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IL GIUSTIZIERE.
A
Giovanni Verga.
– Piglia le tue robe e
vàttene!
Terribile, raddrizzando
la persona che serbava ancora la traccia dell'antico vigore di razza non
corrotta, temperata dalla vita all'aria aperta, Costante additava con gesto
tremante della sua stessa energia, la porta alla donna.
Lei, assai più giovane
di lui, curvate sul terreno faticosamente le flosce carni abbondanti,
raccoglieva in fretta pochi indumenti, della biancheria, delle vesti, qualche
gioiello, in un vecchio sciallo della China disteso sopra l'ammattonato della
stanza, e intanto coll'occhio piccolo, lustro, sogguardava di sbieco il marito,
chè la collera non lo spingesse verso la rastrelliera delle spingarde, le quali
s'incrociavano in mezzo a una parete sotto il falcone impagliato coll'ali spiegate.
Poi, come vide che il
gesto non mutava, riunite in una le quattro cócche e rapidamente annodàtele
insieme, dall'uscio aperto, rasentando di sbieco la soglia come una cagna sotto
la minaccia della pedata, fuggì.
La stanza si fece scura
perchè il sole era scomparso dietro una nuvola e a Costante parve d'essere
sprofondato nell'abisso.
Colla testa nascosta tra
le grosse mani nodose pensava, senza volere, poi che in una rapidissima serie
di visioni gli passava davanti agli occhi della mente lo spaventoso turbine di
disgrazie che, una dietro l'altra, lo avevano percosso e travolto, e il cuore
gli si gonfiava e l'anima pareva volesse uscirgli dal petto per la grande ira
troppo a lungo compressa.
Ancora una volta aveva
rinunciato al diritto della vendetta; ci aveva rinunziato per lui, per il
figliolo, ch'era il suo orgoglio e la sua vita.... e tra i molti e acerbi
riprocci che aveva da farsi, non voleva aggiungere anche quello d'avergli
spezzato l'avvenire.
Povero? Sì; ma che gli
restasse suo padre.... e il nome senza macchia!
E, come al pensiero del
figlio la piena dei sentimenti amari e tumultuosi che agitava il petto di
Costante s'era acquetata inondandogli l'anima d'una acerba dolcezza, si alzò,
barcollando, agguantò il vecchio bastone ricurvo e poggiandovisi perdutamente,
s'avviò per la lunga strada bianca sulla quale da troppo ormai tardava a
ricomparire Giannino.
Il cielo si tingeva
delle fiamme del tramonto, chè già il sole era scomparso dietro la linea
crinita dell'orizzonte fosco e immani tentacoli di nubi turchine serpeggiavano
allungandosi su pel grande arco viola agitate e trasformate continuamente da un
vento d'uragano che via via rinforzava; e pensando al modo con cui avrebbe dato
al figliolo quell'orrenda notizia, e arzigogolandone mille e non trovandone mai
uno conveniente, Costante si trovò lontano sulla maestra polverosa spazzata
dalla brezza serale; e poi fu notte fonda e il cielo si parava tutto di nero e
il mare invisibile mandava un ululato continuo aumentando l'angoscia di
quell'attesa: così il vecchio, nell'alzare gli occhi a contemplar l'orrore del
luogo, ritrovò l'orrore di sè stesso e si fermò ghiacciato dallo spavento, tra
il buio della macchia e dell'aria, tra l'urlo del vento e del mare, ripetendosi
macchinalmente una frase semplice e terribile: Non è tornato!
– Non è tornato.
Poi che per la decima
volta pronunciava le tre parole di cui il cervello percosso pareva indugiasse
ad afferrare il senso, quasi in risposta, s'udì, sordo, velato dalla distanza,
un furioso galoppo.
Costante tese
l'orecchio, appuntò lo sguardo, aspettò, così, colla mano alla fronte
nonostante l'ombra, un po' in disparte, rasente la siepe; il galoppo cresceva
cresceva, s'avvicinava sempre di più; poi una cosa più nera spiccò sul nero,
parve rotolar sulla polvere, il terreno risuonò distintamente percosso da otto
zoccoli furibondi, un cavallo montato apparve a venti metri dal vecchio che si
pose, come folle, ad agitare fazzoletto e bastone.
