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CANTO
DECIMO.
ARGOMENTO.
Sorge
la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze
dell'umana natura. - Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore,
abbandonasi al sonno. - Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci
vaneggiamenti d'amore. - La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un
orribile fantasma. - Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede
agevole impresa il domarlo. - Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e
scende in terra. - Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con
astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè
acerbamente. - Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera
Sara. - La schiava nera e lo schiavo bianco.
Sorge
fra tanto oltre ai terreni alberghi
Co' crepuscoli al piè la
notte amica;
E di mille colori ornati e
cinti
Le si sveglian sul capo
astri e pianeti.
Malinconica e muta ella
riguarda
Ai rei travagli de la terra,
e spira
Le brezze ai fiori, ed ai
mortali il sonno.
Salve, o splendida notte,
inclita madre
Di dolcissima quiete, o che
ti piaccia
Covrir d'ombre pietose amor
furtivo,
O svelar tutta a uman guardo
l'audace
Visïone degli astri e
l'universa
Armonia, che ne fura invido
il sole.
Da le cupe foreste, ove si
aggira
Il signor de' miei canti, io
chiamo indarno
La bellezza dei tuoi Soli e
le gemme
Dei tuo' cento diademi: a
Lui non uno
Splende dei raggi tuoi; sol
dentro al petto
Gli arde la luce de le sue
speranze.
In compagnia
de' suoi fantasmi, a pena
Ei de l'ombre s'accorse; e,
vòlto il passo
Fuor del dritto sentiero, a
una deserta
Arida balza d'ogni vita
priva
Era intanto venuto. Irte
d'intorno,
Come a guardia del loco
orrido e scuro,
Rupi e monti s'ergean
squallidi a guisa
Di biancicanti scheletri;
fuggía
L'ingrato aspetto e
s'ascondea la luna
Fra le nubi correnti, e
imprigionato,
Come chiuso leon che tenti
un varco,
Tra l'aspre rocce ruggía
rauco il vento.
Ivi l'Eroe si assise.
Un'insüeta
Punta di fame gli mordea le
parche
Viscere, e dentro al seno
arido e stanco
Una brama di vive acque e
d'aperto
Aere e di luce gli serpea.
Sgomento
Non però n'ebbe al cor; ma
con superbo
Animo accolse la terribil
prova,
Poichè gli è grato comportar
travagli
Pari a ogni altro vivente, a
cui l'amica
Forza del pane il mortal
corpo allena.
Vago di nuovi casi, occhio
ei non piega
Ad alïar di lusinghevol
sonno
Da la tacita e grave aere
cadente;
Ma nel caro pensier volge le
prove
Dei suoi buoni mortali, e
traforate
Alpi vagheggia e aperti
istmi e volgenti
Per lo seno del mar parlanti
elettri.
Su per l'aride rocce ode in
quel punto
Come un confuso
affaccendarsi e rotto
Fruscío di penne e sibilar,
che agguaglia
Suon che mandi uman labbro e
noto segno
Di cacciator, quando tra'
folti grani,
Di cui mareggia interminato
il campo,
Modula il fischio a ravvïar
l'amico.
Ma voci eran d'augelli, a
cui concessa
È una strana virtù:
fischiano al vento
Siccome uomini veri, e
illudon l'alma
Di qualche afflitto
pellegrin, che, pèrso
Ogni spirto di lena e
abbandonato
D'ogni raggio di speme e di
salute,
Su l'inospite landa il corpo
gitta.
Ben al grido fallace a mala
pena
Sul digiun ventre ei talor
sorge; a l'aura
Tutta la fuggitiva anima
intende,
E forse in quel momento al
cor gli torna
Il dolce aere natío,
l'abbandonata
Casa paterna e de la madre
il pianto.
Sorge, aspetta, ricade, si
strascina
Delirando fra' sassi; a un
grido estremo
Schiude l'aride labbra, un
rauco suono
Gli geme entro la gola;
adugna e morde
L'avara terra; e il ciel
rigido intanto
Sovra il capo di lui splende
e sorride.
Così a le disperate anime
insulta
La beffarda natura!
