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| Mario Rapisardi Lucifero IntraText CT - Lettura del testo |
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CANTO DUODECIMO.
ARGOMENTO.
Lucifero giunge in Roma. - La breccia di Porta Pia. - La festa del Colossèo; durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose. - Voce di Ebrei. - Voce di Numi. - Voce di Sacerdoti. - Voce di Santi. - Voce di Diavoli. - Voce del Tevere. - Voce della Savoia. - Voce della Corsica. - Voce dell'Istria. - Voce di popoli slavi. - Voce della Germania. - Spavento dei beati alla nuova che Lucifero è in Roma. - Santa Caterina da Siena, rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con la sua eloquenza il nemico. - Iddio, benchè dubbioso del buon successo, glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà scandaloso spettacolo della sua pazzia.
Poichè avvolse così d'alti dispregi Le parole d'Olimpio e il reo costume, Che risibil comporta il secol nostro, L'auree sale d'Egeria e le tranquille Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe; E a te si volse, o del suo cor supremo Desiro e dei suoi passi ultimo segno, Tiberina città, che tutta chiudi Del popolo latin l'anima e 'l fato.
Date querce ed allori a le recenti Brecce di Porta Pia, date corone Al Sabaudo Monarca, itale genti; E custode di lor l'inno risuone, Che diêr braccia e pensieri E la vita al grand'uopo! Are son fatti Li trafficati e neri Templi dei dieci colli, Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto, Chi al ciel serva la terra, e a la codarda Fede contenne il Pensier divo avvinto.
Saldo negli anni, occulto Ne l'ombra e tutto cinto D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido Ai poli, eterno si tenea l'infido Pescator Galilèo reggere il mondo. Ma come avvien, che, rósa Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla A nuovo urto di turbo ispida rupe, Che negra e minacciosa, Riprodotta da l'onda, al navigante Pendea su'l capo, e gli oscurava il core; Tal, pugnato dagli anni e più da questo Eterno flutto del Pensier, che invade Ogni creata cosa, Trema, balena e cade Il doppio soglio a Libertà funesto.
Dei primi onori il vanto Miete al certo colui, che primo accoglie Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo Pensier ne la feconda opra traduce. Dai domestici affetti e da le braccia D'ogni più cara illusïon si scioglie; E oltre ad uso mortal guardando in faccia Ad inaccessi Veri, Sordo dei figli e de la sposa al pianto, Là sè stesso periglia ove più crudo Ferve il conflitto; e a recar vita e luce Corre colà, colà vince e procombe, Dove più ferrei e neri Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.
Però, sola e più degna Eternità che al gener nostro assente La fatale Natura, a noi nel petto Vivrete eternamente, Quantunque siete, o eroi De l'umano pensier; sia che mutando La molle cetra in brando, O in viva fiamma di Sofia l'acume, O in fulmine la voce, Nel più chiuso del cor portaste oltraggio A questa vaticana Idra feroce, Cui non giovò dar vostre carni a morte, Quando la fiamma inesorata e il ferro, Che brevemente il corpo vostro offese, Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.
Ma non senza gran laude a le venture Genti andrà il nome e il grido Di chi l'ultimo crollo a la superba Mole impavido impresse, onde stupite Mirâr le più gagliarde anime, e intorno Tremar parve la terra. O benedetti Voi, che la vita acerba Fidaste, o giovinetti, A l'onor del gran fatto, e benedetta La destinata mente Di Lui, che, custodita entro ai gelosi Carceri Adrïanèi la vita inferma, Inesorabilmente Fulminò a morte indegna L'italico vessillo e i vostri petti!
Veglian su l'infrequente Uscio le madri abbandonate, o, accolte L'anima tutta nel pensier di voi, Lascian piangenti a mercenarie mani Le vigilate masserizie, e vanno Dove a lenir l'affanno Una voce di ciel par che le chiami. Ardono i ceri; un'onda D'incensi e timïami Vaporan l'are; una pietosa, incerta Melodia le devote anime inonda; E, dentro a un nimbo avvolto Di profumi, di suoni e di splendori, La sacra ostia consacra, e preci ignote Mormora il sacerdote.