La bestia fece uno
sfaglio e uno scarto violento a cui seguì il bestemmiare del bùttero che la
montava.
– O cosa fate?... 'embè,
che volete? Ah! siete voi? Per l'appunto.... tenete – (e frugava nella bisaccia
posteriore dell'alta sella bestiaia) – è per voi.... dice che è urgente,...
bòna Morina! me l'avete fatta impaurire....
– Chi ve l'ha data?
– E chi lo conosce? un
broccione, laggiù, verso le Preselle.... buonasera!
E spronò e continuando
la corsa si rituffò nella notte.
Costante, smemorato,
colla lettera in mano, si gettò in terra, per evitare le folate, dietro un
mucchio di sassi; bocconi, così, adagio adagio, tirò fuori gli occhiali, li
inforcò, poi, sempre a tastone, depose la busta gualcita davanti a sè sul margine
del fossetto, infine, con precauzione, battè l'acciarino e fece sprizzare la
fiamma.... Era la calligrafia di Giannino! Allora, con cura infinita, il
vecchio cinse il lumicino delle palme tremanti, lesse, con raccapriccio, senza
rendersene ragione, l'indirizzo scritto a lapis in caratteri incerti e un
grande "urgentissima" sottolineato da un baffo e cominciò a battergli
il cuore forte forte....
Così, a furia di
pazienza, rinnovando continuamente la fiamma che il vento spegneva, lacerò la
busta, lesse la lettera. Conteneva poche parole: "Caro babbo; mi trovo
nelle mani di Borbottino. – Pigliate quanto denaro avete in casa e venite a
liberarmi. – Non avvertite nessuno o son spacciato. Correte subito e solo
(sottolineato) alla Presella del Castiglioni. – Giannino!".
Costante ripose in tasca
lettera e acciarino, s'alzò, riprese il bastone, e voltando le spalle a casa,
s'avviò spedito lungo la via provinciale.
Non aveva esitato un
attimo e la cosa, dopo tante disgrazie, gli era parsa così naturale e anche
aspettata, che il cuore smise di battergli e la novità della sventura cancellò
il ricordo di quell'altre recenti, facendogli quasi circolare per le vene una
specie di tranquillità.
Andava, nella notte,
sotto la minaccia della burrasca, tentando la via col bastone, dove le siepi
più alte inopacavano tutto, senza incertezze e senza sospetti; rifaceva, così, quella
strada che in altri tempi non avrebbe battuta se non munito di lanterna e colla
doppietta carica e al punto; camminava spedito e tutto gli pareva naturale e a
nulla più dava importanza.
Quando sboccò, dopo
diversi chilometri, in aperta campagna, sulle praterie libere che mettevano
delle vaste zone pallide nelle tenebre, cinte soltanto da rade staggionate, una
torma di cavalle brade galoppò di fianco a lui con un sordo rumore inaspettato,
poi dove le prata s'impaludano e le staggionate finiscono, una bufola enorme
che traversava la strada si fermò bruscamente, muggì, poi, abbassando la testa,
alzò in arco la coda; ma Costante le diè col bastone sul muso scacciandola
semplicemente come un insetto molesto e la bufola balzò via, rovinando, a gran
salti e si perse nel buio.
Sarà stato il tocco
quando il crosciare, come d'acqua cadente, della boscaglia e i contorcimenti
strani di quelle figure nere (le scope) lungo i margini della via avvertirono
il vecchio che era arrivato alla Presella del Castiglioni, e subito una forma
umana si staccò da una di quelle figure agitate, quasi l'enorme scopa si fosse
scissa in due e con la doppietta spianata intimò il: ferma! a Costante.
– Son io.... son io....
e son solo.... ecco la lettera.... Giannino, dov'è?
Una mano di ferro
ghermiva la grossa mano robusta del campagnolo e lo traeva nel fitto.
