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All’imbocco del paese la comitiva
romorosa dei ragazzi si fermò; tenne conciliabolo.
S’erano sparpagliati sul gran prato,
vicino alla vecchia cappella secentesca scortecciata e cadente, fra mezzo ai coppi
enormi di terracotta rossa, resa dura, dalle intemperie, come il porfido.
Si arrampicarono a fatica sui vasi colossali, puntellando
i piedini scalzi sopra i manici aggraziati, sulle sporgenze lievi degli stemmi
medicei; stettero lì, seduti in giro sui fondi lucidi degli orci, come un
piccolo parlamento improvvisato, vociando tutti insieme, senza riuscire a
raccapezzare una frase che volesse dir qualche cosa.
I più vicini, armata d’un ciottolo la manina bruna,
picchiavano disperatamente sulle pance enormi dei grossi recipienti oleari, che
mandavano un suono fesso, profondo e lontano.
[30] Gigi
del Beccaluci, il più grandicello, ritto in cima a una conca tutta
rabescata a grossi festoni di frutta e fogliami, chiedeva silenzio con una voce
stridula come quella delle ghiandaie.
Intanto il tempo rincupiva sempre di
più, il tuono rombava sordamente in lontananza, e gli olivi del monte di
Sant’Antonio ristavano, curvi, come per difendersi dalla raffica vicina, e
avevano rovesciate le foglie dalla parte bianca.
Era una vigilia di festa, e il
postino, arrivando in piazza al trotto sghembo del suo magro cavalluccio, aveva
sparso la voce che poco sopra al Cantagallo s’arrampicava faticosamente per
l’erta un carrozzone di ‘forzaioli’ tutto carico di bertucce e di pappagalli.
Motivo per cui i ragazzi del borgo, con uno slancio
unanime, erano fuggiti di sotto ai loggiati della Colleggiata, dove stavano,
come sempre, esercitandosi al bersaglio contro un pregevole bassorilievo di
marmo attribuito all’Orcagna; ed erano corsi, gridando come uno stormo di
passeri, su per l’erta del prato, incontro ai saltimbanchi, purulente piaghe
sociali, di cui i monelli sono le mosche necessarie, in tutte le parti del
mondo.
Ma un tempo spaventevole, un cielo greve, afoso, torbido,
proprio sul principio della via principale, rara di case, fiancheggiata da
cipressi altissimi, già provati in parte dal furore dei fulmini, de’ quali
serbavano le tracce in qualche tronco scheggiato e sanguinoso come una ferita
viva, aveva [31] paralizzato lo slancio
birichinesco, con la prospettiva d’un diluvio asfissiante.
E l’acqua non si fece aspettare, davvero.
La si vide venire da San Casciano come un gran velario
disteso dal cielo davanti ai poggi da Mercatale e Cerbaia, guadagnante
rapidissimamente terreno, nascondendo, uno dietro l’altro, i monti, i boschi,
gli oliveti via via sempre più prossimi, finché stampò nella polvere l’impronta
silenziosa di goccioloni grossi come soldi; poi, preceduta da un tuono lungo,
che parve rimbalzare su tutti i tetti, si scaraventò sull’Impruneta con un
sordo romore, mentre i ragazzi scappavano, rasente i muri, dentro gli usci o nelle
stalle, e si vedevano le donne, coi grembiuli in capo, correre a rinserrarsi in
casa, spingendosi avanti le galline, che starnazzavano.
Sotto questo diluvio, avendo superata
l’erta del Cantagallo, calava da Gagnolo verso Quercione un veicolo strano, una
specie di casotto di legno, poggiato su quattro ruote sbilenche, e che, col
proprio peso, pigiando sulla carcassa d’un ciuco male in gambe lo spingeva a un
passo inconsueto, il quale avrebbe finito per costringerlo a inginocchiarsi
nella mota, se un uomo ispido e giallo, vestito d’una sudicia casentinese
spelata, di sotto a cui spuntavano due gambe magre ballonzolanti in una maglia
di colore indefinibile, tutta sbrendoli e rammendi, non l’avesse sorretto per
la cavezza di corda, [32] picchiandolo
disperatamente, nella pancia tumefatta, con certo suo bacchetto, per dargli
animo e tenerlo su.
Il carrettone o casotto di legno doveva essere stato, in qualche
epoca lontana, dipinto di rosso; aveva di dietro, a sinistra, una porta chiusa,
alta da terra un buon metro, e un finestrino aperto, che gli davano l’aspetto
curioso d’una faccia vista di profilo; sul tetto di lamiera, da cui l’acqua si
rovesciava, piangendo, sulla strada, rimaneva l’avanzo d’un camino di ferro;
sul davanti un pappagallo verdastro chiudeva gli occhi e arruffava le penne
bagnate, rannicchiandosi sopra un trapezio, mentre due bertucce, legate a una
piccola scala, si grattavano vicendevolmente con aria malcontenta.
