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Foffo, il mio compagno indivisibile
di caccia, il bracconiere esperto d’ogni abitudine delle lepri l’allevatore
scrupoloso di cani, mi aveva messo alla posta in cima a un colletto, dicendomi,
con l’aria di chi è sicuro del fatto suo:
— Piantatevi costì; non muovetevi, e fra cinque
minuti la Diana
vi manderà su l’animale! —
E guardava con gli occhi lucidi di
commozione, la canina rossiccia, che frugava le macchie), le ginestre, i talli
delle scope, gettando ogni poco un guaito acuto, che avrebbe lacerato i timpani
a un sordo.
Per Foffo quella cagna costituiva una
specie di essere sacro.
— Se non ho preso moglie, — mi diceva spesso,
— credete a me, l’ho fatto per via della Diana!... [2] Capirà che delle donne c’è poco da fidarsi; hanno a noia le
bestie; e non avrei voluto (che me la facesse trovar distesa! —
Era, in verità, una bestia di rara
intelligenza: una cagna da lepre capace di star sotto, come si dice in gergo
venatorio, e di far tirare alla lepre quando schizza, non si trova dovunque,
Egli è che Foffo regolarmente mancava il colpo; ma il bracconiere, senza
sgomentarsi correva a perdifiato alla posta più vicina e lì aspettava che la
canizza gli ci respingesse la lepre, la quale, finalmente, riceveva la immeritata
morte.
E così avvenne anche quella sera.
La Diana a un tratto scovò l’animale, gli dette come suoi dirsi,
con una serie d’urli disperati vidi in un prato di paleo un grande abbaruffio
di pelo rossastro; si sentì una fucilata, poi non raccapezzai più nulla, e solo
mi giunse, nel silenzio afoso del pomeriggio settembrino, un lungo, misurato
scagnare, che si andava allontanando, per poi ritornare, vicino, vicinissimo, a
rintronarmi le orecchie: segno che la lepre era respinta per i viottoli, verso
i cacciatori.
E la lepre venne; ma non a me; per il filo del [3] borro passò davanti a Foffo, il quale, essendo
corso, come al solito, a perdifiato, fece senza dubbio a causa dei palpiti
disordinati del cuore, la milionesima ‘padella’, mentre l’abbaiare rotto e
affannato si allontanava da capo, con mia grandissima ira.
Intanto, a tutto quel diavoleto, sui
portici dei casolari sparsi per i circostanti poggetti, si affacciavano frotte
di ragazzi, cani rispondevano con mugolii e ululati; i contadini, pei
campi, alzavano il capo dal lavoro e si fermavano a guardare, appoggiati al
bidente o all’aratro; alcune lavandaie, con le braccia e le gambe ignude,
correvano, traballando di sasso in sasso, lungo il borro, per assistere alla
cacciata; e perfino un pecoraio galoppava colle sue pecore, a rischio di
tagliare la strada alla lepre e farci rimanere con un pugno di mosche in mano.
Erano venti minuti precisi che si
svolgeva questo inseguimento, quando la lepre, sfiancata, disperata, esausta,
riapparve a tiro del fucile di Foffo, il quale, questa volta, comodamente
appoggiato alla inforcatura bassa d’un pesco, mirò e sfracellò il capo alla
povera bestia, che giacque immobile fra due ceppi di querciolo, mentre la Diana leccava con avidità il
sangue della gran ferita.
Mi precipitai dal mio posto per
brontolare col cacciatore, che, oltre ad aver corso rischio di perder [4] la preda, mi aveva tagliato fuori dalla
possibilità di fare un buon tiro; ma con mia gran sorpresa egli non mi lasciò
il tempo di pronunziare neanche una parola.
Con la lepre in pugno, il fucile a
bandoliera, teneva, ora, al pecoraio, ai contadini, ai ragazzi che lo
circondavano, una specie d’arringa, magnificando le proprie qualità, e anche,
sì! anche l’infallibilità della sua imbracciatura, ma indugiandosi specialmente
sui meriti della cagna, della quale raccontava vita e miracoli, come farebbe un
cerretano, in una fiera, davanti a un leone intignato e ammansito dai digiuni.
— L’avete vista? — urlava
Foffo, delirante di gioia — l’avete vista con che malizia cercava la
lepre? Sapeva che era a bacìo, e non ne cercava al solatìo; sapeva che era nel
forte, e non ne cercava nel pulito.... Chi glielo avrà detto? Questa non è una
cagna; è una persona umana! Guardatela qui, com’è graffiata, sanguinosa,
ansante... L’avete veduta tuffarsi nel legname — il legname per Foffo era
il fitto del bosco, fosse pure di semplici frasche, — l’avete veduta?
pareva che nuotasse; faceva innamorare! E badate bene — urlò negli orecchi
al pecoraio, che ascoltava rintontito, come se gli avessero dato una mazzata
sul capo — notate bene, voi che ve n’intendete di cani, notate bene che
questa bestia l’ho fatta io, soltanto io; [5] l’ho
tirata su da me, a furia di fegato e d’acqua con lo zolfo; e non la darei per
mille lire: e voi — terminò, rivolgendosi a me — voi, che scrivete su
per i giornali, lo potete anche pubblicare, ché nessuno ve lo potrà
smentire! —
Io ero rimbecillito.
