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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO UNDECIMO.
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CANTO UNDECIMO.

 

ARGOMENTO.

 

Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio. - Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna. - Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, gazzettiere; un camaleonte onniscibile. - Il poeta Olimpio e la sua dama. - Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi. - Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.

 

 

Da le nevate cime

Di quest'alpe famosa io ti saluto,

Di gloria e di dolor magion sublime!

Ti veggio alfin! Qual suole

Nocchier che lungamente erra perduto

Per l'irata del mare onda funesta,

Se da lontan vede la terra e il sole,

Crede a speranza il petto,

Tale al tuo primo aspetto

Dice il mio cor: la nostra patria è questa!

 

Non io, perchè più terso

S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,

D'egregie lodi accenderò il mio verso.

Fra gl'iperborei geli

Avvien talor che rigorosa e fida

Splenda virtù, quando per liete rive,

Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,

Superbe e infeminite

Volgon le umane vite

D'ogni ardito operar pavide e schive.

 

Chiede animosi petti

L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,

A cui pari in virtù fervan gli affetti.

E tu che il doppio mare,

Coronata sovrana, inclita regni,

E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,

L'opre gentili e le gagliarde hai care

Così, che altera e grande

Per quadruple ghirlande,

Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.

 

Te di sottili e forti

Studi educâr gli Etruschi padri, il cui

Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.

Splendea fra le temute

Armi e gli altari minacciosi e bui

L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre

L'ardue cure del ciel le Muse argute;

Fin che del Tebro al lito

Un fiero ululo udito,

Volâro in grembo a la Cecròpea madre.

 

Calò dal cielo estremo

L'augel fulvo di Giove, e le saette

A l'audace apprestò lupa di Remo.

Sorge Quirino; al lampo

Del suo brando forier d'aspre vendette

Crollano i troni; da la terra a l'etra

A le vittorie sue piccolo è il campo;

Mentre fra'l suon de l'armi

Echeggian d'Ennio i carmi,

Di Plauto il riso e di Maron la cetra.

 

Chi siete voi, che a guisa

Di affamati leoni or prorompete

Da le nordiche selve, e, a la conquisa

Madre squarciando il petto,

fier costume d'ogni strage avete?

Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,

E de l'istante ha sol tema o diletto,

Impallidisca e gridi

Al suon dei matricidi

Brandi, e vesta di lutto il cor codardo.

 

Cantor, che a la palestra

De la vita allenò l'alma e l'ingegno,

I casi ad indagar la mente ha destra;

Spregia il parer fallace,

Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;

Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida

Del presente favor l'aura fugace,

E, profeta a le genti

Di ragionati eventi,

Guarda il passato e a l'avvenir le guida.

 

Ecco, fuggir dal truce

Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari

Faville che da poi diêr fiamma e luce:

Arde una forte e nova

Anima i petti; a non segnati mari

Gonfia immenso un desio le vele industri;

Fervon le menti e le fatiche a prova;

A chetar l'ire orrende

La libertà discende

D'armi gagliarda e di commerci illustri.

 

Sorge a la Diva accanto

Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira

Divien foco il pensier, fulmine il canto.

Superba aquila al nembo

Fida il volo, e combatte; e allor che mira

L'etereo Sol, che d'amoroso dardo

Punge e ravviva al vasto essere il grembo,

Per l'aere ardente e pura

Spaziar gode secura,

E nel fuoco del cielo appunta il guardo.

 

Egli così le inferne

Sfere lasciando e le pugnaci erini,

Che mortali accendean l'ire fraterne,

E d'ombre orride e d'ossa

Tarda e incerta facean l'orma ai destini,

Errò, divo mendico; al ciel co' carmi

Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa,

A inaspettati eventi

Chiamò l'itale genti,

Lor diè vita e parola e patria ed armi.

 

Dai maledetti avelli

Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;

Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:

Arde la pugna; stride

L'Arpía de l'Istro; dai venali altari

L'irto Levita invan s'adopra e freme...

Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide

Schiere dei nostri eroi,

Viva tu pur, che a noi

Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!

 

Dove sei tu? Non odi

L'aura del generoso inno, che, schivo

Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?

Leva dal tuo recente

Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.

Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.

Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente

Serto ornò Italia il crine,

Qui le genti latine

Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue.

 

Mira! Un sol tempio accoglie

L'ossa delle due genti, e a lor confuse

Del domato stranier dormon le spoglie.

