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— La sapete la notizia? È ritornato Giannaccio.
— Giannaccio?! Che Dio ne liberi tutti! O chi ve l’ha
detto?
— Nessuno me l’ha detto; l’ho visto io con questi due
occhi...
— Ma non era in galera a vita?
— E chi lo sa! Gli avranno fatta la grazia...
— La grazia? Ma io domando se c’è senso comune a far
la grazia a un assassino in quel modo!
— A rimettere in circolazione un sanguinario di
quella fatta! —
E il piccolo gruppo si chiuse, si
fece più intimo, sopra la porta della farmacia, abbassando le voci irose e
dando qua e là delle occhiate alla sfuggita, per badar bene che nessuno potesse
sentire.
— Sapete — disse il cavaliere, strizzando gli
occhi — sapete di chi è la colpa? È del Governo, [62]
che dà troppo braccio a certa gente... Oh, se lasciasse fare a me...
basta! M’intendo io nelle mie orazioni! Avere sulla coscienza un omicidio di
quella fatta; avere assassinato in quel modo una creatura che l’aveva
beneficato; farne morire un’altra, sangue suo, di crepacuore e di vergogna, e
non essere stato affogato dai rimorsi, e avere il fegato di ritornare a girar
le strade! e mettere in orgasmo (perché qui ormai è inutile dissimularcelo, qui
non siamo più sicuri nessuno) mettere in orgasmo dei cittadini onesti che
pagano puntualmente le tasse? Oh, perbacco! è troppo! —
Il cavaliere si tormentò il pizzo, come era sua abitudine,
e guardò attorno, per vedere l’effetto che aveva prodotto; ma il dottore,
alzandosi sui tacchi nell’impeto della bile; il farmacista, riaccendendo il
sigaro; il macellaro, grattandosi la testa, fecero eco come una sola voce e
quelle sante parole di sdegno:
— Oh, perbacco! è troppo! —
Nello stesso tempo ebbero tutti e quattro un sussulto,
come se avessero ricevuto la scossa elettrica; e voltarono premurosamente le
spalle alla piazza., figurando di guardare con attenzione nell’interno
della bottega, senza pronunziare più sillaba, perché lui, Giannaccio in
persona, era scaturito di dietro il pozzo, col suo passo strascicante; e veniva
verso di loro.
Era un uomo e pareva un fagotto di
cenci sudici; la faccia ispida spuntava da un mostruoso [63] ammasso di toppe; le mani enormi e villose si appoggiavano
entrambe sopra un bastone spaventevole, un ramo di quercia tagliato male e
dirozzato appena; mentre il corpo si trascicava a stento, fidandosi di quel
sostegno e d’una gamba soltanto, perché l’altra pareva rifiutarsi a seguire la
cadenza del passo.
Giannaccio non era tornato al suo
paese, subito dopo uscito dal bagno; aveva avuto il tempo di lasciarsi crescere
la barba, i baffi, le enormi sopracciglia, che lo rendevano così truce, i
capelli lunghissimi; ne aveva avuto tutto il tempo, mentre bussava a cento
porte e riceveva cento rifiuti: si sa, è la solita storia di tutti quelli che
trovano aperte le porte del carcere, mentre contemporaneamente la società
chiude loro in faccia le sue.
Giannaccio, dunque, accorgendosi che
non gli restava altro che morir di fame, aveva voluto rivedere, benché con
poche speranze, il paese dov’era nato.
C’era arrivato quella mattina di domenica, a piedi,
traverso i boschi che l’avevano marcato dei segni coi quali sogliono marcare i
vagabondi che si confidano al loro mistero: le spine l’avevano graffiato; i
borri, al guado, l’avevano inzaccherato e bagnato; le rame avevano finito di
lacerare quella larva di vestito che gli restava addosso. Così, selvaggio,
sparuto, estenuato, era apparso sulla piazza affollata, nella mattina
domenicale, di contadini, di fattori, di signorazzi, che aspettavano l’ora
della [64] Messa bella; e aveva prodotto
l’effetto delle prime gocciole calde d’un uragano di luglio.
