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LO SPOSALIZIO DI FIAMMA.
A
Ugo Oietti.
La volta che fui
invitato, in Maremma, allo sposalizio del Moro e della Fiamma, mi parve davvero
di rivivere in piena leggenda.
Quegli uomini irsuti e
feroci vestiti di casacche di bufalo e coperti di pelli d'armento, quelle donne
olivastre dagli occhi smisuratamente dilatati dalla febbre, e, sopra tutto, lui
e lei, gli sposi, due avanzi superbi e feroci di razze che scompaiono, mi
fecero un effetto indimenticabile.
Lo straordinario
banchetto omerico fu divorato nel folto d'un bosco, in riva a una tetra palude
che rifletteva gli sprazzi sanguigni del fuoco su cui arrostiva lentamente un
quarto di cignale; il vino aspro si bevve nei boccali col manico alla guisa
etrusca; torno torno, alle querci, pendevano appesi fucili, spingarde,
schidioni; e ognuno di noi tagliava il pane tosto e scuro col coltello enorme
dal manico di corno; una strana orchestra di pifferi stuonava sulla soglia
dell'abituro incendiato dagli ultimi raggi del sole e lontano lontano, a lunghe
pause uguali, il mare sciacquava invisibile al di là della foresta, sopra la
quale parevano gonfiarsi a quei giganteschi respiri gli enormi pendoni delle
nuvole grigie.
Ma è necessario ch'io
dica perchè fui invitato ai selvaggi sponsali del Moro.
Non lo conobbi proprio
in Maremma, ma in una campagna posta sul confine; faceva, allora, il merlaio;
un mestiere da cani. Sempre coperto di pelli di capra, da' piedi al collo, era
capace di passare tre o quattro mesi dell'anno, munito di vischio e di crino
col quale intesseva i lacci e di un zufolo con cui imitava alla perfezione il
chioccolìo dei merli, nel più fitto della selva che ormai conosceva foglia per
foglia, sasso per sasso, filo d'erba per filo d'erba.
Asciutto, segaligno,
nodoso, incurante di caldo, di freddo, d'acqua o di geli, aveva il corpo
indurito a camminare scalzo sulla brina o sulla neve, e se il vento lo coglieva
sudato in cima a un poggetto, si rasciugava esponendo il petto nudo e velloso
alla brezza, come una bestia feroce.
Non ho più visto mai un
simile esemplare d'uomo preistorico!
Tirava di balestra come
un antico, era mancino e si divertiva con un sasso lanciato sottomano a far
suonare la campana più alta alla torre della pieve; mangiava qualunque cosa e
si dissetava all'acque torbe dei fossi.
Quest'essere primitivo
s'era preso perdutamente della più bella giovine del paese, Fiamma di nome e di
fatto, meravigliosa creatura di razze non ancora contaminate, impastata di
latte e sangue, col passo di regina, le labbra uguali alle ciliege e le risate
squillanti come campanelli; ma figliola, per disgrazia del Moro, di un uomo che
possedeva due campi e un gran pezzo di boscaglia, benchè facesse da sè, aiutato
dalla ragazza e da altri parenti, e il contadino e il boscaiolo.
Era Fiamma rimasta
insensibile agli sguardi fulminei del Moro, alla sua assidua paziente devota
costanza nel seguirla per tutto, nell'aspettarla in paese, all'uscita dalla
chiesa, dopo il lavoro, al ritorno dai campi, dai boschi? Chi sa.... forse ella
aveva incoraggiato, per istinto, quel giovine snello che di lontano le appariva
a un tratto in cima a una balza colla rapidità del capriolo e si profilava in
qualche sua inconscia posa scultoria contro il cielo azzurro col grande elmo
dei capelli corvini e cresputi: forse egli le aveva spiegato con rozza poesia
il tormento del suo cuore, aiutandola a caricarsi sopra le spalle quadrate un
pesante fascio di ramaglia, seguendola poi per l'erta faticosa con quell'occhio
disperato dall'amatore che raggiunge ed abbrucia ed obbliga chi n'è seguìto a
voltarsi.
