| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Mario Rapisardi Lucifero IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
|
CANTO NONO.
ARGOMENTO.
Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi. - Pettegolezzi divini. - Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione. - -Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America. - Apostrofa alla Spagna. - Arriva nel nuovo mondo. - Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni. - S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.
Con quest'alte speranze e queste cure Si partiva l'Eroe, mentre più vasto Per la rigida notte infurïava, Turbinando, l'incendio. Arder parea La terra intorno, e correr sangue i fiumi, E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni, Come abisso di morte, aprirsi il cielo. Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo Dei feroci olocausti, e balzâr tutti Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa Che sbucan da le pingui arnie ronzando Le pecchie industri, allor che il dispettoso Villan, che con obliquo animo guarda Al prospero vicin, l'aride ammucchia Secce del campo, e presso agli alveari Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola. Sorser così l'alme beate, e primo Al veroni del ciel, trepido, ansante Di recidiva voluttà, la via S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti Zelatori del Cristo, e: - Li han bruciati, Li han bruciati? dicea; son tutti rei, Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo, Sol di roghi la terra! - - Ah! ch'io li veggia, Gridava dietro a lui, feroce in vista Il terror di Toledo; e con aperte Nari spirava quella crassa, impura Mefite, che a le fiamme orride mista Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo; Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva De le ree carni abbrustolate, ascolti Il rantolo supremo, e sperda a' venti Con questa man la polvere esecrata! - Sporge in tal dir la gialla testa, in cui Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini; Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche Scarne man vibra come artigli, e, tutto Tremito i polsi, la sanguinea bocca, D'un lungo, giallo e mobil dente armata, Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri Urli interrotti da le fauci avventa. A l'aspetto feroce inorriditi Portan gl'innocui serafini al volto Le miti ali e le palme; e solo allora Che sentîro il clamor de le sorgenti Dive, si diêro a sogguardar furtivi Fra le dita e le penne. In simiglianza Di pingui anatre, allor che da l'erbosa Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura, Al subito apparir d'un orgoglioso Cigno, di laghi imperator, si danno Clamorose a fuggir; sbatton le brevi Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi Del padule vicin tuffansi in frotta; Folte così, così confuse e punte D'improvviso timor sorser le dive Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora La rigida modestia e il curïoso Sguardo dei circostanti angeli e il loco Dimenticando, fuor dai nivei pepli Libere consentían le rosee forme, Che, fresche, acerbe e roride sì come Pesche soavi che l'aurora imperla, Inducean le celesti anime a un senso D'indefinita voluttà. Le vide Da l'antico suo seggio il profetante Re di Sïonne, e abbandonata al piede Caddegli la vocale arpa; nel petto Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari Occhi e fuor da le labbra avide il senno Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco, Di sotto il braccio egli venía soffolto Da la diva Teresa: una vegliarda D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano Piacer, che le vulgari anime adesca, L'involò tempestivo; ond'ella, esperta Del futil gioco de la rea fortuna, Al suo divo amator l'alma concesse. Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra È il nome suo. Ringiovanita e bella, In pregio de le sacre estasi, al Nume Dilettissima vive, e a lui sorregge, Antigone pietosa, il passo infermo. A l'appressar del Dio, taciti arretransi I minori Celesti, e in duo partita S'apre la folla riverente. Un aureo, Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda Opera di ricamo, in cui la diva Lucia, maestra d'ingegnosi uncini, Esercitata avea tutta ad un tempo L'ammirabil perizia. A lei ministre Furon le vigilanti ore, e compagna La rigida pazienza; e non di perle, O di rari smeraldi e di rubini La cara opra abbellì, ma, tutti presi I riposti, ozïosi astri dal fondo Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe Adamantino, e al divin seggio intorno Con sottile d'acciaro ago l'infisse. Ivi il Nume si asside; il formidabile Sopracciglio fatal tre volte inchina, Scote tre volte l'ambrosia canizie, Serra il valido pugno; e al cenno usato Svegliasi da le sante arpe il concento Dei melodici salmi. Apresi il varco Tra' folti angeli allor la previdente Brigida, e tutta rigorosa, in