Al suon fallace
Sorse l'Eroe, nè stette in
forse. - Or tutto
Convien, diss'ei, che il mio
vigor s'adopri;
Arida e morta è questa
valle, e segno
Di salute non ha; vadasi. -
E preso
L'aspro sentier, non pria
l'orme contenne,
Che un ampio fiume e la
foresta attinse.
Chiare e
sonanti dirompeano l'acque
Fra due tra loro opposti e
coronati
Di negra selva smisurati
monti,
Al cui piè si stendea facile
e molle
D'erbe infinite ed odorose
il piano.
Piomba il fiume da l'alto, e
se tu il miri
Biancheggiar da la lunge al
cheto sguardo
Dei radïanti plenilunî,
un'ampia
Vela il dirai, che il
marinar su' negri
Aprici scogli a rasciugar
distese;
Ma se più ti fai presso, un
fragor cupo
D'immense acque tu senti; al
ciel, conversa
In polve minutissima, tu
vedi
Balzar la ripercossa onda, e
in un velo
Confonder gli astri ed
annebbiar la valle.
Quivi l'Eroe non si
appressò; ma in parte,
Ove men cupe si schiudean le
sponde,
E avean meno di bosco ombre
e paure,
La fresca linfa disïando,
scese
Per la lubrica china;
insinuössi
Fra' canniferi greti, e ne
le cave
Palme attingendo i prezïosi
umori
Ricrëò l'arso petto; ambe ne
l'onda
Con giocondo piacer le
braccia infuse,
E battendo le pure acque,
più volte
Ne spruzzò, ristorando, il
volto e il crine.
Ma non
pria lasciò l'onda, e si rïebbe
Del cammin tanto e de
l'ingrata arsura,
Che un vicino il percosse
ululo e un lungo
Scoppio di strida e di
commosse voci
Varie, acute, incessanti. Ad
improvvisi
Urti crollavan bruscamente i
rami
De la selva vicina, e quindi
e quinci
Confusamente saltavan
strillando
Le aggredite bertucce. Il
piè ritrasse
Dal margo sdrucciolevole, e
a la sponda
Lucifero balzò; lo sguardo
in giro
Mosse esplorando: tenebroso
intorno
L'aere gemea, mentre due
roggi, acuti
Punti fendean, come infocati
dardi,
Sinistramente de la notte il
seno.
Muti muti pe'l negro aere
procedono
Or cheti e lenti, or
saltellanti e rapidi;
Or tra cespugli del sentier
s'involano,
Or più vicini e più funesti
appaiono.
Sta Lucifero intento; e,
certo omai
Che insidiosamente a lui si
appressa
Il terribil giaguaro
(un'omicida
Belva, che, a par del tigre
agile e grande,
Salta agli alberi in cima e
a l'onde in seno,
E boschi e fiumi d'ogni
strage infesta)
Tenea l'anima accorta in due
sospesa:
O che indietro si tragga e
si nasconda
Nel contiguo canneto; o su
l'aperto
Sentier l'orrida belva
aspetti al passo.
Senno miglior questo gli
parve; e, tutta
Con alato pensier l'alma
percorsa
E con subito sguardo il loco
intorno,
A la lotta si accinse. Era
in quel punto
Tra' fitti rami penetrato un
fioco
Raggio di luna. Un aspro,
arduo macigno,
Ivi a caso giacea: dai
circostanti
Gioghi a valle caduto, una
regale
Possa parea, cui da' superbi
troni
Una vendetta popolar sconfisse.
A lui corse l'Eroe; con ambe
mani
L'afferrò, lo levò: le
ferree braccia
Sovra il capo distese; un
dietro a l'altro
Pontò i validi piedi, e tal
si tenne
L'irto mostro aspettando.
Orrido un grido
Manda la belva, e caccia
fuor dagli occhi
Sanguinosi baleni: a terra
il bianco
Ventre ingordo distende; i
fulvi arruffa
Peli del dorso, e di
serpente a guisa
Strisciando si divincola.
Qual suole
Paziente pescador, che,
intento a l'amo,
Entro a le trasparenti acque
del lago
Vede a un tratto guizzar
cefalo o trota,
Quanto più può su'
nereggianti sassi
Fermo, senza respir tiensi;
l'avvezza
Destra, che regge la
pieghevol canna,
Serra validamente, e, vista
appena
Pullular l'onda e tendersi
la lenza,
Fuor, con subita stratta, a
l'aere avversa
Trae, guizzante ne l'amo,
argenteo il pesce;
Così tutt'occhi e senza voce
o moto
L'astuto Eroe l'orrenda
belva aspetta,
Che con feroce voluttade
allungasi
Su l'erboso sentier, vibra
l'accorto
Sguardo, e sbuffa così che
par che rida.