Dormite! Una parola

Fremono i vostri sonni; e da le chiuse

Ombre di morte una gran luce emerge:

Vivono al raggio d'una fiamma sola

Le umane anime; ed una

Morte le gente aduna,

E ne l'onda del Ver tutte le terge.

 

Dormite! Al santo amplesso,

Che in una morte e in un amor vi serra,

Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso

A la guaína, e cinta

Sol di virtù suoi baluardi atterra.

Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,

Penetra il mar: cade al suo soffio estinta

L'ira dai petti; e, al pari

Che nei confusi mari

Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,

 

Cedono al nume il passo

Le domate montagne; a lui da lato

Scende l'italo genio. Odo il fracasso

De le divelte rupi;

Rugghia per li rotti antri il vento irato;

Al martellar degl'inventati ordigni

Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi:

Ecco, ne l'ardua gola

Fischia il vapor che vola;

Echeggian gli antri; gli ultimi macigni

 

Crollan; concordi e pronte

Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge

Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.

Oh! viva! In armi avvolto

Altri pugni e trïonfi: Amor costringe

In gara industre il genio italo e'l franco!

Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?

Ne la sanguinea gora

Brenno gavazza ancora?

Di stragi ancor non è satollo o stanco?

 

Cessa! Di fatuo nome

Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,

Pur che la man ti cacci entro le chiome,

E al giogo ti strascini

D'onor, di libertà, di posse ignudo.

Speglio Italia ti sia, che la severa

Alma composta a' liberi destini,

Già spada, or cuore e mente

De la latina gente,

L'alpe dischiude, e ne la pace impera!

Mentre io canto così, fuor dal recente

Varco de l'Alpi glorïando passa

L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda

Di lampeggianti entusïasmi il petto.

Al meriggiar de le populee rive,

Da secreta virtù vinto, si asside

dove con selvaggio impeto corrono

Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta

Pei settemplici campi eco di guerra.

Passan su le solenni onde, equitanti

Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo

L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse

Ne l'acciar de l'altera indole invitta,

Brillan di pugna le sabaude schiere.

- Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!

A piè de la famosa alpe, che pàrte

Le due genti latine, argentea e pura

La tua gemina fonte al Sol risplende,

E di origin comune e d'amistanze

Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco

Tra il fraterno furor Genio latino

Auspicando si addusse, e custodía

Bella e secura una speranza in core.

L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,

Ma non così che al balenar del guardo

No'l ravvisasse una gagliarda e fida

Prole di Berengario, a cui fu grato

Di saggio culto e di pietose offerte

L'alma allegrar de l'esule divino.

Santo allor fu il suo scettro; ara divenne

L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono

D'Ausonia il core e l'avvenir si assise.

Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!

Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte

A te accorrono i fiumi; a te dan vasto

Tributo di sonanti acque; a te, padre

Di feconde pianure, ove nei cheti

Argini la natía possa governi;

Padre d'alte rovine, allor che in ira

Terribilmente imperversando abbondi

Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso

Possiedi i campi, e sugli abissi imperi.

Pari a te da la doppia alpe ne venne

Di Libertà l'almo sorriso: al grido,

Che le pedemontane aure percosse,

Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una

Sorsero a sgominar le schiere ostili.

Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda

D'anime educatrice, ove al governo

Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;

Torbida madre di rovine, quando

Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi

Campi del Dritto pazzamente invade. -

Così dicendo il Pellegrin, la terra

Bellicosa lasciava; e, la commossa

Alma schiudendo a la serena luce,

Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,

S'avvïava colà dove tra' fiori

Gareggian di beltà le Grazie etrusche.

Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira

Vive, Italia, colui che, su l'ingorde

Arche seduto, in tuon lugubre intuona

L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,

Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose

L'orma su queste etrusche inclite rive,

Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla

Glorïoso splendor, qual mai non ebbe

Ne le trascorse età. Quante su l'orlo

D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda

Al sol d'agosto il liquefatto miele,

Con smemorato ardir giran le mosche;

E altre ronzan d'intorno impazïenti

Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi

Strascinan le inveschiate ali pe'l vase;

Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro

Stanno gl'itali genî; e qual più vivo

Del toscano Ippocrene il fonte attinge,

Quel sentirà qual siero entro ogni vena

Scorrere il sangue, e tramutata in latte

Dolce fluïr del fegato la bile.