Da principio non seppi cosa
rispondere, poi m’arrabbiai con me stesso, e, ricordandomi che da una diecina
d’ore almeno si girava e non s’era messo in corpo altro che un pezzo di pan
casalingo e qualche sorso d’acqua di borro, risposi brusco:
— Faresti meglio ad aggarettare la lepre, a legar la
cagna e farla finita! Ho una fame che non ne posso più, e il paese è lontano... —
Non avevo terminata la frase, che il
gruppo dei contadini s’aprì e lasciò venire innanzi un uomo tarchiato e
rubicondo, il quale, dalla cacciatora pulita e dal fare autoritario, mi si
rivelò subito un fattore o qualcosa di simile; costui, mentre Foffo berciava,
come se gli avessi tirato una stillettata, affermando che quello non era il
modo, che ormai s’era cominciato e bisognava ammazzarne un’altra, che forse sul
tramonto poteva piovere e allora avrei visto che strage si sarebbe fatta,
tagliò corto, dicendomi senz’altro:
— Sentite, voi, non abbiatevene a male, stasera
dovreste mangiare con me alla fattoria.
— Grazie! ma... e dormire?
[6] — Alla
fattoria! —
Io non volevo accettare, proprio perché non vedevo il
perché di quell’invito; ma quell’altro badò a battere di non poter permettere
che una persona come me (e non mi aveva mai visto prima d’allora!) rimanesse
digiuna tanto tempo; che sarei arrivato a casa di notte; che, d’altronde, aveva
fatto ammazzare due coniglioli e bisognava che qualcuno l’aiutasse a mangiarli;
e così via, finché io, combattuto fra gli scrupoli e l’appetito, finii
coll’acconsentire, a patto che mi lasciasse ricompensare in qualche modo
quell’ospitalità.
E ci s’incamminò, passo passo, verso
la fattoria, mentre i contadini tornavano a zappare, e le pecore a belare,
lungo i declivi erbosi.
Intanto il sole s’era avviato al
tramonto, dardeggiando, di mezzo a enormi gruppi di nuvole, dei raggi obliqui,
che empivano le campagne circostanti d’ombre turchine e di luci fosforescenti;
gli alberi fremevano e si scotevano al soffio d’un libeccio fresco, che sapeva
d’acqua lontano mille miglia; l’aria, umida, ora, e cristallina, svelava le
meno me particolarità dei panorami più distanti. E noi si saliva, in silenzio,
fra tutte queste bellezze.
A metà della viottola, che conduceva
alla fattoria, mi voltai, e, additando la mole d’un castello (così almeno mi
pareva), distante tre o quattro chilometri circa, in linea retta, chiesi al
fattore, anche per attaccar discorso:
— E quello che cos’è? —
[7] L’interpellato
si fermò tanto bruscamente, che Foffo, che gli camminava alle calcagna, a capo
basso con la lepre in mano, si trovò lanciato due passi indietro dalla schiena
possente del fattore.
Ma questi non se n’accorse neppure,
tanto la mia domanda pareva interessarlo, e, come chi ha molte cose da
esprimere e finisce per non dir nulla, restò a lungo con le braccia in aria,
prima che le parole gli potessero scaturire dalla gola, strozzata per la
commozione.
— Eh, signorino — esclamò finalmente, con
accento costernato — quella, per nostra disgrazia, mia in ispecie, sarebbe
la villa antica, di questa fattoria!
— Dev’essere di molto grande!
— E bella! tutta pitture, statue, quadri e mobilia
antica!
— Davvero? Pagherei qualunque cosa per vederla. C’è
nessuno dentro?
— E chi volete che ci sia?
— Oh, bella! i padroni!
— I padroni? O se voi, non abbiate vene a male, vi ho
invitato a cena per questo!
— Io? o cosa c’entro io? — domandai sbalordito.
— Se c’entrate? lo vedrete se c’entrate, e come! ma
andiamo su alla svelta, ché a tavola si spiegherà ogni cosa. —
E dir questo e affrettare il passo,
sì che in due minuti s’arrivò alla fattoria, fu un punto solo. In un istante
s’era a tavola, davanti a una tovaglia [8] bianca
di canapa, che odorava di spigo; una zuppiera ci fumava davanti, e le mani
tonde e bianche come la farina, d’una bella fattoressa, ci versavano nelle
scodelle la minestra di tagliatini, mentre due ragazzi, in disparte,
s’affaticavano a levar l’olio a un fiasco di vino, tutto polvere e ragnatele,
che avrà avuto vent’anni, e a tagliarci il pane, dalla forma rotonda, color del
bronzo.