Qual improvviso e fiero Tuono per li diffusi archi rimbomba? Come dischiusa tomba Putre e nereggia il sacro tempio; stride Il percosso saltèro; Illividito e nero Guizzi sanguigni avventa Ogni lume, ogni cero; Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta D'orrida tabe, al volto De le pie turbe e al cor dardi saëtta Di sdegno e di vendetta; Urla sui tormentati organi eretta La cieca Morte, e invita A fiera tresca il pallido Levita. Ecco, spumeggia di sangue recente Il benedetto calice; volteggia Da feroce disio fatto più lieve L'inebbrïato Prete... Madri, madri, fuggite: il sangue è quello Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete; Madri fuggite: il sangue Dei vostri figli ei beve!
Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia Sui debellati altari Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva Nel tuo triplice raggio, iride santa Di libertà! Da la percossa riva De la tumida Senna ululi avventi La piagata nel cor druda di Brenno, Cui la vittoria altrui par sua sconfitta: Fuor d'ogni modo e senno, Ebbra d'invidia, esulti Prostituta liberta, e d'impudenti Minaccie a te, sacro vessillo, insulti, E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti O lontani presagi al carme io fido, Che, ravveduta o stanca Dal sozzo amplesso di plebei Caini, Te chiamerà, come chi piange. Al grido Risonerà l'irta Pirene; e quale Iena sorpresa a l'avvenir del giorno, L'iberico soggiorno e il reo pugnale Lascerà urlando il bieco Masnadier di Castiglia. Allor saprai, Putta de l'Ebro infurïata, a quanta Luce di libertà volgesti il tergo Quel dì, che ai tuoi rissosi Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno, E da le regie chiome Strappò sdegnoso il serto, Pur che la fronte altera Erger potesse intemerata al sole, E, monda del tuo sangue, al patrio albergo Recar la spada ed onorato il nome.
Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente Baccar di questa erine Licenziosa, a cui Vanto di Libertà danno i suoi drudi, E quanti han voglia ardente Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi! Ecco, a piccola pugna un'immortale Gloria succede: col pensier trïonfa Roma, e regina del pensier si asside Fra' redenti latini! In alto il guardo, Popoli tutti: il Campidoglio è questo! Roma è Ragione e Libertà; novella Èra incominciai Sugli altari infranti, Da un solo amor costrette, Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!
Così a l'entrar ne la Città famosa Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne Era quel dì: rinascea Roma. Ornati Di ghirlande d'allori e d'orifiamme Splendean ponti, obelischi, archi e teatri; E dietro a le giganti Ombre dei morti Ivano al Colossèo festosi i vivi. Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine Titaniche di Roma un fiammeggiante Sguardo mandava alto a l'occaso il sole: Un incendio parea, da lo cui grembo Si liberasse una feroce e bella Vergine che diceva: Io son la grande Libertà dei Latini! Immenso e solo Sovra ai neroniani orti grandeggia Il vastissimo Circo, a cui da strani Colori e bizzarre ombre un magistero Di bengalici fochi; ondeggia il folto Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni Le gagliarde fanfare empiono il cielo. Non udiva l'Eroe; ben altre voci Gli suonavan ne l'alma: echi lontani De le passate età, vaghe armonie De l'avvenir, preci e bestemmie escluse Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi D'idoli nani e d'uomini giganti.
VOCE D'EBREI.
Dai traffici fecondi, Unico asilo al pertinace ingegno, Da le folte città, dai fremebondi Flutti di gonfî mari, Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo Con la speranza mia, rive dilette Del Giordano natío, raggianti altari Dei padri miei, terre da Dio promesse. Come al Libano eterno, a cui ghirlanda Sono i cari al Signor cedri vocali, Drizza il fulmineo vol, come a sua meta, L'aquila pellegrina, Tal del disio su l'ali A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.
