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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO TREDICESIMO.
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CANTO TREDICESIMO.

 

ARGOMENTO.

 

Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe. - Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà. - Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni. - Una vittima delle stragi di Perugia. - Due decapitati. - Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.

 

Vestitevi di rose, aride arene

Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno

Scorse a fiumi su voi degli ostinati

Martiri primi e de le belve il sangue,

Valga a farvi fiorir la dïuturna

Prece di Pio: l'augusto veglio è padre

D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso,

Qual recidivo malfattor, nei templi

Transteverini; e, com'è ver, che al cenno

Del suo divo pensier struggesi in pianto

La sacra effigie di Maria, dai ceppi

Egli uscirà vittorïoso e forte,

E di vergini gigli incoronato

Ascenderà securamente al cielo.

Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti

Giacciongli al piè l'anàtema e la scure,

Volga ad altr'opre il non fallibil petto

Egli che, fabro di verginee madri,

I dolci nati de le madri uccide

Con serafico istinto. Un improvviso

April fiorisca il Colossèo; discende

A battagliar Lucifero l'altera

Amazzone di Siena, a cui più spade

Volse il facile eloquio e la virile

Beltà, che doma ogni poter. Chi vide

Entro al sereno immaginar del mito

Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme

Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi,

Quei dirà qual fioría grazia e splendore

Di giovinezza e di salute in volto

De l'ardita Senese, allor che al guardo

De l'orgoglioso Apostolo ad un punto

Si appalesò. Muto ei sedeva in cima

A un dirùto pilastro, e la raggiante

Misterïosa immensità del cielo

Gli pendeva su'l capo: eran più vaste

Più chiare assai le sue speranze, e acuto

Più del guardo del Sole oltre a le cupe

Reggie d'azzurro il suo pensier vedea.

Meditava così: Dentro a l'audace

Spirto de l'uom fervida alfin si stampa

L'immagin mia; vantino uranghi e numi

A lui simile aspetto: il suo pensiero

A me rassembra, e il suo destino è il mio.

Libero già d'alte paure, scevro

D'ogni fallace illusïon di senso

Vuole, conosce e può; spezza il segnato

Limite del mistero, e dove è luce

Ivi il suo campo e il regno suo prescrive.

Così parlava dentro al cor; ma in quella

Che l'armato pensiero apríasi il varco

Ad alate parole, eccogli incontro

Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto.

Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto

Ne la diva fanciulla il viso assorto,

L'ardimentosa giovinezza e gli atti

Securamente mansuëti e il lume

Di sì maschia bellezza iva ammirando

Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza

Stupor mirava il gran Ribelle, e come

Una mesta pietà prendeale il core

Secretamente. Alfine in questa forma

Prese a parlar:

- Superbo e sventurato

Angiolo, so dir se in te più sia

La superbia tenace o la sventura,

E come puoi di tanto umile stato

L'aspetto solo comportar, tu primo,

Già primo, or fatto di pietade obietto,

Fra le schiere del ciel? Misero! e dove

Son l'ali tue? Dove la schietta luce

Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte

Doti del cielo, a un passeggero e reo

Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla

D'eterno hai più, fuor che la tua sventura! -

- E la sventura è la ricchezza mia,

Bella figlia del ciel, così a dir prese

L'onor di Lui che da la luce ha nome;

Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia

Ne la terra e nel mar. Povero e gramo

Cultor l'arido solco apre a fatica,

Ed una al seme ed al sudor gli dona

Le speranze sue belle. Ispido e bianco

Sibila tra l'ignude arbori il verno,

Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano

In tumulto i torrenti: il poverello

Guarda tremando i duri prati, e al magro

Desco seduto a la sua donna a lato

Pur dolorando il bel tempo predice,

Finchè tutt'oro il crine e in man la falce

Esce il fervido giugno, i mareggianti

Campi sorvola, e generoso adempie

Di bionda mèsse i rustici abituri.

Così egregia mercede a l'uom prepara

L'esperimento del dolor. Dai solchi

Seminati d'umane ossa fuor balza,

Santa prole de l'opra e de l'affanno,

La Libertà, premio ai costanti: umana

Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda

Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba

Ad ogni affanno una vittoria. E quale

Dono è quaggiù, che non da lei derivi?

