinse.

Chiare e sonanti dirompeano l'acque

Fra due tra loro opposti e coronati

Di negra selva smisurati monti,

Al cui piè si stendea facile e molle

D'erbe infinite ed odorose il piano.

Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri

Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo

Dei radïanti plenilunî, un'ampia

Vela il dirai, che il marinar su' negri

Aprici scogli a rasciugar distese;

Ma se più ti fai presso, un fragor cupo

D'immense acque tu senti; al ciel, conversa

In polve minutissima, tu vedi

Balzar la ripercossa onda, e in un velo

Confonder gli astri ed annebbiar la valle.

Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte,

Ove men cupe si schiudean le sponde,

E avean meno di bosco ombre e paure,

La fresca linfa disïando, scese

Per la lubrica china; insinuössi

Fra' canniferi greti, e ne le cave

Palme attingendo i prezïosi umori

Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda

Con giocondo piacer le braccia infuse,

E battendo le pure acque, più volte

Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine.

Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe

Del cammin tanto e de l'ingrata arsura,

Che un vicino il percosse ululo e un lungo

Scoppio di strida e di commosse voci

Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi

Urti crollavan bruscamente i rami

De la selva vicina, e quindi e quinci

Confusamente saltavan strillando

Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse

Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda

Lucifero balzò; lo sguardo in giro

Mosse esplorando: tenebroso intorno

L'aere gemea, mentre due roggi, acuti

Punti fendean, come infocati dardi,

Sinistramente de la notte il seno.

Muti muti pe'l negro aere procedono

Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi;

Or tra cespugli del sentier s'involano,

Or più vicini e più funesti appaiono.

Sta Lucifero intento; e, certo omai

Che insidiosamente a lui si appressa

Il terribil giaguaro (un'omicida

Belva, che, a par del tigre agile e grande,

Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno,

E boschi e fiumi d'ogni strage infesta)

Tenea l'anima accorta in due sospesa:

O che indietro si tragga e si nasconda

Nel contiguo canneto; o su l'aperto

Sentier l'orrida belva aspetti al passo.

Senno miglior questo gli parve; e, tutta

Con alato pensier l'alma percorsa

E con subito sguardo il loco intorno,

A la lotta si accinse. Era in quel punto

Tra' fitti rami penetrato un fioco

Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno,

Ivi a caso giacea: dai circostanti

Gioghi a valle caduto, una regale

Possa parea, cui da' superbi troni

Una vendetta popolar sconfisse.

A lui corse l'Eroe; con ambe mani

L'afferrò, lo levò: le ferree braccia

Sovra il capo distese; un dietro a l'altro

Pontò i validi piedi, e tal si tenne

L'irto mostro aspettando. Orrido un grido

Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi

Sanguinosi baleni: a terra il bianco

Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa

Peli del dorso, e di serpente a guisa

Strisciando si divincola. Qual suole

Paziente pescador, che, intento a l'amo,

Entro a le trasparenti acque del lago

Vede a un tratto guizzar cefalo o trota,

Quanto più può su' nereggianti sassi

Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza

Destra, che regge la pieghevol canna,

Serra validamente, e, vista appena

Pullular l'onda e tendersi la lenza,

Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa

Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce;

Così tutt'occhi e senza voce o moto

L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta,

Che con feroce voluttade allungasi

Su l'erboso sentier, vibra l'accorto

Sguardo, e sbuffa così che par che rida.

Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto

Tentò un passo impaziente, e scagliar finse

L'elevato macigno, urlò, ritrassesi,

Il corpo agglomerò, sul ventre osceno

Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo

Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno

La valle ampia e tremare arbori e rupi,

Non però il petto de l'Eroe: di tutto

Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero

Assalitor fermo l'oppone, e al petto

Gliel così che lo travolge, A terra

Piomba la belva, e non sì tosto il suolo

Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera

Salta, e si avventa a più mortale assalto.

Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava

Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso

Pazzamente si vibra, e senza posa

L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi.

Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira

Smisurata del cor, che giù d'un crollo

Rovina anch'ei su la percossa belva.