Ma quand'ei stanco
d'aspettar l'assalto
Tentò un passo impaziente, e
scagliar finse
L'elevato macigno, urlò,
ritrassesi,
Il corpo agglomerò, sul
ventre osceno
Strisciò a ritroso il mostro
irto, e qual dardo
Si vibrò. Mugulare odi a
l'intorno
La valle ampia e tremare
arbori e rupi,
Non però il petto de l'Eroe:
di tutto
Polso ei sostien l'ampio
macigno; al fiero
Assalitor fermo l'oppone, e
al petto
Gliel dà così che lo
travolge, A terra
Piomba la belva, e non sì
tosto il suolo
Sfiora co'l dorso, che di
pria più fiera
Salta, e si avventa a più mortale
assalto.
Sangue ha negli occhi, e
sanguinosa bava
Vomita e sbuffa, e rugghia,
e d'ogni verso
Pazzamente si vibra, e senza
posa
L'Eroe tempesta, e gitta a
l'aria i morsi.
Scaglia alfin questi il
sasso, e tanta è l'ira
Smisurata del cor, che giù
d'un crollo
Rovina anch'ei su la
percossa belva.
Or più fiera è la lotta: in
un sol groppo,
Corpo a corpo avvinghiati e
braccia e branche,
Si avviluppan fra l'ombre;
echeggia il cielo
Di rauche voci e di ruggiti;
a rivi
Sgorga il sangue su l'erbe;
ed essi avvinti
Ferocemente in amplesso di
morte
Balzan, piomban, s'avvoltan,
si precipitano
Fra le spine, fra' sassi e
le nemiche
Tenebre. A l'orlo d'un
burron vicino
Vengon così. Pende sul negro
abisso
Una fitta boscaglia, a cui
la foga
Dei sonori torrenti ignude
lassa
Le nodose radici. Ivi,
protette
Dai folti rami, e dal burron
difese,
Godean sede tranquilla e
secol d'oro
Una tribù d'amene scimmie.
Il fiero
Caso le tolse agevolmente ai
sonni,
E la lotta avvisando, a
salti, a strilli
Facean pazza baldoria; e,
qual con mano
Qual con la coda
attorcigliata a un ramo,
Quale a un piè, quale ai
fianchi a la vicina,
L'une a l'altre atteneansi,
e fean pendente
Catena sui pugnanti ospiti,
a cui
Or tiravan sul capo una
selvaggia
Noce, e svelte fuggíano, or
fin sul dorso
Di lor scendeano a provocar
le due
Alme feroci a morsi, a
sgraffi, a strilli.
Non però si ristanno, o
svolgon l'ira
Color che in fiero
abbracciamento avvinghiansi
Presso al burron. Preme
l'Eroe co'l dorso
Il ciglion de la balza; a
lui su'l petto
Insta la belva: con la
bronzea destra
Ei l'abbranca a la gola; al
perigliante
Corpo con l'altra fa
puntello, e attiensi
A le dense radici. E già
su'l volto
Qual d'aperta fornace il
vampo ei sente
De le putide fauci; a caldi
sprazzi
Piovegli sui schizzanti
occhi e l'acceca
Una bava sanguigna; un
rugghiar cupo
L'assorda; e già de
l'arrotate zanne
Contro a le tempie sue
crocchian le punte,
Quando tutta con fiero urlo
chiamando
La rabbia al cor, la forza
ai polsi, un lancio
Dà su'l dorso così, che
sorge a un punto
Libero in piè, mentre da lui
travolta
Precipita la belva, e giù
nel fondo
Burron piomba rugghiando, e
l'aere introna.
Lacero e
stanco il vincitor si asside
Su le fresche erbe, appo la
sponda. A rivi
Giù per lo collo gli
discorre ai fianchi
Misto al sangue il sudor;
corto e sonante
Dal suo petto affannoso esce
il respiro;
Un cozzar di confuse opre e
di cose
Gli turbina sugli occhi e il
cor gl'ingombra;
Finchè a balzi, a sussulti,
e tutto cinto
Di bizzarre faville e ceffi
strani
Sopra gli piomba, e al suol
l'avvince il sonno.