Voi sul monte di Dio spargete al vento, Cedri vocali, i rami annosi, e fermi Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io Per terre e per età, ramingo eterno, Il suol dei miei nemici Bagno del mio sudor, del sangue mio; E al flagel de le avverse ire, a lo scherno, Che sibila su me freddo e funesto, Piego le spalle inermi, Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.
O cedri incliti, invano, V'intendo, invan voi non mettete eterne Entro al monte di Dio l'alte radici; Però ch'eterna, a par di voi, si asside La speme del trïonfo entro al mio petto. Voi rivedrò! Da queste infauste arene, Che del mio sangue tinse Tito, delizia de l'umane genti, Da ove sorge la notte e il giorno viene, Da tutti e quattro i venti, Quel divino voler, ch'indi mi spinse, Richiamerà, nè fia lontano il giorno, Il vincente Isdraello al suo soggiorno!
VOCE DI NUMI.
Esuli affaticati, Senza speme di vita e senza regno, Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati, Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
Il serto luminoso Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante Trono del sole e i sempre verdi alberghi De l'Ida? Ove il temuto Folgore e le sedotte Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto A noi; squarciasi il velo, Da l'inganno tessuto, Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo; Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce, L'amor, la giovinezza, il paradiso, Tutto a un punto dissolvesi Al fiero lampo de l'uman sorriso.
Esuli affaticati, Senza speme di vita e senza regno, Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati, Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
O miserando e gramo L'esser nostro di Numi, ove al talento Di mortal plebe abietta, Qual nebbia vana ad agitar di vento, Sorgere a caso e dileguar dobbiamo! Ove andrem noi? Di amici astri deserto È il ciel; d'altari è brulla La terra; inesorabile si avanza La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla... Oh! fosse dato almeno A noi mutar sembianza, Gioir l'aere terreno, Scendere in terra e aver con l'uom possanza
VOCE DI SACERDOTI.
Tramonti pur, tramonti, O fuggevole Iddio, la tua possanza; Noi terrem contro al fato erte le fronti.
D'imbelli anime è stanza La terra; e noi teniam su l'alme il piede: A te il ciel manca; a noi la terra avanza.
Più che astuti noi siam, cieco è chi crede; Cada Saturno, o Gèova, Mai non cadrà dal petto uman la fede!
VOCE DI SANTI.
O misera e fugace Vita de l'uom, che speri? Non ha trïonfo e pace Questo agitato vortice Di affanni e di piaceri.
Come in silice abietta Prigioniera scintilla, Così l'anima, eletta A miglior sorte, ascondesi Ne la mortale argilla.
Dio ve la chiuse; al solo Cenno del suo pensiero Ella discioglie il volo, Mesce il suo raggio a l'iride Del sempiterno Vero.
Soffriam: de la romita Alma, che piange e crede, Cibo, lavacro e vita Son la Speranza eterea, La Carità e la Fede.
VOCE DI DIAVOLI.
Che val pascer di vuote Fuggitive speranze il cor digiuno? Navigar co'l desio regioni ignote Derelitti nocchieri a l'aër bruno?
A noi prescrisse un segno La diversa Natura, e mal n'è dato Spinger oltre il poter l'audace ingegno, Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato.
Han pur queste fugaci Ore terrene alcun sorriso e fiore, Ha battaglie il pensier, le labbra han baci, Vita la terra, e inferno e ciel l'amore!
VOCE DEL TEVERE.
Molte sul dorso antico Storie nefaste io porto, Molte nei gorghi miei storie nascondo; Ma, poi che per età son fatto accorto, Freno il flutto iracondo, E al mar mio grande amico Al vecchio mar le vecchie storie dico.
Dal mobile soggiorno De l'onde cristalline, Coronate di perle e di coralli Corrono a me le azzurre Ocëanine; E melodia di balli, Per quanto è roseo il giorno, Voluttuöse a me tessono intorno.