Per essa han luce ed armonia le genti

E veritade ed uguaglianza e vita,

Poi che vita non ha, veramente

Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro

Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena.

Vivon sol d'essa i generosi, ed io

Son la sua voce, e gli ozïati scanni

Del ciel per essa e volentier sdegnai.

O solenni cadute, o glorïose

Sconfitte, a cui libera vita io deggio,

Ricordando, mi esalto! E dovea forse

Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo

Eternamente, io re degl'irrequeti

Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti

In silenzio vorar le dispensate

Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme

Supine a Lui, che, del suo nulla esperto,

Pur ne l'impero de l'error si ostina?

La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali,

Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente;

De la luce del fronte il petto istrussi;

Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue

Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno,

Che Dio dal regno e da la vita escluda! -

Rabbrividía come per febbre al fiero

Parlar la diva, e da' superbi accenti

Con la candida man schermía l'orecchie

Inorridita; risposta alcuna

Formar può, fuggire osa. Ben gli alti

Gesti de la sua vita e il dir facondo

E l'audace promessa a Dio giurata

Vergognando rimembra, e non sa quale

Fascino occulto or l'incateni innanzi

A l'avversario suo feroce e bello.

Dicea fra : Molti in virtù prestanti,

Molti in bellezza e in favellar maestri

Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo

Angeli molti, a le cui rosee membra

Vestimento è la luce e amplesso eterno

La giovinezza; or qual virtù ha costui,

Che sì mi svolge ed incatena il senno?

Così pensando, a l'anima dubbiosa

Fa forza; di rigore arma l'aspetto,

Cerca austere parole, e questi invece

Le vengono dal core umili accenti:

- Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora

Co'l tuo nome perduto; e che ti giova

Per questa ultima sfera ir pellegrino

Qui dove segue a la fatica il pianto

E ad entrambi la morte? Assai feroci

Detti hai parlato or or; ma una parola

Melodïosa, o che mi falli il senso,

Una dolce parola anche dicesti,

Che a perdonarti ogni fallir m'induce:

Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra

Ne l'empia terra anche ha radice amore?

Oh! come il viver coi mortali il senno

Pur dei forti travolge! Il paradiso

Oblïato hai così? Non sai che vita

E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore?

Vieni, oh! vieni con me! , nel tranquillo

Regno degli astri al buon Iddio da presso

Vivrem vita serena; e in quella pace

Troverai la tua patria e l'amor mio! -

Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto

Di quei detti l'Eroe, però che vide

Su cotanta beltà certo il trïonfo,

E l'incalzò con queste voci:

- O chiara

Sopra a tutte le dive e la più bella

D'ogni terrena creätura, eguale

Solo a colei ch'è del mio cor regina,

E che parli d'amor tu che nel cielo

Al banchetto degli angeli ti assidi,

Ove straniero e dispregiato è amore?

Ben di tutta pietà degna t'estimo,

Se amore altro non sai, che la fallace

Larva impotente, che il gran nome usurpa,

E i parvi e non interi angeli illude!

Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti

Trïonfamenti de la tua parola,

Da la terra passasti, e ti fu oscura

La vittoria miglior che donna ambisca,

La dolce voluttà de l'esser vinta.

Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore,

Terreno iddio, che fa pensier la creta,

Ti apprenderà come si vince: ei solo

Mi süase a pugnar contro a le cieche

Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta

Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose

Anime ignare il vero Èden insegna! -

Parla, ed a lei che muta trema, e intorno

Päurosa si volge, apre le braccia

Supplicando con gli occhi, e in un amplesso

D'avidi baci l'anima le serra.

Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto

Era il loco; salían come invocate

Rapide al ciel le grandi ombre notturne,

E Amor lesto venía. Cedea la bella

Diva; e quando con man trepida e tutto

Fiamme e palpiti il cor, la virginale

Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti

Mondi ella vede: arde d'immenso aprile

La terra; giù dal ciel scendono in folla

Cento e cento lucenti angeli, e, fatta

Di fra terra e cielo ampia corona,

Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:

 

- Stanchi di tesser danze

Di cento arpe al ronzío

Ne le lucenti stanze

De la magion di Dio,

Scender soleano un giorno

Gli angeletti scapati

nel mortal soggiorno

De le figlie de l'uomo innamorati.