Come nei procellosi artici
mari,
Quando aquilon più li
flagella, a stormo
L'irte dïomedèe saltan su'
flutti;
Gavazzano fra' nembi, e al
mugghio orrendo
Del travolto oceàn mescono
il grido:
Vede il nocchier fra le
stridenti antenne
Svolazzar le sinistre ali, e
maligni
Spirti le crede, e si
raggriccia e agghiada;
In simil guisa de l'Eroe
dormente,
Nel turbato pensiero orride
e scure
Venían fantasme, e gli
scoteano i sonni.
Ma come avvien ne
l'incostante ottobre,
Mentre un subito nembo
apresi e versa
Sopra a l'umile vigna acqua
e gragnuola,
Fuor da le plaghe occidental
si desta
Una provvida brezza; un
chiaro e bello
Occhio d'azzurro si
dischiude in cima
De la bruna montagna; a par
di dardo
Da l'arruffate nubi esce un
diritto
Raggio di Sol, che i sommi
arbori indora;
Brillan le foglie
susurrando, e tutti
Odoran timo e nepitella i
campi;
Tal fra' torbidi sogni una
tranquilla
Visïone d'amor tacitamente
Sorgea ne la commossa anima,
e al cheto
Ventilar de le penne vi
spandea
Il mesto raggio d'una rosea
calma.
Come talor nei lucidi
cristalli,
Che ne stanno di contro, una
diletta
Forma veggendo, a lei con
l'alma in festa
Drittamente corriam, nulla
avvisando
La virtù del riflesso; in
simil guisa
Entro a un candido sogno
avvolta e viva
Nel pensier del dormente Ebe
splendea.
Balzagli il core a tanta
vista, e aperte
Le braccia: - Oh! vieni, le
dicea, deh! vieni
Su'l petto mio, dolce
alimento e pace
Dei travagliosi giorni miei!
Sorride,
Sol ch'io ti guardi, nel mio
cor la vita
D'ogni speranza mia;
splendon più vivi
Gli ardimenti de l'alma, e
più vicino
Nel mio baldo pensier veggio
il trïonfo! -
Co'l perdono negli occhi
ella assentía
Di sedergli d'accanto. Ei
torna ai sogni
Del primo amor.
- Da pochi giorni il sole
Sul mio capo splendea: festa
di fiori
Era tutta la terra; e tu,
regina
D'ogni candor, mi sorridesti
come
Sorridon l'alme, allor che
un'amorosa
Forza le chiama ad apparir
negli occhi.
Oh! che giorni d'ebbrezza! -
Ella a quei detti
Pensosa e scura divenía.
- Ricordi,
Ei riprendea con sospirosa
voce,
Oh! ricordi quei dì? Facil
conquista
Mi parve il ciel, poi che
t'amai. Mi svelsi
Crudelmente da te; deserta e
chiusa
Nei dïafani sonni ti
lasciai,
Ma un trono eressi a l'amor
tuo, che in petto
Portar vogl'io fin che no'l
ponga in cielo! -
Ella piangea. Qual trepida
fiammella,
Che s'assottigli a l'apparir
del giorno,
Tal poco a poco si facea più
bianca
La pietosa fanciulla, e a
poco a poco
Il dolce aspetto e i rosei
pepli e gli atti
Trasfigurando, un'orrida
assumea
Mostruösa sembianza: ispide
e negre
Di sozza barba ambe le gote;
attorti
Di tizzi ardenti e di
serpenti i crini,
E fra' serpenti, in mezzo al
fronte, un vasto
Occhio, senza palpèbre
immoto e tutto
Fiammeggiante a l'intorno. A
questa guisa
Sorgea dal suol nera,
diritta, immensa,
E un gemer lungo al sorger
suo si udía
E scricchiar d'ossa e
maledir. Non ode
L'irto fantasma, e ognor
sorge e si spande,
E l'aria ingombra e il cielo
ultimo attinge.