vista Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo Favellar, che Gesù destale in core, Quando il buon Dio con subita rampogna; - Brigida, figlia mia, le dice, smetti Per carità l'antifona noiosa: La san perfino i paperi: i soldati, Che legaron Gesù, fûr centocinque; Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia, Novantadue; le prezïose stille Del sangue, che sul Golgota egli sparse. Due milïoni; centomila gocce Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta Rivelata al dottor di Chiaravalle... Ma, per pietà, finiscila una volta Quest'insulsa scilòma! - Indispettissi A tal parlar la vergine Maria, E con umile sguardo e cor severo: - Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo, In verità questo parlar non parmi Degno di voi! Che! non vi par ben fatto, Che si onori mio figlio? - E figlio nostro! Battendo l'ali e pipilando, aggiunse Il Colombo divin; Brigida a dritto Lo ricorda ai beati! - - Aüf! rispose, Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio; Io non ne posso più di questo eterno Bisticciar fra di noi! Non son padrone D'aprir la bocca e darle fiato! Questa Divinità, che non è tre nè uno, Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo, E tre son troppi! - Ammutoliron tutti A l'acerba parola. Allor lo sguardo Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo Del raggio dei vicini astri, la mano Tremula pose tra la fronte e il ciglio, E affisò lungamente, un sospir trasse Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne: - Quello, disse, è un incendio! - Al suon temuto De la voce di Dio restâro immoti Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti, E, pago il cor del rivelato enimma, Tornò ciascuno a le celesti alcove. Non però torna il re dei Numi, o al sonno Crede le membra, abbenchè lasse: in parte La più remota ei si ritragge, e seco Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi Questa gli s'adagiò; tutto gli prese Fra le morbide mani il capo augusto, E il baciucchiò teneramente. Assòrto In un triste pensier nulla ei sentía La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte Li astuti gli figgendo occhi d'amore: - Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso E tacito così, mai non mi fosti Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza Di sparger di novelli astri la faccia Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni La superbia de l'uom? Fulmina: è tua L'eternità! - Sorrise amaramente, Scrollando il capo, il divin Padre, e, - Acerbi Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami, E quasi punta di crudel sarcasmo Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni, Credula come sei, porta la fede La semplicetta anima tua; veleggi I cari regni de l'amor, nè sai Quanto abisso di morte e di dolore Sotto a questi vegghianti astri si celi! - Punse tal favellar l'orgogliosetta Alma di lei, che tutti aperti e chiari I misteri del ciel correr presume, E, di vivo rossor la guancia accesa: - E che dunque, esclamò, questa mi vale Presenza tua, se al guardo mio si asconde Parte alcuna del ver? Veggente e diva Sol di nome son io, quando sostieni, Che, di tenace error l'anima avvinta, Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva! - E a lei con dolce, carezzevol piglio, Palpando il collo flessuöso e il crine Rispondeva il buon Dio: - Già da gran tempo Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre Dietro senza neppur farti uno zitto; S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa È tutta mia! T'ho ridonato il riso Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili Vaneggiamenti d'un celeste affetto, Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi Del mio paterno amor non dubbio segno? Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta! - Smesse il labbrino, e radïò d'un riso La bellissima santa, e, poste al seno Con garbo puëril le braccia in croce, Si guardò, s'assettò, scosse la bruna Testa, a svïar dal fronte piccioletto La crespa ed odorata onda del crine, E tutta ne l'udir l'anima accolse. - Non sorrider così, cominciò il Nume Con sospirosa voce; occulta, orrenda Cosa io dirò, tal che nessun finora Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse Di tal secreto e dei miei casi a parte, Rubellarsi vedresti al regno mio Le angeliche sostanze, e qual notturno Spirto d'inutil sogno irne in dileguo La mia superba autorità. Se dunque Di tanta confidenza oggi t'eleggo Secretaria e custode, e tu ten mostra Degna co'l seppellirla entro al tuo petto. - Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno La santa giovinetta, e portò al core La man picciola e bianca. Il guardo in giro Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca Su l'orecchio di lei; la man distesa Fra la bocca e l'infida aria interpose, E mormorò: - Nulla son io, non sono Che un forte e secolare incubo, imposto Da la paura al sonnecchioso Adamo! Guai se si sveglia, guai! - Balzò a tal detto, Come da subitano estro compunta, La dea, che bruno e inanellato ha il crine, E pallida, stupita, senza voce, Senza moto restò, tal che scolpita Immagine parea. Sciolse ad un tratto Al pianto insieme e a la parola il freno, E, battendosi il petto: - Ah! disse, è vero, Che Dio mi parla? E non è sogno il mio? Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono? O tremenda parola, ahi! s'è pur vero, Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo, Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia Vuota sostanza incenerisci e annienta! - Poi riprendea: - Tu non sei Dio? Non sono Opera di tua man questi diffusi Mari di luce e questo ciel? - Tal suona La fama, è ver; ma in verità, te'l dico: Assai prima ch'io fossi erano i cieli. - - Ma la terra, ma l'uom? - - Tu accenni al loco Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto Di Lucifero alunno! - - E a che dormenti Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore Terra e cielo avvolgeano. - - Ha tal d'acciaro Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo, Che le saette mie sfida e dispregia! Ahimè! vicino ai regni miei già miro Torbidi sovrastar gli ultimi soli! Già tapina esular di terra in terra Veggio tra le fugate ombre la Fede; Con flagello di foco insta, ed incalza Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno De l'incredule genti; e s'io qui resto D'ozî vulgari e di silenzio avvolto, Qui tra poco vedrem superbo e forte Sorger sovra il mio trono il mio rivale! Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla, Fra il disinganno incerta e la paura L'anima balza, e si scompiglia il senno. Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine Rompe in subite risa; il lembo estremo De le candide vesti in su la bella Testa rivolge, e così a mezzo ignuda, Una strana canzon canterellando, Per la reggia del ciel sgambetta, e ride. Molte fiate tornò limpido e lieto Su la terra il mattin; molti su' fiori Versò brine dal grembo e rai dal crine La bellissima Aurora; e chiuso intanto Entro al mondo de' suoi splendidi sogni L'alto oceán Lucifero trapassa. Poi ch'a la rea città volse le spalle, Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe Arti cercò, per cui rigida e avvinta Nei suoi ferrei statuti il mar governa; Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde Stirpi, a l'onor di libertà ridéste, Dal magnanimo cor volse un saluto. - Voi felici, esclamò, quando su'l dorso D'un ignifero pin credeasi ai flutti, Voi più volte felici, ove, le impronte Ire dimesse e le civili erinni, Tutte verrete a far corona e scudo Al sabaudo monarca! Ai suoi governi Arti oblique e malfide armi, riparo Di trepidi tiranni e d'alme imbelli, Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio Di sola Libertà l'anima assente; E, in bionda età senno canuto, alteri Ai sovrani del mondo esempi insegna. Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto Dagl'iberici petti anco si cura Libertà con giustizia, a lui d'intorno Serratevi, e del cor, più che del braccio, Custodite il suo trono! Ira di avverse Parti, d'invidia alimentate e d'oro, Romperà allor contro al suo piè, qual foga Di torbidi torrenti ad ardua rupe; Da le rive del Tebro, auspice amica, Sorriderà l'itala donna al raggio Del fraterno vessillo; e su la sponda De l'orgoglioso Manzanàr la diva Libertà, le robuste ali raccolte, Gioirà l'ombra dei sabaudi allori! -
Così mescendo vaticinî e voti, Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso Da l'uom domato imperversar dei nembi;, E tu, assiso a la prora, in simiglianza Di grandissima fiamma eri, o Colombo. Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote Dei fiammanti uragani; urlano al vento I segati cicloni, e nei profondi Baratri incatenate, a l'uom che passa Le procelle del mar piegano il dorso. Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda Libertà, salve! O sia, che de l'aeree Ande selvose ami la vetta, asilo Del superbo condoro; o che ti piaccia Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre Di vergini foreste errar su'l dorso Del corrente giaguaro, il cui ruggito Quando sorge o tramonta, il Sol saluta; Grande ognor, se dal doppio istmo le schive Genti nei socïali ordini aduni; Grande, se per deserti orridi il grido Al perpetuo ulular mesci dei venti, O più t'aggrada perigliarti al balzo Di sonanti cascate, e dar concento Di selvagge parole ai boschi e al cielo. Tu nei golfi insüeti il pino ibero Primamente accoglievi, e le ritrose Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude, Con lungo studio riducevi al rito De' giapetici imperi. Onde fu visto Spezzar lo strale e abbandonar le selve Il fierissimo Pampa; e giù dai monti De l'indomo Uraguai scender l'imberbe Nomade che il color d'ambra ha nel volto; E, al corpulento Patagòn commisto, Dal profondo Orenòco erger l'ignude Membra pasciute di schifose