DELUSIONI.
(PRELUDIO NOSTALGICO.)
A
me stesso.
Mentre il mondo è a
ferro e a fuoco e gli uomini si scagliano con furor belluino gli uni contro gli
altri in nome della civiltà che ciascuno invoca, io non ho potuto resistere al
romore, all'orrore, ai racconti spaventosi, all'ossessionante pioggia di
notizie crudeli, al caos di demenza che appena aprivo un giornale si scatenava
sotto i miei occhi esterrefatti e, non riuscendo a dominare i miei nervi
sovraeccitati, ho chiesto aiuto disperatamente al silenzio.
Ma dove trovarlo?
Il silenzio, in realtà,
non esiste altro che nelle profondità dell'infinito quale se lo finge la nostra
debole, misera fantasia di ranocchie annaspanti per volar verso il sole; ma,
nelle foreste e sul mare, l'urlo dei venti e il rombo sonante dei marosi, alle
sponde, e lo schianto della saetta, e tutti i fremiti, tutti i sibili, tutti i
ruggiti della più grande tempesta non hanno la millesima virtù di perturbare il
nostro cervello di quella che ha invece il fracasso micidiale, crepitante,
rabbioso, e, se pur diverso, privo d'ogni pausa, che producono gli uomini.
E mi son recato sul
mare, là dove i boschi che crebbero sulle rovine di sepolte città, ne hanno
imitata la vasta linea diritta adagiandosi sotto le nuvole nel loro sogno senza
confini.
Ancora stordito, in una
limpida giornata del dicembre col quale l'anno agonizza nelle città tra il
fango e i riflessi gialli della luce elettrica, e all'aperto pare invece
prepararsi a morire regalmente ravvolto in un suo mantello di porpora e d'oro,
ho percorso il divino litorale della maremma pisana dolce e violento, romantico
e tragico, docile a tutte le luci, esperto di tutti i suoni, ed agli amici che
incontravo nelle diverse stazioni disseminate lungo quella linea trita e
operosa, dicevo che andavo lontano in cerca dell'impossibile.... E quelli
ridevano, salutandomi come un bel matto.
Ma pur troppo ero savio
di tutta la saggezza antica, perchè io andavo in cerca di certi boschi dove
speravo di trovare un uomo il quale ignorasse che ardeva la guerra europea.
La così detta civiltà
trionfatrice ha dato dentro a quelle boscaglie dove par di vedere affacciarsi
ogni tanto i fauni o le ninfe, ha bonificato quelle terre rossastre conducendo
i paduli per mezzo di lucidi canali a sboccar nel Tirreno; ma ancora enormi
distese di macchie mettono il nero dei loro fogliami in mezzo al purpureo dei
terreni lavorati e all'argento della marina.
Vicino a Populonia che
aspra si protende nel mare come la prua rostrata di una nave romana, tutto è
come era duecento anni fa. Un proprietario conservatore feroce ha lasciato
prosperare la macchia, ha ricusato di crear campi dove s'impantana il padule,
ha proibito di scavare là donde emergono a fior del terreno brunastro gli
avanzi degli antichi ipogèi, le mura costruite a secco con macigni ciclopici,
le poche testimonianze espulse dalle zolle in qualche convulsione tellurica
delle necropoli che dormono il loro sonno millenario in cima al colle da cui si
domina, da un lato tutto il Tirreno fino al capo Córso ravvolto di nebbie
violacee, dall'altro il canal di Piombino sognante fra le due sponde azzurre,
stridulo a notte di branchi d'arzavole, di colli verdi, d'anatre, di germani
ritornanti alle dolci pasture fra le canneggiole e le erbe del continente,
violento, a volte, sotto il libeccio, di tempeste fantastiche.