Come eran giunti vicino a un portico,
e il cancello era aperto, l’uomo vi tirò dentro per la briglia il ciuco e il
casotto traballante; mise sé e la bestia e le robe al riparo da quegli
scatarosci screanzati, che facevano una casa del diavolo su tutti i campi
circostanti.
Al rumore delle ruote
sull’ammattonato sconnesso un cane legato al muro, fra la paglia, abbaiò
furiosamente, e le scimmie strillarono a perdifiato, mentre il pappagallo
starnazzava; ma nemmeno una finestra s’aprì; l’uscio del portico rimase
ermeticamente chiuso; i contadini, sorpresi dalla tempesta mentre erano tutti
intenti al lavoro, dovevano [33] probabilmente
essere rimasti rinserrati nei capanni sparsi qua e là per i poderi.
Allora l’uomo tirò giù, contendendola
alle scimmie, che s’attaccavano stridendo ai pioli, la scaletta, la montò,
l’aprì, l’appoggiò alla porticina posteriore del cassone; salì su, aperse,
tuffò la faccia aguzza di faina nel buio e nel lezzo di quell’antro immondo.
Da principio non vide nulla;
mugolando apri uno sportello laterale, donde un soffio di pioggia e di luce
grigia investirono una povera cosa sudicia e palpitante, disfatta, sul fondo di
legno coperto di paglia e di stracci, una donna livida, cogli occhi sbarrati,
la bava alla bocca, il petto sollevato da un respiro aspro, irregolare e
fischiante.
Un enorme calore emanava da quel
mucchio di miseria; un alito di puzza ardente, crassa, occupava sensibilmente
l’angusto spazio; ma lo spruzzo di acqua fredda, che dal finestrino piombò sulla
giacente, non ebbe virtù di riscuoterla, di provocare neppure un brivido di
ribrezzo su quella pelle risecchita e arsa.
Ora l’uomo, appoggiandosi a una palla di legno dipinta di
turchino con delle stelle gialle, incastrata fra due capre schiodate e una
ciambella di cerchi fioriti di carta, si chinava sulla malata, trascinandosi
carponi sulle ginocchia, ne spiava il respiro, la stringeva per le mani,
chiamandola, tentandola in tutti i modi.
Poi si chetava, immobile, affannando,
cogli sguardi fissi in quelle pupille disperatamente [34]
sbarrate e vaneggianti, mentre non gli rispondevano che quel respiro
fischiante, mozzo, insopportabile e i ritornelli, ora vicini ora lontani,
dell’acqua fitta, regolati dal vento.
Allora scese, barcollando, la
scaletta, cogli occhi senza lacrime, dilatati e fissi, colle mani che tremavano
e tremavano; rinchiuse lo sportello e l’usciolo; ripiegò lo scalèo; lo ributtò
con ira sorda accanto alle scimmie, che urlarono saltando; prese il ciuco per
la cavezza; rifece il giro del portico col casotto tentennante; imboccò il
cancello, badando di non urtare il mozzo alle colonne; si ricacciò sotto il
diluvio, sempre più curvo, sempre più tristo; riprese a trascinarsi dietro la
soma grottesca dei suoi mali, scrutando disperatamente, tra il ballonzolare
degl’innumerevoli fili d’argento che senza posa, dal cielo, si dipanavano
davanti alla sua povera vista abbacinata, se di mezzo al verde opaco dei campi
e dei boschi biancheggiassero le case del paese, si profilasse, finalmente, la
sagoma del campanile!
Andò avanti così per qualche ventina di metri, flagellato
dallo scirocco, accecato dalla pioggia, sdrucciolando sulla mota liscia e
crassa; ma la furia dell’uragano rinforzava, l’acqua raffittiva, il vento,
fischiando con rabbia fra gli olivi, che arruffava e sbatacchiava
sinistramente, pareva schernire quegli sforzi inutili e faticosi; una serie
continua ininterrotta di lampi abbarbaglianti s’incrociò nel cielo, illuminando
il sentiero luccicante come [35] uno specchio,
dove si rovesciavano le sagome degli alberi agitati; uno schianto secco, un
fragore altissimo fecero fermare il ciuco, a un tratto, cogli orecchi bassi, il
pelo irto, che gocciolava; le scimmie smisero di stridere e di grattarsi,
tremando come foglie; il pappagallo agitò l’ali nei conati folli di rompere la
catena; poi tornò il buio, un buio trasparente di cenere, opaco, torvo,
spaventevole, mentre il silenzio pareva ripiombar sulle cose con un ultimo
scroscio.
Allora l’uomo si gettò sull’asino, con tutto il proprio
peso, strascicò la bestia e il carrettone fino a una cappella rossa, con un
piccolo chiostro davanti, accanto a una quercia gigantesca dalle cento braccia
possenti, che porgevano da mille rami festoni di foglie sparpagliati per aria,
sì che, lì sotto, il terreno era quasi asciutto; vi spinse, vicino, il ciuco;
lo fece accostare al tronco immane; poi buttò via la frusta, e, colle mani nei
capelli, chiamò, chiamò a lungo, con grida folli, con frasi senza senso.
