|
LA
FAINA.
A
Térésah.
Buriglia, detto anche
Sciupa-boschi, aveva dei dispiaceri. E i dispiaceri erano originati dal fatto
che egli s'era guasto con la dama alla quale discorreva da un anno.
E la dama, Rosa, una
bellissima ragazza che portava meravigliosamente il proprio nome, alta bionda
formosa, coi denti bianchi, le carni lisce, la vita piccola, le spalle e le
braccia da statua, era figliuola d'un vecchio cacciatore e mezzo guardaboschi, il
quale aveva imposto al futuro genero il dilemma inesorabile: O farla finita col
bracconaggio e mettersi a lavorare, o rinunziare alla ragazza.
Buriglia ci s'era
provato; ma per ricascare subito dopo nel vizio antico; una volta, due, il
giovinotto se la passò franca, ma alla terza il vecchio fu irremovibile. Fatto
questo, come s'intuisce facilmente, che non avrebbe avuto conseguenze serie
circa gli amori del bracconiere e della Rosa, se ella non si fosse piccata,
("tutta suo padre!", diceva Buriglia) pigliando per un affronto
diretto a lei la cocciutaggine del fidanzato.
E fu così che costui una
brutta mattina si era visto recapitare un panierino di pere con dentro le
lettere, poche, ma ben guernite di scerpelloni, dirette fino allora alla
ragazza.
– Le pere, a me? –
urlava Buriglia, mescendosi bicchieri di vino, accanto al fuoco, nella
retrostanza della trattoria dove finivo di cenare; – le pere, a me? Non son
Buriglia se non faccio una strage!
– Ma che strage d'Egitto!
Vuoi proprio la ragazza?
– Oh! che dice,
signorino, si figuri un po', se la voglio! Solamente per la picca! E poi ci ha
qualcosa del suo, sa? Smetterei anche sul serio, lo creda a me, di correre i
boschi....
– E allora stammi a
sentire.... Ohi! maledetto....
– O cos'ha?
– Ho che, stamani,
facendomi la barba da me, nella furia di venir via, mi son tagliato questo
labbro.... guarda, mi sanguina ancora e, nel mangiare.... ma non è nulla;
dunque senti un po' me. Lepri non se ne vedono.
– Pochine, proprio.
– Le hai finite tu,
birbante! starne, neanche.... Si potrebbe fare una cosa? Si potrebbe, per
esempio, cercare d'una bella faìna?
– Si figuri! Non bramo
altro: costano venticinque lire....
– Ma bisogna pigliarla
viva.
– Viva?
– Sì; viva. E rinunziare
al guadagno; una volta presa viva, tu l'ammazzi senza sciuparle la testa e il
pelo; la dài a me; io te la fo conciare a Firenze, poi te ne faccio fare un bel
collare morbido lungo elegante, e tu lo mandi a regalare alla Rosa con un
bigliettino dove c'è scritto: ultima caccia di Buriglia. E dopo, ci fai un
crocione davvero e.... m'inviti al matrimonio!
Buriglia mi spalancò in
faccia i suoi grandi occhi color d'acciaio e dopo qualche istante d'esitazione
rispose:
– Eppure, mi piace....
eppure, ci sto! E lei stanotte si divertirà, glielo garantisco.
– Stanotte?
– Eh! per chiappar viva
la faìna bisogna trovarla mentre è in giro.... insomma vedrà lei come si fa....
fra poco si leverà la luna piena.... e non pigli il fucile. Bastano il mio cane
e una vanga....
– La vanga?
– Quando dico che lei
vedrà! Non sa che bisogna andare a cercar l'animale proprio dove.... lei m'ha
bell'e capito?
– Proprio in bocca al
lupo?
– Ma di notte e senza
fucile; nessuno ci può dir nulla; qui non c'è "luogo a procedere". O
venga con me.
Era un buio d'inferno;
la boscaglia lontana, in fondo alla strada che albeggiava appena fra le due
siepi nere, fosca immobile e silenziosa come una montagna: però nel cielo
ferveva una vita straordinaria; tutte le stelle, nella notte fredda, rilucevano
splendidamente battendo le ciglia raggianti, sicchè l'enorme spazio curvo sopra
di noi pareva brulicasse di vivi insetti d'oro; ma volgendo la testa, a
levante, si vedeva un chiarore freddo che annunciava la luna imminente.
E infatti si levò,
mentre si metteva piede nella selva, e fu un bene, perchè in quelle tenebre io
cominciavo a pentirmi della proposta fatta a Buriglia, il quale, con una zappa
sulla spalla e il cane a guinzaglio che tirava fiutando, trotterellava avanti a
me senza dir nulla, tutto assorto nel suo sogno di riconquista della Rosa.