Sta di fatto che Fiamma
era l'ultima espressione della famiglia patriarcale nostra dove il padre
comanda e tutti ubbidiscono, come il Moro era l'esempio dell'uomo libero che
ignora leggi e doni i quali non siano dirette emanazioni della terra e
dell'universo. E Fiamma era docile, e il Moro non possedeva nulla.
Così il Moro perdette
Fiamma e tornò a rintanarsi simile a uno di quei mezzi lupi che ricercano il
branco e il covile dopo aver provato i morsi e il disprezzo dei cani di razza
educati fra gli uomini, mentre la giovine parve piegare la testa selvatica alla
volontà del padre, come la curvava quando le altre boscaiole imponevano a lei,
giovine e forte, la fascina più grande.
Un bel giorno il Moro,
che avevo potuto stanare da una macchia cieca dove s'era accomodato il suo
capannuccio di tela incerata per aspettarci la stagione delle piogge facendo strage
di merli eleganti dal becco d'oro, mi consigliava ad affrettarmi per balzellare
il tasso-porco di cui mi premeva, più che la carne dolciastra, la folta pelle
dalla striscia di latte che riga il muso arcigno e la fronte accipigliata.
– Vede, – mi diceva il
Moro, mettendosi, a sedere sui calcagni con la sua flemma abituale (i veri
uomini del bosco, sempre pronti a correre, non hanno mai fretta) – vede, il
tasso ha delle abitudini che ora cercherò di spiegarle....
Certa gente nel
descrivere gli usi e i costumi delle bestie selvatiche pone tale una cura che a
noi pare davvero intuisca tutta l'intima bellezza della vita primordiale.
– Vede, il tasso abita,
per il solito, nel fitto del bosco, in certe buche difficilissime a trovarsi e
non ne esce che a notte alta. Allora, con grande circospezione, s'avvicina ai
coltivati, fruga col muso sotto gli alberi, perchè è ghiottissimo delle frutte;
ma la sua casa è il bosco, di lì non si muove, e lì, signorino, è impossibile
scovarlo, a meno di avere i cani apposta.... insomma se lei vuol balzellare il
tasso, o stanotte o nulla.
– Per l'appunto
stanotte?
Il Moro mi dette una
delle sue occhiate solite, poi mi rispose, abbassando la voce:
– Vede, domani l'altro
tutto questo bosco che è il pezzo più bramato dai tassi sarà tagliato, capisce?
raso a terra....
La voce del merlaio
pareva tremasse, sordamente velata, non capivo bene se di rimpianto o di
minaccia.
– Raso a terra? tutto?
– Tutto.
– Ma è un'infamia! o
perchè?
– Ecco, siccome
dev'essere sposa la Fiamma....
– Cosa c'entra la Fiamma?
– Eh! già. Siccome sposa
uno che ha del suo, capisce? Lui vuole essere trattato da pari a pari....
insomma vuol subito la dote e la dote.... eccola lì.
Come potrei descrivere
l'accento ineffabile, il gesto.... oh! il gesto, il tono della voce a cui si
mescolavano la rabbia, il desiderio, il disprezzo, con cui il Moro pronunziò
quelle parole: "E la dote.... eccola lì!".
– Settemila lire di
carbone e di legname, – aggiunse, – piuttosto più che meno, carbone magnifico,
legname di tronchi grossi, un tesoro insomma.... e domani l'altro: Pan!
– Anche tu?
– Io?! – e si alzò colle
pupille che sfavillavano come due carbonchi; – io mettere una mano addosso a
quelle piante là? – Poi si calmò; abbassò la testa sul petto e mormorò a fior
di labbra: – Io cambio paese....
– Capisco....
– No, non è per quello
che crede lei.... D'altronde, io ebbi torto anche a provarmi.... egli è per via
che dopo non saprei come campare. Era in queste ragnaie dove trovavo ogni
cosa.... Ma ora.... anderò in Maremma.... Ci sono avvezzo, sa? eh! signorino!
gli uomini vengono avanti e i boschi son ricacciati indietro! Prima tutto
questo paese era una landa seminata di lentischi, di ginepri, di corbezzoli....
più là trovarono una cava, qua aprirono una strada, lì costruirono una
fabbrica.... e le lepri scomparvero; dei gatti selvatici, degli scoiattoli, dei
ghiri, delle faine, non c'è più nemmeno il seme. E dire che io, in questi
posti, ci ho chiappato gl'istrici! Passo, passo, ho seguitato il bosco che
rimpiccoliva sempre più, finchè ora mi scacciano anche di qui e io me ne vado
in cerca della macchia....
