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CANTO
TREDICESIMO.
ARGOMENTO.
Santa
Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui
alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi
abbracciamenti dell'Eroe. - Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il
cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà. - Ultime ore di Pio IX; a
cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di
rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose
visioni. - Una vittima delle stragi di Perugia. - Due decapitati. - Straziato
da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente
perdono.
Vestitevi
di rose, aride arene
Del Colossèo! Se a
fecondarvi, indarno
Scorse a fiumi su voi degli
ostinati
Martiri primi e de le belve
il sangue,
Valga a farvi fiorir la
dïuturna
Prece di Pio: l'augusto
veglio è padre
D'ogni portento, e tutto
può. L'han chiuso,
Qual recidivo malfattor, nei
templi
Transteverini; e, com'è ver,
che al cenno
Del suo divo pensier
struggesi in pianto
La sacra effigie di Maria,
dai ceppi
Egli uscirà vittorïoso e
forte,
E di vergini gigli
incoronato
Ascenderà securamente al
cielo.
Or, mentre aspetta il sacro
giorno, e inqueti
Giacciongli al piè l'anàtema
e la scure,
Volga ad altr'opre il non
fallibil petto
Egli che, fabro di verginee
madri,
I dolci nati de le madri
uccide
Con serafico istinto. Un
improvviso
April fiorisca il Colossèo;
discende
A battagliar Lucifero
l'altera
Amazzone di Siena, a cui più
spade
Volse il facile eloquio e la
virile
Beltà, che doma ogni poter.
Chi vide
Entro al sereno immaginar
del mito
Lieve il piè, cinta il vel,
rosea le forme
Volger la fuggitiva Ebe fra'
Numi,
Quei dirà qual fioría grazia
e splendore
Di giovinezza e di salute in
volto
De l'ardita Senese, allor
che al guardo
De l'orgoglioso Apostolo ad
un punto
Si appalesò. Muto ei sedeva
in cima
A un dirùto pilastro, e la
raggiante
Misterïosa immensità del
cielo
Gli pendeva su'l capo: eran
più vaste
Più chiare assai le sue
speranze, e acuto
Più del guardo del Sole
oltre a le cupe
Reggie d'azzurro il suo
pensier vedea.
Meditava così: Dentro a
l'audace
Spirto de l'uom fervida
alfin si stampa
L'immagin mia; vantino
uranghi e numi
A lui simile aspetto: il suo
pensiero
A me rassembra, e il suo
destino è il mio.
Libero già d'alte paure,
scevro
D'ogni fallace illusïon di
senso
Vuole, conosce e può; spezza
il segnato
Limite del mistero, e dove è
luce
Ivi il suo campo e il regno
suo prescrive.
Così
parlava dentro al cor; ma in quella
Che l'armato pensiero
apríasi il varco
Ad alate parole, eccogli
incontro
Sorger la Dea, che de
l'eloquio ha il vanto.
Stupì l'Eroe di tanta vista,
e, tutto
Ne la diva fanciulla il viso
assorto,
L'ardimentosa giovinezza e
gli atti
Securamente mansuëti e il
lume
Di sì maschia bellezza iva
ammirando
Silenzïoso. Anch'essa Dea
non senza
Stupor mirava il gran
Ribelle, e come
Una mesta pietà prendeale il
core
Secretamente. Alfine in
questa forma
Prese a parlar:
- Superbo e sventurato
Angiolo, nè so dir se in te
più sia
La superbia tenace o la
sventura,
E come puoi di tanto umile
stato
L'aspetto solo comportar, tu
primo,
Già primo, or fatto di
pietade obietto,
Fra le schiere del ciel?
Misero! e dove
Son l'ali tue? Dove la
schietta luce
Del tuo fronte immortal?
Scemo di tutte
Doti del cielo, a un
passeggero e reo
Figlio d'Adamo io ben ti
assembro, e nulla
D'eterno hai più, fuor che
la tua sventura! -
- E la sventura è la
ricchezza mia,
Bella figlia del ciel, così
a dir prese
L'onor di Lui che da la luce
ha nome;
Tesoro è il pianto, a cui
null'altro agguaglia
Ne la terra e nel mar.
Povero e gramo
Cultor l'arido solco apre a
fatica,
Ed una al seme ed al sudor
gli dona
Le speranze sue belle.