Foffo era sempre in cucina a preparar
da mangiare, un pasto complicato e speciale, alla sua dilettissima Diana,
quando io e il fattore s’attaccavano i primi bocconi e i primi discorsi.
— Dunque voi, — cominciò il fattore, che, forse
per far più presto, masticava con tutte e due le ganasce e durava fatica a
discorrere — dunque voi, ma non abbiate vene a male...
— Ma dite su, che io non mi ho per male di nulla!!
— Voi scrivete su per i giornali...
— E come fate a saperlo?
— Ho sentito Foffo, dianzi, quando l’ha detto...
— Ah!, — e dentro di me mandai una...
benedizione a quel chiacchierone, che, novantanove su cento, mi aveva messo in
condizione d’accettare un pranzo per sentirmi poi chiedere qualche favore
impossibile. — Ah! è verissimo. E... perché, se è lecito, mi fate questa
domanda?
— Ecco. State bene attento. Voi, non abbiatevene a
male, che siete una persona istruita, ci credete agli spiriti?
[9] Io,
no!
— Ecco, io che sono, non abbiatevene a male, un
ignorante, non ci credo neppur io!
— O bravo!
— Però c’è chi ci crede!
— Eh, ce ne son tanti!
— E così, se una casa ha la nomea d’essere invasa
dagli spiriti, non si vende più.
— Anche questo è verissimo.
— Ora, per l’appunto, su, al castello, dicono che ci
si sente; e i padroni, gente nervosa, capite? gente di città, abituata a fare
una vita che li rende tutti, non abbiatevene a male, un po’ ‘nervastenici’, non
ci son più venuti, e vogliono vendere; però, nel contorno, s’è sparsa la voce,
e, quando arrivano i forestieri, li mettono sull’avviso; e quelli non comprano;
e così i padroni minacciano di vederselo andare all’asta; e io ci perdo la senseria...
avete capito?
— Altro che spirito! Qui si ragiona di pubblico incanto!
E voi ci perdete la senseria! Se ho capito? E come! Solamente non ho capito...
in tutta questa faccenda cosa c’entri io!
— Ecco, ma sentite un po’ questo vino; col frizzante
che ha, non abbiatevene a male, non dà alla testa... Dunque, siete stracco;
avete cenato, non fo per dire, da papa; avrete sonno...; siete [10] una persona di città, ma a giudicarvi dal viso,
non abbiatevene a male, sembrate di campagna; voi, insomma, siete un uomo forte
e a certe sciocchezze non ci credete... voi dovreste andare a dormirci, lassù
al castello, magari con Foffo e la cagna... poi, dopo, fate una bella
descrizione del posto, che è antico, che è splendido, su per i giornali, e
raccontate come qualmente di spiriti... neppur l’idea! Ne convenite? E allora,
io, col vostro articolo in mano, stringo l’affare... e, non abbiatevene a male,
vi ricompenso, e vi ricompenso bene! Vi torna?
— Io ero rimasto con una coscia di pollo a mezz’aria,
rintontito e scandalizzato. «Ma senti, — dicevo fra me, — cosa ti è
andato a escogitare! E poi dicono che in montagna... basta!». Respinsi con
tutte le forze il progetto di quella specie di compera della mia coscienza; e
sopra tutto mi attaccai al fatto che, a quell’ora, io non mi sentivo davvero la
forza, per andare a riposarmi, di far dei chilometri in mezzo a strade
malagevoli e oscure; tanto valeva, conclusi, che tornassi a dormire a casa mia!
In quel mentre arrivò Foffo, affamato, ma seguito dalla cagna pasciuta, e si
gettò sulla minestra con due occhi così sgranati, che non li dimenticherò mai,
se dovessi campar cent’anni; ma, nel mentre mangiava, moveva gli orecchi come
le lepri e coglieva a volo le parole, sicché, nel sentire il dibattito fra me e
il fattore, che ci voleva mandare a dormire al castello, mi parve che si
rannuvolasse non poco.
[11] Quando
però s’avvide che io, lusingato dalla descrizione che della villa mi faceva il
fattore, al quale il desiderio di combinar l’affare dava l’ali alla fantasia, e
dalla prospettiva d’andarci con un cavallo, stavo per cedere, alzò il viso dal
piatto, e disse a muso duro:
— Caro sor fattore, io vorrei sapere solamente... per
farla finita con tutte le chiacchiere: perché non ci siete andato voi, prima, a
dormire e... bonanotte? —
Il fattore rimase brutto, ma io mi
alzai, conoscendo il debole di Foffo, famoso per le spacconate, e gli dichiarai
sul muso:
— Sta bene; andrò solo; non ti credevo così
vigliacco.