Pensava proprio a
cotesto, perchè nell'atto d'entrare nel bosco mi disse a bruciapelo,
continuando il filo d'un pensiero: – E sa, fra l'altre cose, è diverso tempo
che il vecchio trova le galline sgozzate....
Sulle quali parole,
soddisfattissimo delle speranze che da sè riaccendeva nel proprio cuore,
Buriglia calò sulla bocca larga dai bianchi denti di carnivoro la saracinesca
dei baffi spioventi e non riaprì le labbra altro che per avvertirmi, mentre
avanzavo a tentoni fra scheggie di macigno e barbe di pino che si ricercavano
fraternamente da un lato all'altro del sentiero boschereccio: – Stia attento!
E sciolse Fido che non
ne poteva più e tirava di naso mugolando e lasciandosi penzolare dal guinzaglio
teso finchè le zampe anteriori non isbattevano in aria.
Il cane si buttò di
galoppo col muso in terra, entrò nel fitto, sparì.
Noi due, col sigaro in
bocca, appoggiati ciascuno ad un albero, si aspettava in silenzio, mentre la
luna, ormai alta, pioveva nella selva il suo ricamo fantastico d'ombre, di
luci, di rabeschi che tramutavano la fisonomia delle cose e riducevano la
pineta a una vera reggia delle fate, tutta tempestata da sprazzi di gemme e da
folgorii d'oro e d'argento. Una nebbiolina tenue tenue, come polvere di
brillanti, saliva dal basso dove il borro gorgogliava tra i massi, e la luce
invadente insinuandosi, come fosse liquida, da per tutto, colando per i
viottoli, sbattendo sui tronchi, scherzando sulle foglie, illuminando i recessi
più cupi e lontani, inondava il paesaggio, dandogli trasparenze d'un verdognolo
diafano sfumato d'azzurro che lasciava travedere sempre meno accentuate le sinuosità
dei monti, mentre via via apparivano, prima velate, poi candide, poi bianche
smaglianti accanto agli alberi scuri, le case degli uomini sparpagliate qua e
là come pecore di un gregge che riposassero stanche a mezza costa dei poggi.
Ma proprio quando lo
spettacolo fantasmagorico mi aveva più avvinto, nella quiete altissima dove i
romori adagio adagio s'eran fusi così che non intendevo più neanche crollarsi
le foglioline prossime e mormorare il borro lontano, uno scagno stridulo, quasi
doloroso, parve lacerare crudelmente quel divino velario di silenzio e di
mistero.
Al primo scagno ne seguì
un altro più acuto, poi un terzo ancora, infine un guaìto misurato e continuo
percorse il bosco, echeggiò di collina in collina, si perse a valle, svanì in
un lamento fievole, fu coperto dal bollore del borro e dal sospirar del
fogliame che, tutt'a un tratto, ero tornato ad udire.
E Buriglia colla zappa
brandita correva avanti a me, ed io stentavo a seguirlo, fra il timore
d'abbracciare un tronco di pino e quello di sentirmi capitombolare in avanti
con un piede trattenuto da qualche barba sporgente.
Sul confine del bosco,
nel piano, sopra una radura erbosa che pareva disseminata di brillanti,
Buriglia mi fermò con un gesto energico.
Fra il romore, ora
vicinissimo, del torrente che si rammaricava indignato di quella scorreria
notturna, distinsi chiaro un abbaiare fisso, rabbioso e continuo.
– Fido, – urlò Buriglia,
– abbaia a fermo! È lassù!
E via, di carriera,
attaccandoci alle scope, sdrucciolando sui sassi, saltando fossi e macchioni.
Accanto a un gruppo di pini, Fido urlava, facendo salti acrobatici come se
l'avesse punto un calabrone.
Buriglia si guardò
intorno, stupefatto.
– Ma se non c'è neanche
un macigno, una buca, nulla!... Ah! figlia d'un cane! È lassù! E ora, chi
l'agguanta?
La faìna era in cima al
pino più alto. Comodamente appollaiata nell'inforcatura d'un ramo, ci guardava
con due occhi fosforescenti simili a due lune verdi, immobile come uno di quei
gatti di smalto cogli occhi di vetro che si vedono nelle vetrine.
– Forza, signorino!
sassate!
Ma la faina guardava il
cane, si rannicchiava dietro i rami protettori e non si moveva. Impossibile
coglierla. Buriglia si strappava i capelli dalla stizza.
