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| Mario Rapisardi Lucifero IntraText CT - Lettura del testo |
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CANTO DECIMO.
ARGOMENTO.
Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le sofferenze dell'umana natura. - Lotta con un giaguaro, di cui rimasto vincitore, abbandonasi al sonno. - Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai dolci vaneggiamenti d'amore. - La giovinetta silenziosa si tramuta a un tratto in un orribile fantasma. - Iddio, vedendo così travagliato il suo avversario, crede agevole impresa il domarlo. - Lascia il letto, cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra. - Trova Lucifero, e cerca da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente. - Liberatosi indi a poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara. - La schiava nera e lo schiavo bianco.
Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi Co' crepuscoli al piè la notte amica; E di mille colori ornati e cinti Le si sveglian sul capo astri e pianeti. Malinconica e muta ella riguarda Ai rei travagli de la terra, e spira Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno. Salve, o splendida notte, inclita madre Di dolcissima quiete, o che ti piaccia Covrir d'ombre pietose amor furtivo, O svelar tutta a uman guardo l'audace Visïone degli astri e l'universa Armonia, che ne fura invido il sole. Da le cupe foreste, ove si aggira Il signor de' miei canti, io chiamo indarno La bellezza dei tuoi Soli e le gemme Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto Gli arde la luce de le sue speranze. In compagnia de' suoi fantasmi, a pena Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo Fuor del dritto sentiero, a una deserta Arida balza d'ogni vita priva Era intanto venuto. Irte d'intorno, Come a guardia del loco orrido e scuro, Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa Di biancicanti scheletri; fuggía L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna Fra le nubi correnti, e imprigionato, Come chiuso leon che tenti un varco, Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento. Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta Punta di fame gli mordea le parche Viscere, e dentro al seno arido e stanco Una brama di vive acque e d'aperto Aere e di luce gli serpea. Sgomento Non però n'ebbe al cor; ma con superbo Animo accolse la terribil prova, Poichè gli è grato comportar travagli Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica Forza del pane il mortal corpo allena. Vago di nuovi casi, occhio ei non piega Ad alïar di lusinghevol sonno Da la tacita e grave aere cadente; Ma nel caro pensier volge le prove Dei suoi buoni mortali, e traforate Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti Per lo seno del mar parlanti elettri. Su per l'aride rocce ode in quel punto Come un confuso affaccendarsi e rotto Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia Suon che mandi uman labbro e noto segno Di cacciator, quando tra' folti grani, Di cui mareggia interminato il campo, Modula il fischio a ravvïar l'amico. Ma voci eran d'augelli, a cui concessa È una strana virtù: fischiano al vento Siccome uomini veri, e illudon l'alma Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso Ogni spirto di lena e abbandonato D'ogni raggio di speme e di salute, Su l'inospite landa il corpo gitta. Ben al grido fallace a mala pena Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura Tutta la fuggitiva anima intende, E forse in quel momento al cor gli torna Il dolce aere natío, l'abbandonata Casa paterna e de la madre il pianto. Sorge, aspetta, ricade, si strascina Delirando fra' sassi; a un grido estremo Schiude l'aride labbra, un rauco suono Gli geme entro la gola; adugna e morde L'avara terra; e il ciel rigido intanto Sovra il capo di lui splende e sorride. Così a le disperate anime insulta La beffarda natura! Al suon fallace Sorse l'Eroe, nè stette in forse. - Or tutto Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri; Arida e morta è questa valle, e segno Di salute non ha; vadasi. - E preso L'aspro sentier, non pria l'orme contenne, Che un ampio fiume e la foresta attinse. Chiare e sonanti dirompeano l'acque Fra due tra loro opposti e coronati Di negra selva smisurati monti, Al cui piè si stendea facile e molle D'erbe infinite ed odorose il piano. Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo Dei radïanti plenilunî, un'ampia Vela il dirai, che il marinar su' negri Aprici scogli a rasciugar distese; Ma se più ti fai presso, un fragor cupo D'immense acque tu senti; al ciel, conversa In polve minutissima, tu vedi Balzar la ripercossa onda, e in un velo Confonder gli astri ed annebbiar la valle. Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte, Ove men cupe si schiudean le sponde, E avean meno di bosco ombre e paure, La fresca linfa disïando, scese Per la lubrica china; insinuössi Fra' canniferi greti, e ne le cave Palme attingendo i prezïosi umori Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda Con giocondo piacer le braccia infuse, E battendo le pure acque, più volte Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine. Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe Del cammin tanto e de l'ingrata arsura, Che un vicino il percosse ululo e un lungo Scoppio di strida e di commosse voci Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi Urti crollavan bruscamente i rami De la selva vicina, e quindi e quinci Confusamente saltavan strillando Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda Lucifero balzò; lo sguardo in giro Mosse esplorando: tenebroso intorno L'aere gemea, mentre due roggi, acuti Punti fendean, come infocati dardi, Sinistramente de la notte il seno. Muti muti pe'l negro aere procedono Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi; Or tra cespugli del sentier s'involano, Or più vicini e più funesti appaiono. Sta Lucifero intento; e, certo omai Che insidiosamente a lui si appressa Il terribil giaguaro (un'omicida Belva, che, a par del tigre agile e grande, Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno, E boschi e fiumi d'ogni strage infesta) Tenea l'anima accorta in due sospesa: O che indietro si tragga e si nasconda Nel contiguo canneto; o su l'aperto Sentier l'orrida belva aspetti al passo. Senno miglior questo gli parve; e, tutta Con alato pensier l'alma percorsa E con subito sguardo il loco intorno, A la lotta si accinse. Era in quel punto Tra' fitti rami penetrato un fioco Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno, Ivi a caso giacea: dai circostanti Gioghi a valle caduto, una regale Possa parea, cui da' superbi troni Una vendetta popolar sconfisse. A lui corse l'Eroe; con ambe mani L'afferrò, lo levò: le ferree braccia Sovra il capo distese; un dietro a l'altro Pontò i validi piedi, e tal si tenne L'irto mostro aspettando. Orrido un grido Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi Sanguinosi baleni: a terra il bianco Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa Peli del dorso, e di serpente a guisa Strisciando si divincola. Qual suole Paziente pescador, che, intento a l'amo, Entro a le trasparenti acque del lago Vede a un tratto guizzar cefalo o trota, Quanto più può su' nereggianti sassi Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza Destra, che regge la pieghevol canna, Serra validamente, e, vista appena Pullular l'onda e tendersi la lenza, Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce; Così tutt'occhi e senza voce o moto L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta, Che con feroce voluttade allungasi Su l'erboso sentier, vibra l'accorto Sguardo, e sbuffa così che par che rida. Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto Tentò un passo impaziente, e scagliar finse L'elevato macigno, urlò, ritrassesi, Il corpo agglomerò, sul ventre osceno Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno La valle ampia e tremare arbori e rupi, Non però il petto de l'Eroe: di tutto Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero Assalitor fermo l'oppone, e al petto Gliel dà così che lo travolge, A terra Piomba la belva, e non sì tosto il suolo Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera Salta, e si avventa a più mortale assalto. Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso Pazzamente si vibra, e senza posa L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi. Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira Smisurata del cor, che giù d'un crollo Rovina anch'ei su la percossa belva. Or più fiera è la lotta: in un sol groppo, Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche, Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo Di rauche voci e di ruggiti; a rivi Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti Ferocemente in amplesso di morte Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano Fra le spine, fra' sassi e le nemiche Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino Vengon così. Pende sul negro abisso Una fitta boscaglia, a cui la foga Dei sonori torrenti ignude lassa Le nodose radici. Ivi, protette Dai folti rami, e dal burron difese, Godean sede tranquilla e secol d'oro Una tribù d'amene scimmie. Il fiero Caso le