O arëopago de la patria, o illustri

Apostoli de l'Arte, io vi saluto;

E tu accogli il mio culto e il canto mio,

Città sacra del fior! Chè se ancor vive

Entro a l'itale carte un qualche suono

De la celeste melodia, che corre

Spontanea al labbro de le tue fanciulle;

E s'han grido finor le vereconde

Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,

A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste

Proli, de l'opre e de le pugne avvezze,

S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri

Colòni e pingui campi ed auree mèssi

Le contumaci al culto arduo del bello

Sicule piagge, ed a l'ignobil remo

Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria

Morbidissimi figli, unico vanto

Sia la storia dei padri, e pregio intatto

La lingua! A noi diseredati ed orbi,

A cui nascendo non ombrò le fasce

La gran torre di Giotto, a noi, se prude

Alcun genio villano entro al cervello,

Altra via non rimane, altra salute,

Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo

De le vostre merende e qualche cencio

De la vostra di frange auree guernita

Ducal librèa. Qual poverame abietto,

Che per entro a l'altrui vigna, tremante

Dopo il ricolto a raspollar sen viene,

Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,

Cui l'avara fortuna ibrida e grezza

Assentì a mala pena la parola,

Duro e barbaro gergo, atto a fatica

A dir del male ed a non esser muti.

Ma qual prima dirò, qual dirò poi

Dei luminari, ond'ha corona e luce

Il sacro italo ciel? Seduti in giro

Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca,

Come in magico specchio, ecco, me l'offre

La mia povera Musa, a cui vien dato

Varcar la soglia del gentil recinto.

E qual solerte domator, che spieghi

De le belve guardate entro a' serragli

La specie varia e 'l soggiogato istinto

E i costumi e le patrie: a bocca aperta

Stan gli attoniti astanti; in simil guisa

Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti,

Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.

Splende fra le notturne ombre l'augusta

Magion sacra a le muse; e avviluppata

Negli ampî giri de le sue pellicce

Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno

Equivoca canizie e senno arguto

Le gazzette e la cipria. Ebbe un care

Le colombe di Pafo, e la furtiva

Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne,

Finchè piacque a Dïona; or de le austere

Opre di Palla si compiace, e amica

Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni.

Tien cospicuo al suo fianco il loco primo

L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti

Erano i casi suoi; bizzarre e strane

Favole il rivestían: dicean, che avesse

Con sotterranei spirti intelligenza,

E che al suon de la sua voce non fosse

Ombra antica di sofo o di poeta,

Che dal ciel non escisse o dagli elisi

A picchiar le vocali assi e l'arcane

Magiche tavolette, e dar responsi

Chiari e veraci agli ammirati astanti.

Pavide e curïose a lui d'intorno

S'affollano le dame; e tu superba

De l'altera parola anche ne andasti,

Pallida Elëonora, a cui non uno

Dei gelosi misteri Iside asconde;

E voi pur del gentil sesso custodi,

Antigone e Sofia, che, a le tiranne

Velleità d'un ispido marito

Rubellando la fronte, al dispregiato

Talamo nuzïal non inchinaste

L'altero grembo al solo Ver dischiuso.

- E che? l'ultima grida; a noi sul volto

Si chiuderanno ancor l'aule di Temi?

Sul nostro crin splender non dee giammai

L'inclita bacca dottoral? Giù alfine,

Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera,

Cui di pudor mal diede pregio e nome

L'astuta crudeltà del sesso ostile.

Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro

L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso,

A la lotta alleniam le membra ignude:

Solo è libero il forte. Altra il sen porga

A l'esoso lattante, e il tergo inchini

Al feroce baston del suo tiranno:

Madre sarà di servi. A noi, del mondo

Parte migliore, opra miglior si addice:

Femmina è la virtù, femmine sono

A par de la beltà l'arti e le muse! -

Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti

Le dame tutte e i cavalier. Tu solo,

Pensieroso Macrin, dal cor profondo

Un sospiro traesti, e, la sparuta

Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti

Di doppie lènti, a la soffitta avversa

Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto

Tutta la gran pietà d'esser marito.

Degli aurei modi del toscan sermone

Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte

De le linfe de l'Arno in San Giovanni,

Tutti ei conserva ne la ferrea mente

Gl'invidiati lepori, e non soltanto

L'arguto frizzo e la condita burla,

Che scoppietta su'l labbro a la rubesta

Ciana camaldolese e l'aureo favo,

Che amor porge furtivo a l'improvviso

Stornellar degli amanti; anche le viete

Venustà di Cavalca e di Guittone

Con lungo studio egli pilucca e serba.