Or più fiera è la lotta: in un sol groppo,

Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche,

Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo

Di rauche voci e di ruggiti; a rivi

Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti

Ferocemente in amplesso di morte

Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano

Fra le spine, fra' sassi e le nemiche

Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino

Vengon così. Pende sul negro abisso

Una fitta boscaglia, a cui la foga

Dei sonori torrenti ignude lassa

Le nodose radici. Ivi, protette

Dai folti rami, e dal burron difese,

Godean sede tranquilla e secol d'oro

Una tribù d'amene scimmie. Il fiero

Caso le tolse agevolmente ai sonni,

E la lotta avvisando, a salti, a strilli

Facean pazza baldoria; e, qual con mano

Qual con la coda attorcigliata a un ramo,

Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina,

L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente

Catena sui pugnanti ospiti, a cui

Or tiravan sul capo una selvaggia

Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso

Di lor scendeano a provocar le due

Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli.

Non però si ristanno, o svolgon l'ira

Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi

Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso

Il ciglion de la balza; a lui su'l petto

Insta la belva: con la bronzea destra

Ei l'abbranca a la gola; al perigliante

Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi

A le dense radici. E già su'l volto

Qual d'aperta fornace il vampo ei sente

De le putide fauci; a caldi sprazzi

Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca

Una bava sanguigna; un rugghiar cupo

L'assorda; e già de l'arrotate zanne

Contro a le tempie sue crocchian le punte,

Quando tutta con fiero urlo chiamando

La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio

su'l dorso così, che sorge a un punto

Libero in piè, mentre da lui travolta

Precipita la belva, e giù nel fondo

Burron piomba rugghiando, e l'aere introna.

Lacero e stanco il vincitor si asside

Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi

Giù per lo collo gli discorre ai fianchi

Misto al sangue il sudor; corto e sonante

Dal suo petto affannoso esce il respiro;

Un cozzar di confuse opre e di cose

Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra;

Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto

Di bizzarre faville e ceffi strani

Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno.

Come nei procellosi artici mari,

Quando aquilon più li flagella, a stormo

L'irte dïomedèe saltan su' flutti;

Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo

Del travolto oceàn mescono il grido:

Vede il nocchier fra le stridenti antenne

Svolazzar le sinistre ali, e maligni

Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada;

In simil guisa de l'Eroe dormente,

Nel turbato pensiero orride e scure

Venían fantasme, e gli scoteano i sonni.

Ma come avvien ne l'incostante ottobre,

Mentre un subito nembo apresi e versa

Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola,

Fuor da le plaghe occidental si desta

Una provvida brezza; un chiaro e bello

Occhio d'azzurro si dischiude in cima

De la bruna montagna; a par di dardo

Da l'arruffate nubi esce un diritto

Raggio di Sol, che i sommi arbori indora;

Brillan le foglie susurrando, e tutti

Odoran timo e nepitella i campi;

Tal fra' torbidi sogni una tranquilla

Visïone d'amor tacitamente

Sorgea ne la commossa anima, e al cheto

Ventilar de le penne vi spandea

Il mesto raggio d'una rosea calma.

Come talor nei lucidi cristalli,

Che ne stanno di contro, una diletta

Forma veggendo, a lei con l'alma in festa

Drittamente corriam, nulla avvisando

La virtù del riflesso; in simil guisa

Entro a un candido sogno avvolta e viva

Nel pensier del dormente Ebe splendea.

Balzagli il core a tanta vista, e aperte

Le braccia: - Oh! vieni, le dicea, deh! vieni

Su'l petto mio, dolce alimento e pace

Dei travagliosi giorni miei! Sorride,

Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita

D'ogni speranza mia; splendon più vivi

Gli ardimenti de l'alma, e più vicino

Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo! -

Co'l perdono negli occhi ella assentía

Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni

Del primo amor.

- Da pochi giorni il sole

Sul mio capo splendea: festa di fiori

Era tutta la terra; e tu, regina

D'ogni candor, mi sorridesti come

Sorridon l'alme, allor che un'amorosa

Forza le chiama ad apparir negli occhi.

Oh! che giorni d'ebbrezza! -

Ella a quei detti

Pensosa e scura divenía.

- Ricordi,

Ei riprendea con sospirosa voce,

Oh! ricordi quei ? Facil conquista

Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi

Crudelmente da te; deserta e chiusa

Nei dïafani sonni ti lasciai,

Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto

Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo! -

Ella piangea. Qual trepida fiammella,

Che s'assottigli a l'apparir del giorno,

Tal poco a poco si facea più bianca

La pietosa fanciulla, e a poco a poco

Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti

Trasfigurando, un'orrida assumea

Mostruösa sembianza: ispide e negre

Di sozza barba ambe le gote; attorti

Di tizzi ardenti e di serpenti i crini,

E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto

Occhio, senza palpèbre immoto e tutto

Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa

Sorgea dal suol nera, diritta, immensa,

E un gemer lungo al sorger suo si udía

E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode

L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande,

E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge.