tolse agevolmente ai sonni, E la lotta avvisando, a salti, a strilli Facean pazza baldoria; e, qual con mano Qual con la coda attorcigliata a un ramo, Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina, L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente Catena sui pugnanti ospiti, a cui Or tiravan sul capo una selvaggia Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso Di lor scendeano a provocar le due Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli. Non però si ristanno, o svolgon l'ira Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso Il ciglion de la balza; a lui su'l petto Insta la belva: con la bronzea destra Ei l'abbranca a la gola; al perigliante Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi A le dense radici. E già su'l volto Qual d'aperta fornace il vampo ei sente De le putide fauci; a caldi sprazzi Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca Una bava sanguigna; un rugghiar cupo L'assorda; e già de l'arrotate zanne Contro a le tempie sue crocchian le punte, Quando tutta con fiero urlo chiamando La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio Dà su'l dorso così, che sorge a un punto Libero in piè, mentre da lui travolta Precipita la belva, e giù nel fondo Burron piomba rugghiando, e l'aere introna. Lacero e stanco il vincitor si asside Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi Giù per lo collo gli discorre ai fianchi Misto al sangue il sudor; corto e sonante Dal suo petto affannoso esce il respiro; Un cozzar di confuse opre e di cose Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra; Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto Di bizzarre faville e ceffi strani Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno. Come nei procellosi artici mari, Quando aquilon più li flagella, a stormo L'irte dïomedèe saltan su' flutti; Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo Del travolto oceàn mescono il grido: Vede il nocchier fra le stridenti antenne Svolazzar le sinistre ali, e maligni Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada; In simil guisa de l'Eroe dormente, Nel turbato pensiero orride e scure Venían fantasme, e gli scoteano i sonni. Ma come avvien ne l'incostante ottobre, Mentre un subito nembo apresi e versa Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola, Fuor da le plaghe occidental si desta Una provvida brezza; un chiaro e bello Occhio d'azzurro si dischiude in cima De la bruna montagna; a par di dardo Da l'arruffate nubi esce un diritto Raggio di Sol, che i sommi arbori indora; Brillan le foglie susurrando, e tutti Odoran timo e nepitella i campi; Tal fra' torbidi sogni una tranquilla Visïone d'amor tacitamente Sorgea ne la commossa anima, e al cheto Ventilar de le penne vi spandea Il mesto raggio d'una rosea calma. Come talor nei lucidi cristalli, Che ne stanno di contro, una diletta Forma veggendo, a lei con l'alma in festa Drittamente corriam, nulla avvisando La virtù del riflesso; in simil guisa Entro a un candido sogno avvolta e viva Nel pensier del dormente Ebe splendea. Balzagli il core a tanta vista, e aperte Le braccia: - Oh! vieni, le dicea, deh! vieni Su'l petto mio, dolce alimento e pace Dei travagliosi giorni miei! Sorride, Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita D'ogni speranza mia; splendon più vivi Gli ardimenti de l'alma, e più vicino Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo! - Co'l perdono negli occhi ella assentía Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni Del primo amor. - Da pochi giorni il sole Sul mio capo splendea: festa di fiori Era tutta la terra; e tu, regina D'ogni candor, mi sorridesti come Sorridon l'alme, allor che un'amorosa Forza le chiama ad apparir negli occhi. Oh! che giorni d'ebbrezza! - Ella a quei detti Pensosa e scura divenía. - Ricordi, Ei riprendea con sospirosa voce, Oh! ricordi quei dì? Facil conquista Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi Crudelmente da te; deserta e chiusa Nei dïafani sonni ti lasciai, Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo! - Ella piangea. Qual trepida fiammella, Che s'assottigli a l'apparir del giorno, Tal poco a poco si facea più bianca La pietosa fanciulla, e a poco a poco Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti Trasfigurando, un'orrida assumea Mostruösa sembianza: ispide e negre Di sozza barba ambe le gote; attorti Di tizzi ardenti e di serpenti i crini, E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto Occhio, senza palpèbre immoto e tutto Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa Sorgea dal suol nera, diritta, immensa, E