– Ma di lavorare te ne
sei mai curato?
– Lavorare? E le sembra
poca la fatica che duro? Ma non c'è nessuno, vede, nessuno – (e gli occhi del
Moro lampeggiarono d'orgoglio) – capace di resistere a quel che resisto io! E
poi.... son solo!
E strappata macchinalmente
una foglia se la mise in bocca imitando alla perfezione il grido della civetta
che subito rispose da un fitto d'olivi.
Gli olivi rosseggiavano
perchè il sole precipitava al tramonto e io dissi al Moro:
– Sono stanco; se
facessi la pòsta domani notte? la luna sarà in piena e fino all'alba non
cominceranno a tagliare.... sarà l'ultimo balzello....
Il Moro pensò un
momento, poi mi rispose tranquillamente:
– Sì! faccia in questa
maniera. Domani notte. Il tasso verrà di certo; chi sa che non venga anche
qualche cos'altro... – Poi aggiunse con precipitazione: – Quando la luna è
piena, capirà.... Guardi, vo a tracciar l'animale.
E scomparve, si tuffò
nell'ombra morbida della ragnaia, come inghiottito dalla notte che spegneva i
fuochi del sole, accendendo invece finestre vicine e lontanissime stelle.
Alle undici precise il
Moro ed io mettevamo piede nella viottola tortuosa conducente al bosco.
– Si fermi qui, – mi
disse la mia guida; – ho seminato la strada del tasso di torsoli di pera, di
bucce di fico, di pezzetti di pane.... quindi, le ho accomodato questo sasso...
ci sta comodo? Bene. Spenga il sigaro, lo dia a me che sto qua dietro a lei
nascosto – (e mi levò di bocca il toscano intero) – e posso continuare a
fumarlo.... e ora abbia pazienza un'oretta.... ma per carità non si muova, non
si volti, faccia conto d'esser diventato di pietra.
Era buio pesto, la luna
si sarebbe levata poco prima della mezzanotte (l'ora giusta in cui il tasso
avrebbe fatto la sua comparsa); il vento soffiava verso di me, tutto andava
benone; e aspettai.
Però, dopo un tempo che
non saprei valutare, provai la strana sensazione d'esser rimasto solo. Mi
pareva che il Moro mi avesse lasciato e sentivo, prepotenti, il bisogno, la
curiosità di voltarmi a guardare. Resistei per un pezzo, ma come posso spiegare
l'eccezionale psicologia di quei momenti? Il Moro non c'era, non ci poteva
essere, sentivo che alle spalle non avevo più che la campagna sconfinata e
deserta e bisognava che me ne sincerassi; altrimenti, mi rendevo conto di non
poter più lottare contro la preoccupazione, ingiustificatissima del resto,
dell'assenza del mio compagno.
Credo di aver combattuto
per più di mezz'ora; ma finalmente con un movimento lentissimo del collo e
della vita, mi girai un poco senza far rumore e guardai dietro di me.
E in fondo al cocuzzolo
erboso sul quale sedevo a cavalcioni del mio sedile di pietra, vidi benissimo
la luce rossa di un sigaro muoversi dall'alto in basso, come se il Moro fosse
restato in piedi e si buttasse giù allora.
Ne rimasi stupito, tanto
più che il merlaio, contrariamente a tutte le sue abitudini, per quanto a bassa
voce, esclamò, a rischio di sciupare il balzello:
– Stia fermo! è
l'ora....
Ubbidii, rivoltandomi
verso il bosco; ed ecco una gran luce gialla apparire dietro il frascame, una
gran luce contro la quale si disegnarono i tronchi degli alberi contorti e
bizzarri.
Era, certo, la luna.
Quasi subito la radura
s'illuminò; distinsi i fili d'erbe, le stoppie, i sassi, tutti lucenti d'un
bagliore che non mi pareva il bagliore lunare perchè troppo caldo e troppo vivo
e sulla brughiera fuori del bosco, una forma oscura sgusciò rapida e quatta....
