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| Mario Rapisardi Lucifero IntraText CT - Lettura del testo |
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CANTO TREDICESIMO.
ARGOMENTO.
Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe. - Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà. - Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni. - Una vittima delle stragi di Perugia. - Due decapitati. - Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.
Vestitevi di rose, aride arene Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno Scorse a fiumi su voi degli ostinati Martiri primi e de le belve il sangue, Valga a farvi fiorir la dïuturna Prece di Pio: l'augusto veglio è padre D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso, Qual recidivo malfattor, nei templi Transteverini; e, com'è ver, che al cenno Del suo divo pensier struggesi in pianto La sacra effigie di Maria, dai ceppi Egli uscirà vittorïoso e forte, E di vergini gigli incoronato Ascenderà securamente al cielo. Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti Giacciongli al piè l'anàtema e la scure, Volga ad altr'opre il non fallibil petto Egli che, fabro di verginee madri, I dolci nati de le madri uccide Con serafico istinto. Un improvviso April fiorisca il Colossèo; discende A battagliar Lucifero l'altera Amazzone di Siena, a cui più spade Volse il facile eloquio e la virile Beltà, che doma ogni poter. Chi vide Entro al sereno immaginar del mito Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi, Quei dirà qual fioría grazia e splendore Di giovinezza e di salute in volto De l'ardita Senese, allor che al guardo De l'orgoglioso Apostolo ad un punto Si appalesò. Muto ei sedeva in cima A un dirùto pilastro, e la raggiante Misterïosa immensità del cielo Gli pendeva su'l capo: eran più vaste Più chiare assai le sue speranze, e acuto Più del guardo del Sole oltre a le cupe Reggie d'azzurro il suo pensier vedea. Meditava così: Dentro a l'audace Spirto de l'uom fervida alfin si stampa L'immagin mia; vantino uranghi e numi A lui simile aspetto: il suo pensiero A me rassembra, e il suo destino è il mio. Libero già d'alte paure, scevro D'ogni fallace illusïon di senso Vuole, conosce e può; spezza il segnato Limite del mistero, e dove è luce Ivi il suo campo e il regno suo prescrive. Così parlava dentro al cor; ma in quella Che l'armato pensiero apríasi il varco Ad alate parole, eccogli incontro Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto. Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto Ne la diva fanciulla il viso assorto, L'ardimentosa giovinezza e gli atti Securamente mansuëti e il lume Di sì maschia bellezza iva ammirando Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza Stupor mirava il gran Ribelle, e come Una mesta pietà prendeale il core Secretamente. Alfine in questa forma Prese a parlar: - Superbo e sventurato Angiolo, nè so dir se in te più sia La superbia tenace o la sventura, E come puoi di tanto umile stato L'aspetto solo comportar, tu primo, Già primo, or fatto di pietade obietto, Fra le schiere del ciel? Misero! e dove Son l'ali tue? Dove la schietta luce Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte Doti del cielo, a un passeggero e reo Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla D'eterno hai più, fuor che la tua sventura! - - E la sventura è la ricchezza mia, Bella figlia del ciel, così a dir prese L'onor di Lui che da la luce ha nome; Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia Ne la terra e nel mar. Povero e gramo Cultor l'arido solco apre a fatica, Ed una al seme ed al sudor gli dona Le speranze sue belle. Ispido e bianco Sibila tra l'ignude arbori il verno, Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano In tumulto i torrenti: il poverello Guarda tremando i duri prati, e al magro Desco seduto a la sua donna a lato Pur dolorando il bel tempo predice, Finchè tutt'oro il crine e in man la falce Esce il fervido giugno, i mareggianti Campi sorvola, e generoso adempie Di bionda mèsse i rustici abituri. Così egregia mercede a l'uom prepara L'esperimento del dolor. Dai solchi Seminati d'umane ossa fuor balza, Santa prole de l'opra e de l'affanno, La Libertà, premio ai costanti: umana Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba Ad ogni affanno una vittoria. E quale Dono è quaggiù, che non da lei derivi? Per essa han luce ed