un gemer lungo al sorger suo si udía E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande, E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge. Tocca il cielo co'l capo, e con la negra Pelosa man, che immensa apresi, afferra L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso Nembo di notte si rovescia allora Su la terra infelice; ingordi e vasti Mille sepolcri si spalancan; passa Sibilando la Morte; e s'ode un fiero Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi. Così il lungo digiuno e la fatica D'una ad un'altra visïon trabalza Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso, Il Signor dei celesti: - Ora è stagione, Disse in cor suo, che il mio rival conquida! - Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto Che il veloce desio; s'avvolse un manto Ampio, turchino come ciel d'autunno; A la fredda canizie un vasto impose Tricuspide lucente, e, sotto al braccio Un aureo accomodando orbe stellato, Simbol de l'universo, al più vicino Dei presèpi del ciel cheto avvïossi. Ivi, poichè di Giosuè la verga Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne, E impietriti restâr di sotto al giogo I fulminei cavalli, una falange D'umili sì ma intelligenti onàgri Pasce in greppie d'argento orzi ed avene Di tal virtù, che nel lor sangue infonde Gaio tripudio e giovinezza eterna. Non appena sentîr sovra la soglia La presenza del Dio, tutti in un punto Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie Lievemente anelando; e, a lui rivolti Con dolci e riverenti occhi, la voce Del comando attendean. Videli il Nume Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno, Che tutto può, volse a te solo, o illustre Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso (Premio dell'opra, onde immortal tu vivi) Crescon due luminose ali, per cui, Pregio da tutti invidïato, e solo Da Dio concesso a le beate essenze, Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi. Tu presentisti il divin cenno, ed ambe Le ginocchia piegando appo a la ferma Con chiovi adamantini aurea predella, Offeristi umilmente il dorso alato. Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne Con ambe mani a le pietose orecchie Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti Fianchi gli strinse le ginocchia inferme, Gli occhi serrò, diede la voce, e via Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra. L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo Più nel pensier che ne le membra affrante, Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio Lasciò il volante corridor; si eresse, Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave Cipiglio assunse, e a misurati passi Movendogli d'incontro, in tuon solenne: - Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso, Che Dio di tutto e re del ciel pur sono, Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto Dal cenno mio sotto al mio piè, potría Scatenarsi al mio cenno il saettante Fulmin, che a par d'ogni superba altezza, Le sdegnose e proterve anime adima. Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi La mia pietà. Stanco non già, ma schivo Di pugne io son: di nostre pugne assai Travaglio ebbe la terra; assai di umane Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro Con paterno dolor quest'infelice Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto Di tue promesse e la vittoria aspetta. Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri Tu, che da le fallaci ombre presumi Redimer l'alme dei mortali, a cui, Ira e invidia non già, ma provvidente Consiglio mio gli ultimi veri asconde. Sgombra adunque la terra; abbian riposo Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero Scenderà su'l tuo capo il mio perdono. - - Di perdon parli e di pietà, proruppe Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte Le sciagure de l'uom colpevol vivi? Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume, Sol vivente in parole; ond'è, che irato Non ti temo, e pietoso io ti dispregio. Lasciami adunque a le mie cure: avranno Pace le genti, e non da te; nè pace Neghittosa e servil; di guerra stanco L'uom non sarà pria di saper che vuota Larva sei tu senza subbietto, e quale Or t'addimostri al guardo mio. Potessi Questi sordi, confitti arbori intorno In uomini cangiar! Vedrían qual vana Risibil cosa e imbelle ombra tu sei! - Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira Salì al volto del Nume; e la bollente Rabbia del cor tutta in un punto avría Fuor versata nei detti, ove non fosse Sopravvenuta al suo pensier la luce D'un prudente consiglio. A mala pena Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi Figgendo al suol, morse le labbra, e disse: - Sei forte, il so; ma de la tua fortezza La superbia è maggior, minore il senno. Odimi; sai, che da nemico petto Sorge talora util consiglio, e saggio Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno Anche l'ira dei forti, e chi si ostina A produrla oltre inutilmente, indegne Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce. Or credi a me: son paventose e fiacche L'anime umane, e han di servir mestieri. Ad uom cresciuto in servitù mal giova Spirar liberi sensi: a sua rovina Va tosto incontro; perocchè di tutti Malnato istinto è il dominar; nè vale Esser libero d'altri, ove ad un tempo Di sè stesso è ciascun servo e tiranno. Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta Ambizïon move i tuoi sensi, al mio Giogo abbandona i servi miei: la forza, Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto Altro non è che nome vuoto e nulla! - Sorrideva Lucifero, e un sol detto Non gli fuggía. Con subito consiglio Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero, Dal manto ampio si svolge, e, simulando Fra labbro e labbro un giovïal sorriso, Per man prende il nemico, obliquo il guarda Con gioconda malizia, e: - Inver, gli dice, Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci Con codesti tuoi fumi? A par di me Tu gli uomini conosci, e di sonanti Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli Spingan la fronte, e tu su lor ti assida! Giù dal volto la larva! Hai di me al pari Desio di regno; e, di regnar mal pago Sovra il trono de l'ombre, una più bella Sede nel mondo e maggior gloria ambisci. Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido La terra a te. Vuoi che tremanti e prone Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte Pieghin popoli e re sopra la polve Del tuo santo calzàre? Abiti e modi Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui Nullo agguaglia in poter: brando che uccide È la parola sua, fulmine il guardo; A lui d'umani sagrificî intorno Vaporano gli altari; incatenato Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno Di pontefice avrai! - Commiserando Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa Con voci amare rispondea: - Nemico Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto In una cieca illusïon mi desti Ira insieme e pietà. Quella gagliarda Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi Regnar nel mondo: le facean sgabello Le cervici dei re, luce la fiamma D'umane ostie brucianti; or su la terra La cerco invan. So che una turpe e vôta Larva, inutile ingombro, occupa i templi Di Vatican: stupida larva, il cui Frollo capo cadente invan protegge Co'l sozzo manto il precettor Loiola; Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto Il pontefice e il re! - - V'è tal, che avviva Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi Resuscitarlo. Torneranno i tempi Di Gregorio e di Sisto! - - Ai tuoi soggetti, Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono La libertà. Se udir non vuoi la voce Del mio dispregio, a me parla siccome Si conviene ad un Dio: fulmina! - Un grido Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto Fremebondo si chiuse, e, le beate Groppe al divino corridor premendo, Per li campi de l'aria alzossi e sparve. Torna intanto il mattino, e un'aurea luce Con lo sparir del Dio penetra in mezzo A la densa foresta. Il luminoso Auspicio accolse e giubilonne in core Lucifero; tra' folti alberi un varco Esplorò disïando, e il passo stanco A un villaggio contenne: un mucchio informe Di povere capanne, una su l'altra Addossate su'l fianco a una montagna, Che di bosco e di nubi il capo ombreggia, E giù giù fino al mar scende e digrada. L'abita e còle una diversa gente, Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome De la croce di Cristo, una pietosa Missïone d'apostoli e di santi Giogo impone di ferro e il pan contende. Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno L'usurpata campagna; s'inghirlanda Di gemina vendemmia il poggio e il clivo Lussureggiante, e terre e mandre a gara Recan primizie a le lor mense. Al solco Durissimo fra tanto, a l'aere impura Suda il magro colòno; e, se la verga Del discreto signor non gli distende Le bronzee terga e lo flagella a morte, Ben felice esser dee, che possa un giorno, Dai travagli consunto e dal digiuno, Cader sovra l'aratro, e con le ignude Ossa impinguar del pio padron la gleba. Stanza ospitale il vïator non chiese A signor ben pasciuto, e non sofferse D'aver mensa comune ad orgoglioso Trafficator. Fra poveri pastori Breve asilo ei cercò; si assise al desco De la miseria; e a te, povera