— Vigliacco io? — urlò Foffo, rizzandosi di
scatto, senza neanche finir di mangiare — vigliacco io? Voi mi dovete dare
un sorso di cognacche, e vedrete di cosa son capace!... E poi o la Diana non la contate per
nulla? —
Fu questo l’argomento principale che
finì di persuaderlo; s’empì la cacciatora di pane e d’avanzi; nonostante le mie
proteste, bevve, uno dietro l’altro, altri due o tre bicchieri di vino, versò
il resto del fiasco in una bottiglia, la prese, poi con aria terribile mi
disse:
— Son pronto! —
Quindi il fattore, munito d’un lume
(era ormai notte profonda), ci precedette e ci accompagnò fin sull’aia, dove
aspettava un cavallo attaccato a un [12] barroccino.
Mi domandò se sapevo guidare alla meglio; mi assicurò sulle qualità del
cavallo, buonissimo, ‘umano’, come diceva lui; mi caricò il ‘cruscotto’ di
biada; mi consegnò un lanternino a olio, acceso, delle candele, le chiavi della
stalla; mi chiese se avevo bisogno d’altro; poi ci aiutò a montare in calesse,
noi e la cagna; ci porse i fucili; mi mise le redini in mano; m’avvertì, per
favore, di non far correre il cavallo alla salita, perché eran due giorni che
mangiava poco e tossiva; poi, senza fare un passo di più fuori dell’aia,
c’imboccò sullo stradone; e partimmo, salutati da tutti i contadini, accorsi a
guardarci come fenomeni, e che ci auguravano il buon riposo a mezza bocca, e
aggiungevano: — Coraggio! — come se si andasse alla guerra.
Faceva un buio d’inferno, ma il
cavallo pareva ammaestrato; soltanto una volta, si fermò, perché tenevo lente
le redini; capii che pigliava l’ambio ‘sull’appoggio’; lo sostenni; e ben
presto, di gran trotto, si cominciò a salire. Ci si avvicinava, e io misi la
bestia al passo, e chiesi a Foffo:
— Come va?
— Bene, — mi rispose — ma, credetelo, lo fo
proprio per un punto d’impegno... Avete visto il fattore? Lui ci crede più di
tutti!
— Sicché tu dici...
[13] — Io
dico che stanotte se ne vedranno delle belle. Per fortuna c’è la Diana, i fucili carichi e...
ce n’avete sempre del cognacche?
— Mezza bottiglia.
— Meno male. —
Il castello non spuntava, e io, fra seccato e incuriosito,
sferzai il cavallo e gli feci fare di trotto il resto della salita, si che,
quando si arrivò davanti all’enorme cancello di ferro battuto, la povera bestia
aveva una gocciola di sudore per pelo.
Io impazzivo a trovar la chiave per aprire; la cagna
rugliava; Foffo bestemmiava fra i denti, e il vento andava rinforzando. Certo
l’uragano, covato dalle nuvole durante tutto il giorno, sarebbe scoppiato nella
notte.
Come Dio volle, riuscii a spalancare
il cancello, e, preso il cavallo a mano, m’inoltrai per il viale, su cui la
luce del lanternino metteva bagliori rossastri, che facevano parere più bui i
bussi alti, una volta tagliati a disegno; dietro, Foffo si affaticava a
chiudere.
— Lascialo aperto; — dissi io — tutta
fatica risparmiata per domattina.
— Eh, caro voi, — rispose il bracconiere
— non si sa mai!... —
E lasciò andare pesantemente il
cancello, che, stridendo, ricombaciò, serrandosi con un lungo fremito
metallico.
[14] Ci dovevano esser dell’erme lungo il viale, perché ogni
tanto apparivano dei cosi biancastri, che parean fantasmi; e sentivo Foffo
venirmi vicino e tirarmi la cacciatora, dicendo:
— Avete visto? Avete sentito?
— Ho visto una statua di marmo e ho sentito frullare
un merlo... Vuoi un sorso di cognac?
— Non sarà male, perché qui fa piuttosto freddo...
— Chiamalo freddo! — e gli detti da bere. —
Un enorme piazzale s’apriva sulla campagna dormente. I
monti parevano blocchi confusi, nell’ombra che fasciava cielo e terra; rane
gracidavano in lontananza, chiedendo acqua; un lampo rossastro illuminò la facciata
del castello, nera, arcigna, con le finestre secentesche a mensoloni,
appiccicate sull’architettura medioevale.
Una fonte piangeva a intervalli,
sbatacchiandosi fra dei lauri agitati; il silenzio era enorme.
— La porta della stalla è a sinistra; — dissi a
Foffo — prova un po’ questa chiave... —
Era quella; la porta s’aprì, e ne
venne fuori un gran puzzo di muffa; il cavallo tossiva; la paglia era
polverizzata, minuta; non c’era verso di fare un ‘buscione’; gli buttai la
coperta a dosso, dopo averlo spogliato; poi andai con un secchio, verso la
fonte, a prendere l’acqua da versar nella semola.
[15] Quando
tornai, Foffo, che era rimasto al buio, accovacciato con la cagna, stretta al
petto come un tesoro, mi disse piano:
— Sbaglierò; ma di sopra c’è gente!
— Ma fammi il famoso piacere!