Buio perfetto! Era come
se uno fosse diventato cieco a un tratto, e Costante si lasciò strascicare e
sorreggere, incespicando, chinandosi a un ordine, voltando scendendo salendo,
finchè una sorda voce gli disse: – Ora sempre diritto, dietro a me.... – sul
terreno dove si disegnava la traccia d'un viottolo s'allungò la striscia gialla
della lanterna cieca, aperta all'improvviso.
Il viottolo si
sprofondava sempre di più, a fitta china, si perdeva sotto ammassi di tritume,
sotto grovigli di barbe, riappariva per l'erbe piegate, per un fossetto scavato
dallo sgrondo d'acque silvane; sentiero da cignali, guida invisibile, fra due
pareti di verzura fitta, a un avvallamento umido dove era cresciuta,
nascondendola, una ragnaia impraticabile adatta alla corazza dei porcastroni
che vi sbucasser le lestre per accucciarvisi a ghiado.
A un tratto, un foro
obliquo apparve nel forte, l'uomo dalla lanterna vi sparì, poi porse una mano a
Costante e lo trasse giù, pel buco.
Sotto una dècupla
impenetrabile volta di ramaglia, illuminati da lanterne cieche le quali
lasciavano in ombra i volti e splendevano vive sul terreno battuto come un'aia,
seduti sopra coperte da cavalli, con in mezzo gli avanzi d'un pasto, Borbottino
e due uomini vestiti come lui di cacciatore stinte e d'alti stivali da caccia,
coi fucili sulle ginocchia, discorrevano con Giannino a cui non avevano tolto
neanche la cartuccèra della cintura.
– Buonasera: Siete
solo?... Avete agito da galantuomo e vedrete che ci sarà modo di intenderci....
D'altronde, ormai siamo capitati male.... siete di questi boschi anco voi, e
sapete cosa vuol dire.... L'inverno è stato brutto e bisogna vivere. Dunque,
ragioniamo un po' dei nostri interessi e vediamo d'accomodarci, chè il vostro
figliolo m'è simpatico ed è una persona che conosce il viver del mondo....
buttatevi giù.... sarete stracco.... e te, Nicche, e te, Pantera, movetevi,
dategli un gotto di vino....
– Grazie! Ho bisogno
d'una cosa soltanto....
– Se potessi.... chi
sa.... volentieri....
– Che mi mettiate,
ritto, laggiù in fondo, in quell'angolo, e mi scarichiate i tromboni nella
testa. E subito, anche!
La voce di Costante era
tranquillissima, non un muscolo del suo volto tremava, mentre i briganti e
Giannino eran rimasti stupefatti a guardarlo, senza parole e gesti.
– Io e voi, Borbottino,
ci si conosce e da un pezzo. Son sempre stato galantuomo? Sono sempre stato
ragionevole? E son sempre stato capace di capir le circostanze o di ritrovare
chi m'abbia fatto un sopruso? Bene. Io non so perchè son qui, catturato da voi,
mentre, all'incontrario, dovrei esser con voi e come voi!
– Non capite? Eppure la
ragione, eccola lì. In quel figliolo. La sua mamma (una volta tocca a saperlo
anche a lui) da gran tempo cuopre me, la mia casa di vergogna.... e ci avesse
soltanto fatto questo, a tutti e due! È imbestiata, è accecata, è diventata
pazza! M'ha dato, mani e piedi legati, nelle mani del mio nemico, l'ha aiutato
a spogliarmi di tutto e, finalmente, mi ha rubato i documenti in una causa di
confine che avevo col Bigio! Lei l'ha messo in condizioni di vincere! Lei,
capite? E così mi mangerà ogni cosa, terra e bestiami, boscaglia e casa, anima
e sangue!
"Perchè la casa non
è più nostra, capisci, Giannino? È sua, cioè di loro, perchè io stasera l'ho
mandata via, l'ho scacciata dal mio tetto la maledetta, come una bestia
arrabbiata, intendete? E domani lui butterà fuori di casa me e ci torneranno
insieme e beveranno il mio vino e si scalderanno al mio focarile.... perchè
sono sicuri che non li ammazzerò!