– Se si era preso il
fucile!
– Bravo! Per rovinarle
tutta la pelle!
– Eppure non si può
durare tutta la notte così....
E dir queste parole e
togliersi le scarpe, fu per Buriglia un punto solo; poi cominciò faticosamente
ad arrampicarsi lungo il tronco del pino, mentre il cane seduto sulle anche,
guaiva, gemeva, urlava, dimenando con furia la coda che, a forza di battere sui
sassi e nei ginepri, stillava sangue come un asperges.
Io non levavo gli occhi di
dosso alla faìna, di cui, rannicchiata com'era sul pino, vedevo muoversi
soltanto le pupille verdi, una volta verso il cane, una volta verso l'uomo che
saliva, stronfiando. Come questo fu vicino all'inforcatura, la bestia si
slanciò, descrisse un arco di cerchio per aria coll'esile corpo nero affusolato
e la spazzola lunga della coda, e parve che di dentro alla chioma del pino
fosse stato mollemente scagliato un boa da signora; ma quel boa era animato;
l'arco che descrisse fu immenso tanto che lo fece arrivare al di là d'un folto
di scope dove parve rimbalzare e scomparire, senza romore, commovendone appena
le cime.... e Fido, ripigliando la canizza disperato, si precipitò inferocito
col naso a terra sul fetore acre della faìna fuggente.
Di macchia in macchia,
da un fitto di lecci in un labirinto di querci, di tra un intercolonnio di pini
in uno di cipressi, fra screzi di luce e d'ombra che ci turbinavano davanti
agli occhi, dietro i latrati del cane, per viottoli scoscesi e scorcitoie
pericolose, si arrivò finalmente dove il borro s'apre e si placa impaniandosi
in un acquitrino melmoso dinanzi a una gran cascata di sassi rotolati giù per
la scarpa consunta del poggio e detta la Rósa. Lì sopra subito, Fido ululava ai piedi d'un
cipresso aguzzo e nero, impenetrabile come una nube.
– È entrata lì dentro! –
gemè Buriglia; – chi sa i passerotti che ha fatto fuggire!
E giù sassate nella
chioma e pedate al tronco dell'albero, mentre Fido urlava, guaiolava,
ronchiava, fischiava dalle narici frementi, cacciando ogni tanto un: bau! di
bile impotente e graffando cogli ugnelli anteriori la scorza del cipresso
impassibile. Ma la faìna, dura!
Solita manovra di
Buriglia, solito prodigioso salto dell'animale, solita corsa disperata per il
bosco che risuonava tutto, in quelle gole basse, come se vi trascorresse per
entro la leggendaria cavalcata boccaccesca.
E così a un altro pino,
e così a un altro cipresso, finchè, stanchi morti, non ci si fermò in cima al
monte a sorseggiare un po' di "cognac" dalla fiaschetta. La notte
entrata ormai nella seconda metà del suo corso era rigidissima; ma noi si
sudava come cavalli.
– Senta, – mi disse
Buriglia, asciugandosi la fronte colla mano, – se non si leva il sole, son
dolori!
– Sì. La faìna ci piglia
in giro!
– Pazienza, per la faìna!
Ma guardi, siamo sotto a casa sua!
– Sua, di chi?...
– Ma.... di loro....
della Rosa!
Alzai gli occhi e vidi,
oltre il nero delle querci, un albeggiare d'olivi e il bianco scrìo d'una casa
colonica di buona apparenza.
– E cosa facciamo?
– Le solite; io
m'arrampicherò sull'albero, la faina salterà giù, e speriamo che, questa volta,
imbuchi.
Detto, un fatto.
Buriglia cominciò a salire, arrivò in cima alla pianta; la faìna descrisse il
solito cerchio per aria, sparì, il cane si sprofondò dietro a lei urlando e
noi.... daccapo a correre! ma per poco.
– Fido abbaia a fermo!
– Un altro cipresso!?
– Ma che! guardi là,
guardi là! È entrata, finalmente!
Fra un cumulo di macigni
rovi e sterpeti Fido a capo basso e a coda ritta abbaiava scavando la terra e
buttandosela sotto il ventre. La faìna era lì. E cominciò, come negl'incendii,
il lavoro.... di "smassamento"!
Ad ogni sasso che
ruzzolava, la faìna cambiava di posto. Non era nel suo covo, se no si poteva
dirle addio! La bestia, in assenza di gallerie, andava in qua e in là sotto i
massi e le sterpaglie, seguìta dal cane che il fiuto infallibile guidava
sempre, e, accostando l'orecchie alle feritoie naturali della grossa macìa, si
udiva, nell'ombra, la bestia soffiare.
