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Il barrocciaio toscano è un tipo che finirà con lo
scomparire, davanti all’incalzante quantità di reti tranviarie, di servizi
automobilistici, di ‘bracci’ di ferrovie che s’incrociano in tutti i sensi,
avanzando minacciosamente fra mezzo alla santa quiete delle boscaglie e
all’operosa festività delle colline del Chianti.
Gli ultimi avanzi di questa strana
stirpe di nomadi hanno, ora, un campo ristrettissimo dove muoversi coi loro
pittoreschi traini carichi di fascine, di masserizie, ma per lo più di
terrecotte, embrici, mattoni, orci, ornati di manici aggraziati e d’un bello
stemma mediceo sulla curva del pancione rosso; un campo d’azione che non va
oltre la Castellina,
dalla parte di Siena, e oltre Pescia, dalla parte diametralmente opposta al gloriosissimo
Chianti.
[40] Di che cosa vive il barrocciaio? di
vino, di questioni e d’intemperie. Contro queste poi è corazzato. Lo vedete,
sotto un sole che spacca le pietre, con la frusta a tracolla, la pipa in bocca,
seguire i muli, cantando l’ottava del Niccheri e segnando la cadenza con grandi
scoppi di frusta; oppure, sotto un diluvio torrenziale, giacere sul veicolo,
col capo ricoperto dall’ombrello aperto e le gambe fasciate da un cencio di
lana inzuppato come una spugna, e dormire come fosse nella più adorna camera
del mondo.
Quanto ai muli, sono ammaestrati. Il
barrocciaio, che vive in uno stato di perpetua contravvenzione, non si cura di
lanternino, di notte, né della ‘mano’ obbligatoria.
I muli, a gubbie, come si usa dire, o a tre, se ne vanno a
capo basso, sempre della medesima andatura, scrollando le sonagliere lustre di
ottone, per le quali i conducenti hanno una predilezione e una cura speciale.
Scansano gli ostacoli; si fermano
quando sono stanchi; fanno stare un tranvai fermo mezz’ora, in piena via
maestra; poi ripigliano il loro passo, come dominati da un’unica
preoccupazione: quella d’arrivare a destino più tardi che sia possibile.
Il barrocciaio toscano e il suo mulo sono gli esseri meno
impressionabili che esistano sulla terra.
[41] ‘Poverino’,
detto così per ironia, per essere riuscito a metter da parte un gruzzolo col
proprio lavoro e a diventare ‘padrone del suo’, era tanto vecchio, che si
ricordava d’aver accompagnato i Francesi, quando calarono a Firenze, durante la
lotta per l’indipendenza.
Uomo arguto e pronto al proverbio, segaligno, ossuto,
colorito come una statua di bronzo patinata dal tempo, con due occhi furbi
dentro una cavità orbitale inverosimile, ‘Poverino’ non la cedeva a nessuno in
fatto di prontezza verbale e di orgoglio paesano.
Campanilista nell’anima, era rimasto
col pensiero ai tempi ne’ quali l’Italia era divisa come uno scacchiere; e
anche, se tornava dalla ‘gita’, aveva sempre da brontolare contro i
‘forestieri’.
«Gli Aretini aggrediscono: i Lucchesi
rubano; a Siena mi hanno spogliato», e via dicendo.
Nella cesta, sotto il barroccio, teneva il lanternino, che
non era stato mai acceso; un canino pomero tutto pelo e tutta voce, e una
vecchia pistola d’ordinanza, sempre carica, perché credeva, a certi sbocchi, di
potersi incontrare negli assassini, come mezzo secolo prima, quando li vide giù
alle ‘Strette’, radunati intorno al foco, vicino al masso dei ladri, che si
scaldavano. Per fortuna aveva il barroccio vuoto; aveva scaricato una cesta di
vino di dieci quintali (una meraviglia che aveva fatto correr la gente a vedere
tutti quei fiaschi messi l’un sull’altro, fino a un’altezza straordinaria,
senza che il [42] peso di quelli di sopra
rompesse il collo a nemmeno a uno di quelli di sotto), si che poté sferzare i
muli e fuggire a trotto serrato, col cuore che gli batteva nel petto come un
fringuello nello stacciolo.