Tocca il cielo co'l capo, e
con la negra
Pelosa man, che immensa
apresi, afferra
L'etereo sole, e lo
palleggia. Un denso
Nembo di notte si rovescia
allora
Su la terra infelice;
ingordi e vasti
Mille sepolcri si spalancan;
passa
Sibilando la Morte; e s'ode un fiero
Gracchiar di corvi e
sghignazzar di Numi.
Così il
lungo digiuno e la fatica
D'una ad un'altra visïon
trabalza
Il pensier de l'Eroe,
quando, in lui fiso,
Il Signor dei celesti: - Ora
è stagione,
Disse in cor suo, che il mio
rival conquida! -
Gli aurei letti lasciò,
senz'altro aiuto
Che il veloce desio;
s'avvolse un manto
Ampio, turchino come ciel
d'autunno;
A la fredda canizie un vasto
impose
Tricuspide lucente, e, sotto
al braccio
Un aureo accomodando orbe
stellato,
Simbol de l'universo, al più
vicino
Dei presèpi del ciel cheto
avvïossi.
Ivi, poichè di Giosuè la
verga
Del sole il cocchio a mezzo
il ciel sostenne,
E impietriti restâr di sotto
al giogo
I fulminei cavalli, una
falange
D'umili sì ma intelligenti
onàgri
Pasce in greppie d'argento
orzi ed avene
Di tal virtù, che nel lor
sangue infonde
Gaio tripudio e giovinezza
eterna.
Non appena sentîr sovra la
soglia
La presenza del Dio, tutti
in un punto
Drizzâro i colli ed affilâr
le orecchie
Lievemente anelando; e, a
lui rivolti
Con dolci e riverenti occhi,
la voce
Del comando attendean.
Videli il Nume
Lucidi e belli, e ne gioì;
ma il cenno,
Che tutto può, volse a te
solo, o illustre
Asin di Betelèmme, a cui
su'l dorso
(Premio dell'opra, onde
immortal tu vivi)
Crescon due luminose ali,
per cui,
Pregio da tutti invidïato, e
solo
Da Dio concesso a le beate
essenze,
Varchi il cielo senz'orme e
l'aer fendi.
Tu presentisti il divin
cenno, ed ambe
Le ginocchia piegando appo a
la ferma
Con chiovi adamantini aurea
predella,
Offeristi umilmente il dorso
alato.
Fe' forza il Nume, e vi
montò; si attenne
Con ambe mani a le pietose
orecchie
Del diletto onigrífo; ai ben
pasciuti
Fianchi gli strinse le
ginocchia inferme,
Gli occhi serrò, diede la
voce, e via
Lascia il ciel, passa
l'aere, e giunge in terra.
L'Eroe trovò, che scosso il
sonno, e, fermo
Più nel pensier che ne le
membra affrante,
Ritentava il cammin. Presso
a un cespuglio
Lasciò il volante corridor;
si eresse,
Quanto potè, su'l curvo
dorso; un grave
Cipiglio assunse, e a
misurati passi
Movendogli d'incontro, in
tuon solenne:
- Lucifero, gli dice, ov'io
con l'ira
Dar fin volessi a l'ira tua,
me stesso,
Che Dio di tutto e re del
ciel pur sono,
Qui non vedresti al tuo
cospetto: avvinto
Dal cenno mio sotto al mio
piè, potría
Scatenarsi al mio cenno il
saettante
Fulmin, che a par d'ogni
superba altezza,
Le sdegnose e proterve anime
adima.
Ma l'ira mia tu la conosci;
or sappi
La mia pietà. Stanco non
già, ma schivo
Di pugne io son: di nostre
pugne assai
Travaglio ebbe la terra;
assai di umane
Vite olocausto ebbe il mio
sdegno. Io miro
Con paterno dolor
quest'infelice
Schiatta de l'uom, che,
lusingata e vinta
Dai tuoi falsi giudicî, erra
perduta
Fuor de la via d'ogni
salvezza, e il frutto
Di tue promesse e la
vittoria aspetta.
Ma, stolta! indarno
aspetterà! Smarrito
Fra queste ombre tu stesso,
ecco ti aggiri
Tu, che da le fallaci ombre
presumi
Redimer l'alme dei mortali,
a cui,
Ira e invidia non già, ma
provvidente
Consiglio mio gli ultimi
veri asconde.