Tocca il cielo co'l capo, e con la negra

Pelosa man, che immensa apresi, afferra

L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso

Nembo di notte si rovescia allora

Su la terra infelice; ingordi e vasti

Mille sepolcri si spalancan; passa

Sibilando la Morte; e s'ode un fiero

Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi.

Così il lungo digiuno e la fatica

D'una ad un'altra visïon trabalza

Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,

Il Signor dei celesti: - Ora è stagione,

Disse in cor suo, che il mio rival conquida! -

Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto

Che il veloce desio; s'avvolse un manto

Ampio, turchino come ciel d'autunno;

A la fredda canizie un vasto impose

Tricuspide lucente, e, sotto al braccio

Un aureo accomodando orbe stellato,

Simbol de l'universo, al più vicino

Dei presèpi del ciel cheto avvïossi.

Ivi, poichè di Giosuè la verga

Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,

E impietriti restâr di sotto al giogo

I fulminei cavalli, una falange

D'umili sì ma intelligenti onàgri

Pasce in greppie d'argento orzi ed avene

Di tal virtù, che nel lor sangue infonde

Gaio tripudio e giovinezza eterna.

Non appena sentîr sovra la soglia

La presenza del Dio, tutti in un punto

Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie

Lievemente anelando; e, a lui rivolti

Con dolci e riverenti occhi, la voce

Del comando attendean. Videli il Nume

Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,

Che tutto può, volse a te solo, o illustre

Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso

(Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)

Crescon due luminose ali, per cui,

Pregio da tutti invidïato, e solo

Da Dio concesso a le beate essenze,

Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.

Tu presentisti il divin cenno, ed ambe

Le ginocchia piegando appo a la ferma

Con chiovi adamantini aurea predella,

Offeristi umilmente il dorso alato.

Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne

Con ambe mani a le pietose orecchie

Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti

Fianchi gli strinse le ginocchia inferme,

Gli occhi serrò, diede la voce, e via

Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.

L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo

Più nel pensier che ne le membra affrante,

Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio

Lasciò il volante corridor; si eresse,

Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave

Cipiglio assunse, e a misurati passi

Movendogli d'incontro, in tuon solenne:

- Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira

Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso,

Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,

Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto

Dal cenno mio sotto al mio piè, potría

Scatenarsi al mio cenno il saettante

Fulmin, che a par d'ogni superba altezza,

Le sdegnose e proterve anime adima.

Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi

La mia pietà. Stanco non già, ma schivo

Di pugne io son: di nostre pugne assai

Travaglio ebbe la terra; assai di umane

Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro

Con paterno dolor quest'infelice

Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta

Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta

Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto

Di tue promesse e la vittoria aspetta.

Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito

Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri

Tu, che da le fallaci ombre presumi

Redimer l'alme dei mortali, a cui,

Ira e invidia non già, ma provvidente

Consiglio mio gli ultimi veri asconde.

Sgombra adunque la terra; abbian riposo

Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero

Scenderà su'l tuo capo il mio perdono. -

- Di perdon parli e di pietà, proruppe

Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte

Le sciagure de l'uom colpevol vivi?

Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,

Sol vivente in parole; ond'è, che irato

Non ti temo, e pietoso io ti dispregio.

Lasciami adunque a le mie cure: avranno

Pace le genti, e non da te; pace

Neghittosa e servil; di guerra stanco

L'uom non sarà pria di saper che vuota

Larva sei tu senza subbietto, e quale

Or t'addimostri al guardo mio. Potessi

Questi sordi, confitti arbori intorno

In uomini cangiar! Vedrían qual vana

Risibil cosa e imbelle ombra tu sei! -

Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira

Salì al volto del Nume; e la bollente

Rabbia del cor tutta in un punto avría

Fuor versata nei detti, ove non fosse

Sopravvenuta al suo pensier la luce

D'un prudente consiglio. A mala pena

Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi

Figgendo al suol, morse le labbra, e disse:

- Sei forte, il so; ma de la tua fortezza

La superbia è maggior, minore il senno.

Odimi; sai, che da nemico petto

Sorge talora util consiglio, e saggio

Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno

Anche l'ira dei forti, e chi si ostina

A produrla oltre inutilmente, indegne

Sciagure ad altri, e a perigli ordisce.

Or credi a me: son paventose e fiacche

L'anime umane, e han di servir mestieri.