Ispido e bianco
Sibila tra l'ignude arbori
il verno,
Croscian piogge e gragnuole,
e giù ridondano
In tumulto i torrenti: il
poverello
Guarda tremando i duri
prati, e al magro
Desco seduto a la sua donna
a lato
Pur dolorando il bel tempo
predice,
Finchè tutt'oro il crine e
in man la falce
Esce il fervido giugno, i
mareggianti
Campi sorvola, e generoso
adempie
Di bionda mèsse i rustici
abituri.
Così egregia mercede a l'uom
prepara
L'esperimento del dolor. Dai
solchi
Seminati d'umane ossa fuor
balza,
Santa prole de l'opra e de
l'affanno,
La Libertà, premio ai
costanti: umana
Diva, ignota ai Celesti,
ella inghirlanda
Dei raggi suoi l'ardue
fatiche, e serba
Ad ogni affanno una
vittoria. E quale
Dono è quaggiù, che non da
lei derivi?
Per essa han luce ed armonia
le genti
E veritade ed uguaglianza e
vita,
Poi che vita non ha, nè
veramente
Uomo è chi giace in servitù,
ma ignaro
Bruto, ch'à in sorte il
brago e la catena.
Vivon sol d'essa i generosi,
ed io
Son la sua voce, e gli
ozïati scanni
Del ciel per essa e
volentier sdegnai.
O solenni cadute, o glorïose
Sconfitte, a cui libera vita
io deggio,
Ricordando, mi esalto! E
dovea forse
Crogiolarmi fra' sogni aurei
del cielo
Eternamente, io re
degl'irrequeti
Spiriti? Assiso ai tiepidi
banchetti
In silenzio vorar le
dispensate
Manne, io figlio de l'opra?
Erger le palme
Supine a Lui, che, del suo
nulla esperto,
Pur ne l'impero de l'error
si ostina?
La terra elessi, ed ei
cadrà! De l'ali,
Ch'ebbi inutili al dorso,
armai la mente;
De la luce del fronte il
petto istrussi;
Con l'uom piansi ed amai:
scrissi co'l sangue
Le sue vittorie; e già n'è
presso il giorno,
Che Dio dal regno e da la
vita escluda! -
Rabbrividía
come per febbre al fiero
Parlar la diva, e da'
superbi accenti
Con la candida man schermía
l'orecchie
Inorridita; nè risposta
alcuna
Formar può, nè fuggire osa.
Ben gli alti
Gesti de la sua vita e il
dir facondo
E l'audace promessa a Dio
giurata
Vergognando rimembra, e non
sa quale
Fascino occulto or
l'incateni innanzi
A l'avversario suo feroce e
bello.
Dicea fra sè: Molti in virtù
prestanti,
Molti in bellezza e in
favellar maestri
Conobbi al mondo animi
egregi; ha il cielo
Angeli molti, a le cui rosee
membra
Vestimento è la luce e
amplesso eterno
La giovinezza; or qual virtù
ha costui,
Che sì mi svolge ed incatena
il senno?
Così pensando, a l'anima
dubbiosa
Fa forza; di rigore arma
l'aspetto,
Cerca austere parole, e
questi invece
Le vengono dal core umili
accenti:
- Angelo, oh! soffri ch'io
t'appelli ancora
Co'l tuo nome perduto; e che
ti giova
Per questa ultima sfera ir
pellegrino
Qui dove segue a la fatica
il pianto
E ad entrambi la morte?
Assai feroci
Detti hai parlato or or; ma
una parola
Melodïosa, o che mi falli il
senso,
Una dolce parola anche
dicesti,
Che a perdonarti ogni fallir
m'induce:
Pianto ed amato hai tu?
Radice ha in terra
Ne l'empia terra anche ha
radice amore?
Oh! come il viver coi
mortali il senno
Pur dei forti travolge! Il
paradiso
Oblïato hai così? Non sai
che vita
E stanza e reggia ha solo in
ciel l'amore?
Vieni, oh! vieni con me! Là,
nel tranquillo
Regno degli astri al buon
Iddio da presso
Vivrem vita serena; e in
quella pace
Troverai la tua patria e
l'amor mio! -
Tacque
tremando, ed arrossía. Fu lieto
Di quei detti l'Eroe, però
che vide
Su cotanta beltà certo il
trïonfo,
E l'incalzò con queste voci:
- O chiara
Sopra a tutte le dive e la
più bella
D'ogni terrena creätura,
eguale
Solo a colei ch'è del mio
cor regina,
E che parli d'amor tu che
nel cielo
Al banchetto degli angeli ti
assidi,
Ove straniero e dispregiato
è amore?