Il tasso?
M'imbracciai ed ecco un
batuffolo nero ruzzolare veloce tra lo screzio dell'ombre e fermarsi di
schianto; una lepre? E poi tante piccole cose nerastre serpeggiare,
formicolare, apparire, sparire tra l'erbe, poi un fruscìo di fogliami e una
folata d'uccelli che mi sbatterono quasi sul viso dandomi una sensazione di
ribrezzo e infine uno scoppiettare, un crepitare secco e fitto, una specie di
rumore (se così posso esprimermi) di tante macchine da cucire, e un lampo di
luce tepida, che mi abbacinò.
– Signorino! Brucia la
selva, perdio!
Il Moro mi stava
accanto, impassibile, la cicca tra i denti, le braccia incrociate, accennandomi
gli animali impazziti che ogni tanto veloci, senza rumore, traversavano la
radura, simili a ombre d'ali che errassero per l'aria tenebrosa; poi un fumo
denso, acre, odorante d'incenso e di resina, ci investì, ci avviluppò;
indietreggiando, scorsi (lo ricordo bene) due pini enormi contorcere come
persone vive in quel braciere fiammeggiante i loro grandi corpi neri ed irsuti
lungo i quali colavano ruscelli ardenti di ragia. Infine si udì uno schianto e
li vidi abbattersi e crollare colle chiome innanzi a guisa di giganti fulminati,
tra il fumo e le faville.
Tutta la campagna
accidentata e gibbosa, punteggiata di cespugli e di ciuffi che s'agitavano
stranamente al respiro del fuoco, lampeggiava in modo sinistro, poi s'udirono
delle voci, dei passi affrettati: finalmente su quei rumori sordi, indistinti,
si levarono lugubri i colpi lenti delle campane che rintoccavano a martello.
L'incendio alimentato
dal vento distruggeva rapido con le sue mille bocche voraci la foresta che
fremeva tutta come presa da un brivido di spasimo atroce e mandava ogni tanto
dei sibili lunghi e dolenti, non saprei se di serpi disperate o di rame
cigolanti. Intorno a noi cominciava a radunarsi la folla.
A un tratto si vide un
vecchio sparuto, curvo, precipitarsi innanzi a tutti; dietro di lui, col corpetto
e la pezzòla rossa accesi dall'immane riverbero, apparve Fiamma e si fermò,
immobile, a guardare la sua dote che si disperdeva in faville.
Il vecchio trattenendo
un uomo che voleva dir qualcosa, che voleva farsi avanti, si slanciò verso il
Moro, gli cacciò i pugni noderosi sulla faccia, urlando:
– Vigliacco! sei stato
tu!
L'altro, il damo di
Fiamma senza dubbio, smaniava sempre, trattenuto dai presenti; ma il Moro non
si scompose; abbozzò un gesto di compassione, scrollò la testa, poi accennando
me:
– Io? – disse; – o come
volete che abbia fatto, se non mi sono mai mosso d'accanto a questo signore?
Domandatene a lui.... mi sono mosso, lo dica lei, mi sono mai mosso?
Il silenzio era
altissimo; non si udiva che l'ansare furibondo del fuoco e il picchiar disperato
delle accette vicine e lontane che tentavano di circoscrivere l'incendio; il
damo di Fiamma s'era fermato, raccolto in sè stesso, non aspettando che la mia
risposta per iscagliarsi sull'avversario.
Io ebbi un attimo
d'incertezza; ma alzando gli occhi incontrai quelli di Fiamma che s'era
avvicinata e mi parvero stranamente supplichevoli; allora, senza esitare,
solennemente risposi:
– No! il Moro non s'è
mai mosso d'accanto a me. Tutta la sera, fino a questo momento, non m'ha
lasciato un minuto. Ve lo giuro su quel che ho di più sacro!
Le vampe, ormai, non
avevano più nulla da distruggere e, nell'oscurità, la zona incendiata si
disegnava netta sul pendio scosceso del colle come un vasto bracere che aveva
la forma curiosa d'un cuore ardente.
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