Tal l'industre formica al sole estivo,

Tratti per lungo tramite, ripone

Nel ben cavato asil bricioli e miche

Con previdente ingegno, paürosa

De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi

Scrigni rammassa il trepidante avaro

Non pure ampio tesor d'oro e di gemme,

Ma di rotti serrami irrugginiti

E di chiovi e di cenci e di ciabatte

Nel cupo cassetton gran copia asconde.

Di simile ricchezza adorno e pago

Va per le vie Macrin, lungo, diritto

Qual sciorinata al sole entro la madia

Ben tagliata lasagna; ed ai trofei,

Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende,

La gloria aggiunge d'emendati testi,

Di compilate moli e di comenti:

Filologico mostro, al qual s'inchina

Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui

Imprime nel seder tropi e figure

Con la sferza eloquente il pedagogo,

Ma quanti son da Susa a Lilibeo

De l'italo sermon cultori e amici.

Ma chi è colui che truculento e instabile

Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi,

E scuote il capo ed agita la zazzera,

E in cambio di parlar gestisce ed ulula?

Demagogo e poeta ei tempra il filo

De la republicana ira a la cote

De l'appetito, e il giambo archilochèo

Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo,

Da cui la sua spennata aquila avventa

I fulmini de l'estro. A lui da lato

Nel seggiolon che di stesso inzeppa

Posa Moron: rubizza e pettoruta

Mole, a cui da l'aprico orbe del viso

Raggia il fulgor di un cartellon francese.

Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno

Riso, al voluttuoso occhio natante

Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio,

Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole

Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi

D'un illustre castello arrampicarsi

Co' torti rami la paffuta zucca;

Fatta superba de l'aggiunta altezza

Gl'indiscreti rigogli intorno spande,

E, guardando le magre erbe da l'alto,

Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia;

Tal di Dante a la vasta ombra seduto

Sua fama impingua il chiosator Morene,

E la frase imbroccando e il verbo e il nome

Del poema divin, lancia d'intorno

Tal furia di cementi e di saliva,

Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.

te lascia la Musa, o multiforme

Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa

Copia di celie e di saver discorre.

Vedilo: come a l'agitar del vaglio

Va saltando qua e l'arido cece,

Così da la balzana indole spinto

Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci

Motti e sogghigni ed aforismi avventa.

Smettete, o voi che sovra illustri carte

Vi state a logorar l'ingegno e il tempo,

Perchè a l'arte natía decoro alcuno

E al viver vostro un qualche onor mai vegna:

Così agli astri non vassi! A voi maestro,

A voi speglio costui, che la mordace

Alma e il saper ne le gazzette attinto

Rivende a le gazzette un tanto il braccio.

Inchinatevi a lui! Non che a stesso,

Gloria perenne a chi gli par procaccia:

Oracolo solenne, al cui responso

La dotta greggia de le vie s'inchina;

Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia

Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango.

Ungete, ingegni sconsigliati, ungete

Le carrucole a lui: propizio nume

Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti

Venir seco a tenzon; più stolta impresa

Ai dardi di costui non dar più ascolto,

Che dar si soglia a le zanzare estive:

Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti,

Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo

Di Dall'Ongaro mio! ti fu scusa

L'anima intemerata e il pronto ingegno,

A cui tutte arridean le grazie amiche,

la virtù di peregrini affanni

Saldamente sofferti e la tranquilla

Custoditrice d'onorati petti

Candida poverezza e il crin canuto!

Ben di fallace illusïon maestra

Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía

Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio

Persüaderti una speranza, e al foco

Degl'itali trïonfi accender tanta

Giovinezza di carmi entro al tuo petto;

ti dicea, che di venali incensi,

Non d'ingenue virtù, non d'animosi

Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo!

Però a l'assiduo flagellar di amari

Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto

L'attico riso concedean le Muse

Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe

Ir vedesti e redir sul tuo morente

Capo, e la gloria insidïarti e il pane

Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa

La derelitta famigliòla or piange

Miseramente, le vien conforto

Dal tardo onor che al nome tuo si rende.

Or tu da quel romito angolo oscuro,

Gangetico Assalonne, esci, e la tua

Patetica parola ai salutari

Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti.

Dal curïoso sguardo dei profani

Un umile pudor forse t'esclude?