Non si è mai saputo se quei briganti
fossero dei semplici boscaioli, intenti ad asciugare l’acqua che aveva
impregnato i loro giubboni!
Fatto sta che tutti volevano sentire
dal ‘Poverino’ la storiella degli assassini; ed egli non si faceva pregare a
raccontarla, tanto che ormai ci aveva fatto l’uso, e la diceva sempre dopo aver
caricato la pipa di creta, con le stesse parole: «Io vi parlo di quando le
capre portavano gli zoccoli, e i ragazzi nascevano a occhi chiusi...»
Un bel giorno d’agosto, il ‘Poverino’
ebbe la commissione d’una carica di vasi da giardino, per un signore che stava
a Lucca: un ‘lorde’ russo, come diceva lui.
Si sentiva bene, nonostante i suoi
settanta anni sonati, e volle andar da sé a far la ‘gita’.
Attaccò la più bella coppia di muli; mise una bella ciocca
di convolvolo sul basto a chiodi d’ottone, lucidati con la polvere rossa de’
mattoni; le doppie sonagliere, le tirelle incerate di fresco, un [43] fiocco rosso al canino pomero; mutò lo sverzino
alla frusta, e... via!
— Badate
all’‘utomòrbidi’, — gli raccomandò la nuora, giovine rubiconda e dispettosa,
mentre il ‘Poverino’ stava per muoversi, dopo essersi assicurato che tutte le
funi fossero annodate bene e che funzionasse la martinicca.
— Eh, lo so: — rispose
— a’ tempi miei le un’ c’erano; il mondo peggiora tutti i giorni!
aohé! —
E, con uno schiocco secco come una
saetta a ciel sereno, s’avviò giù per la strada bianca, in mezzo a un polverone
asfissiante, sotto un cielo turchino, che pareva tinto.
La notte fu dura.
Sui
vasi non c’era modo di sdraiarsi; e il vecchio barrocciaio arrivò a un paesino,
prima di Lucca, che il sole era alto; e i muli, sudati e stanchi; e lui, più
stanco e più sudato dei muli.
A uno svolto, vicino a un muricciolo,
c’era un caseggiato candidissimo e due cartelli, uno sotto l’altro.
Il ‘Poverino’ compitò: Veicoli al
passo e Osteria delle forbici. «Più al passo di così — pensò il
vecchio barrocciaio — non posso andare; mi fermo, perché il secondo
cartello mi piace più del primo!» E schioccò la frusta per far più presto.
[44] Un altro schiocco, giocondo quanto il
suo, gli rispose.
Dalla parte opposta, ritto sul
barroccio vuoto, a gambe larghe, con una mano infilata nella fuciacca rossa,
brandendo coll’altra la frusta, cantando allegramente, vide venirsi incontro il
suo figliolo.
— Guarda
chi c’è!
— O
che siete qui?
— Ho
camminato tutta la notte.
— Anch’io!
— Ci
si mangia bene, qui?
— Io
non mi sono mai fermato.
— Vuol
dire che ci fermeremo oggi! —
Scesero,
tirarono i muli in un cantuccio ombroso; levarono loro le musoliere, e posero
in quella vece il fascio del fieno. Poi, a braccetto come due amici, entrarono
nell’osteria.
L’oste,
che dalla parlata strascicata si rivelava del paese, si fece incontro premuroso
ai due barrocciai.
— Vino?
acquavite? tabacco?
— Meglio: da
mangiare e da bere; s’ha una fame che la vediamo.
— Ho dei
coniglioli teneri come il latte, uova, prosciutto e un vino che risuscita i
morti. Di dove venite? —
Così, così, così: gli dissero ogni
cosa, quel che avevano fatto e dove andavano e perché.
[45] — Bravo
— disse l’oste al ‘Poverino’ — quel ‘lorde’ dove andate voi è ricco
sfondato, e, se la mercanzia gli garba, vi darà una bella mancia e un
trattamento da re.
— E quando ci arriverò? che è lontano?