 

Nei freschi antri, su' fiori

Tremolanti a la brina

Ponean l'ali e gli albori

De la fronte divina;

E, colto il bacio primo

Sovra le bocche ardenti,

Schernían gli astri, e da l'imo

Radïavan più belli e più possenti.

 

Lascia or l'eterea sede

L'inclito onor di Siena:

D'intemerata fede

L'alma loquace ha piena;

Al gran Ribelle incontro

Tumida sorge; e quando

Spera, che al primo scontro

Vinto egli fugga in volontario bando,

 

Ecco, dal labbro il detto,

Come spuntato strale,

Cadele; al dolce aspetto

Del gran Fattor del male

Pallida trema; al laccio

D'Amor l'anima assente,

Scorda stessa, e in braccio

Del rivale di Dio bello e possente,

 

Immemore del cielo,

Donasi, Oh! vaga, oh! bella!

Già del vergineo velo

Scevra, com'aurea stella,

Splende; da l'ansio viso,

Da le membra sincere,

Ignoto al paradiso

Spira in mille piacer solo un piacere!

 

O amore, amor! Sì forte

È il tuo terreno impero?

Sfida per te la morte

Del fango il figlio altero;

E, mentre a la tua rete

La voce tua ne incalza,

Ei l'ale irrequïete

Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!

 

Scendiam, proviamo! A tutti

Zimbello è il Padre eterno,

E saggi e farabutti

Si ridon de l'inferno.

Scendiam, facciam baldoria

Tra' fiori e le donzelle;

Abbia l'Amor vittoria:

Vale un'ora d'amor tutte le stelle! -

 

Mentre i furbi angeletti in queste voci

Disertavano il cielo, e l'umanata

Senese, avvinta dal più dolce amplesso,

Primamente sentía la vita intera,

Su l'antica di Pio ferrea cervice,

Come sinistro augel, striscia la Morte.

Abbandonato su'l gelido letto

Luccicante di frange e di cortine,

Rabbiosamente egli vaneggia:

- Urlate,

Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra,

L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni,

Angeli, a voi: la forte anima mia

Per un anno di vita! I miei nemici,

Gli usurpatori impenitenti al mio

Piede un istante, e poi morir! -

Comparve

Pallido, immoto, macilente un Frate

Sovra la soglia:

- A questa Croce atterra

L'orgogliosa tua fronte! -

- Chi sei tu?

Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira

Non mi sforzare! -

- A la pietà ti sforzo,

A la pietà, se Dio, per maggior pena,

Non ti chiude la via d'esser pietoso. -

- Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo:

Son forte ancora! -

- Ombra, demonio, o Dio,

Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa

L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte

Batte il giudizio del Signor! -

- Che intendi?

Che oseresti tu mai? -

- Sgombra dal petto

La fallace paura: Iddio corregge

Pria di punire; e suo ministro io vengo,

Io, che di Dio non già, ma sol dovrei

Venir ministro de la mia vendetta!

E ancor forte ti vanti? A brani io veggio

L'inconsutile veste; ai fuggitivi

Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo

Non ti rivolgi? -

- Al cielo, al ciel! Tu parli

L'eretica parola! Il ciel lo lascio

Ai miei nemici; a me la terra! -

- E quale?

Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni

Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira

De l'un, de l'altro la superbia: il senno

D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo

Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna

Città di Pier per te mutasi a un tempo

In Salerno ed Anagni: esule vivi,

Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta

Stampano i Re più durature offese

Del ferrato manipolo di Sciarra.

Deh! rivolgiti al ciel! -

- Frate, pon fine

Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria

Dei deboli; la terra è mia! Già in armi

Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre

Dei Borboni immortali a l'aura nova

Mette nove radici, e fronde e rami

E fiori e frutta porterà: saranno

Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo

Di quel Sabaudo avventurier tiranno,

Che, pur che copra le sue membra oscene,

Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo. -

- Vana speme è la tua! Dio, che a la terra

Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia,

Dopo lungo servir, la sacrosanta

Libertà del pensiero. E chi potrebbe

Co' suoi delitti attraversare il corso

De le leggi di Dio? Con l'empia destra

Ottenebrar l'indefinita luce,

Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa

Di tutte cose animatore il Sole?

Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa

Tal diga innalzerai, che su la china

Si soffermi il torrente, a cui dan forza

I destini del mondo? Ah! il credi: amore,

Fede non si raccoglie ove non altro

Ch'odio e terror si seminò! Non sono,

Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto,

Distruttor de la fede i rubellati

Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi,

Voi soli, occulta d'ogni mal radice,

Voi co'l sangue versato alimentaste

L'idra de l'Eresia; questo malnato

Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue,

Ai quattro venti de la terra il grido,

Fu la prima eresia! -

- Frate! s'hai caro

Il viver tuo, non funestar l'estreme

Ore del poter mio. Smetti l'altero

Tuo cipiglio d'apostolo: la fame

Rende spesso profeti; avrai se 'l brami

Copia di tutto; or lasciami. -

- La mia

Vita è cosa del ciel; se dono alcuno

Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga,

Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema

Voce di Dio: rassegnati e perdona;

Già perdonando incominciasti. -

- Ardisci

Rammemorar la mia viltà? la fonte

D'ogni sciagura mia? Male incomincia

Perdonando chi regna! Al generoso

Uopo s'applaude in pria; povero e scarso

Indi appare ogni don, però che ingordo

È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo:

Debito par la carità; diritto

La pretesa più stolta. Egual si tiene

A lascivo signor che la careggi

Meretrice proterva, e a lei somiglia

L'avida plebe: oggi le dài l'anello,

Doman ti chiederà manto e corona;

Alza dal fango la servil cervice,

Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade

L'altrui poter, dritti e doveri ingombra,

Tal che, sconvolto il socïal congegno,

Divien chi serve re, servo chi regna.

No, no: perde chi cede. Uom che securo

Tien l'alta riva, io non dirò che il senno

Abbia intero, se al torbido torrente

Perigliando abbandonasi. Tal fui

Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso:

Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio

D'Alessandro imitar! -

- Del pari infido,

Ma più debole fosti! -

- E qual mercede

N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda

Idra dormente al mio piede; potea

Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi

Sibili e i morsi avvelenati io primo

Sperimentai: mira qual sono! -

- Accusa

L'alma tua poca e infida. Esser potevi,

Rege non più (fra le vergogne e il sangue

Già da gran tempo era sepolto il trono

Su le vergogne e su le colpe eretto),

Ben regnar da l'intatte are potevi

Pontefice, e lo puoi! -

- Se crolla il trono,

Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! -

- E il dito

Di Dio non temi? -

- Il Dio che adoro è fatto

Ad immagine mia!

- Ben veggio: è indarno

Ogni mio favellar. Ma se in te morto

È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive;

Odimi dunque, o sciagurato, e trema.

L'ara di Dio non crollerà: cadranno

Gli astri del ciel, la fede no. La terra

Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore

Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste

Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando;

Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso

Umilemente a Cesare da lato,

Avrà di lui non men possente impero

E più vasto d'assai. Tu muori intanto,

Implacabile vecchio; impreca, e muori

Impenitente; al tuo letto custodi

La tua memoria e la Coscienza io lascio! -

Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce

Mosse il fiero morente, e una tremenda

Vista mirò. Più sol non era: accanto,

A piè del letto, al capezzal, d'intorno

Un popolo sorgea di brulicanti

Scheletri: avean ne le profonde occhiaie

Come due fiamme che parean pupille,

E un tal verso facean con le dentate

Mascelle, che parea voce e sogghigno.

Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo

Corpo giù giù tra le diffuse coltri,

Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto,

Senza respir, con muto occhio furtivo

Segue dei suoi tremendi ospiti i moti.

Uno spettro parlò:

 

- Possa la voce,

Che un'altra volta acquisto,

Strazïarti così, vecchio feroce,

Trafficator del Cristo,

 

Che, incenerito il reo manto e la stola,

Di cui nascondi invan l'anima fella,

De le vive tue carni ogni parola

Un bran vivo divella!

 

D'ossa e di polpe ignuda

La negra anima tua sensibil resti;

Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda,

E co 'l piè la calpesti!

 

Forse canuto a par di te non era

Vecchio cadente anch'io?