Ben di tutta pietà degna
t'estimo,
Se amore altro non sai, che
la fallace
Larva impotente, che il gran
nome usurpa,
E i parvi e non interi
angeli illude!
Tutta ossessa di Dio, fiera
dei molti
Trïonfamenti de la tua
parola,
Da la terra passasti, e ti
fu oscura
La vittoria miglior che
donna ambisca,
La dolce voluttà de l'esser
vinta.
Oh! cedi a me, cedi e
trïonfa! Amore,
Terreno iddio, che fa
pensier la creta,
Ti apprenderà come si vince:
ei solo
Mi süase a pugnar contro a
le cieche
Menti del cielo; ei qui mi
addusse; ei muta
Ogni lagrima in fiore, e a
le dubbiose
Anime ignare il vero Èden
insegna! -
Parla, ed
a lei che muta trema, e intorno
Päurosa si volge, apre le
braccia
Supplicando con gli occhi, e
in un amplesso
D'avidi baci l'anima le
serra.
Cadea fra
tanto il Sol; cheto e deserto
Era il loco; salían come
invocate
Rapide al ciel le grandi
ombre notturne,
E Amor lesto venía. Cedea la
bella
Diva; e quando con man
trepida e tutto
Fiamme e palpiti il cor, la
virginale
Zona ei le tenta, ed ambi
ansano, ignoti
Mondi ella vede: arde
d'immenso aprile
La terra; giù dal ciel scendono
in folla
Cento e cento lucenti
angeli, e, fatta
Di sè fra terra e cielo
ampia corona,
Sciolgono l'arpe al suon, le
voci al canto:
- Stanchi
di tesser danze
Di cento arpe al ronzío
Ne le lucenti stanze
De la magion di Dio,
Scender soleano un giorno
Gli angeletti scapati
Là nel mortal soggiorno
De le figlie de l'uomo
innamorati.
Nei
freschi antri, su' fiori
Tremolanti a la brina
Ponean l'ali e gli albori
De la fronte divina;
E, colto il bacio primo
Sovra le bocche ardenti,
Schernían gli astri, e da
l'imo
Radïavan più belli e più
possenti.
Lascia or
l'eterea sede
L'inclito onor di Siena:
D'intemerata fede
L'alma loquace ha piena;
Al gran Ribelle incontro
Tumida sorge; e quando
Spera, che al primo scontro
Vinto egli fugga in
volontario bando,
Ecco, dal
labbro il detto,
Come spuntato strale,
Cadele; al dolce aspetto
Del gran Fattor del male
Pallida trema; al laccio
D'Amor l'anima assente,
Scorda sè stessa, e in
braccio
Del rivale di Dio bello e
possente,
Immemore
del cielo,
Donasi, Oh! vaga, oh! bella!
Già del vergineo velo
Scevra, com'aurea stella,
Splende; da l'ansio viso,
Da le membra sincere,
Ignoto al paradiso
Spira in mille piacer solo
un piacere!
O amore,
amor! Sì forte
È il tuo terreno impero?
Sfida per te la morte
Del fango il figlio altero;
E, mentre a la tua rete
La voce tua ne incalza,
Ei l'ale irrequïete
Svolge dal fango, e contro
al ciel s'innalza!
Scendiam,
proviamo! A tutti
Zimbello è il Padre eterno,
E saggi e farabutti
Si ridon de l'inferno.
Scendiam, facciam baldoria
Tra' fiori e le donzelle;
Abbia l'Amor vittoria:
Vale un'ora d'amor tutte le
stelle! -
Mentre i
furbi angeletti in queste voci
Disertavano il cielo, e
l'umanata
Senese, avvinta dal più
dolce amplesso,
Primamente sentía la vita
intera,
Su l'antica di Pio ferrea
cervice,
Come sinistro augel,
striscia la Morte.
Abbandonato su'l gelido
letto
Luccicante di frange e di
cortine,
Rabbiosamente egli vaneggia:
- Urlate,
Accorrete, soccorso! Il
ciel, la terra,
L'inferno tutto ai cenni
miei! Demòni,
Angeli, a voi: la forte
anima mia
Per un anno di vita! I miei
nemici,
Gli usurpatori impenitenti
al mio
Piede un istante, e poi
morir! -
Comparve
Pallido, immoto, macilente
un Frate
Sovra la soglia:
- A questa Croce atterra
L'orgogliosa tua fronte! -
- Chi sei tu?