Sara, Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa Anima e il dir che umani petti infiamma. Schiava infelice! Era remota e angusta Presso al torbido rio la sua capanna; Era nero il suo volto e nero il crine, Ma aperto e grande era il suo core, e tersa Come raggio di Sol l'anima avea. Fra le miserie di sua vita un giorno Le sorrise l'amor. Furon men leste L'opere di sua mano; impazïente, Immemore divenne; e, sì com'era Schiava due volte, osò levar la fronte E agli augelli invidiar libero il volo! Fischiò sopra a le sue carni la sferza De l'acerbo signor; percosso e vinto Dal feroce digiuno a lei da lato, Sotto agli occhi di lei, vittima cadde Il giovinetto del suo cor. Qual belva Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi; Avventossi d'intorno; e allor che in mesta Calma si assise, e volse il guardo in giro, S'avvide ognun, che a quella derelitta Era insieme a l'amor mancato il senno. Le consentîr la libertà: più tempo Errò, libera pazza; un dì si accorse, Che scevra era di giogo; e se di nuovo Co'l pianger lungo a lei fece ritorno, Qual fido augello, la ragion smarrita, Tosto sentì che nel suo cor deserto Vigile e santa una memoria ardea. Visse d'allor limosinando, e, aperta Agl'infelici più di lei, sorrise Come pòrto d'amor la sua capanna. Quando giunse Lucifero, sedea Sovra un poco di strame, appo la sponda D'un povero lettuccio. Un fanciulletto Pallido, emunto e con la morte in core, Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata A la scura parete eravi un'arpa Lurida tutta e con più corde infrante; A piè del letto un lacero fardello, Un nero tozzo, e rovesciata a terra Una piccola brocca. Il moribondo Mosse il languido e dolce occhio d'intorno, E, qual chi una pietosa alma indovina, Affisò lo stranier tacito, e il biondo Capo crollando, le sparute e bianche Mani al petto portò; baciò più volte Un abitin che gli pendea dal collo, E: - Vedete, signor, disse, vedete Com'han ridotto un misero fanciullo! - E a mala pena sollevando un lembo De la grezza camicia, insanguinato Da recente flagel mostrava il petto, E singhiozzando ripetea: vedete! Mandò un grido l'Eroe; ferocemente Rotò il guardo la schiava: il poverino Mormorava piangendo: - Eran pur belli I monti e il cielo de la mia Cosenza! Ero tanto bambin, povero tanto, E mi parea d'esser felice! Un giorno Mi diedero quell'arpa: io canticchiava Con gli augelli del ciel. Quando lasciai Il mio tugurio, luccicar su'l desco Vidi alquante monete: era sì allegra La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto, Nè le volsi un saluto. Uno straniero, Ch'altri fanciulli al suo comando avea, ' Con sè mi prese: eravam tanti! In giro Strimpellando le nostre arpe si andava Per le città, scalzi, soletti, stanchi, Senza letto, nè pane, al sole, al vento Alle piogge, alle nevi ed alla sferza Del rio padron, cui parea scarso il frutto Di quel nostro accattar cotidïano. L'altrier, consunto dal continuo stento, Un fanciullo moriva: e tanti e tanti N'eran morti così! Ci amavam come Due fratelli infelici: eravam sempre L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro Ritornello io cantava; ei con le scarne Dita seguía su l'arpa a gran fatica La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto Le monotone corde: il poverino Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi Più memoria di me: fuggii la vista De l'odiato signor. Mi trovò il crudo Presso al cantuccio d'una via romita, Che l'amico piangea; mi picchiò tanto, Che mi parve morir. Questa pietosa Da la via mi raccolse. - Ed additando Quell'infelice, che gli stava a lato, Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa La sventurata, e si stringea sul petto L'affannato fanciullo. In su la soglia Splende un raggio di Sol; saltella e canta Un'amorosa cingallegra. Al seno Le tenui braccia il fanciullin compone, Guarda in alto, e sorride. - Oh! non lasciarmi, Così fra' baci gli dicea la schiava, Non partire sì presto! Abbandonata, Vedi? son io; son poveretta e mesta; Io t'amerò come una madre! - Un balzo Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo Sguardo avvivò d'un ultimo baleno, E fieramente mormorò; - Mia madre? M'ha venduto mia madre! - A questa voce Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso De l'oppresso bambin l'alma il seguía. Tacita, con selvaggio atto, a la sponda Del letticciòl si accovacciò la schiava; E tutto ira e pietà fuori a l'aperto Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve Sotto ai passi la terra; al mar si affida Subitamente, e ne l'acceso petto Le remote sospira itale sponde.
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