Ond'io, fatto loquace Da la vista amorosa, Assiso in mezzo a lor canto le strane Vicende de la mia storia famosa; Mentre su l'onde piane Con la sua mesta pace Siede la stanca luna, e l'aura tace.
Tutta allor torna viva Nel mio canto fatale De le vetuste età l'aurea leggenda: Quando la Fede a la Giustizia uguale, E deïtà tremenda Era la Legge, e diva Cosa la Patria e chi per lei moriva.
Taccio però l'offesa, Che a l'aquile di Giove Recò una turba di feroci imbelli; Taccio il baglior di queste genti nuove; Però che sui ribelli Flutti lasciata illesa La croce di Gesù troppo mi pesa.
Ma un dì, se l'onte atroci Non moveranno alcuno Che in me l'affoghi e d'ogni onor la privi, Io parlerò: sentirà allor ciascuno Di questi rei malvivi Tuonar con ferree voci L'eloquenza dei miei flutti feroci.
Fuor dai percossi fini Proromperò, indomato Dèmone; stenderò l'onda funesta Sui colli; segnerò l'ultimo fato All'ara, al trono, a questa Degna dei suoi destini Plebea ciurma di Borgia e di Tarquini!
VOCE DELLA SAVOIA.
Dal trono de la gloria ove tu sei Ricca d'armi, di mente e di fortuna, Madre Italia, ricorda i figli miei, Ora che amor tutti i tuoi figli aduna. Pensa che nel dolor giace colei, Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna, Da te divisa e serva a lo straniero Lei che fu patria al redentor Guerriero!
Ben prudente consiglio esser potea Gittar mie carni al fero augel francese, Quand'anco incerto il tuo destin pendea, E tronche a mezzo eran le patrie imprese. Ei che il sangue per te versato avea, Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese; Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto, Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto.
Ma or che forte e secura e di te stessa Donna, per propria via, splendida incedi, Tanta virtù non m'è dal ciel concessa, Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi; Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa, Contro il suo petto infurïar tu vedi, E dal reo brago, ove ognor più s'ingora, Giudicar osa e minacciar tuttora!
VOCE DELLA CORSICA.
Già non dirò, che prima Fra l'isole tirrene D'ogni bellezza opima Sono albergo di ninfe e di sirene: Ad altri il debil vanto Di molli aure e di fiori Ed il femmineo canto E i florívoli amori.
Cirno son io: de l'onda Che mi flagella i liti, Qual d'armonia gioconda, Serbo nel seno i liberi ruggiti; D'odio, d'amor, di sdegno Facil s'accende il petto; Pronto il braccio e l'ingegno Al par del mio moschetto!
O madre Italia, e vuoi Che da te svelta io giaccia? Ch' io non aduni ai tuoi I miei sensi, i miei fati e le mie braccia? Chiedi gemme e tesori? Gemme e tesori ho anch'io: Gemme? I miei patrî allori; Tesori? Il popol mio!
VOCE DELL'ISTRIA.
O tu, Sir del vetusto Trono d'Asburgo, invano Offri al Sabaudo augusto Pegno d'alta amistà l'ambigua mano. Credi, levar l'artiglio Dal fianco mio, dov'hai la piaga aperta, Saría miglior consiglio E più regale offerta.
Tra noi di pace è questo Unico patto e degno; Chè il simular molesto D'astuzia rea, non di fortezza è segno. Placate allor, lo spero, Sorrideranno al tuo regale albergo Le nostre Ombre dal nero Ciglion de lo Spilbergo.
VOCE DI POPOLI SLAVI.
Qual grido funesto risuona sul monte? Qual gemito cupo si leva d'intorno? È forse la Vila dal lucido fronte, Che cinta di nembi si slancia nel ciel? In cima a la rupe, nel niveo soggiorna Riposa la diva le membra sue snelle; Le danzano in giro le rosee donzelle, La cullano i canti d'un astro fedel.
Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie Forse urlan le belve pugnanti a la preda? O, attorte agli abeti le rabide scaglie, Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol? O figli di Serbia, se il cielo vi veda, Balzate dai sonni, lasciate le selve: Più fieri serpenti, più rabide belve A l'aquila nostra tarparono il vol.
Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita, Perduto il remeggio de' giovani vanni, Dai campi raggianti di gloria e di vita Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò. Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto; La fissero in croce, sbranaronle il petto; Chi men le diè strazio men prode sembrò.
Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando, O Marco, o di Serbia speranza immortale? Conosci e sostieni lo strazio nefando? O il sonno e la morte ti avvinser così Che nulla più curi? La morte? Il fatale Momento di morte per lui non arriva: Mutate la nenia ne l'oda festiva; Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!
Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato Risuona ai suoi passi la volta profonda; Il negro cavallo gli scalpita allato; Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar. Già monta in arcioni; la turba il circonda; Il corpo squarciato si unisce e cammina; La schiava spregiata si leva a regina; La tomba dei prodi diventa un altar!
VOCE DELLA GERMANIA.
O prima reggia del Pensiero, augusta D'idee madre e di genti, Patria del gener nostro Asia vetusta,
A te col grido dei perfetti eventi, Vetusta Asia, il saluto La libera Germania alza su' venti.
Odi: stridono ancor su'l combattuto Reno i miei plaustri; echeggia Il mio vittorïoso inno temuto;
E con securo il vol come in sua reggia Quant'è di cielo intorno Di Brandeburgo l'aquila passeggia.
Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno, Tremende Ombre, sorgete, Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;
E voi che sul divin Tebro scorrete, Secure Ombre, e la nova Stirpe latina a magne opre accendete,
Venite: a la funesta ira non giova Dar l'alma, or ch'ogni gente Guida un solo pensiero a varia prova.
Voi condurrò nel mio volo possente Dove com'aureo sole Poggia di Brama la magion lucente;
Dov'erge l'Imalai l'intatta mole, Ed a la Ganga in giro Del loto degli Dei splendon le aiuòle.
Come giorno che irradia il vasto empiro, Tal da le rive bionde Sorger tranquilla una gran luce io miro;
E a la gran luce un'armonia risponde, Da cui senso e pensiero Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:
- Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero, E tu, d'Arminio figlio, Riponi il brando insanguinato e fiero!
Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio, Roma lo sa; lo sanno De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.
Troppo fra voi di servo e di tiranno Voce sonò: gli avelli Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno.
Ma se i miei sensi al ver non son ribelli, Io qui da questa sponda Secura griderò: Siete fratelli!
Là sul vasto altipian radice e fronda Pose l'Arìana antica Pianta, che fu di molto fior feconda;
E se il turbo la svelse, e la nemica Sorte ne infranse i molti Rami, i germi educò la terra amica;
Onde sott'altro ciel giovani e folti Sorser mutati, e fûro Da inconscia man moltiplicati e còlti.
O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro Voi de l'Arìana pianta Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro.
L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta Arbore al ciel spiegossi, Che cadde alfin dal proprio peso affranta.
Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi, Che le pigre ombre e 'l gelo Fuggendo e da pugnace indole mossi
I suoi fieri cultor sott'altro cielo Ruppero, e fûro al corso Tigri, e demòni al fulminar del telo.
Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso; E più dei truci acciari Abbia su'l vostro cor punta il rimorso!
Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari Vigili ognuno, e il volo Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari.
Vedrete allor da l'uno a l'altro polo Sorger le genti, e avranno Per sentiero diverso un pensier solo;
E, spento prima ogni desío tiranno Ed ogni error conquiso, Fide a Giustizia e a Libertà staranno! -
Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso Che sopra ogni altro estimo, Ai voli rutilanti io ti ravviso!
Per te del mio pensier l'ali sublimo; Per te nei sanguinosi Studî de l'armi il popol mio va primo.