Che vuoi? Chi innanzi mi ti
tragge? A l'ira
Non mi sforzare! -
- A la pietà ti sforzo,
A la pietà, se Dio, per
maggior pena,
Non ti chiude la via d'esser
pietoso. -
- Ma tu chi sei? Di vane
ombre io non temo:
Son forte ancora! -
- Ombra, demonio, o Dio,
Quel che tu temi io sono.
Ecco si appressa
L'ora; è scoccata: a le tue
ferree porte
Batte il giudizio del
Signor! -
- Che intendi?
Che oseresti tu mai? -
- Sgombra dal petto
La fallace paura: Iddio
corregge
Pria di punire; e suo ministro
io vengo,
Io, che di Dio non già, ma
sol dovrei
Venir ministro de la mia
vendetta!
E ancor forte ti vanti? A
brani io veggio
L'inconsutile veste; ai
fuggitivi
Tuoi passi il trono, il suol
vacilla; e al cielo
Non ti rivolgi? -
- Al cielo, al ciel! Tu parli
L'eretica parola! Il ciel lo
lascio
Ai miei nemici; a me la
terra! -
- E quale?
Schiavo tu sei d'altri e di
te! Mal tieni
Di Bonifazio e d'Ildebrando:
hai l'ira
De l'un, de l'altro la
superbia: il senno
D'ambi ti manca e i tempi.
Il destin solo
Pari ad entrambi e in uno
avrai: l'eterna
Città di Pier per te mutasi
a un tempo
In Salerno ed Anagni: esule
vivi,
Benchè in Roma; e a la tua
guancia canuta
Stampano i Re più durature
offese
Del ferrato manipolo di
Sciarra.
Deh! rivolgiti al ciel! -
- Frate, pon fine
Al tuo sermone, e sgombra.
Il cielo è patria
Dei deboli; la terra è mia!
Già in armi
Sorgon Francia ed Iberia: il
ceppo illustre
Dei Borboni immortali a
l'aura nova
Mette nove radici, e fronde
e rami
E fiori e frutta porterà:
saranno
Frutti i trofei tolti ai
nemici e il capo
Di quel Sabaudo avventurier
tiranno,
Che, pur che copra le sue
membra oscene,
Ruba a Cesare il serto e il
manto a Cristo. -
- Vana
speme è la tua! Dio, che a la terra
Dopo il gel manda i fiori, a
l'uom consiglia,
Dopo lungo servir, la
sacrosanta
Libertà del pensiero. E chi
potrebbe
Co' suoi delitti
attraversare il corso
De le leggi di Dio? Con
l'empia destra
Ottenebrar l'indefinita
luce,
Che da l'insetto a l'uomo
equo dispensa
Di tutte cose animatore il
Sole?
Credi tu, che ammucchiando
ossa sovr'ossa
Tal diga innalzerai, che su
la china
Si soffermi il torrente, a
cui dan forza
I destini del mondo? Ah! il
credi: amore,
Fede non si raccoglie ove
non altro
Ch'odio e terror si seminò!
Non sono,
Non sono, e Dio che tutto sa
ne attesto,
Distruttor de la fede i
rubellati
Spirti e l'ereticanti alme!
Voi primi,
Voi soli, occulta d'ogni mal
radice,
Voi co'l sangue versato
alimentaste
L'idra de l'Eresia; questo
malnato
Poter, che cinge Iddio d'ire
e di sangue,
Ai quattro venti de la terra
il grido,
Fu la prima eresia! -
- Frate! s'hai caro
Il viver tuo, non funestar
l'estreme
Ore del poter mio. Smetti
l'altero
Tuo cipiglio d'apostolo: la
fame
Rende spesso profeti; avrai
se 'l brami
Copia di tutto; or lasciami.
-
- La mia
Vita è cosa del ciel; se
dono alcuno
Vuoi che da te, vecchio
feroce, accolga,
Dammi il rogo, o la scure.
Odi l'estrema
Voce di Dio: rassegnati e
perdona;
Già perdonando
incominciasti. -
- Ardisci
Rammemorar la mia viltà? la
fonte
D'ogni sciagura mia? Male
incomincia
Perdonando chi regna! Al
generoso
Uopo s'applaude in pria;
povero e scarso
Indi appare ogni don, però
che ingordo
È il cor di lui che a nullo
bene è avvezzo:
Debito par la carità;
diritto
La pretesa più stolta. Egual
si tiene
A lascivo signor che la careggi
Meretrice proterva, e a lei
somiglia
L'avida plebe: oggi le dài
l'anello,
Doman ti chiederà manto e
corona;
Alza dal fango la servil
cervice,
Spezza il fren, rompe il
cheto ordine, invade
L'altrui poter, dritti e
doveri ingombra,
Tal che, sconvolto il socïal
congegno,
Divien chi serve re, servo
chi regna.