Ad uom cresciuto in servitù mal giova

Spirar liberi sensi: a sua rovina

Va tosto incontro; perocchè di tutti

Malnato istinto è il dominar; vale

Esser libero d'altri, ove ad un tempo

Di stesso è ciascun servo e tiranno.

Però, se il ben cerchi de l'uom, stolta

Ambizïon move i tuoi sensi, al mio

Giogo abbandona i servi miei: la forza,

Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto

Altro non è che nome vuoto e nulla! -

Sorrideva Lucifero, e un sol detto

Non gli fuggía. Con subito consiglio

Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero,

Dal manto ampio si svolge, e, simulando

Fra labbro e labbro un giovïal sorriso,

Per man prende il nemico, obliquo il guarda

Con gioconda malizia, e: - Inver, gli dice,

Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci

Con codesti tuoi fumi? A par di me

Tu gli uomini conosci, e di sonanti

Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli

Spingan la fronte, e tu su lor ti assida!

Giù dal volto la larva! Hai di me al pari

Desio di regno; e, di regnar mal pago

Sovra il trono de l'ombre, una più bella

Sede nel mondo e maggior gloria ambisci.

Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido

La terra a te. Vuoi che tremanti e prone

Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte

Pieghin popoli e re sopra la polve

Del tuo santo calzàre? Abiti e modi

Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui

Nullo agguaglia in poter: brando che uccide

È la parola sua, fulmine il guardo;

A lui d'umani sagrificî intorno

Vaporano gli altari; incatenato

Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto

Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno

Di pontefice avrai! -

Commiserando

Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa

Con voci amare rispondea:

- Nemico

Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti

Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto

In una cieca illusïon mi desti

Ira insieme e pietà. Quella gagliarda

Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi

Regnar nel mondo: le facean sgabello

Le cervici dei re, luce la fiamma

D'umane ostie brucianti; or su la terra

La cerco invan. So che una turpe e vôta

Larva, inutile ingombro, occupa i templi

Di Vatican: stupida larva, il cui

Frollo capo cadente invan protegge

Co'l sozzo manto il precettor Loiola;

Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto

Il pontefice e il re! -

- V'è tal, che avviva

Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi

Resuscitarlo. Torneranno i tempi

Di Gregorio e di Sisto! -

- Ai tuoi soggetti,

Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono

La libertà. Se udir non vuoi la voce

Del mio dispregio, a me parla siccome

Si conviene ad un Dio: fulmina! -

Un grido

Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto

Fremebondo si chiuse, e, le beate

Groppe al divino corridor premendo,

Per li campi de l'aria alzossi e sparve.

Torna intanto il mattino, e un'aurea luce

Con lo sparir del Dio penetra in mezzo

A la densa foresta. Il luminoso

Auspicio accolse e giubilonne in core

Lucifero; tra' folti alberi un varco

Esplorò disïando, e il passo stanco

A un villaggio contenne: un mucchio informe

Di povere capanne, una su l'altra

Addossate su'l fianco a una montagna,

Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,

E giù giù fino al mar scende e digrada.

L'abita e còle una diversa gente,

Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome

De la croce di Cristo, una pietosa

Missïone d'apostoli e di santi

Giogo impone di ferro e il pan contende.

Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno

L'usurpata campagna; s'inghirlanda

Di gemina vendemmia il poggio e il clivo

Lussureggiante, e terre e mandre a gara

Recan primizie a le lor mense. Al solco

Durissimo fra tanto, a l'aere impura

Suda il magro colòno; e, se la verga

Del discreto signor non gli distende

Le bronzee terga e lo flagella a morte,

Ben felice esser dee, che possa un giorno,

Dai travagli consunto e dal digiuno,

Cader sovra l'aratro, e con le ignude

Ossa impinguar del pio padron la gleba.

Stanza ospitale il vïator non chiese

A signor ben pasciuto, e non sofferse

D'aver mensa comune ad orgoglioso

Trafficator. Fra poveri pastori

Breve asilo ei cercò; si assise al desco

De la miseria; e a te, povera Sara,

Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa

Anima e il dir che umani petti infiamma.

Schiava infelice! Era remota e angusta

Presso al torbido rio la sua capanna;

Era nero il suo volto e nero il crine,

Ma aperto e grande era il suo core, e tersa

Come raggio di Sol l'anima avea.

Fra le miserie di sua vita un giorno

Le sorrise l'amor. Furon men leste

L'opere di sua mano; impazïente,

Immemore divenne; e, sì com'era

Schiava due volte, osò levar la fronte

E agli augelli invidiar libero il volo!