Sgombra adunque la terra;
abbian riposo
Le genti alfin; torna ai
tuoi regni, e intero
Scenderà su'l tuo capo il
mio perdono. -
- Di perdon parli e di
pietà, proruppe
Disdegnoso l'Eroe, tu che di
tutte
Le sciagure de l'uom
colpevol vivi?
Ma stolta è l'ira: ombra tu
sei di nume,
Sol vivente in parole;
ond'è, che irato
Non ti temo, e pietoso io ti
dispregio.
Lasciami adunque a le mie
cure: avranno
Pace le genti, e non da te;
nè pace
Neghittosa e servil; di
guerra stanco
L'uom non sarà pria di saper
che vuota
Larva sei tu senza
subbietto, e quale
Or t'addimostri al guardo
mio. Potessi
Questi sordi, confitti
arbori intorno
In uomini cangiar! Vedrían
qual vana
Risibil cosa e imbelle ombra
tu sei! -
Tacque, e torse le spalle.
Un vampo d'ira
Salì al volto del Nume; e la
bollente
Rabbia del cor tutta in un
punto avría
Fuor versata nei detti, ove
non fosse
Sopravvenuta al suo pensier
la luce
D'un prudente consiglio. A
mala pena
Ei si contenne, e
gl'iracondi sguardi
Figgendo al suol, morse le
labbra, e disse:
- Sei forte, il so; ma de la
tua fortezza
La superbia è maggior,
minore il senno.
Odimi; sai, che da nemico
petto
Sorge talora util consiglio,
e saggio
Io non dirò chi lo rifiuta.
Ha un segno
Anche l'ira dei forti, e chi
si ostina
A produrla oltre
inutilmente, indegne
Sciagure ad altri, e a sè
perigli ordisce.
Or credi a me: son paventose
e fiacche
L'anime umane, e han di
servir mestieri.
Ad uom cresciuto in servitù
mal giova
Spirar liberi sensi: a sua
rovina
Va tosto incontro; perocchè
di tutti
Malnato istinto è il
dominar; nè vale
Esser libero d'altri, ove ad
un tempo
Di sè stesso è ciascun servo
e tiranno.
Però, se il ben cerchi de
l'uom, nè stolta
Ambizïon move i tuoi sensi,
al mio
Giogo abbandona i servi
miei: la forza,
Qual ch'ella sia, legge è
del mondo; il resto
Altro non è che nome vuoto e
nulla! -
Sorrideva Lucifero, e un sol
detto
Non gli fuggía. Con subito
consiglio
Pone allora il buon Dio
l'aureo emisfero,
Dal manto ampio si svolge,
e, simulando
Fra labbro e labbro un
giovïal sorriso,
Per man prende il nemico,
obliquo il guarda
Con gioconda malizia, e: -
Inver, gli dice,
Vecchia golpe tu sei! Che tu
mi cianci
Con codesti tuoi fumi? A par
di me
Tu gli uomini conosci, e di
sonanti
Nomi li gonfî, sol che a Dio
ribelli
Spingan la fronte, e tu su
lor ti assida!
Giù dal volto la larva! Hai
di me al pari
Desio di regno; e, di regnar
mal pago
Sovra il trono de l'ombre,
una più bella
Sede nel mondo e maggior
gloria ambisci.