Virtù di debolette alme è il pudore,

E non solito a te. , se arruffata

Su le groppe rachitiche ti ondeggia

La popolosa zazzera, nemica

Di baveri non unti e di severi

Pettini; o a mala pena entro al rapato

Abito puëril movesi il petto

Stento e gli attratti gomiti, indulgente

Men ti sarà chi l'alte doti apprezza

E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi

È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto

Sembra leone, asino è all'opre, e tanti,

Che l'improvvido volgo aquile estima,

Son, se provano il vol, men che tacchini.

Qui non regna la plebe; e qual tu sei,

Quel che vali e che puoi san tutti a prova.

Quanti mai sparge rami a l'aria immensa

De l'umano saper l'arbore augusta

Tutti hai tu ne la mente: arca infinita,

In cui, ridotta in pillole e in pasticche,

La densa folla de l'idee si pigia.

Terra e gente non è specie o favella,

Che arcani abbia per te, cosmopolita

Camaleönte, che, di tutti a un tempo

Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno.

Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri

Carezzevole intorno, or con obliquo

Serpeggiamento insinüar ti piaci

Entro a' facili cori il tuo veleno;

Or con voce melliflua a le tue reti,

Erudita civetta, i merli attiri,

Or, mutato ad un punto in cinguettiera

Gazza, i nomi più vili a l'aura canti.

Tu, Catone d'un , spregiar sai l'oro

Con tragico cipiglio, e tu con furba

Docilità di vertebra e d'ingegno

L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche;

Oggi con infantil garbo a l'orecchio

D'un'aërea beltà beli il sonetto

Sentimental, doman, fatto più saggio,

Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido.

Ma chi tutte può dir le peregrine

Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi

Co'l mutar d'ogni forme e colori?

Chi l'operosa, infaticabil fonte,

Per cui, senza invocar madre Lucina,

Puërpera ogni s'alza la tua

Dïabetica Musa? Alcun per fermo

Dir non saprà, ben che sia noto a tutti.

Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai,

Dal serpeggiante tuo venire illuso,

Oserà alzar, per calpestarti, il piede,

Lascial, dirò volgendo il guardo altrove,

Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.

Ma son costor le stelle tutte e i Soli,

Che ad onor de lo strano Ospite accolse

Dentro al suo tempio la gentil Carìte?

Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome

D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce

Non splende Olimpio ancor, colui non splende,

Che, la fiera spregiando arte dei padri

Che tutta chiusa nel vergineo peplo

Rigida custodía l'are di Vesta,

Una discinta Maddalena adduce

A susurrar detti svogliati e strani

Per le tiepide alcove, o a tesser balli

Vertiginosi fra le nubi, e un'onda

Versar quinci di nenie e di sbadigli

Sopra a le folleggianti anime umane.

Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello

Ne la modestia sua con misurato

Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve

Scivoli sovra i piè, pur non sostenne

L'arguto calzolar, ch'ei non proceda

Senza un qualche rumor; però ch'ei volle

Sotto al tornito stivaletto, a cui

Ròdope stessa invidierebbe, un nido

Porre di crepitanti e scricchiolanti

Genî, che possan dire anco ai lontani:

Ecco il nume, adorate! In simil guisa

Da l'Olimpo al boscoso Ida venía

Il saturnio signor, quando a l'incontro

Dolce ridente gli schiudea le braccia

La placata consorte, e sotto al passo

Gli stridean le selvagge aquile e il fascio

Dei serpeggianti folgori. A la soglia

Fermasi un tratto; la sottil mazzetta

Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno

Muove in cerca di lei, vergine o sposa,

Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci

Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti

Sopra le nevi del ben culto crine.

Bice è , che l'attende: ecco, si spicca

Dal picciol crocchio de le sue compagne,

E gli muove d'incontro e gli confida

Nel morbido candor del niveo guanto

La voluttà d'una manina ignuda.

O felice costei tre volte e quattro,

Che con l'aëreo balenar d'un casto

Languidissimo sguardo, o co'l profumo

D'un sospir ventilato in su la cima

Del piumato ventaglio apresi il varco,

Non agevole invero, ai luminosi

Estri di tanto vate! Oh! lei felice

E invidiata a buon dritto! Inutil pompa

D'ottuse forme e di bustin ricolmo

Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote

Di vulgare beltà sien le ritonde

Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi

Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma.