argille Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo, Tua mercè sola, del civil convegno. Per le vaste città, fra' popolosi Commerci, a respirar l'aure vitali Di quei giovani climi, al mondo ignoto, Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio D'alte speranze e virtù nuova attinse. Un dì per le sonore ombre movea D'un'intatta foresta. Invïolate Da umana scure, indocili al veggente Raggio del Sol, gelosamente intesti Tendon le secolari arbori i rami, Ove di tutte sue virtù ad un tempo Le sconosciute pompe Iside spiega. Come in tempio infinito, ivi si aggira La divina matrigna, e tutta appella Sotto agli sguardi suoi dai varî climi La numerosa vegetal famiglia, La qual, superba de la dea presente, Rigogliosa e gigante occupa il cielo. Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi Balza la bella Primavera, e, stretta Con insolito amplesso al fresco Autunno, Tempra l'aure vitali; e quando i rami Di mai veduti fior l'una inghirlanda, L'altro, furtivo sorridendo ai fiori, Con selvatica man gli arbori impoma. Con temperie diversa al loco istesso L'arborea felce ivi tu ammiri accanto Al rigido lichene; a' molli orezzi Dei vitali palmîzi, a l'odorate Del profetico cedro ombre ospitali Svolgon le foglie flessuöse e snelle Le giganti gramigne, e sempre verdi Spiega l'artico musco i suoi tappeti. Qui l'indico banano apre le braccia Provvide indarno di nettaree frutta; Qui, impervio ancora al trafficante avaro D'ingrati climi e da ogni ferro intatto, Serba il purpureo sandalo odorato Le rosee tinte e la gentil fragranza; Qui, stupendo a saper, quella s'innalza Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri Da le rocce infeconde erger la scarsa Chioma e scovrir le povere radici Fuor del sasso natío, mentre co' rami D'ogni ombra avari si trastulla il vento; Ma egregia pianta e prezïosa, allora Che al nascente mattin, fuor dagli aperti Libri deriva, e versa intorno un'onda Di balsamico latte. A lei, se tanto Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra, Corre il nomade adusto, e leva un grido D'insolita letizia; trafelanti I figliuoletti accorrono, e, d'attorno Tripudïando al caro arbore, il labbro Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core. E ove te lascio, o provvido e pietoso Abitator di torride contrade Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi Dirittamente come palma, e vinci Pur la palma in virtù, ben che a lei pari Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie. Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura Di curvi aratri e di lanosi armenti, Non pure offri spontaneo asilo e cibo, Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno, Di schietta acqua e di pan candido e dolce E di liquido latte e di vin puro E di vesti e di case e d'ogni adatto Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena Dei rami tuoi beato i dì produce. Ma chi tutta diría la pompa e i mostri Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto Cacto grandeggia, come cereo immane; Ivi a quella di Pesto emula ignota L'odorato e gentil calice innostra Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno Onoranza e virtù di prezïosi Medici succhi, o nominanza orrenda Di fulminei veleni, indifferente, O sien radici o fiori, Iside spiega. Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri D'intrecciate vainiglie e di lïane Lunghissime a le chete aure pendenti Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami, E or di cupole in guisa, or di cortine, Or di fioriti padiglioni e d'archi, Lussureggian di aspetti e di colori Al queto occhio di lui. Di strane voci E di strilli e di fischi e di pispigli Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva Quella solenne immensità, vaganti Stormi, non sai se d'animate gemme, O di fiori volanti, o ver di augelli, Tra le foglie s'inseguono, o procaci S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio Stupidamente al ciel mandano il grido. Sente il superbo Vïator quell'ampia Solitudin di cose; e al tanto aspetto De l'eterna rival l'animo esalta, Come rubusto ed animoso atleta, Che pronto e fiero in sul diviso aringo L'avversario mirando a lui di fronte Qual fondato edificio alzar le membra Valide e salde e provocar l'assalto, Ne l'impavido cor crescer più sente L'anima avvezza; agli allenati fianchi Batte le palme; le nodose braccia Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo, Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido. Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo Di splendide speranze il cor donando Nuovi trïonfi del Pensier vedea Su l'immensa natura; e: - Verrà giorno, Madre altera, dicea, che queste occulte Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia Verginità di questi boschi al rito Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste Sconosciute vallèe, mutati in lievi A lo spiro dei venti ampii navili, Quest'ardui tronchi correran su' flutti; E rigogliose e riverite, assai Più di queste a te sacre are romite, Genti e città qui fioriranno al raggio Di benefiche leggi. Altero e cinto Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto Da l'industre fatiche, e monti e abissi Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero, Sotto auspicio miglior sorger vedrai L'opre e i commerci de l'Arìane genti. - Così dicea, gli anni veggendo, allora Che tra' folti cespugli, in capo al verde Tortuöso sentiero un gli si offerse Pensieroso pitèco. A un'indïana Canna appoggiato, a lenti passi e gravi Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso D'un ingrato pensier l'animo inchina. Al rigido cipiglio, a la rugosa Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno Fa due siepi la barba, un lo diresti Anacoreta pio: tal forse apparve Il santo onor de l'arenosa Coma, Quando, schivo del mondo, a' più deserti Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse, Visto appena l'Eroe, forte uno strillo Mise, e incontro balzògli, a quella forma Che al petto del fratel corre il fratello, Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni Fuor del tetto paterno. Si ritrasse Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo Con la riversa man lo slancio ardito Troncò. Di subita ira egli s'accese, La lunga coda saettò, battè Rapidamente le palpebre bianche E i labbri sottilissimi, e in acute Voci proruppe: - O to', non siam fratelli? Non siam da un padre sol tutti discesi? O che crede davver, che sia piovuto Dal paradiso, e che il signore iddio, Tolto il mestiere di burattinaio, Sia sceso in terra a prendersi la bega Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto! Le manca proprio il sale! E che cipiglio! Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca. Guardi un poco il su' cranio e questo mio, E poi mi sappia dir! - - Molto sapiente E molto ameno in ver tu sei, rispose Lucifero, e fior fior del labbro arguto Un sottil sorridea riso tagliente; Or sì che possiam dir, che in ogni dove Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla Meraviglia ho di ciò: molti a te pari Han dottrina fra noi! - - Nè meraviglia Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto È concesso il sapere? Oh! guarda un poco, Che la madre natura abbia a lor soli, In grazia de la lor vertebra ritta, Nascosto fra la zazzera e gli orecchi D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta; Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie Solitudini nostre anche sorride De la Scïenza avvivatrice il raggio; E fratelli siam noi! Da la materna Asia, ad ambe le specie inclita culla, Venne a catechizzar le nostre genti Un vecchio, dotto e reverendo urango, Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto, Dopo lunga ignoranza, il ver palese. Bocca d'oro ei fu detto e adamantino Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne Non so qual'orda di dottor tedeschi, L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta E distillò nei lor cervelli adusti La peregrina sua scïenza; ond'essi, Gazze vestite de le penne altrui, Or di tanto saper fan mostra al mondo. Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto Le mille volte, ed io te lo ricanto Per tuo dispetto su la faccia: O figlio Di scimmia, addio! - - Per un par tuo, ragioni A meraviglia. Una catena immensa Iside ha in mano, e non avvien che mai Nel crear s'interrompa: ogni vivente Specie è un anello, ed un anel noi siamo De l'immensa catena, il più perfetto Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire, Con buona pace del dottor gorilla, Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi Han comuni le doti e il nascimento. - - Sissignor, vuol dir questo, appunto questo; La non m'esca dal rotto de la cuffia: Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere, Che l'universo sia creato apposta Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro Lei vedrà, mio signor gonfio di vento, Se noi libere scimmie incivilite Verrem fra loro a reclamar tal dritto! - - Provatevi! Ci son gabbie e catene, Fra cui strette per ben, sarete esposte A dar di voi spettacolo ai fanciulli! - - Lei non sa che si dica! Io le perdono, Perchè sono evangelico! O che crede, Che noi libere scimmie incivilite Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia! Noi siam da più di loro! E le par poco Saltar pei rami, saccheggiar foreste, Gioir la voluttà per fin da soli Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla, Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso Predicherò l'origine comune, L'eguaglianza dei dritti in fra le specie E la comune libertà! Dovessi Suggellar co'l mio sangue il parlar mio, Vuo' diventare apostolo; e, infilati Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta Cattedra di Darvino a dar responsi! -
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2008. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |