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| Mario Rapisardi Lucifero IntraText CT - Lettura del testo |
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CANTO SECONDO.
ARGOMENTO.
Incomincia la narrazione. - La Natura e il Pensiero. - Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini. - La gran Lite. - La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi. - Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie. - Un istinto di amore lo chiama sulla terra. - L'albero della scienza. - La tentazione. - Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno. - Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra. - Cristo predica l'amore. - Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra. - Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.
Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai Ceppo mortal, così l'Eroe riprese, Ma da natura, immortal germe, io nacqui Una a le cose, e da la luce ho il nome. Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso, Torna più grato, e pregio doppio ha il vero. Però di studïose ombre e d'enimmi Non cingerò il mio dir, chè nè maestro Di misteri son io, nè a disdegnosa Anima, che a sdegnosa alma favelli, Dubbio o coverto il ragionar si addice. Nuovi non già, ma da la turba illusa Negletti veri io parlerò. Due sono Le virtù, che le cose hanno in governo: La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna Genitrice visibile è di tutto, La pesante materia ordina e muta Per suo proprio valor; l'altro la informa Di spirital possanza, e la solleva Ad ardui voli e a magisteri egregi. Ferrea, immota in sue leggi, una procede Lenta così, che par che giaccia: inalza Su le rovine, onde si allieta, il trono, E da l'arida morte una perenne Fonte di vita e di beltà deriva; Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende Tutte cose universe, in varia guisa, Con poter vario e con legge diversa Ogni via tenta, ogni regione esplora Mobilissimo sempre, e tutto aborre De la tarda materia il peso e il freno; E quando avvien, che di misteri e d'ombre L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto, La ragion de le cose occulta e serba, Ei libero discorre, e si ribella Ad imposte paure; apre e dischiava Terre, cieli ed abissi; argini atterra, Crea, muta, strugge, e a le domate forme Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime. Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita Abbian comune e necessaria, avversi Son per intimo ingegno; onde tu vedi, Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella Soccomber mostra; eppur son ambo invitti, Sono eterni ambidue, però che morte Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose Da cotanto agitare ordine e vita. Sparsi per gli antri, e fieramente soli Vivean gli uomini primi, e nulla amica Possa lor sorridea, tranne il Pensiero. Ispide pelli eran lor vesti, e rudi Selci lor armi e sol conquisto il foco. Da l'alte culle del fecondo Irano, Procedendo, spandeansi a mala pena Sui giapetici piani, e gl'inclementi Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve, A nuove lotte s'accingean. Muggía Dai britannici fiumi alto l'immane Caval de l'acque, a cui, pari a vorago, S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli; Devastando correan l'irte spelèe, D'umane carni esploratrici, e fuori Dai frondosi dirupi a l'onde in riva Calavasi il deforme orso e il velloso Primigenio mammuto: oscura e pigra Mole di membra, a cui nemico è il sole; E tu, sovrano troglodita, astretto Dal fecondo bisogno, a miglior prova Sempre volgendo il multiforme ingegno, Armi e industrie trovasti; onde più lieve Ti fu il domar co'l lavorato renne Le nemiche falangi. Apron le nubi L'inesauste sorgenti, e senza freno Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono; Entro al diluvïal baratro immenso Spariscono le specie, in quel che, armato Di novella virtù, l'uom passa i mari Su la prima piròga, e, di recisi Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi, Fermo vi elegge e men selvaggio asilo. Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno D'un che l'alma struggea dentro a l'amore, Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso, Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre Forme e il pensier nel duro selce espresse. Però, quand'ei con lungo studio al rito Del caro amor la sua fanciulla indusse, Docil vide obbedire ai suoi talenti Il tenace basalto; a l'agil fianco Brunite armi precinse, e il flessüoso Collo di lei, che gli gemea su'l petto, Incoronò d'inteste ambre e di baci. Or deggio dir, che, di regnar mal paga Sovra i campi natii, la curïosa Mente de l'uom s'insinüò nei cupi Visceri de la terra, e ai fiammeggianti Gnomi, che custodían l'ampie miniere, Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe? Io benedico a voi, fiumi e torrenti, Che giù dai fianchi dei materni Uràli L'auree sabbie lucenti al pian recaste; Ma più a la paziente opra, che il lieve Stagno confuse e il risonante rame, Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro Abbracciamento mineral divelti, S'arresero i metalli a l'uom tenace. O pensiero immortal de l'uom che muore, Te da prima io conobbi, e quinci unito S'intrecciò a' fati umani il mio destino. Bruco, che il corpo infermo, a mala pena, Per intima virtù svolge dal primo Involucro, e, a la dolce aere credendo, Crisalide novella, il picciol volo, Co' fior de' campi il suo color confonde, Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco, E cammina, cammina, e a nullo iddio Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine. Ultimo forse e più perfetto anello De la catena universale, ei tutto Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana Mutabil cosa e de la terra è il vero. Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno! Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso, Fluttuar de' creati esseri il mesto Figlio de l'uom, che riprodotta e viva Non pur vedea nei circostanti oggetti Tanta lite incompresa e tanto affanno, Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta L'esistenza sua poca iva ammirando Un perpetuo agitar d'odio e d'amore. Di fantastici mostri e di chimere Popolò quinci il mar, l'aria, la terra, Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra Vide e un mistero, o una maggior possanza, Là piegò la cervice e pose un Dio. Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo E tiranno de l'uom, da cui soltanto Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari. Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto Spazïar l'insegnato etere, or chiuso Tra' fulmini precipitar su l'ale Dei rotanti uragani, or sovra al dorso Dei cavalli del mar correre i flutti E sfrenar l'onde a battagliar coi venti; O ver come immortal fremito immenso Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo Degli avari terreni, e al vigilato Solco apparir fra le compiute ariste. Però quel che Dio fu, quale ancor vive, E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino, O prospero, o maligno, arbitro è solo. Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse E le cose universe, il fronte oppose Con indomito orgoglio, e una selvaggia Voce di libertà gittògli incontro, Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta Prepossanza di Dio tenne equilibre Con perenne agitar? Fu la feconda Lite, che il mar de l'essere commove Con assiduo flagello, e dai cozzanti Corpi la luce e l'armonia deriva. Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto Padre di servitù, per fiero istinto, Rubellossi da prima; essa al feroce Andropòfago Iddio scosse la reggia Vigilata dai fulmini; e dal fiero Cozzo con lui tanta favilla emerse, Che, mutata dagli anni in fiamma viva, Tutto divorerà dei numi il regno. O d'ogni libertà fonte primeva, Madre d'inclite pugne, io ti saluto! Tu co'l moto la vita, e co'l solenne Fra le cose de l'alma egregio attrito Luce dèsti e saper negli intelletti E co'l saper la libertà, sublime Pianta, che sol dov'è coltura alligna. Te da la terra solitaria i saggi Primamente avvisâr; te, spiratrice Di terrigeni mostri a Dio rubelli, Raffiguraro e coltivâr le genti, E or fosti Isi nomata, or Bahavàni, Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco, Or discordia infinita, e, se paura Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli, O fur da sacerdoti empî travolte, Nome avesti d'errore e di menzogna Tu, che ad onor del vero e de la luce I misteri del cielo agiti e sperdi. Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi. Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli Troni d'Olimpo, il nèttare libando D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna, Fra le dapi fumanti e le vezzose Fanciulle che tesseangli inni e carole, Cura de l'uom gli penetrava il petto. Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti Dal comando di lei, che Lite ha nome, Quanti mai da la terra erano usciti Terribili Titani, a cui la forza Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire; E avventando ciascun li suoi cinquanta Capi feroci e le altrettante braccia Contro ai regni di Giove, orribilmente Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo. Arse d'ira il tiranno, e forza a forza Oppose, e vinse. Da le attinte altezze Precipitâr gl'intrepidi gagliardi Un dopo l'altro fulminati, e monti Ed isole parean, che in un selvaggio Moto la terra, o il mar vorace inghiotte. Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo Di cotanta caduta, o sopra a tutti Sventurato Titano? Eran pur folli D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga Maggior virtù, dove più grande e saldo Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto A pugnar contro a tutti e a vincer basti. Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza Di giganti trïonfa, o adamantina Spada conquide, e solo a la modesta Continua punta del pensier soggiace. Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse Furor d'atre procelle, a poco a poco, Morsa dal flutto che le geme intorno, Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi, E il flutto assiduo del pensier li rode. Così Giove fu vinto, e in simil guisa Vinto sarà chi gli successe. Or odi Quel ch'io feci e farò. Da una malnata Bordaglia rea, che da natura in dono Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede, Ièova ne venne, un implacato iddio, A cui fulmine è il guardo e tuon la voce. Solitario e funesto egli incombea Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto Dei tremanti mortali, e gran sepolcro Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo, Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi. Io nel cielo era ancor, bello di tutti Radïamenti. Era sorriso e luce, Fragranze ed armonie del ciel la vita, E, cullati in un mar d'ozii e di fiori, Si tenean tutti e si dicean beati. Sol'io, spirito inquieto, indifferente A quell'aprile, a quel banchetto eterno, Sentía dentro a l'altera anima un vôto Misterïoso, un mar senza confine, Come una solitudine infinita D'intorno a me, dentro di me: se avessi Conosciuto l'amor, forse in cor mio Ravvisato l'avrei sin da quel giorno. Poco mi parve il ciel, misera vita L'eternità. Di strane opre, di voli, Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie Tal m'invase un desío, che sfere ed astri Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra Del mio stesso pensiere, o una diversa Immagine con me nata, e divisa Fatalmente da me. Dove mai, dove, Sospiroso io dicea, trovar ti posso, O disïata e necessaria parte De l'esser mio? Per entro a l'immortale Anima mia tutto il mortal sentiva. Infelice mi tenni. A Dio nel fronte Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai: Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero, Io replicai, l'eterno vero; io voglio Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela! Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi, Nè pugnai già: sentía ch'era più grande De lo sdegno di Dio la mia caduta. Quale allor degli antichi astri mi accolse? Nessun fuor che la terra, e de la terra Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio. Bollía sotto ai miei passi un fragoroso Mar di liquide fiamme; in gran tenzone Mugghiando si rompeano onde contr'onde; Ma più cocenti assai dentro al mio petto Combattendo bollían dubbî e speranze; Salde e ferree correan sovra il mio capo Di granito le vòlte, e assai più saldo Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque, Un fantasma d'amor, sempre in cor mio Una voce incompresa: ama e cammina! Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce De la terra cercai; chi avria potuto Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea Fulminato, non vinto. È là, un occulto Pensier diceami, è là sovra la terra Il tuo destin, là di tue prove il campo, Là fra tanto agitar d'odî è l'amore, Là fra tanto morir la vita alberga! Mi trasformai la prima volta: ignoto Corsi la terra, e al caro sole in vista L'uom, la natura e l'esser mio compresi. L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono A piè dei suoi creati idoli il vidi Vaneggiar paventoso, e legar tutta L'anima ardita a un inconcusso altare M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo De la terra sorgea l'egregia pianta D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico Del veggente saper, che i tenebrosi Spirti rischiara, le ruggía d'intorno Con feroce divieto; onde alcun mai Coglier non osi ed assaggiarne il frutto. Fu allor che con sottile arte la mente Degli uomini tentai: simile a Dio Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto; E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa Brama, un'ardente, inestinguibil sete Di saver, d'indagar l'ombre, che folte Gli addensava d'intorno il Dio nemico, Morse gli uomini tutti; e qual più viva Sentì in cor la mia voce e il poter mio, E per vie non segnate oltre si spinse Al confin de la pavida ignoranza, E interrogò con l'intelletto audace Le piante e gli animai, la terra e gli astri, Quei di mago ebbe nome e di ribelle. Piombò quinci su'l capo ai maledetti Figli di Cam la collera di Dio, E assai d'essi perîr, non la pugnace Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse, Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo. D'orgogliose speranze io mi pascea Secretamente, ed oltre un mar d'affanni Prevedea su la terra il mio trïonfo; Ma fulminato dal geloso Iddio Nuovamente io piombai nei tenebrosi Baratri de la terra, ove il superbo Sdegno del petto e il mio dolor nascosi. Ivi scendea talor qualche gagliardo Intelletto di sofo o di poeta, A cui fu colpa il propagar le nuove Apocalissi del pensier mortale. Rïardea la speranza entro al mio petto Co'l suo venir, però che per ciascuna Stella, che al fronte di Sofia s'accende, De la Fede su'l crin spegnesi un sole. Così durai gran tempo, e non già pago De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque Un fantasma d'amor, sempre in cor mio Una voce incompresa: ama e cammina! Ritornai su la terra. Un mansüeto, Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio, Predicava l'amor. Debole e solo Egli parea, ma tutta era con esso L'umanità. Stetti pensoso e muto Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi Egli pugnò; vinse morendo: cadde Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno Che tutte dopo a lui volgersi al cielo, Per cercarlo, vid'io l'anime umane, E su la terra derelitta e mesta, Come in carcere vil, gemer la vita; No, vittoria non è, gridai da l'imo Petto, e furente mi scagliai per quanta Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia; No, vittoria non è questa, che il tempo, L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide; Amor questo non è, ch'entro a una fatua Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo Cheto soppone a qual che sia flagello! Braccio e pensier, moto e conflitto è amore; Campo d'opre comuni e di travagli, Non èremo la terra; uom, che nel pianto Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta, Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo! Tremâr le infeminite anime al grido Del mio potere; e Dio, fatto più forte De l'umano terror, me per la mano Del suo fido Michel di ceppi avvinse, E percosso e ferito indi nei cupi Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne Securamente vincitor. Dai ceppi, Dagli abissi io balzai, giovine eterno, E mutando me stesso in mille guise Ebbi regno nel mondo. Una venale Turba di sacerdoti a cui nel nome Abusato del Cristo, agevol cosa Era il far degli altari empio mercato, Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno Degli uomini imputò; strani sembianti Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso D'ogni umana salute e d'ogni amore Il mio nome suonò; ma in faccia a questo Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro: Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto Su l'umane coscienze s'assidea L'infallibile Domma: un paventoso Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo, Che il mortale Pensier di ferri avvinto Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba. Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni; L'ignoranza dei popoli il suo scudo, Ed armi sue l'anátema e la scure. Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga Cosa per lui la sitibonda brama D'ogni saper; frutto vietato il vero, Colpa il voler, la libertà delitto, E allora, oh! allor, superbamente il dico, Menzogna, error, colpa e delitto io fui! -
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