L’acqua soltanto rispondeva,
scrosciando nei campi e tamburellando sul fogliame della querciona; le scimmie,
rinfrancate, imitavano, con le mani schifosamente rosee, cacciate dietro i
crani appuntiti, il gesto desolato del padrone; il pappagallo chiedeva con voce
monotona e chioccia: «Biscotto! biscotto!»
Il saltimbanco strappò la scaletta,
s’appoggiò all’usciolo, lo spalancò, salì su, tornò a spiare le [36] labbra verdi, gli occhi sbarrati, il petto ansante
della giacente.
Non s’udiva quasi più il fischio della sua gola.
Singhiozzando,
pregando, cercò da per tutto qualche cosa, e trovò una bottiglia, semi vuota,
puzzolenta di rumme e di spirito; l’accostò alle labbra livide, tentò versarne
due stille fra i denti stretti convulsamente, chiamando la sua donna per nome,
maltrattandola anche, perché non rispondeva; ma i denti non si disserrarono, ma
le labbra livide non risposero, e il liquore gocciolò lungo il mento aguzzo con
una bollicina di bava verdastra.
Il rantolo ricominciò; lo sterno si
alzava e si abbassava come uno stantuffo; le mani annaspavano nell’oscurità;
poi si portarono verso la gola, chiedendo aria, aria...; afferrarono, nella
convulsione spasmodica, il lembo d’un costume da pagliaccio, che penzolava da
un chiodo; il vestito cadde, coprendo quel corpo coi suoi colori sfacciati,
avviluppandolo come in una bandiera indegna.
Il tremito della moribonda scoteva
tutto l’enorme cassone, pericolante sulle sale malferme, da cima a fondo; le
scimmie ridevano, tossicchiavano, litigandosi; il pappagallo chiedeva:
«Biscotto!»,
Per mezz’ora durò l’orribile scena; poi il rantolo andò
affievolendosi in un con la pioggia, che diminuiva di fuori; già non si udiva
più che il ticchettar monotono delle gocciole dalla tettoia di lamiera
sconnessa, quando un raggio di sole, forzando le nuvole, accese ogni cosa d’un
miracolo di [37] luce, e dal finestrino aperto
scivolò lentamente nell’interno dello stambugio.
La moribonda volse lo sguardo a quel
raggio; poi ciondolò il capo sul petto, di schianto, come se le avessero
spezzato l’osso del collo; e non si mosse, mai più.
Il marito sdrucciolò giù per la scaletta, come un sacco,
battendo la testa; e rimase inebetito, seduto in terra nella fanghiglia, cogli
occhi vitrei fissi dinanzi a sé.
Il sole, trionfalmente, sbaragliò tutte le nuvole e
percorse vittorioso i campi, i boschi, risuscitando ogni cosa, svelando il
bianco delle case fra gli olivi, e i lembi d’azzurro limpido fra le nebbie
cineree, che disfacevano in brandelli gli estremi soffi del vento.
Adagio, adagio, il saltimbanco si
scosse; si tastò lo stomaco che ardeva; si strappò di dosso il pastrano,
rimanendo con la sola maglia violetta; poi, per istinto, brancicando, trovò la
pipa, se la cacciò in bocca, guardò intorno a sé e riabbassò la testa, come se
la gran luce gli desse noia, gli facesse venire le vertigini.
Il ciuco, che aveva trovato un po’
d’erba umida, avanzò d’un passo, facendo traballare il cassone, dove il
cadavere rimbalzò; poi, alzando le lunghe orecchie, ragliò di piacere.
Gli rispose un urlare, un vocio confuso, un tintinnio di
voci argentine, come un fracasso di vetri rotti; e la frotta implacabile dei
ragazzi, ebbra del sereno, richiamata dal raglio, esaltandosi alla vista [38] delle scimmie, del pappagallo, del carrozzone,
sbucò sulla strada in una corsa veloce, fantastica, circuì la carretta,
urlando:
— I forzaioli!, i forzaioli!, i
forzaioli! —
Il saltimbanco in piedi, allibito,
tremante nella sua maglia scucita, faceva cenno, cogli occhi piangenti, con le
mani tremanti, che tacessero.
Ma i monelli, diventati come pazzi
dalla gioia a quella vista grottesca, fra gli strilli delle scimmie, le
apostrofi del pappagallo e i ragli del somaro, s’eran presi tutti per mano, e,
urlando in coro:
E giro giro tondo
un pane e un pan tondo,
un fascio di viole
le do a chi ne vole...
giravano vertiginosamente da un lato all’altro della
capanna ambulante, senza saper di ballare intorno a un carro funebre.
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