armonia le genti E veritade ed uguaglianza e vita, Poi che vita non ha, nè veramente Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena. Vivon sol d'essa i generosi, ed io Son la sua voce, e gli ozïati scanni Del ciel per essa e volentier sdegnai. O solenni cadute, o glorïose Sconfitte, a cui libera vita io deggio, Ricordando, mi esalto! E dovea forse Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo Eternamente, io re degl'irrequeti Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti In silenzio vorar le dispensate Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme Supine a Lui, che, del suo nulla esperto, Pur ne l'impero de l'error si ostina? La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali, Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente; De la luce del fronte il petto istrussi; Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno, Che Dio dal regno e da la vita escluda! - Rabbrividía come per febbre al fiero Parlar la diva, e da' superbi accenti Con la candida man schermía l'orecchie Inorridita; nè risposta alcuna Formar può, nè fuggire osa. Ben gli alti Gesti de la sua vita e il dir facondo E l'audace promessa a Dio giurata Vergognando rimembra, e non sa quale Fascino occulto or l'incateni innanzi A l'avversario suo feroce e bello. Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti, Molti in bellezza e in favellar maestri Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo Angeli molti, a le cui rosee membra Vestimento è la luce e amplesso eterno La giovinezza; or qual virtù ha costui, Che sì mi svolge ed incatena il senno? Così pensando, a l'anima dubbiosa Fa forza; di rigore arma l'aspetto, Cerca austere parole, e questi invece Le vengono dal core umili accenti: - Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora Co'l tuo nome perduto; e che ti giova Per questa ultima sfera ir pellegrino Qui dove segue a la fatica il pianto E ad entrambi la morte? Assai feroci Detti hai parlato or or; ma una parola Melodïosa, o che mi falli il senso, Una dolce parola anche dicesti, Che a perdonarti ogni fallir m'induce: Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra Ne l'empia terra anche ha radice amore? Oh! come il viver coi mortali il senno Pur dei forti travolge! Il paradiso Oblïato hai così? Non sai che vita E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore? Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquillo Regno degli astri al buon Iddio da presso Vivrem vita serena; e in quella pace Troverai la tua patria e l'amor mio! - Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto Di quei detti l'Eroe, però che vide Su cotanta beltà certo il trïonfo, E l'incalzò con queste voci: - O chiara Sopra a tutte le dive e la più bella D'ogni terrena creätura, eguale Solo a colei ch'è del mio cor regina, E che parli d'amor tu che nel cielo Al banchetto degli angeli ti assidi, Ove straniero e dispregiato è amore? Ben di tutta pietà degna t'estimo, Se amore altro non sai, che la fallace Larva impotente, che il gran nome usurpa, E i parvi e non interi angeli illude! Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti Trïonfamenti de la tua parola, Da la terra passasti, e ti fu oscura La vittoria miglior che donna ambisca, La dolce voluttà de l'esser vinta. Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore, Terreno iddio, che fa pensier la creta, Ti apprenderà come si vince: ei solo Mi süase a pugnar contro a le cieche Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose Anime ignare il vero Èden insegna! - Parla, ed a lei che muta trema, e intorno Päurosa si volge, apre le braccia Supplicando con gli occhi, e in un amplesso D'avidi baci l'anima le serra. Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto Era il loco; salían come invocate Rapide al ciel le grandi ombre notturne, E Amor lesto venía. Cedea la bella Diva; e quando con man trepida e tutto Fiamme e palpiti il cor, la virginale Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti Mondi ella vede: arde d'immenso aprile La terra; giù dal ciel scendono in folla Cento e cento lucenti angeli, e, fatta Di sè fra terra e cielo ampia corona, Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:
- Stanchi di tesser danze Di cento arpe al ronzío Ne le lucenti stanze De la magion di Dio, Scender soleano un giorno Gli angeletti scapati Là nel mortal soggiorno De le figlie de l'uomo innamorati.