No, no: perde chi cede. Uom
che securo
Tien l'alta riva, io non
dirò che il senno
Abbia intero, se al torbido
torrente
Perigliando abbandonasi. Tal
fui
Un solo istante, e n'ho
rabbia e rimorso:
Nel reo vulgo ebbi fede;
osai l'esempio
D'Alessandro imitar! -
- Del pari infido,
Ma più debole fosti! -
- E qual
mercede
N'ebbi dal mondo? Risvegliai
l'orrenda
Idra dormente al mio piede;
potea
Schiacciarla, e la svegliai.
Stolto! i suoi primi
Sibili e i morsi avvelenati
io primo
Sperimentai: mira qual sono!
-
- Accusa
L'alma tua poca e infida.
Esser potevi,
Rege non più (fra le
vergogne e il sangue
Già da gran tempo era
sepolto il trono
Su le vergogne e su le colpe
eretto),
Ben regnar da l'intatte are
potevi
Pontefice, e lo puoi! -
- Se crolla il trono,
Caggia anche l'ara: o tutto,
o nulla! -
- E il dito
Di Dio non temi? -
- Il Dio che adoro è fatto
Ad immagine mia!
- Ben veggio: è indarno
Ogni mio favellar. Ma se in
te morto
È il pontefice e il re,
l'uomo ancor vive;
Odimi dunque, o sciagurato,
e trema.
L'ara di Dio non crollerà:
cadranno
Gli astri del ciel, la fede
no. La terra
Stanca è d'ire e di stragi,
e pace e amore
Cerca, e l'avrà. Dio tornerà
su queste
Sedi, da cui tu lo cacciasti
in bando;
Tornerà Pietro a regnar
l'alme: assiso
Umilemente a Cesare da lato,
Avrà di lui non men possente
impero
E più vasto d'assai. Tu
muori intanto,
Implacabile vecchio;
impreca, e muori
Impenitente; al tuo letto
custodi
La tua memoria e la Coscienza
io lascio! -
Disse, e disparve. Il bieco occhio
e la voce
Mosse il fiero morente, e
una tremenda
Vista mirò. Più sol non era:
accanto,
A piè del letto, al
capezzal, d'intorno
Un popolo sorgea di
brulicanti
Scheletri: avean ne le
profonde occhiaie
Come due fiamme che parean
pupille,
E un tal verso facean con le
dentate
Mascelle, che parea voce e
sogghigno.
Trema, boccheggia il vecchio
irto; l'infermo
Corpo giù giù tra le diffuse
coltri,
Scivolando, rannicchia; e
freddo, cheto,
Senza respir, con muto
occhio furtivo
Segue dei suoi tremendi
ospiti i moti.
Uno spettro parlò:
- Possa la voce,
Che un'altra volta acquisto,
Strazïarti così, vecchio
feroce,
Trafficator del Cristo,
Che,
incenerito il reo manto e la stola,
Di cui nascondi invan
l'anima fella,
De le vive tue carni ogni
parola
Un bran vivo divella!
D'ossa e
di polpe ignuda
La negra anima tua sensibil
resti;
Ch'io l'afferri, e nei miei
pugni la chiuda,
E co 'l piè la calpesti!
Forse
canuto a par di te non era
Vecchio cadente anch'io?
Non era tua quell'itala
bandiera,
A cui tutto fu sacro il
viver mio?
Ma tu,
Giuda due volte, il bacio vile
A Cristo e al popol dato,
Tolto di sotto al manto il
doppio stile,
Li trafiggesti entrambi al
manco lato.
Sbucaron
da li Elvezî antri le ladre
Turbe, che a libertà mal
dànno il petto,
Se, liberate da la man d'un
Padre,
A prezzo maledetto
Concedon
l'alme, e li venali artigli
Affondano nei fianchi
De l'abusate vergini, ed i
figli
Sotto agli occhi dei padri
infermi e bianchi
Svenano.