Ricchezza unica a lei sia la divina

Trasparenza del corpo e i delicati

Qual fil di gelsomino arti e il languente

Collo e le braccia cascanti. Qual face

Chiusa dentro a dïafani alabastri,

L'alma in lei splende; e simile a canora

Che si pasce di brine aurea cicada,

Le vaporose fantasie deliba,

Che dal plettro gemmato ad ora ad ora

Mollemente deriva il suo poeta,

Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli

Tappeti, ai piedi de la sua regina,

Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi

Nunzî di poesia primi vagiti

E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola

Ai protervi nepoti. Ella, commossa

Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi

Occhi gli volge; e se ne le divine

Estasi le sottili in su la fronte

Labbra gli posa, e di cinabro tinto

Cader si lascia un indelebil bacio,

Dilungate di , Momi impudenti

Dai mordaci sarcasmi, e non osate

Dar condito di burle al vulgo iniquo

Il mister di quei petti: a completarsi

Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede

Ne dimandi a Platon!

Ma oscuro e muto

Sui soffici divani a poltrir forse

Venne il divo cantor? Tolgalo il casto

Senno di lei, che è sol suo studio e vanto!

Ai secreti colloquî, ai vaporosi

Veleggiamenti dei verginei ingegni

Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi

Vetri le Grazie e le socchiuse imposte,

Da cui, non dispregiato ospite, il solo

Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo

Con fantastici giri i rampicanti

Convolvoli azzurrini e l'ampie tende

Non indocili a l'aure. Ora è codesta

Di saëttar co' glorïosi raggi

Gli sparsi in quella sala astri minori;

Ora è d'aprir con l'armonia dei versi

La rigid'alma del più rio marito.

Come soglion d'intorno a un'iridata

Bolla, che con sottil fiato da l'alto

Del suo balcone il fanciullino espresse,

Correre ed affollarsi e spiccar salti

Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta

Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge

Di tremuli colori, impazïenti

Lanciano i berrettini, e fanno a gara

A chi primo l'aggiunga; in simil guisa

Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno

Al tonante cantor damine e spose.

Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:

- Egli ed ella eran due! Qual fulminato

Arcangelo superbo, orribilmente

Mugghiava per la torva aere sanguigna

Un moribondo temporal. Dai mesti

Pertugi de la terra ad uno ad uno,

Siccome frati ch'escon salmeggiando

Da le pallide celle, uscíano i funghi

Annusando l'autunno; e, co'l volubile

Mappamondo a le spalle, in simiglianza

Di pellegrini piccioletti Atlanti,

Le bavose lumache ardían mostrarsi

Saettando la corna. Essi eran soli!

Eran soli a mirar le rubiconde

Agonie d'un tramonto. A passi lenti,

Per la morte del Sol vestita a bruno

La sonnambula Notte discendea

Pe' gradini de l'etra, e mille e mille

Angeletti lumaj davan la luce

Ai fanali del ciel. Sotto i giganti

Rami d'un eucalipto, immenso figlio

De l'australiche selve, in su le barbe

Dei vellutati muschi e dei licheni

La giovinetta si assidea, struggendo

Le delicate fibre e gli otricelli

Del monocotilèdone embrïone

D'una dïoica pandanèa. Le braccia

Distese Arrigo, sospirò, fu sua!

O poverella ardita, o mendicante

Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi

Papaverici sonni, e dimmi quanta

Febbre di voluttà bruciava i petti

Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni

Dei sorrisi e dei baci e la battaglia

Degli eccitati muscoli! -

Un solenne

Scoppio di plausi e di femminee voci

L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso

Moron sorge, ed applaude; altri in disparte

Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo

il galoppo a l'invidia; il naso arriccia,

E fa il greppo Macrin; pago e beato

L'apollineo sudor terge, e carezza

Gli attorti baffi il morbido poeta;

E, sprofondato ne la sua poltrona,

Scrollando il capo il Pellegrin sorride.

Mosso poi da un mordace estro di sdegno,

In piè levossi, ed esclamò: - La voce

Degli spiriti or s'oda; a me gli usati

Alfabetici segni e le canore

Assi da cui, se tanto pur siam degni,

Del gran padre Alighier gli accenti udremo. -

Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda

Tavola fu recata, a cui dei quattro

Ben atti piedi, che le fan sostegno,

Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto

Dei magnetici spirti agile e destro,

Più del pensier degli ammirati astanti,

Scerne le note, ed il responso appresta.