Tu che, amica de l'opre, i neghittosi Ozî diradi, e vivi Vigil sempre ed eterna e mai non posi,
Tu che redimi a libertà i captivi, I restii sproni, e godi Sovra l'ombre versar la luce a rivi,
Tu, assidua e paziente il tempo rodi; Tu i diradati stami Dei popoli dispersi ordisci e annodi.
Da l'abisso dei morti anni richiami L'ossa eloquenti: ritte Composte in scheltri in sugli altari infami,
Gridan così, che a mezzo il cor trafitte Da la parlante luce Precipitan le sacre Ombre sconfitte.
Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce D'ogni grand'opra; ai santi Regni del Vero e a Libertà ne adduce La voce tua, che grida sempre: Avanti!
Poi che al veggente immaginar l'altero Ribellator degli uomini si tolse, E mirò intorno il vasto Circo, un alto Silenzio s'assidea sui tenebrosi Menïali titanici, e fra' rotti Pilastri ed i corintî archi passavano Lunghe file di mute Ombre e la luna, Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi Penetrali del ciel già non tacevi, Gran signor dei beati: acre e vorace Ti rodea l'alma una gran cura; e come, Se fra poche pareti arda un occulto Foco, di quante masserizie ha intorno In pria fa preda e cheto si alimenta, Finchè di sua virtù gonfio e superbo Tutto divora il chiuso aere, dirompe L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode; Così del padre dei Celesti a un punto Proruppe la repressa ira, nudrita D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi Guanciali alti si eresse, e si folcendo Del tentennante cubito, in tal guisa Parlò ai beati ivi a consiglio accolti: - O beati, se pur lecito è ancora Con tal nome chiamarvi, or che le pingui Mense e i tiepidi letti, unica gioia Di voi sereni abitator del cielo, Sparecchiar ne minaccia un rio destino, Beati, a voi di gran stupore obietto, E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni A insoliti consigli, io che finora D'ogni assoluto mio voler fei legge A le vostre cervici, a cui fu somma Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto Al gagliardo agitar di venti avversi I propositi miei, già non direte, Che sopraffatto o paventoso io pieghi: Fermo son io, siccome il sole; e questa Picciola libertà, ch'oggi vi assento, Vuo' che qual liberal dono s'accolga. Di che perigli il regno mio sia cinto È noto a voi, che spennacchiato e stracco Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo Fulmin di guerra e condottiero invitto De le nostre legioni. A lizza estrema Col superbo Lucifero si spinse Ardimentoso, e gli ridea negli occhi La securanza del trïonfo: inerme, Rotto dal lungo battagliar co' flutti Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno Solo, un sol ghigno a debellar gli valse L'adamantina ira celeste. Io taccio L'altre sconfitte, e la più grande e indegna Per avventura e più recente: io stesso, Io l'eterno Signore, io... ma gagliardo, Onnipossente ed infallibil sono Siccome un dì! Solo provar voll'io... Fu soltanto una prova; e alcun non osi Ricercar con profano occhio gli abissi Del mio pensier! Questo saper vi giovi, Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma! - Disse, e un sospir traendo, giù di peso S'abbandonò su le soffici piume, A cui di sotto scricchiolar compresse L'agili spire dei cedenti ordigni, Che di acciaro eran tutti. A quella guisa Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo Giogo di servitù, sfrenasi ai novi Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza De l'acquistata libertà: risuona D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti D'assidui fochi, a cui tripudia in giro Clamorosa la plebe; ove fra tanto Spensierato tumulto odasi il cupo Reböar del cannone, un improvviso Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno Un chiamar sospettoso; un concitato Serrar d'usci, e suonar per la deserta Via dei pochi animosi il passo e il grido; In simil guisa al favellar del Nume D'improvviso terror si ricoperse L'anima e il volto dei Celesti, a cui Solo è dolce allegrar gli ozî immortali Di concenti, di danze e di conviti. Si sgomentâro a la terribil nuova Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta Diêrsi precipitosi, altri in querele, Altri in preci. Piangean le vereconde Dive, e al petto ed al crin faceano offesa; Battean le picciolette ali indorate I paffutelli Cherubini, e indarno I bellicosi Arcangeli in piè ritti Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi. Scrollava il capo il divin Padre, e: - Imbelli, Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo Da l'aver per sì lunghi anni impinguati I non mai sazî fianchi vostri! Avessi Nudrito oche! Potrei nei delicati Èpati almen delizïare il dente! -