Il cielo, eternamente
sconvolto, è navigato da flotte di nuvole enormi: la notte il padule esala la
sua melodia solenne come un inno gregoriano, la macchia si crolla e mormora
cupamente e minacciosamente nell'ombra; sul mare passa ogni tanto, come un gran
mostro di fuoco, la luce del semaforo che solo par vivo in quelle tragiche
tenebre. Nell'andarci, ad un tratto, dalle fattorie, dai poderi, dalle vaste
distese dove i bovi bianchi come monumenti veduti dal Carducci lavoran pazienti
sotto l'aratro, si passa all'opacità impenetrabile della boscaglia vergine.
Un intrico ineffabile di
barbe, di tronchi, di siepi, querci gigantesche provvidenziali al grifo del
cignale che, sotto, vi cerca la ghianda dolciastra, sughere dalla scorza grigia
qua e là tagliata e sanguinosa come una ferita, marruche argentee, felci
verdissime, lecci violetti, bruni, scope sanguigne, e poi un senso d'umido di
freddo di paura, e il silenzio.
Case? Una bassa, sul
mare che sciacqua dietro una siepe di piante, e accanto la tomba solitaria del
santo protettore dei luogo, l'avanzo d'un torrione mozzo, costruzione medicea,
e due capanne coperte di paglia, presso il campo piccolo, breve, color lacca,
arato da bufali gibbosi, colle corna a balestra, gli occhi rossi, il pelame
piceo, simili a demoni.
Gli uomini parlan di rado,
vi affondan nell'anima gli occhi scintillanti, usi a frugare i misteri silvani;
le donne son belle, ma terree nel colorito, lento il gesto come per
istanchezza; pare che ciascuno, di quelle genti, porti con sè il peso dei
secoli che gli ultimi archi dell'arce rimasti in piedi tra i cipressi del
colle, noverano nelle notti lunghe d'inverno sotto le stelle pallide in quel
clima sempre primaverile.
Il proprietario del
luogo è invisibile; soltanto dopo aver sottostato a certe pratiche necessarie
agli sconosciuti, come me, si può essere ammessi a vedere una terrazza che si
apre su di una scarpata scoscesa tutta fitta d'un'impenetrabile ragnaia di
piante sempre cinguettanti d'uccelli ed alta, quasi a picco, centocinquanta
metri sul mare!
Uscendo, dopo la visione
miracolosa che resta negli occhi come il sogno, evocato per isforzo
d'imaginazione, d'una cosa favoleggiata, si scorge una stanza con un camino che
ha il focolare nel mezzo, alla fratesca, e intorno le panche alte, sì che
subito si pensa di vedervi in giro i cacciatori, alla fine d'una giornata
piovosa e, sotto, i cani, rannicchiati al calduccio.
Insomma mi pareva
d'essere tornato indietro di qualche secolo e domandai se vi era modo
d'installarsi lì, per un poco.
Mi fecero qualche difficoltà,
perchè non a tutti i forestieri viene concesso, in quanto a notte si serrano le
porte del paese e chi s'è visto s'è visto; ma cotesto non fu che uno sprone al
mio desiderio di solitudine, e vinsi. Ahimè, la mia fu davvero una vittoria
ridicola! Chè, venuta la sera, tutta quella gente mi circondò, mi prese
d'assalto, e, sciorinandomi sotto gli occhi una quantità di giornali cotidiani,
pretese assolutamente che io raccontassi quel che sapevo, quel che credevo e
quel che prevedevo, intorno alla guerra europea!
Fu questa l'unica
ragione che mi spinse allo spuntar del giorno, appena furono aperte le porte, a
fuggirmene cercando, ancora, come Ahasvèro: sicchè, sceso al piano, domandai
d'un cacciatore col quale si potessero far buoni affari.
E lo trovai: trovai
finalmente l'ultimo rappresentante della razza scomparsa, anello di
congiunzione fra il troglodite e l'uomo moderno, esemplare delle creature
ancestrali che conoscevano di fatto la libertà e vivevano di caccia e di pesca,
di null'altro solleciti che dei cambiamenti del tempo o delle stagioni.