O voi, più dei miei pover'occhi
Cari lattanti e nuore
giovinette,
Voi sedevate attorno ai miei
ginocchi,
Come innocue agnellette,
Quel dì,
che scatenate
Dal cenno di costui che il
ciel promette,
Per le vie di Perugia
insanguinate
Correan le sue vendette.
Cinti di
ferro, e d'oro e sangue ingordi
Rupper ne le mie case in un
momento
Gli sgherri di costui feroci
e sordi
Come tigri in armento.
E i miei
due figli, i miei leoni intanto
Non erano con noi!
Pugnando a l'ombra del
vessillo santo,
Caduti eran da eroi!
Nè mi fu
dato, oimè, baciar le care
Teste morenti e udir le voci
estreme,
Comporre i corpi vostri
entro le bare,
A voi morire insieme!
Ben dei
pargoli vostri e de le amate
Spose lo strazio vidi
E il vitupero!... Oh! in me,
in me sol vibrate,
Empî, i ferri omicidi!
Ultimo
caddi. Or paradiso, o inferno,
Vedi? o vecchio feroce, io
non aspetto:
Dio qui mi manda; e qui
starommi, eterno
Fantasma, al tuo cospetto! -
Tacque, e
due sovra gli altri orridi in vista
Fuor de la calca si
avanzaron: muti,
Rigidi, ritti ritti, lenti
lenti
A le due sponde del funereo
letto
Stettero; e, del lenzuol
freddo scoprendo
A viva forza del morente il
capo,
Tentennâro i crocchianti
omeri. Come
Da l'ultimo edificio, allor
che trema
Sussultando la terra, e
bianchi in viso
Fuggono i passegger, cade un
divelto
Sasso, e paura ai fuggitivi
accresce;
Così a quel poco tentennar
divisi
Lor cascano li teschî
rilucenti,
Che balzando e mettendo
orrido un suono
Ruzzolan sul marmoreo
pavimento,
Come vediam dietro ad
arancia o mela,
Che per trastullo il genitor
gli lancia,
Correre il fanciullin con
passo incerto;
Quando più crede che le sia
da presso
E già già la raggiunga, ad
afferrarla
Gittasi, e quella, che ad
avverso oggetto
Battuta è intanto, retrocede
o volge
Per via diversa, e il
seguitor delude,
Che il piccioletto cor
gonfio di bizza
Carpon, carpon la insegue, e
non si cheta
Pria che in pugno la stringa
e la riporti
Al genitor, che sorridente
incontro
Gli apre le braccia, e sopra
al sen lo accoglie;
Tal dopo ai proprî teschî si
lanciarono
I mutilati scheletri; da
terra
Li raccattâr; fra'
cricchiolanti carpi
Li strinsero, e con fiero
atto al morente
Li avvicinâr, mostrandoli.
Fremea
La turba, come avvien,
quando improvviso
Sguiscia aquilon su l'arido
scopeto
De la foresta; ma parola o
voce,
O moto alcuno non mettea
l'oppressa
Anima del morente: il
dubitoso
Spirito avea tutto negli
occhi; un cupo
Rantolo gli stridea per
entro ai duri
Visceri, perocchè, simile a
un ferreo
Non unto filo di dentata
sega,
L'ultime fibre gli rodea la
Morte.
S'avvivarono a un tratto i
mozzi capi,
E battendo le labbra e le
palpèbre
In terribile forma, e sangue
e detti
Fuori gemean de la divisa
strozza.
S'appressarono allor quanti
d'intorno
Eran spettri e fantasmi, ed
in quel sangue
Tutti tingendo fieramente il
dito
Segnarono sul fronte il
morituro,
E gridarono insiem: Sii
maledetto!
A quel tocco, a quel grido,
immantinente
Si scosse, si agitò, tutto
si storse
L'irto veglio, qual suol
malaugurosa
Nottola da le unghiate ali,
qualora
Dispietato monel con
improvvisa
Canna l'abbatte, ed al
nemico lume
L'appressa sì, ch'ella
bestemmî e strida.
Ma qual putida ràzza, che,
di mano
Sguizzando al pescatore,
agita al suolo
Le acute pinne e la scabrosa
coda,
Finch'egli irato la
riprende, e sbatte
Contro un sasso, e l'acqueta
ne la morte;
Così fuor dal lenzuol
frigido a terra,
Dibattendo le flosce membra,
piomba
Il tormentato agonizzante; i
gialli
Occhi stravolge, e mugola:
Perdono!
Sparîr gli spettri; su la
fredda soglia
Lucifero comparve, e disse:
È tardi!
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