Non era tua quell'itala bandiera,

A cui tutto fu sacro il viver mio?

 

Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile

A Cristo e al popol dato,

Tolto di sotto al manto il doppio stile,

Li trafiggesti entrambi al manco lato.

 

Sbucaron da li Elvezî antri le ladre

Turbe, che a libertà mal dànno il petto,

Se, liberate da la man d'un Padre,

A prezzo maledetto

 

Concedon l'alme, e li venali artigli

Affondano nei fianchi

De l'abusate vergini, ed i figli

Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi

 

Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi

Cari lattanti e nuore giovinette,

Voi sedevate attorno ai miei ginocchi,

Come innocue agnellette,

 

Quel , che scatenate

Dal cenno di costui che il ciel promette,

Per le vie di Perugia insanguinate

Correan le sue vendette.

 

Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi

Rupper ne le mie case in un momento

Gli sgherri di costui feroci e sordi

Come tigri in armento.

 

E i miei due figli, i miei leoni intanto

Non erano con noi!

Pugnando a l'ombra del vessillo santo,

Caduti eran da eroi!

 

mi fu dato, oimè, baciar le care

Teste morenti e udir le voci estreme,

Comporre i corpi vostri entro le bare,

A voi morire insieme!

 

Ben dei pargoli vostri e de le amate

Spose lo strazio vidi

E il vitupero!... Oh! in me, in me sol vibrate,

Empî, i ferri omicidi!

 

Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,

Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:

Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno

Fantasma, al tuo cospetto! -

 

Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista

Fuor de la calca si avanzaron: muti,

Rigidi, ritti ritti, lenti lenti

A le due sponde del funereo letto

Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo

A viva forza del morente il capo,

Tentennâro i crocchianti omeri. Come

Da l'ultimo edificio, allor che trema

Sussultando la terra, e bianchi in viso

Fuggono i passegger, cade un divelto

Sasso, e paura ai fuggitivi accresce;

Così a quel poco tentennar divisi

Lor cascano li teschî rilucenti,

Che balzando e mettendo orrido un suono

Ruzzolan sul marmoreo pavimento,

Come vediam dietro ad arancia o mela,

Che per trastullo il genitor gli lancia,

Correre il fanciullin con passo incerto;

Quando più crede che le sia da presso

E già già la raggiunga, ad afferrarla

Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto

Battuta è intanto, retrocede o volge

Per via diversa, e il seguitor delude,

Che il piccioletto cor gonfio di bizza

Carpon, carpon la insegue, e non si cheta

Pria che in pugno la stringa e la riporti

Al genitor, che sorridente incontro

Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;

Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono

I mutilati scheletri; da terra

Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi

Li strinsero, e con fiero atto al morente

Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea

La turba, come avvien, quando improvviso

Sguiscia aquilon su l'arido scopeto

De la foresta; ma parola o voce,

O moto alcuno non mettea l'oppressa

Anima del morente: il dubitoso

Spirito avea tutto negli occhi; un cupo

Rantolo gli stridea per entro ai duri

Visceri, perocchè, simile a un ferreo

Non unto filo di dentata sega,

L'ultime fibre gli rodea la Morte.

S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,

E battendo le labbra e le palpèbre

In terribile forma, e sangue e detti

Fuori gemean de la divisa strozza.

S'appressarono allor quanti d'intorno

Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue

Tutti tingendo fieramente il dito

Segnarono sul fronte il morituro,

E gridarono insiem: Sii maledetto!

 

A quel tocco, a quel grido, immantinente

Si scosse, si agitò, tutto si storse

L'irto veglio, qual suol malaugurosa

Nottola da le unghiate ali, qualora

Dispietato monel con improvvisa

Canna l'abbatte, ed al nemico lume

L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.

Ma qual putida ràzza, che, di mano

Sguizzando al pescatore, agita al suolo

Le acute pinne e la scabrosa coda,

Finch'egli irato la riprende, e sbatte

Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte;

Così fuor dal lenzuol frigido a terra,

Dibattendo le flosce membra, piomba

Il tormentato agonizzante; i gialli

Occhi stravolge, e mugola: Perdono!

 

Sparîr gli spettri; su la fredda soglia

Lucifero comparve, e disse: È tardi!

 

 

 




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