Fischiò sopra a le sue carni la sferza

De l'acerbo signor; percosso e vinto

Dal feroce digiuno a lei da lato,

Sotto agli occhi di lei, vittima cadde

Il giovinetto del suo cor. Qual belva

Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi;

Avventossi d'intorno; e allor che in mesta

Calma si assise, e volse il guardo in giro,

S'avvide ognun, che a quella derelitta

Era insieme a l'amor mancato il senno.

Le consentîr la libertà: più tempo

Errò, libera pazza; un si accorse,

Che scevra era di giogo; e se di nuovo

Co'l pianger lungo a lei fece ritorno,

Qual fido augello, la ragion smarrita,

Tosto sentì che nel suo cor deserto

Vigile e santa una memoria ardea.

Visse d'allor limosinando, e, aperta

Agl'infelici più di lei, sorrise

Come pòrto d'amor la sua capanna.

Quando giunse Lucifero, sedea

Sovra un poco di strame, appo la sponda

D'un povero lettuccio. Un fanciulletto

Pallido, emunto e con la morte in core,

Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata

A la scura parete eravi un'arpa

Lurida tutta e con più corde infrante;

A piè del letto un lacero fardello,

Un nero tozzo, e rovesciata a terra

Una piccola brocca. Il moribondo

Mosse il languido e dolce occhio d'intorno,

E, qual chi una pietosa alma indovina,

Affisò lo stranier tacito, e il biondo

Capo crollando, le sparute e bianche

Mani al petto portò; baciò più volte

Un abitin che gli pendea dal collo,

E: - Vedete, signor, disse, vedete

Com'han ridotto un misero fanciullo! -

E a mala pena sollevando un lembo

De la grezza camicia, insanguinato

Da recente flagel mostrava il petto,

E singhiozzando ripetea: vedete!

Mandò un grido l'Eroe; ferocemente

Rotò il guardo la schiava: il poverino

Mormorava piangendo:

- Eran pur belli

I monti e il cielo de la mia Cosenza!

Ero tanto bambin, povero tanto,

E mi parea d'esser felice! Un giorno

Mi diedero quell'arpa: io canticchiava

Con gli augelli del ciel. Quando lasciai

Il mio tugurio, luccicar su'l desco

Vidi alquante monete: eraallegra

La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,

le volsi un saluto. Uno straniero,

Ch'altri fanciulli al suo comando avea, '

Con mi prese: eravam tanti! In giro

Strimpellando le nostre arpe si andava

Per le città, scalzi, soletti, stanchi,

Senza letto, pane, al sole, al vento

Alle piogge, alle nevi ed alla sferza

Del rio padron, cui parea scarso il frutto

Di quel nostro accattar cotidïano.

L'altrier, consunto dal continuo stento,

Un fanciullo moriva: e tanti e tanti

N'eran morti così! Ci amavam come

Due fratelli infelici: eravam sempre

L'uno accanto de l'altro. Un un allegro

Ritornello io cantava; ei con le scarne

Dita seguía su l'arpa a gran fatica

La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto

Le monotone corde: il poverino

Cadde, più si rïalzò. Non ebbi

Più memoria di me: fuggii la vista

De l'odiato signor. Mi trovò il crudo

Presso al cantuccio d'una via romita,

Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,

Che mi parve morir. Questa pietosa

Da la via mi raccolse. -

Ed additando

Quell'infelice, che gli stava a lato,

Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa

La sventurata, e si stringea sul petto

L'affannato fanciullo.

In su la soglia

Splende un raggio di Sol; saltella e canta

Un'amorosa cingallegra. Al seno

Le tenui braccia il fanciullin compone,

Guarda in alto, e sorride.

- Oh! non lasciarmi,

Così fra' baci gli dicea la schiava,

Non partire sì presto! Abbandonata,

Vedi? son io; son poveretta e mesta;

Io t'amerò come una madre! -

Un balzo

Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo

Sguardo avvivò d'un ultimo baleno,

E fieramente mormorò; - Mia madre?

M'ha venduto mia madre! -

A questa voce

Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso

De l'oppresso bambin l'alma il seguía.

Tacita, con selvaggio atto, a la sponda

Del letticciòl si accovacciò la schiava;

E tutto ira e pietà fuori a l'aperto

Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve

Sotto ai passi la terra; al mar si affida

Subitamente, e ne l'acceso petto

Le remote sospira itale sponde.

 

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2008. Content in this page is licensed under a Creative Commons License