— Ho sentito camminare! Credete che abbia paura? A
voi, guardate... — e caricò il fucile con la munizione più grossa. —
Il cavallo tossì rumorosamente, soffiò dalle froge con
forza, facendo vacillare la fiamma del lume posato sulla mangiatoia; poi si
mise a masticare la semola, di malavoglia. Noi chiudemmo l’uscio, lasciando il
lanternino acceso a un chiodo; poi si cominciò a cercare il portone della
villa.
Si trovò subito, ma bisognò aprirlo al buio, perché il
vento spegneva i fiammiferi, appena accesi. Come Dio volle, si riuscì ad
aprire, mentre un rumore sordo faceva schizzar dentro Foffo con un salto di
lepre. Ci volle del bello e del buono a raccapezzarci; ma finalmente si scoprì
che l’api avevano fabbricato un alveare nel vuoto, fra la soglia staccata e
l’intonaco gonfio e screpolato, e che Foffo, senz’avvedersene, ci aveva posato
una mano sopra.
L’atrio era a volta, tutta d’un
colore turchiniccio, con due grandi cassoni da guardia a zampe di leone, uno a
destra, l’altro a sinistra, e, in fondo, in disparte, a piè dello scalone di
pietra, con la balaustra su cui posava un leone senza naso, si vedeva un blocco
oscuro, un grande oggetto bizzarro.
[16] Foffo l’osservò attentamente, poi
espresse l’opinione che si trattasse d’uno stromento per dar la tortura o per
ammazzare la gente a poco a poco.
Lo rassicurai, spiegandogli che si
trattava d’una portantina, e dandogli una sommaria descrizione del suo uso.
A destra entrammo in un gran salone affrescato e con poca
mobilia; poi trovammo una stanza, che doveva essere il tinello, con due
credenze, scolpite in legno a ippogrifi e foglie d’acanto, alte due metri, un
camino e un lavabo di marmo, che mi parvero bellissimi; quindi una sala oblunga
con un trucco, di cui il panno verde, roso dalle tarme, pareva una pelle di
leopardo intignata; infine, due camere con letti bassi e grandissimi, la
guardaroba dai lunghi armadi di quercia, neri neri, che parevano immense casse
funebri messe per ritto; e, per un’altra stanza, dove non c’era nulla, e la
cucina, patriarcale, lunghissima, col camino a fior di terra e gli alari di
ferro battuto a teste di draghi, rientrammo là donde s’era venuti.
Foffo vide sotto la cappa del camino una civetta morta,
secca come un uscio; era entrata probabilmente dal fumaiolo, e non aveva più
saputo uscire da quella trappola volontaria, ed era morta d’inanizione. Di
fatti, da un chiodo, pendeva fino a terra un canevaccio, tutto lucente
d’argentee [17] tracce di lumache, mangiato,
rosicato rabbiosamente dall’uccellaccio da preda, affamato e disperato. Anche
l’acquario riluceva di striscie brillanti come il metallo, ed era schifosamente
costellato di quei molluschi. Tutta questa roba, che a me piaceva poco, a Foffo
non piacque punto, e specialmente l’affare della civetta gli dette ai nervi in
un modo straordinario.
— Sbaglierò; — diceva tra i denti — ma mi
pare che si principii di molto male!.
— Senti, — gli risposi io, fermandomi a metà
dello scalone — se vuoi un altro sorso di cognac... ma ti avverto che i
tuoi sorsi son lunghi, e la bottiglia è quasi asciutta!
— Voi badate a canzonarmi, — mi rispose
— credendo che abbia paura; ma vedrete che, o gli spiriti ci sono, e
allora avrete paura anche voi; o c’è gente che vuol male ai padroni e al
fattore, e...
— E...?
— E qualche cosa stanotte, ci succede di certo. —
Alzai la candela, per guardare incuriosito una statua di
guerriera, in una nicchia sul pianerottolo; poi seguitai a salire in silenzio.
Alte, spaziose, con cortinaggi
oscuri, i soffitti a cassettoni, i letti a baldacchino, le antiche camere si
somigliavano tutte. Una stanza era stata accomodata a biblioteca, ma di libri
ce n’erano pochi. [18] Legati in cartapecora,
rosi dai tarli in modo da far pietà. Ne sfogliai qualcuno; era la collezione,
scompagnata e manomessa, della Storia generale dei viaggi per mare e per
terra, scritta dai missionari e illustrata con rami originali, un’edizione
veneziana del 1755, fatta dal Valvasense, con licenzia de’ superiori e privilegio
dell’Eccellentissimo Senato.
Non c’era altro.
Un uscio, ermeticamente tappato,
doveva, probabilmente, condurre alle soffitte, dove non m’importava per nulla
di penetrare. C’erano, là, abbastanza ragni, scarafaggi e altre bestie, che
fuggivano da tutte le parti, lungo le pareti dipinte, all’improvvisa luce della
candela, si che pareva d’essere in casa del prete di bernesca memoria, perché
io desiderassi di fare anche la conoscenza delle talpe de’ solai.