— Poche miglia. Al tramonto sarete lassù.
— O via, oste, — disse il ‘Poverino’
tutto ringalluzzito all’idea della mancia e della cena risparmiata — o via
fate presto! — E, voltandosi al figliolo, aggiunse: — Pago io! —
Nella stanzetta bassa era un fresco
delizioso, un’ombra molle, che faceva apparire di fiamma le cose di fuori,
lampeggianti sotto il sole, dietro i vetri della finestra.
In un momento, l’odore del fritto si sparse d’attorno,
mentre i due barrocciai divoravano il pane e il prosciutto, e si mescevano il
vino rosso, frizzante dai boccali gialli e turchini.
L’oste fece le cose in regola: servì un desinare da
principi, e non lasciò i fornelli altro che quando gli avventori ebbero
consumata ogni cosa. Mentre mangiavano il formaggio, si avvicinò, si mise a
sedere accanto a loro, e intavolò un po’ di conversazione.
Ma il ‘Poverino’, ora che era sazio,
si sentiva tornato come a vent’anni, e aveva fretta:
— Il conto, — chiese — e alla svelta! —
L’oste ubbidì a malincuore, azzardando:
— Ci vuol coraggio, con questo bollore... — e
sparì nella retrostanza.
[46] — Te,
col barroccio scarico, — diceva il vecchio al figliolo — puoi essere
a casa stanotte; uno di noi è bene che ci sia sempre. —
Tornò l’oste col conto, scritto col lapisse in un foglio
unto, lo depose con noncuranza sulla tavola, parlottando.
Il giovanotto diede un’occhiata alla cifra, aggrottò le
sopracciglia, passò la carta al babbo, con un movimento espressivo della mano.
Ora l’oste, quasi per divagare,
chiacchierava, chiacchierava di mille cose inutili e insulse.
— V’è piaciuto il vino? Quel conigliolo doveva essere
una delizia... Il cacio no, lo so da me; tanto è vero che non ve l’ho neppure
messo in conto.
— Ah! ci manca il cacio, su questo conto?
— interruppe con intenzione il ‘Poverino’, guardando fisso fisso l’oste
negli occhi.
— Sì; che volete? ho una cantina
magnifica, ariosa, fredda come una ghiacciaia, ma non ci posso serbar nulla,
nulla! È infestata alla lettera dai topi. Topi di chiavica grossi come gatti,
con degli unghielli lunghi come quelli delle faine e certi denti, certi denti,
cari voi! Credete, io darei qualunque cosa per liberarmi da questo flagello,
proprio non baderei alle spese...
— Mettete delle tagliole!
— Sono ammalizziti; non ci s’accostano!
— Fate delle polpette coll’arsenico.
— Hanno il naso fino. Fiutano il veleno [47] lontano un miglio! Credetelo, se uno m’insegnasse
il rimedio lo pagherei qualunque prezzo...
Il ‘Poverino’ diventò serio, e:
— Lo volete davvero — disse — il rimedio?
Ce l’ho io, e sicurissimo.
— Ditemelo, per carità; vedrete se saprò
ricompensarvi.
— Ecco: — e il barrocciaio si alzò — prima
di tutto vo’ dovrete preparare un buon mangiare, un mangiare di lusso, pietanze
che solletichino il gusto, qualcosa come quel che avete dato a noi...
— Lo farò! — interruppe l’oste, con la voce
strozzata dalla commozione e gli occhi lucidi.
— Poi — continuò il ‘Poverino’ — vo’ dovete
portare tutta questa grazia di Dio in cantina e lasciarla lì, ai signori topi,
perché se la mangino tutta, tutta, tutta.
— E poi? e poi?...
— E poi,
quando saranno ben sazi, vo’ dovete scendere in cantina e lasciare ai topi un
conto da pagare come quello che avete fatto a noi; e Santa Lucia benedetta mi
secchi tutti e due gli occhi, se vi ce ne ritorna più uno! —
L’oste, benché fosse di Lucca, non
volle che i barrocciai gli pagassero, del desinare che aveva loro servito,
neanche un centesimo!
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