Or ben: regnar vuoi su la
terra? Affido
La terra a te. Vuoi che
tremanti e prone
Pendan le genti dal tuo
labbro? il fronte
Pieghin popoli e re sopra la
polve
Del tuo santo calzàre? Abiti
e modi
Cangia. V'è tal sovra la
terra, a cui
Nullo agguaglia in poter:
brando che uccide
È la parola sua, fulmine il
guardo;
A lui d'umani sagrificî
intorno
Vaporano gli altari;
incatenato
Ai carri suoi geme il
Pensier. L'aspetto
Di lui tu prendi, e nome e
gloria e regno
Di pontefice avrai! -
Commiserando
Scotea l'Eroe la testa, e in
cotal guisa
Con voci amare rispondea:
- Nemico
Che scenda a patti è mezzo
vinto; e a patti
Non sol tu scendi, e vinto
sei, ma involto
In una cieca illusïon mi desti
Ira insieme e pietà. Quella
gagliarda
Possa d'uom, che tu vanti,
io già la vidi
Regnar nel mondo: le facean
sgabello
Le cervici dei re, luce la
fiamma
D'umane ostie brucianti; or
su la terra
La cerco invan. So che una
turpe e vôta
Larva, inutile ingombro,
occupa i templi
Di Vatican: stupida larva,
il cui
Frollo capo cadente invan
protegge
Co'l sozzo manto il
precettor Loiola;
Ma in lei, me'l credi, è da
gran tempo estinto
Il pontefice e il re! -
- V'è tal, che avviva
Anche la morte, Iddio gridò:
tu puoi
Resuscitarlo. Torneranno i
tempi
Di Gregorio e di Sisto! -
- Ai tuoi soggetti,
Se alcun pur n'hai, serba
tal gloria: io sono
La libertà. Se udir non vuoi
la voce
Del mio dispregio, a me
parla siccome
Si conviene ad un Dio:
fulmina! -
Un grido
Mise il Nume a tal dir; ne
l'ampio manto
Fremebondo si chiuse, e, le
beate
Groppe al divino corridor
premendo,
Per li campi de l'aria
alzossi e sparve.
Torna intanto il mattino, e
un'aurea luce
Con lo sparir del Dio
penetra in mezzo
A la densa foresta. Il
luminoso
Auspicio accolse e
giubilonne in core
Lucifero; tra' folti alberi
un varco
Esplorò disïando, e il passo
stanco
A un villaggio contenne: un
mucchio informe
Di povere capanne, una su
l'altra
Addossate su'l fianco a una
montagna,
Che di bosco e di nubi il
capo ombreggia,
E giù giù fino al mar scende
e digrada.
L'abita e còle una diversa
gente,
Varia d'usi e di lingua, a
cui, nel nome
De la croce di Cristo, una
pietosa
Missïone d'apostoli e di
santi
Giogo impone di ferro e il
pan contende.
Di doppia mèsse a lor
biondeggia intorno
L'usurpata campagna;
s'inghirlanda
Di gemina vendemmia il
poggio e il clivo
Lussureggiante, e terre e
mandre a gara
Recan primizie a le lor
mense. Al solco
Durissimo fra tanto, a
l'aere impura
Suda il magro colòno; e, se
la verga
Del discreto signor non gli
distende
Le bronzee terga e lo
flagella a morte,
Ben felice esser dee, che
possa un giorno,
Dai travagli consunto e dal
digiuno,
Cader sovra l'aratro, e con
le ignude
Ossa impinguar del pio
padron la gleba.
Stanza
ospitale il vïator non chiese
A signor ben pasciuto, e non
sofferse
D'aver mensa comune ad
orgoglioso
Trafficator. Fra poveri
pastori
Breve asilo ei cercò; si
assise al desco
De la miseria; e a te,
povera Sara,
Assentì l'alto aspetto e la
sdegnosa
Anima e il dir che umani
petti infiamma.
Schiava infelice! Era remota
e angusta
Presso al torbido rio la sua
capanna;
Era nero il suo volto e nero
il crine,
Ma aperto e grande era il
suo core, e tersa
Come raggio di Sol l'anima
avea.
Fra le miserie di sua vita
un giorno
Le sorrise l'amor. Furon men
leste
L'opere di sua mano;
impazïente,
Immemore divenne; e, sì
com'era
Schiava due volte, osò levar
la fronte
E agli augelli invidiar
libero il volo!
Fischiò sopra a le sue carni
la sferza
De l'acerbo signor; percosso
e vinto
Dal feroce digiuno a lei da
lato,
Sotto agli occhi di lei,
vittima cadde
Il giovinetto del suo cor.
Qual belva
Ella ruggì; morse ruggendo i
ceppi;
Avventossi d'intorno; e
allor che in mesta
Calma si assise, e volse il
guardo in giro,
S'avvide ognun, che a quella
derelitta
Era insieme a l'amor mancato
il senno.
Le consentîr la libertà: più
tempo
Errò, libera pazza; un dì si
accorse,
Che scevra era di giogo; e
se di nuovo
Co'l pianger lungo a lei
fece ritorno,
Qual fido augello, la ragion
smarrita,
Tosto sentì che nel suo cor
deserto
Vigile e santa una memoria
ardea.