Scelsi la camera più bella, anche
perché c’erano due letti; e cominciai a ispezionarla un po’.
Sotto i letti, polvere e... basta; in
un armadio, nulla; in un tavolino, uno scartafaccio di saldi, de’ quali le
cifre sbiadite rosseggiavano alla fiamma del lume, come scritte coll’anilina
rossa; in un comodino, due o tre boccette vuote; delle poltrone a braccioli,
col damasco sbrindellato; nel soffitto, delle ragnatele così spesse, che non
c’era pericolo cascassero in capo.
A un tratto Foffo cacciò un urlo.
[19] Corsi
a vedere. Aveva aperto un armadio a muro, e gli era apparsa una cosa
spaventevole: un Cristo di cera, che pareva vivo, flagellato a morte, gocciante
sangue da mille piaghe, con la canna nelle mani legate, l’orbite bianche sotto
la sopracciglia di peli veri, la corona di spine acute sul capo doloroso e
reclinato.
Chiusi con reverenza lo sportello,
davanti a quello spaventoso capolavoro secentesco; e dissi a Foffo, che tremava
ancora: — Sei persuaso, sciocco?
Un ululato mi rispose; un ululato
lungo, di vento, che s’insinuava chissà di dove, percorreva follemente la casa
vuota, e smoriva proprio all’uscio di camera nostra, scuotendolo come per
entrare.
Nel tempo stesso la cagna rizzò il
pelo e scoperse i denti bianchi, ringhiando con furore, mentre dal basso, quasi
dalle viscere della terra, un colpo sordo parve venisse a battere sotto il
pavimento, ripercotendosi nell’intime fibre nostre, scosse e sovreccitate dalla
solitudine e dal preconcetto.
Foffo, con in mano il fucile, di cui
le canne oscillavano a tutti i punti del quadrante, era pallido come un
cadavere; è indubitato che a me batteva il cuore. La cagna ringhiava sempre.
Vinsi,
con impeto di collera, l’orgasmo che mi aveva invaso, e, facendo tacere la
cagna con una pedata, che provocò un gesto paterno e desolato di Foffo, dissi a
quest’ultimo:
— Ci
dev’essere qualche cosa di aperto! Andiamo a vedere; se no, non si dorme
davvero.
[20] — A vedere? — urlò Foffo
cogli occhi sgusciati. — Voi siete matto! E un miracolo, se non siamo
morti prima d’arrivare qui; ora ci siamo, e io, fino a giorno chiaro, non fo
più neanche un passo.
— Morti?
Morti, come? —
Foffo
riunì con uno sforzo gigantesco tutte le sue cognizioni storiche, e mi rispose
con un piglio sicuro:
— Ma vi pare
che non ci sieno dei ‘tarbocchetti’?
— Ma che
trabocchetti d’Egitto! Io vo a vedere...
— Sor
Ferdinando, non andateci...
— Sei un
imbecille!
— Sor
Ferdinando, ve ne pentirete... —
Io
misi la mano sulla gruccia dell’uscio, la girai, e feci per spingere
l’imposta... Ma l’uscio resisté.
Feci
forza, un po’ sorpreso; e mi parve che qualcuno respingesse l’imposta contro di
me, mentre l’ululato serpeggiava di nuovo per tutta la casa abbandonata, e
dileguava in un gemito; nel tempo stesso la cagna riprese a ringhiare; e il
colpo sotterraneo si rinnovò.
Ero
certo che si trattava d’un gioco d’aria; nessuno più di me era persuaso che
avevo da fare solamente col vento; ma l’effetto, dico il vero, fu
agghiacciante.
Se fossi stato solo, avrei dato di
paletto, e mi sarei messo a leggere o a passeggiare per la stanza, [21] fumando; ma l’idea che un testimone, e un
testimone di lingua lunga come Foffo, era là, e non cercava di meglio che
travolgermi nella sua vigliaccheria, fu più forte dell’istinto, dominò i miei
nervi, li costrinse a una reazione quasi selvaggia.
Mi
tirai indietro, e con la scarpa ferrata menai un calcio alla porta, un calcio
formidabile, che fece piovere in terra una nevicata di calcinacci... Ma la
porta si spalancò con una violenza inaudita, come se avesse i cardini unti,
sbatté contro il muro dell’andito, e, per il contraccolpo, si rinchiuse da sé.
Tornai ad aprirla, pian piano, alzai la candela, vidi la mia ombra allungarsi
sulle pareti del corridoio; e null’altro.
Serrai,
tornandomene in camera, più tranquillo; anche Foffo pareva persuaso, tanto che
mise il fucile in un angolo, a portata di mano, e si buttò sul letto più
piccolo, con la cagna ai piedi, che, però, ringhiava sempre.
Io mi sdraiai sul letto grande, adagio, perché la polvere
dei cortinaggi non mi cascasse sulla faccia; spezzai un sigaro, ne diedi mezzo
al compagno, e, dopo un istante, si entrò tutti e due in uno stato di
dormiveglia.
Il vento pareva proprio che avesse smesso di urlare; se
l’uscio dava qualche scossa, o i mobili avevano uno schianto, o si sentiva
ruzzolar nel solaio, non ci si badava proprio; i nervi si distendevano, dopo
l’ansia di prima; la candela fu tirata indietro, perché non ci battesse negli
occhi; i [22] mozziconi dei sigari vennero
posati sui marmi de’ comodini; la cagna ficcò il naso sotto una zampa; le
nostre palpebre, pianino pianino, scesero sulle pupille; poi parve che
qualcheduno ce le carezzasse con dita invisibili; un torpore languido, un
benessere un po’ doloroso invase le nostre membra affaticate; i vapori del vino
finirono d’addormentarci, e noi scivolammo, come fra due pareti di velluto
nero, nel baratro beato del sonno, mentre lontano lontano rotolavano e
borbottavano i tuoni.
Ahimè! la felicità è breve. S’era da
poco piombati in quel provvido letargo, quando un colpo, che parve rintronarmi
nelle viscere, mi svegliò bruscamente; apersi gli occhi intontiti, e, al
chiarore d’un lampo, che dilagò nella camera di fra le stecche delle persiane,
dando un aspetto bizzarro e fuggevole alle figure dipinte sul muro, vidi Foffo,
accanto al letto col fucile in pugno, che mi diceva concitato: «Eccoli!
vengono!».
Balzai in terra, mentre la cagna,
vedendoci agitare a quel modo, ringhiava cogli orecchi ritti.
Foffo le tappò la bocca, perché non
abbaiasse. Un altro colpo, poi un altro, poi non finirono più come se qualcuno
aprisse un buco in qualche parete, a colpi di scalpello.
Coi fucili carichi, gli occhi
dilatati nell’ombra (la candela, consumata, era spenta), ci consultammo a bassa
voce.
— Son gli spiriti!... — diceva Foffo.
[23] — Ma
che spiriti! — rispondevo io. — Questi son uomini... Bisogna andare a
vedere.
— Sono spiriti! Non provatevi!
— Si sparerà loro contro; e la vedremo! Dammi una
candela...
— O se le avete voi!
— Ma io non le trovo più... —
I colpi ora venivano battuti, metodici, a uno a uno, spaziati,
lenti, come nelle sedute medianiche. Tutta la casa, enorme e vuota, ne
rimbombava, mentre di fuori raffittivano i lampi e si udiva lo scroscio
violento della pioggia a raffiche, sbattuta contro le muraglie dal vento.
A tentoni, trovai la finestra,
l’apersi, spalancai le persiane, respinto da una folata d’acqua diaccia. Tutto
era buio e silenzioso; forme nerastre, alberi senza dubbio, si agitavano
intorno a qualcosa di bianco, una statua, forse; sul terreno, una pozzanghera
riluceva, sanguigna, come specchiasse una fiamma.
I colpi, che seguitavano, venivano
proprio di sotto a noi; ma io non raccapezzavo bene se la finestra desse sopra
il piazzale donde eravamo entrati, o sopra un altro cantuccio del parco; non
distinguevo gli oggetti, in quella confusione, e il dubbio che mi sarei trovato
qualcuno di fronte si faceva oramai certezza.
[24] «Gli tiro o non gli tiro?, — dicevo tra me. — Se
è qualche persona che intende farci dispetto, il castigo è sproporzionato alla
causa... e se quello è armato anche lui, e, vedendomi armato, spara prima di
me?»
In quel mentre Foffo ebbe una
splendida idea; la paura la vinse su tutti gli scrupoli, e con un gesto
magnifico votò la cagna al sacrifizio, ardente d’un furor sacro, che il padre
d’Ifigenia gli avrebbe invidiato: sciolse la bestia, la condusse all’uscio di
camera, che io apersi, poi l’aizzò, giù per il corridoio, contro un nemico
invisibile.
— Piglia! dai! via! su! —
La
Diana, piantata sulle quattro zampe
irrigidite, ringhiava; ma fiutava l’aria muffita col naso mobilissimo, e non si
moveva.
— Lo vedete? ha paura anche lei! C’è qualcosa di
straordinario!
— Invece non sente nulla, e però non si butta!
— Piglia, su! Diana, cerca!
— Piglia... cerca... — E venne un’idea anche a
me. Feci un passo indietro, misi le due mani fra il naso e la bocca, poi imitai
insuperabilmente il miagolio e il soffiare d’un gatto arrabbiato.
Fu come sollevare una diga: la cagna, latrando
ferocemente, si scagliò nel buio con un balzo magnifico, volò per le scale; ne
udimmo l’abbaiare, [25] lungo e furibondo,
perdersi, ritornare, echeggiando, per tutto il piano terreno; ma i
colpi, spaziati, metodici, lenti come nelle sedute medianiche, continuavano
sempre, mentre l’acqua, ora, scrosciava a diluvio, come se ci volesse affogare.