La mirò, la tastò con le gagliarde

Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando

L'ebbe assettata su le cifre, entrambe

Vi sovrappose con mirabil rito

Le aperte palme, e simulando un senso

Di riverenza e di paura in volto,

Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola

Il fatidico legno; un dopo a l'altro

S'odon tre picchi; come Tiade invasa

Da la furia del nume, or quinci or quindi

Il sonnambulo piè lanciasi in volta,

Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia

Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue.

Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti

Pendon tutti d'intorno; ecco il responso:

 

 

- Chi da le sfere luminose, ov'io

Libero spirto in grembo al Ver mi eterno,

Mi richiama al fatal lido natío?

 

Ben giunse a me nel mio loco superno

D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi,

Per cui perfetto il pensier mio discerno.

 

Levai sdegnoso dai funerei marmi

L'onorato mio capo, e a le pugnanti

Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi.

 

Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti

Le teutoniche belve, e il profetato

Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti.

 

Entro a l'are venali imprigionato

Urla fra tanto il traditor Giudeo,

Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato;

 

Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo

Splender più bello e star più saldo io miro

Solo un vessil da Susa a Lilibeo.

 

Pur, se a l'itale muse il guardo io giro,

Tanta di lor m'assale ira e vergogna,

Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro.

 

Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna;

E qual de l'Istro o de la Senna impura

L'onda attinge, e le sue membra svergogna;

 

E mentre una s'insozza e si snatura,

L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni

Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura.

 

Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni,

E tal su'l capo lor fulmina un telo,

Che la memoria sua viva negli anni.

 

Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo,

Che la diva stuprando Arte dei suoni

D'orrido strepitío streper fa il cielo;

 

E strepitando in strepitosi tuoni

Strepita sì, che a nostre orecchie offese

Sembran dolci armonie bombe e cannoni.

 

Già si affaccia, già invade il bel paese:

Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento

L'angelo di Catania e il Pesarese;

 

Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento

E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi

Catechizza le turbe al gran portento.

 

O tu, se il genio tuo mai non invecchi,

Vivo onor di Busseto, a l'empie grida

Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi?

 

Sorgi; a l'antica melodia confida

Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi,

E lascia i dotti ragli al nuovo Mida!

 

fia che in voi non vibri i dardi miei,

O de l'onnipossente Arte dei carmi

Sacerdoti non già, ma Farisei.

 

Sento tra una venal turba chiamarmi

Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno

Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi;

 

E chi in aspetto di plebeo tribuno

Giambi saetta avvelenati e cupi,

E fuor di non trova onesto alcuno:

 

Idrofobo cantor, vate da lupi,

Che di fiele brïaco e di lièo,

Tien che al mio lato il miglior posto occùpi,

 

E veggio lo svenevol cicisbèo,

Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo,

Gratta la cetra in suon di piagnistèo;

 

E, incipriato le chiome e torto il collo,

Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco,

Va a confettar gli stronzoli d'Apollo.

 

E tu chi sei, che chiudi il viso fosco

Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi

A condir vuote ciance in sermon tosco?

 

Ben altri stenti omai, ben altri studi

Chiede Talía, che infarcir motti e scede

Scevri di senso e di pudore ignudi.

 

Più d'una gazza razzola al tuo piede,

E manda il nome tuo da Battro a Tule,

Te proclamando di Goldon l'erede:

 

Gracchiano al vento come immonde sule,

Che di grida scomposte il ciel fan sordo,

Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule;

 

E tu di lauri e di nastrini ingordo,

Qual verme che si pasce in suo pattume,

Tanto sei fatto omai cieco e balordo,

 

Che ancor bianca la voce e il mento implume,

Piantando il pedagogo a mezza via,

T'alzi a maestro di civil costume.

 

Torna, o stolto fanciullo, al quare e al quia,

E, se granel di sale anco ti resta,

Pulisci il socco, e rendilo a Talía.

 

V'è chi avendo di liti un guazzo in testa,

E faría meglio a strombazzar pe' trivi,

Calza il coturno, e le ribalte infesta.

 

Strillan le maghe; corre il sangue a rivi;

Surgon spettri e vampiri; urlano i morti;

Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi.

 

Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti,

Suon di catene, parricidî, incesti,

Orgie d'alme e di carni e fusi torti,

 

I reconditi intingoli son questi,

Per cui Melpomenèa briaca e pazza

Fa che gli spettator rimangan desti.