Finalmente, sotto la
zappa, un enorme sasso si crollò, piegò, rotolò e mentre Buriglia, rapido,
ficcava il braccio nudo nel buco, il cane fece un salto per aria sbattendo le
mascelle a vuoto, ricadde sulle quattro zampe e volò dietro la faìna scivolata
via non si sa di dove, nè come!
Ma Buriglia,
contemporaneamente, si alzava urlando, livido in volto, e scuoteva disperato il
braccio a cui rimaneva appiccicata, torcendo la coda, una vipera lunga due
palmi.
Rapido come il baleno
picchiai col bastone traverso alle reni della bestiaccia che mi cascò ai piedi
moribonda.
Il momento però appariva
terribile, ogni minuto di più. Buriglia, cianotico, cogli occhi fuori di testa,
si rotolava sul terreno raccomandandosi come un'anima in pena. Non c'era un
secondo da perdere, perchè il veleno avrebbe senza dubbio cominciato ad agire.
Volsi l'occhio
intorno.... nemmeno un'anima! Il cielo impallidiva, scomparivan le stelle, ma
il sole non accennava a levarsi. Non un rumore rompeva l'alta pace solenne che
precede la salutazione del giorno, non abbaiare di cani, non muggire di bovi,
belar di pecore, sbatter di porte, nulla.... solo un gallo, fioco e stonato,
abbozzò da lontanissimo, un chicchirichì senza risposta.
E Buriglia moriva!
Mi frugai indosso
febbrilmente.... la fiasca del cognac vuota, il coltello; niente altro!
Allora mi misi a urlare
al soccorso, senza la speranza di farmi udire. Buriglia, intanto, mi diceva con
voce corsa dai brividi: Signorino, guardi qui, nel mio carniere.... troverà
dello spago, mi stringa il braccio, sopra alla morsicatura, lo stringa sodo, lo
stringa senza pietà....
Capii che bisognava
agire e mi posi a far la legatura più stretta che mi fu possibile, finchè
l'avambraccio penzolò, livido, come una cosa morta. Allora estrassi il
coltello, ne bruciai la punta sopra un fiammifero, poi lo cacciai
coraggiosamente nella ferita. Ma il sangue, nero, coagulato, sgorgava, con
pena....
–– Ora, – mi disse
Buriglia con voce spenta dalla paura, bisognerebbe succhiare, con forza.... da
me non ci arrivo.... è qui, sotto il gomito....
Disperato, gli feci
vedere il mio labbro scalfitto dal rasoio.... Tanto equivaleva suicidarsi!
– O non mi lasci morire
così... in fin de' conti.... è colpa sua.... signorino, per l'anima dei suoi
morti.... aiuto! mi ammazzi! vada a pigliare il fucile....
E giù, rotoloni per le
terre, mentre io buttavo via il cappello, mi davo dei pugni nel capo, non
sapevo più quel che dicessi....
Intanto, lontano lontano,
di collina in collina, Fido, tenace, inseguiva sempre latrando la causa di
tanto disastro, mentre dai poggi cerulei torrenti di luce d'oro scendevano
suscitando vapori fumanti a inondare la valle, dove le foglie autunnali
parevano gettate di fresco nel bronzo.
Fu in questo frangente,
quando mi pareva che tutto crollasse e dileguasse intorno a me, che una specie
d'allucinazione mi percosse gli occhi stupiti. Una magnifica ragazza bianca e
bionda sbucò tra gli olivi, di sul confine del bosco, s'inginocchiò rapida
accanto a Buriglia gemente e, presogli il braccio fra le mani, applicò le
labbra sulla pericolosa ferita.
Come si fa a raccontar
certe cose? L'arrivo dei vecchi richiamati da tutto quel brusìo,
l'esclamazioni, le grida, la paura e finalmente la solita e provvidenziale
commozione che fece, seduta stante, non appena rimesso in piedi alla meglio,
del povero Buriglia il più felice degli uomini?
Ma si può ben raccontare
però che, mentre tutti seduti attorno alla gran tavola di cucina, il riso si
alternava al pianto e i bicchieri di vino a' tenui rimproveri, come l'ombra al
sole se scende a sbalzi tra gli scalini delle nuvole; sulla porta rimasta
aperta, si vide comparire e fermarsi scodinzolando, fiero della sua vittoria,
Fido magro, rifinito, ansante, stringendo fra le mascelle, finalmente inerte,
la maledetta faina!
|