"Ah! lo sanno bene,
che non li ammazzerò, per via che di tutto quel che m'hanno rubato, m'è rimasto
lui costì, m'è rimasta cotesta creatura che è il mio orgoglio e il vanto
mio.... Capite? lui ora ha finito tutti i suoi studi, a furia di sacrifizi e di
lavoro l'ho condotto a farsi una posizione e può girare il mondo ed è sicuro di
vivere.... Ma come potrebbe fare, me lo dite voialtri, se fosse il figliolo
d'un assassino?
"Loro lo sanno che
io mi dibatto, preso in questa tagliola, tra il bisogno di vendicarmi che mi fa
schiantar l'anima, e l'avvenire di questo figliolo che non m'ha dato mai un
dispiacere al mondo.... loro lo sanno, quei manigoldi, e ne ridono insieme....
Borbottino! Fatemi questa carità fiorita; ve lo chiedo per l'anima dei vostri
morti, se ve ne ricordate ancora, piantatemi una palla nella testa, e
liberatemi una volta per sempre!"
Borbottino s'alzò, prese
una lanterna, la cacciò sul viso di Costante, lo squadrò bene, poi la ripose in
terra e passeggiò su e giù agitato.
Nel silenzio, s'udiva il
singhiozzare roco, ansante, spezzato come un rantolo, di Giannino appiattito
colle braccia in croce, quasi gli fosse cascato addosso un macigno, sul terreno
battuto come un'aia.
Costante strisciò vicino
al figliolo, lo afferrò freneticamente per le spalle, lo baciò convulso sul
capo, si mise a sedere accanto a lui, se lo tirò sulle ginocchia come quando
era bambino, poi abbassò la testa sul petto e non si mosse più.
Rimasero a quel modo,
nella penombra, quasi assopiti, mentre, a uno a uno, in punta di piedi, i
fuorusciti lasciavano la grotta; ma i due non se ne accorsero neanche e adagio
adagio il sonno riparatore, come dopo tutte le grandi commozioni, scese sulle
loro palpebre, attutì la loro coscienza in tumulto, invase con un torpore
insensibile e dolce il loro sangue acre, e si addormentarono, così.
Di fuori l'uragano era
scoppiato certamente, violentissimo, perchè nel gran silenzio di quello speco
s'udiva un brulicare come di pioggia lontana e dalle barbe che formavan la
volta si faceva strada uno stillicidio di gocce le quali, dopo essersi
inseguite lungo una radice sporgente, cadevano a piombo in un incavo del
terreno con ritmo sì monotono e sì regolare che pareva scandisse gli spazi del
tempo a quella quiete angosciosa.
Quanto durò l'attesa?
Per quanto, le anime dei due disperati errarono immemori nel mondo cieco dei
sogni?
Nell'abisso le ore non
si misurano.
L'alba faceva
rabbrividire la superficie opaca delle paludi e le foglie estreme degli alberi
alti alla foresta, quando un rumore di passi risuonò per la spelonca e nel
livido colore che schiariva gli oggetti, l'alte figure dei fuorusciti apparvero
agli occhi sbarrati dei due che si erano bruscamente ridesti guardandosi
intorno smemorati ed incerti.
Ma Borbottino si avanzò
e assumendo una di quelle pose teatrali che eran così care ai briganti di mezzo
secolo fa, disse al vecchio piantandoglisi davanti colle braccia incrociate: –
Quando Borbottino sarà morto ammazzato in fondo alla macchia da una fucilata
traditora, raccontate anche questo, di lui. Ora andate a casa vostra, e vivete
in pace, chè nessuno vi toccherà più una foglia del campo nè una sedia di casa,
e se una volta mi fermerò lì son sicuro che avrò da mangiare e da ricoverarmi e
che nessuno mi denuncerà....
Qui il brigante
s'interruppe e, chinandosi rapido sopra Giannino che era balzato in ginocchio
colle pupille torve e aveva agguantato il fucile vicino con uno scatto di
belva, gli posò sulla spalla la sua mano di ferro costringendolo a curvarsi e
gli mormorò nell'orecchio:
– Lei, è viva....
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