Beppone, alto, adusto,
una gran barba grigia, le sopracciglia enormi e folte sopra gli occhi
straordinariamente incassati, la nicchia a tracolla, il bastone nel pugno
nodoso, i cosciali di pelle di capra pendenti dall'anche, mi raccontò la sua
storia.
Sua madre lo partorì
alla macchia; era adunque un po' fratello dei cignali, dei mufloni, dei
caprioli che si rifugiano negli ultimi recessi, nelle chiuse dei grandi signori
che ancora rispettano la tradizione e conservano la selvaggina.
Ragazzo, di dieci anni,
aveva un verro il quale, la notte, fuggiva dalla capanna per andare a battersi
coi cignali, per amor delle femmine; e lui si alzava, percorreva la macchia nel
lume di luna che è traditore e fa parere diversi i viottoli usati e pozze
d'acqua le macchie bianche delle radure; trovava il verro, guidato dai grugniti
furibondi e dal romor della lotta e, presolo per l'orecchio, lo cavalcava
guidandolo verso casa con un bacchetto di salcio.
Mangiava pane, rape
mature, erbaggi, funghi e si dissetava alle polle della boscaglia; una notte fu
trovato a dormire sotto un'acqua torrenziale ed egli si scusò dicendo che
quando s'era addormentato non pioveva! Lo chiamavano da per tutto, alle grandi
battute al cinghiale, perchè non aveva pari nell'entrar sotto coi cani e
spingere la belva verso i cacciatori, lottandosi anche con lei quando non
voleva fare la posta e costringendola a retrocedere, con urli e minacce. Il
cinghiale caricava Beppone e Beppone lo evitava con salti diabolici, cane tra i
cani, che urlavano, guaiolavano, latravano d'intorno.
Insomma era una creatura
strana e prodigiosa, degna in tutto della circostante maestà del paesaggio e
che m'avrebbe condotto fuori del mondo, verso quei tempi remoti e bui nei quali
amo cacciarmi colla fantasia.
Cinghiali non ce ne son
più, altro che nelle riserve e nelle chiuse, ma in fondo alla boscaglia avrei
potuto trovare qualche lepre e forse un capriolo, chè qualcuno ogni tanto era
stato visto schizzare dal fitto delle felci nei luoghi più intrigati.
Il luogo era lontano, ma
si trovò da noleggiare due cavalli; i cani furon presi, mercè un modesto
compenso, da un guardaboschi amico della mia strana guida.
Verso mezzogiorno, dopo
aver percorsa la provinciale e delle carrereccie sconquassate e avere aperto e
richiuso cento cancelli per giovarci delle scorciatoie, oltrepassammo,
lasciandolo a destra, un braccio di palude che parea quella Stigia e ci
s'inoltrò nella macchia.
Intorno era quel
formidabile silenzio maremmano che più non dimentica chi l'abbia, per così
dire, udito; dal mare lontanissimo, non un respiro, non un rombo, non un
fragore; si andava nell'ombra, uno dietro l'altro, fra due alte muraglie di
verde finchè, a un tratto, in cima a una altura, sollevandomi sulle staffe,
vidi intorno un imponente mareggiar di fogliami senza limiti, senza
interruzioni, e sopra il cielo enorme e unito, spazzato dalla tramontana come
un cristallo e basta.
Nemmeno una casa! non un
uomo! non una voce! Il deserto, i cani, che tra poco avrebbero, soli, rotto
quella divina pace e dietro a me il selvaggio, di rade parole, inconsapevole
del mondo!
Mi fermai a respirare
quella bellezza, smemorato ed attonito, come se in me fosse disceso, a un
tratto, lo spirito d'un altro.
Ma Beppone, vedendomi
arrestare a quel modo, mi raggiunse con la sua bestia, scese di sella, preparò
in terra la colazione, e poi, mi disse, aiutandomi a smontare: – E ora, mentre
si mangia un boccone, lei mi racconterà qualche cosa di questa guerra europea!!
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