Visse d'allor limosinando,
e, aperta
Agl'infelici più di lei,
sorrise
Come pòrto d'amor la sua
capanna.
Quando giunse Lucifero,
sedea
Sovra un poco di strame,
appo la sponda
D'un povero lettuccio. Un
fanciulletto
Pallido, emunto e con la
morte in core,
Disteso, ansante ivi giacea.
Poggiata
A la scura parete eravi
un'arpa
Lurida tutta e con più corde
infrante;
A piè del letto un lacero
fardello,
Un nero tozzo, e rovesciata
a terra
Una piccola brocca. Il
moribondo
Mosse il languido e dolce
occhio d'intorno,
E, qual chi una pietosa alma
indovina,
Affisò lo stranier tacito, e
il biondo
Capo crollando, le sparute e
bianche
Mani al petto portò; baciò
più volte
Un abitin che gli pendea dal
collo,
E: - Vedete, signor, disse,
vedete
Com'han ridotto un misero
fanciullo! -
E a mala pena sollevando un
lembo
De la grezza camicia,
insanguinato
Da recente flagel mostrava
il petto,
E singhiozzando ripetea:
vedete!
Mandò un grido l'Eroe;
ferocemente
Rotò il guardo la schiava:
il poverino
Mormorava piangendo:
- Eran pur belli
I monti e il cielo de la mia
Cosenza!
Ero tanto bambin, povero
tanto,
E mi parea d'esser felice!
Un giorno
Mi diedero quell'arpa: io
canticchiava
Con gli augelli del ciel.
Quando lasciai
Il mio tugurio, luccicar
su'l desco
Vidi alquante monete: era sì
allegra
La mamma mia, ch'io le
nascosi il pianto,
Nè le volsi un saluto. Uno
straniero,
Ch'altri fanciulli al suo
comando avea, '
Con sè mi prese: eravam tanti!
In giro
Strimpellando le nostre arpe
si andava
Per le città, scalzi,
soletti, stanchi,
Senza letto, nè pane, al
sole, al vento
Alle piogge, alle nevi ed
alla sferza
Del rio padron, cui parea
scarso il frutto
Di quel nostro accattar
cotidïano.
L'altrier, consunto dal
continuo stento,
Un fanciullo moriva: e tanti
e tanti
N'eran morti così! Ci amavam
come
Due fratelli infelici:
eravam sempre
L'uno accanto de l'altro. Un
dì un allegro
Ritornello io cantava; ei
con le scarne
Dita seguía su l'arpa a gran
fatica
La mia pazza canzon.
Tacquero a un tratto
Le monotone corde: il
poverino
Cadde, nè più si rïalzò. Non
ebbi
Più memoria di me: fuggii la
vista
De l'odiato signor. Mi trovò
il crudo
Presso al cantuccio d'una
via romita,
Che l'amico piangea; mi
picchiò tanto,
Che mi parve morir. Questa
pietosa
Da la via mi raccolse. -
Ed additando
Quell'infelice, che gli
stava a lato,
Fra' singhiozzi tacea. Tacea
pur essa
La sventurata, e si stringea
sul petto
L'affannato fanciullo.
In su la soglia
Splende un raggio di Sol;
saltella e canta
Un'amorosa cingallegra. Al
seno
Le tenui braccia il
fanciullin compone,
Guarda in alto, e sorride.
- Oh! non lasciarmi,
Così fra' baci gli dicea la
schiava,
Non partire sì presto!
Abbandonata,
Vedi? son io; son poveretta
e mesta;
Io t'amerò come una madre! -
Un balzo
Diè a tal nome il fanciullo;
il moribondo
Sguardo avvivò d'un ultimo
baleno,
E fieramente mormorò; - Mia
madre?
M'ha venduto mia madre! -
A questa voce
Fuggì il vispo augellino, e
a l'aere immenso
De l'oppresso bambin l'alma
il seguía.
Tacita,
con selvaggio atto, a la sponda
Del letticciòl si accovacciò
la schiava;
E tutto ira e pietà fuori a
l'aperto
Precipitossi il Pellegrin.
Gli ferve
Sotto ai passi la terra; al
mar si affida
Subitamente, e ne l'acceso
petto
Le remote sospira itale
sponde.
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