Nei freschi antri, su' fiori Tremolanti a la brina Ponean l'ali e gli albori De la fronte divina; E, colto il bacio primo Sovra le bocche ardenti, Schernían gli astri, e da l'imo Radïavan più belli e più possenti.
Lascia or l'eterea sede L'inclito onor di Siena: D'intemerata fede L'alma loquace ha piena; Al gran Ribelle incontro Tumida sorge; e quando Spera, che al primo scontro Vinto egli fugga in volontario bando,
Ecco, dal labbro il detto, Come spuntato strale, Cadele; al dolce aspetto Del gran Fattor del male Pallida trema; al laccio D'Amor l'anima assente, Scorda sè stessa, e in braccio Del rivale di Dio bello e possente,
Immemore del cielo, Donasi, Oh! vaga, oh! bella! Già del vergineo velo Scevra, com'aurea stella, Splende; da l'ansio viso, Da le membra sincere, Ignoto al paradiso Spira in mille piacer solo un piacere!
O amore, amor! Sì forte È il tuo terreno impero? Sfida per te la morte Del fango il figlio altero; E, mentre a la tua rete La voce tua ne incalza, Ei l'ale irrequïete Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!
Scendiam, proviamo! A tutti Zimbello è il Padre eterno, E saggi e farabutti Si ridon de l'inferno. Scendiam, facciam baldoria Tra' fiori e le donzelle; Abbia l'Amor vittoria: Vale un'ora d'amor tutte le stelle! -
Mentre i furbi angeletti in queste voci Disertavano il cielo, e l'umanata Senese, avvinta dal più dolce amplesso, Primamente sentía la vita intera, Su l'antica di Pio ferrea cervice, Come sinistro augel, striscia la Morte. Abbandonato su'l gelido letto Luccicante di frange e di cortine, Rabbiosamente egli vaneggia: - Urlate, Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra, L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni, Angeli, a voi: la forte anima mia Per un anno di vita! I miei nemici, Gli usurpatori impenitenti al mio Piede un istante, e poi morir! - Comparve Pallido, immoto, macilente un Frate Sovra la soglia: - A questa Croce atterra L'orgogliosa tua fronte! - - Chi sei tu? Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira Non mi sforzare! - - A la pietà ti sforzo, A la pietà, se Dio, per maggior pena, Non ti chiude la via d'esser pietoso. - - Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo: Son forte ancora! - - Ombra, demonio, o Dio, Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte Batte il giudizio del Signor! - - Che intendi? Che oseresti tu mai? - - Sgombra dal petto La fallace paura: Iddio corregge Pria di punire; e suo ministro io vengo, Io, che di Dio non già, ma sol dovrei Venir ministro de la mia vendetta! E ancor forte ti vanti? A brani io veggio L'inconsutile veste; ai fuggitivi Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo Non ti rivolgi? - - Al cielo, al ciel! Tu parli L'eretica parola! Il ciel lo lascio Ai miei nemici; a me la terra! - - E quale? Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira De l'un, de l'altro la superbia: il senno D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna Città di Pier per te mutasi a un tempo In Salerno ed Anagni: esule vivi, Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta Stampano i Re più durature offese Del ferrato manipolo di Sciarra. Deh! rivolgiti al ciel! - - Frate, pon fine Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria Dei deboli; la terra è mia! Già in armi Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre Dei Borboni immortali a l'aura nova Mette nove radici, e fronde e rami E fiori e frutta porterà: saranno Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo Di quel Sabaudo avventurier tiranno, Che, pur che copra le sue membra oscene, Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo. - - Vana speme è la tua! Dio, che a la terra Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia, Dopo lungo servir, la sacrosanta Libertà del pensiero. E chi potrebbe Co' suoi delitti attraversare il corso De le leggi di Dio? Con l'empia destra Ottenebrar l'indefinita luce, Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa Di tutte cose animatore il Sole? Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa Tal diga innalzerai, che su la china Si soffermi il torrente, a cui dan forza I destini del mondo? Ah! il credi: amore, Fede non si raccoglie ove non altro Ch'odio e terror si seminò! Non sono, Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto, Distruttor de la fede i rubellati Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi, Voi soli, occulta d'ogni mal radice, Voi co'l sangue versato alimentaste L'idra de l'Eresia; questo malnato Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue, Ai quattro venti de la terra il grido, Fu la prima eresia! - - Frate! s'hai caro Il viver tuo, non funestar l'estreme Ore del poter mio. Smetti l'altero Tuo cipiglio d'apostolo: la fame Rende spesso profeti; avrai se 'l brami Copia di tutto; or lasciami. - - La mia Vita è cosa del ciel; se dono alcuno Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga, Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema Voce di Dio: rassegnati e perdona; Già perdonando incominciasti. - - Ardisci Rammemorar la mia viltà? la fonte D'ogni sciagura mia? Male incomincia Perdonando chi regna! Al generoso Uopo s'applaude in pria; povero e scarso Indi appare ogni don, però che ingordo È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo: Debito par la carità; diritto La pretesa più stolta. Egual si tiene A lascivo signor che la careggi Meretrice proterva, e a lei somiglia L'avida plebe: oggi le dài l'anello, Doman ti chiederà manto e corona; Alza dal fango la servil cervice, Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade L'altrui poter, dritti e doveri ingombra, Tal che, sconvolto il socïal congegno, Divien chi serve re, servo chi regna. No, no: perde chi cede. Uom che securo Tien l'alta riva, io non dirò che il senno Abbia intero, se al torbido torrente Perigliando abbandonasi. Tal fui Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso: Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio D'Alessandro imitar! - - Del pari infido, Ma più debole fosti! - - E qual mercede N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda Idra dormente al mio piede; potea Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi Sibili e i morsi avvelenati io primo Sperimentai: mira qual sono! - - Accusa L'alma tua poca e infida. Esser potevi, Rege non più (fra le vergogne e il sangue Già da gran tempo era sepolto il trono Su le vergogne e su le colpe eretto), Ben regnar da l'intatte are potevi Pontefice, e lo puoi! - - Se crolla il trono, Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! - - E il dito Di Dio non temi? - - Il Dio che adoro è fatto Ad immagine mia! - Ben veggio: è indarno Ogni mio favellar. Ma se in te morto È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive; Odimi dunque, o sciagurato, e trema. L'ara di Dio non crollerà: cadranno Gli astri del ciel, la fede no. La terra Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando; Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso Umilemente a Cesare da lato, Avrà di lui non men possente impero E più vasto d'assai. Tu muori intanto, Implacabile vecchio; impreca, e muori Impenitente; al tuo letto custodi La tua memoria e la Coscienza io lascio! - Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce Mosse il fiero morente, e una tremenda Vista mirò. Più sol non era: accanto, A piè del letto, al capezzal, d'intorno Un popolo sorgea di brulicanti Scheletri: avean ne le profonde occhiaie Come due fiamme che parean pupille, E un tal verso facean con le dentate Mascelle, che parea voce e sogghigno. Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo Corpo giù giù tra le diffuse coltri, Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto, Senza respir, con muto occhio furtivo Segue dei suoi tremendi ospiti i moti. Uno spettro parlò:
- Possa la voce, Che un'altra volta acquisto, Strazïarti così, vecchio feroce, Trafficator del Cristo,
Che, incenerito il reo manto e la stola, Di cui nascondi invan l'anima fella, De le vive tue carni ogni parola Un bran vivo divella!
D'ossa e di polpe ignuda La negra anima tua sensibil resti; Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda, E co 'l piè la calpesti!
Forse canuto a par di te non era Vecchio cadente anch'io? Non era tua quell'itala bandiera, A cui tutto fu sacro il viver mio?
Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile A Cristo e al popol dato, Tolto di sotto al manto il doppio stile, Li trafiggesti entrambi al manco lato.
Sbucaron da li Elvezî antri le ladre Turbe, che a libertà mal dànno il petto, Se, liberate da la man d'un Padre, A prezzo maledetto
Concedon l'alme, e li venali artigli Affondano nei fianchi De l'abusate vergini, ed i figli Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi
Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi Cari lattanti e nuore giovinette, Voi sedevate attorno ai miei ginocchi, Come innocue agnellette,
Quel dì, che scatenate Dal cenno di costui che il ciel promette, Per le vie di Perugia insanguinate Correan le sue vendette.
Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi Rupper ne le mie case in un momento Gli sgherri di costui feroci e sordi Come tigri in armento.
E i miei due figli, i miei leoni intanto Non erano con noi! Pugnando a l'ombra del vessillo santo, Caduti eran da eroi!
Nè mi fu dato, oimè, baciar le care Teste morenti e udir le voci estreme, Comporre i corpi vostri entro le bare, A voi morire insieme!
Ben dei pargoli vostri e de le amate Spose lo strazio vidi E il vitupero!... Oh! in me, in me sol vibrate, Empî, i ferri omicidi!
Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno, Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto: Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno Fantasma, al tuo cospetto! -
Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista Fuor de la calca si avanzaron: muti, Rigidi, ritti ritti, lenti lenti A le due sponde del funereo letto Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo A viva forza del morente il capo, Tentennâro i crocchianti omeri. Come Da l'ultimo edificio, allor che trema Sussultando la terra, e bianchi in viso Fuggono i passegger, cade un divelto Sasso, e paura ai fuggitivi accresce; Così a quel poco tentennar divisi Lor cascano li teschî rilucenti, Che balzando e mettendo orrido un suono Ruzzolan sul marmoreo pavimento, Come vediam dietro ad arancia o mela, Che per trastullo il genitor gli lancia, Correre il fanciullin con passo incerto; Quando più crede che le sia da presso E già già la raggiunga, ad afferrarla Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto Battuta è intanto, retrocede o volge Per via diversa, e il seguitor delude, Che il piccioletto cor gonfio di bizza Carpon, carpon la insegue, e non si cheta Pria che in pugno la stringa e la riporti Al genitor, che sorridente incontro Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie; Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono I mutilati scheletri; da terra Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi Li strinsero, e con fiero atto al morente Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea La turba, come avvien, quando improvviso Sguiscia aquilon su l'arido scopeto De la foresta; ma parola o voce, O moto alcuno non mettea l'oppressa Anima del morente: il dubitoso Spirito avea tutto negli occhi; un cupo Rantolo gli stridea per entro ai duri Visceri, perocchè, simile a un ferreo Non unto filo di dentata sega, L'ultime fibre gli rodea la Morte. S'avvivarono a un tratto i mozzi capi, E battendo le labbra e le palpèbre In terribile forma, e sangue e detti Fuori gemean de la divisa strozza. S'appressarono allor quanti d'intorno Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue Tutti tingendo fieramente il dito Segnarono sul fronte il morituro, E gridarono insiem: Sii maledetto!
A quel tocco, a quel grido, immantinente Si scosse, si agitò, tutto si storse L'irto veglio, qual suol malaugurosa Nottola da le unghiate ali, qualora Dispietato monel con improvvisa Canna l'abbatte, ed al nemico lume L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida. Ma qual putida ràzza, che, di mano Sguizzando al pescatore, agita al suolo Le acute pinne e la scabrosa coda, Finch'egli irato la riprende, e sbatte Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte; Così fuor dal lenzuol frigido a terra, Dibattendo le flosce membra, piomba Il tormentato agonizzante; i gialli Occhi stravolge, e mugola: Perdono!
Sparîr gli spettri; su la fredda soglia Lucifero comparve, e disse: È tardi!
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