 

O di zebe e di buoi stupida razza,

Se pur fra tante teste avvi un cervello,

Quel beccaio urlator cacciate in piazza!

 

Chè s'ei dona al suo genio altro rovello,

Per far la scena a voi stessi più viva,

Al collo vostro appunterà il coltello!

 

E tu d'irti istrïoni orda cattiva,

Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno,

E vai d'oro superba e d'onor priva,

 

Smetti il traffico vil, per cui l'eburno

Trono de l'Arte e i sacrosanti altari

Covo son fatti a fornicar dïurno.

 

Varcan per opra tua montagne e mari

Le più turpi di Gallia ibride Muse,

Che lor facil beltà dan per danari;

 

E involgendo la colpa in auree scuse,

Coronando di fior chimere e mostri,

Scroccan l'applauso de le turbe illuse.

 

Stolte! san, che da quei sozzi inchiostri

Spandesi intòrnomortal mefíte,

Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri,

 

Li farà indegni de le glorie avite! -

 

 

Tal suonava il responso. Impallidîro

Donne e poeti, e si guardar negli occhi

Irrequieti, silenti. Arse di sdegno

L'altera alma d'Egeria; arse pur ella

La florivola Bice, a cui la punta

De la mal tollerata ira risveglia

Le isteriche trambasce e invola i sensi;

Arser su tutte inviperite e fiere

Antigone e Sofia, coppia gemella

D'emancipate amazzoni. Ribolle

Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte

De l'audace Stranier figgon gli sguardi

Sinistramente; e certo avrían quel giorno

D'un gran fatto illustrato il nome oscuro,

Ove Olimpio non era: ei le contenne

Subitamente, e con gentile e ardito

Piglio di paladino: A me si addice

La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo,

Così dicendo al Pellegrin, che muto

Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti

Del suo fiero sermon godeasi il frutto.

Poi replicò: - Lo spirto e la parola

De l'Alighier qui non si udì: mentite

Voci dal labbro di costui dettava

La rea calunnia ed il livor codardo! -

Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso

Stuol di mastini, che, a un rumor lontano

Desti tutti in un punto a la tard'ora,

Uggiolando prorompono a la siepe

Del custodito pecoril: l'un l'altro

S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato

Limitare avventandosi co' morsi,

Raspano il suol rabbiosamente; allora

Ch'odono del pastor la voce e il passo

Si ramansano a un tratto; penzoloni

Gittan la coda, spianano le orecchie,

E muti, muti acquattansi; in tal guisa

Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto

Bisbigliar degli astanti; e con furtivo

Pavido sguardo e con moto conforme

I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía.

Ei favellò:

- Qual che tu sii, al certo

D'infamia o loda il nome tuo fia degno,

Stolte parole or proferisti. Hai vôta

Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro

Che inutil fiato il labbro tuo non mette.

Di mutue lodi, e di vulgari incensi

Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato

Però il vero a te suona, a te che l'arte

E la natura e te stesso mentisci! -

Non si contenne a tal parlar superbo

L'offesa alma d'Olimpio, e: - Il nome mio,

Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno,

S'hai fermo il core, e cavalier tu sei! -

Disse, e come a la cheta ora del vespro,

Se a' bruni aranci del giardin, da cui

Pendon purpurei ed odorati i pomi,

Cantarellando una canzon t'appressi,

Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio

Di furbi passerelli a fuggir lesti;

Così d'Olimpio al favellar si sveglia

Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci

Sensi condanna; chi l'ardir ne loda;

Chi la gagliarda valentía n'esalta;

E ognun gode in cor suo, che il novo evento

Nova materia a favellar gli appresti.

Tu sola dal profondo animo gemi,

O dïafana Bice, e a lui d'intorno

Trepidante ti serri, e invan ti adopri

Dal destinato petto a svolger l'ira.

In sua tranquilla maestà spartana

Ei si parte da te, ma non sì lesto

Da non udir queste parole acerbe

Che gli gitta l'Eroe:

- Gonfia a tua posta

Di sonanti minacce il dir tuo folle,

O menestrello paladin: non uno,

Ch'abbia intera la mente e sano il core,

Dirà men vero il mio parlar; t'indossa,

Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo

D'un sordo acciar la tua ragion commetti,

Ragion degna di ferro; io, finchè splenda

Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero,

Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo! -

 

 

 




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