— Se ci fosse qualcheduno,
— esclamai io — la cagna l’avrebbe trovato!...
— E i colpi seguitano. Li sentite? — fece Foffo.
— Appunto. O chi fa questi colpi è al di fuori, e
allora noi possiamo scendere; o...
— O son gli spiriti...
— Ma che spiriti! —
E, imbracciato il fucile, accesi uno
solfino. Foffo si decise a trovare nella mia carniera la candela superstite;
l’accendemmo, e si cominciò a scender la scala con gli orecchi intenti.
Per la prima e seconda branca i colpi
s’allontanarono, poi tacquero del tutto; ma, a pena si fu al piano terreno, li
sentimmo chiari, vicinissimi.
— Chi va là? —
Nessuna risposta.
— Chi va là? — gridai con quanta voce avevo.
Mi risposero due colpi consecutivi,
ma più deboli dei precedenti. Si era allora alla porta d’ingresso, nell’atrio;
e i colpi venivano da destra...: dunque venivano dalla rimessa! Che qualcuno ci
volesse rubare il cavallo?
Spalancai il portone, tirando i paletti con gran fragore,
poi mi affacciai sul piazzale, buttando via la candela, subito spenta dal
vento.
[26] Ora
il terreno fradicio aveva assunto sotto la pioggia quel colore turchiniccio che
annunzia l’approssimarsi del giorno; vedevo benissimo una grande erma di Pane,
sferzata da pochi allori, dietro a’ quali si contorcevano due cipressi neri
come l’inchiostro; il solito barlume nella pozzanghera mi fece alzare gli
occhi, e m’accorsi che si trattava del riflesso che, dalla stalla, vi mandava
il lanternino lasciato acceso. Via, via, tutto quello che di spettrale e
d’oscuro avevan creato la notte e la fantasia pareva fuggire a volo, col vento,
verso i monti, che fumigavano di nubi cenerognole.
Rapido, corsi alla rimessa; la chiave
era nel portone; apersi, e... (da qualche minuto i colpi non risonavano più) mi
apparve nella penombra la mole agitata del grosso cavallo baio, che si torceva
sulla paglia magra, coi quattro ferri in aria.
Mi avvicinai e capii, subito, ogni
cosa. Ma che cosa si poteva fare? Tutto era inutile, ormai!
Ristemmo, silenziosi, desolati,
intorno alla povera bestia, che tutta la notte ci aveva chiamati a grandi colpi
di zoccolo, zampando in preda alle torture d’una terribile colica
infiammatoria: era troppo tardi per poter trovare un rimedio; troppo tardi per
riparare alle conseguenze della nostra stolta paura.
L’agonia d’un cavallo è spaventevole; al vedere [27] l’animale, buono e intelligente, girare i grandi
occhi melanconici, già velati dalla morte; al vedere il moto convulso delle sue
povere lunghe zampe magre, che battono meccanicamente i mattoni; la bava, che
discende, delle labbra flosce, grumate di sangue sopra i denti bianchi,
scoperti in un spaventoso riso spasmodico; e quella bella coda, quella
doviziosa criniera, orgoglio e decoro del quadrupede, strascicate per terra
come cenci inutili, il cuore è punto da una pena acutissima.
Il primo raggio di sole, rosso di porpora, illuminò i
nostri volti sbiancati e compunti; scintillò sopra l’enorme carogna del
generoso animale, immobile per sempre, col collo lunghissimo proteso verso la
porta, l’onda dei lucidi crini disfatti, l’occhio sbarrato, i quattro zoccoli
rigidi, che dal mezzo della stanza toccavano l’opposta parete.
Le nuvole, a stormi, migravano immani
per il cielo sconvolto, quando noi, a capo basso, mogi e sconfitti, cominciammo
a scendere lentamente lungo il viale vigilato dalle statue bianche, contro le
pareti di bossolo verde cinguettanti d’uccelli.
Il fattore, che c’era venuto incontro
tutto allegro, non seppe risponderci nulla; si mise le mani nei capelli, e
corse disperatamente verso la villa, dove, dopo tanto tempo, ebbe il coraggio
d’entrare; noi ci affrettammo verso il nostro paese lontano, senza aver
coraggio di dirci, l’un coll’altro, una sola parola. In quel parapiglia la
lepre uccisa era rimasta alla fattoria.
[28] La
villa andò all’asta; nessuno più la comprò.
Per venti miglia di raggio si sparse la voce che due
cacciatori audaci, essendosi azzardati a dormirci, gli spiriti avevan loro
ucciso un cavallo, e che i cacciatori stessi eran potuti scampare a prodigio.
Ora Foffo, nel canto del fuoco,
riposandosi dalle solite cacce, dopo aver ingigantite ai campagnoli atterriti
le peripezie di quella memoranda notte, termina sempre additando la cagna,
divenuta bolsa e tutta spelacchiata:
— Non è più buona a nulla, lo
so; ma che volete? la tengo con me, come una persona di famiglia... In fin de’
conti, m’ha salvata la vita! —
[29]
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