Si chetarono alquanto, e vergognosi Stettero. Allor dal radïoso scanno Rizzossi in piè la diva Cate, illustre Italo germe, e dei tuoi monti onore, O belligera Siena, a cui più volte Diè femmineo valor soccorso e grido. Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace Petto premendo una gagliarda impresa: - Arrossite, sclamò, voi non già eterni Spiriti, non pur uomini nè donne, Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi Cura io non ho: d'incliti spirti ancora Forte presidio ha il paradiso, e quando Fosse infranta ogni spada, infranta al certo Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta, Eterno Padre, e voi mi udite, alteri Spiriti: in terra io scenderò soletta, Inerme, come il dì, che a pace astrinsi Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio; O come allor che a l'interdetta chioma Di Clemente strappai l'aureo triregno, E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi Sul carro de la Fede il saggio Urbano. In Roma andrò; starò di fronte al fiero Lucifero; e se ancor serba qualcuna Di sue virtù questo mio labbro, ho fede, O d'indurlo a tornar nel derelitto Regno de l'ombre, o persüaso e vinto Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo. -
Tacque; e del suo parlar paga si assise In sua beltà. Fremean d'assenso intorno L'auree sedi del ciel; quando con voce Di tutta tenerezza, e la mirando Con dolcissimo sguardo: - Oh! che tu speri, Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose; Lucifero domar? lui che de l'ira Di tutto il cielo e di me pur si ride? Tutta non fosse congiurata ai nostri Danni la terra, agevol cosa invero Il domarlo saría; ma come rupi Stanno le fronti dei mortali erette Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo, Qual cavallo che irrompe a la battaglia, Corre il Pensier, che, divorato il breve Tramite de la terra, al ciel si lancia. Annientarlo io potrei, ma me'l divieta Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri Báratri, là dove il mio sdegno un tempo Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo Non avría stella mai che fosse degna D'incoronarti! Ma timor mi accora, Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito Generoso tuo cor vittima resti! - - E vittima sia pur, balzando disse La divina Sanese: un dì potevi Ricondurre vincente al patrio albergo Una mortale di Betulia; io diva Imploro a te pari soccorso, e parto! - - Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio! - Gridò in quel punto una stridula voce, Bizzarramente modulando il verso. Si conversero tutti a l'empio grido Inorriditi, e ignuda in su la soglia Videro sghignazzar ballonzolando L'insanita Teresa. Era già il fiore Del paradiso; ora istecchita e nera, Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi, Salti facea sugli spolpati stinchi, Come scimmia strillando. Avvinto a un refe, Che a' vizzi fianchi le facea cintura, Giù pendevale un foglio, o fosse un brano Del vangelo di Marco, o un'ispirata Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta. Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto Gli angioli santi, e gracidâr commosse Le stagionate vergini, che assise Qua e là pe' remoti angoli, a Dio Biasciano tutto dì salmi e preghiere. Drizzâro a stento l'aggobbite schiene, E, sguardando di sopra a' tentennanti Su la punta del naso argentei occhiali, L'infelice avvisâr; brandîr con fiero Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi, E già già si avventavano; ma stesa Il buon Dio con pacato atto la destra: - Perdonatele, disse, e a la sua cella Dolcemente traetela. Infelice! Troppo osò co'l pensier farsi vicina A la fiamma del Vero, e in questa guisa Del suo folle ardimento or paga il fio. - Così dicendo, con paterno affetto Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda Testa di Cate, e le concesse in fronte Il caro bacio del commiato. Altera Di cotanto favore ella si avvìa Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto Sguizza di man la santa pazzarella, E, sovra il naso il pollice appuntando, Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.
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