La piazza, appena uno o due ebbero susurrato il nome di
Giannaccio, s’era fatta deserta; qualcuno non lo riconobbe; qualcuno (e furono
i più) non lo volle riconoscere; e parte della gente s’affollò alla porta di
chiesa; parte si sparpagliò in capannelli all’ombra dei loggiati; e Giannaccio,
rimasto solo, si trascinò fino ai gradini del pozzo, dove cascò a sedere di
schianto, col capo ciondoloni sul petto.
Ora si pentiva d’essere uscito dal bosco, dove almeno
poteva trovare un cantuccio fresco e delle fragole saporite... Ma poi, la
notte? È vero che conosceva viottoli e meandri, forre al riparo dal vento,
grotte d’arenaria, pulite come stanzette... Lo pigliava una grande melanconia,
ripensandoci... Il bosco? era stato casa sua, un tempo; dolce tempo, quando
tendeva lacci agli uccelli, pescava nei fossi, dormiva sotto le stelle e si
arrampicava sui pini a togliere i nidi. Perché non ci sarebbe ritornato?
Avrebbe raccolto legna, fuscelli, pine vuote strappate dal vento, avrebbe
ricominciato a tender lacci sulle rive lungo il borro, a scovar buche di tassi
e di faine, per venderne le pelli... Ma per far codesto bisognava aver contatto
col mondo; avere in paese un buco dove ricoverarsi durante la stagionaccia, una
persona con la [65] quale scambiare i prodotti
di quel commercio primitivo.
E intanto, anche il maresciallo gli aveva detto:
— Cercatevi qualche cosa da
fare... Lo sapete, non mi piacciono i vagabondi... —
Vagabondo? L’avesse avuta davvero la
forza di girar le strade come a vent’anni, senza saper dove né perché,
rimettendosi al caso, dormendo nei fienili, difendendosi dai cani da pagliaio,
a colpi di bastone, offrendo le braccia per segare quando il grano
biondeggiasse, a riattare gli argini quando le piene d’autunno li avessero
sfondati! Ma ora? era vecchio, era solo, ed era sfuggito come i lebbrosi.
Già una bile sorda, che gli s’accumulava sullo stomaco e
glielo faceva dolere, traboccava dagli occhi biechi, sotto l’enormi sopracciglia:
ma perché, perché? o non aveva espiato? o non aveva sofferto per trent’anni il
silenzio, il lavoro forzato, la giubba a righe, il letto che ritornava al muro,
quando più lui avrebbe avuto bisogno di buttarsi giù coll’ossa infrante dal
troppo stare immobile? E perché gli altri avevano avuto, dalla vita, tutto; e
lui, nulla?
Le campane cominciarono a squillare
nell’aria serena; e a Giannaccio parve che tutte le case si aprissero e gli
facessero vedere quel che accadeva nel loro interno: vide le massaie
affaccendate [66] intorno al fuoco, i bambini
fiorenti che rincorrevano il gatto, le tavole apparecchiate con la tovaglia
bianca e la zuppiera fumante...
Si alzò, stringendo il randello con
aria feroce... si mosse, cominciò a traversare la piazza; e teneva il capo in
seno, tutto rabbuffato in se stesso, come una fiera, perché capiva che dalle
gelosie, dalle porte socchiuse delle botteghe, di sotto gli archi delle logge,
gli erano addosso gli occhi dell’intero paese, e tutti lo riconoscevano, perché
ancora strascicava la gamba ricordo dei primi dieci anni di galera, quando
usava sempre la catena; gli parve che un mormorio sordo, indistinto, simile a
un tuono lontano, partisse da mille bocche, e l’accompagnasse nel suo doloroso
calvario: «Giannaccio!... è ritornato Giannaccio!... l’assassino!
l’assassino!...»
Fu allora che il cavaliere, il medico, il farmacista e il
macellaio, spingendosi l’uno coll’altro, come un branchetto di pecore, che
rientra nell’ovile sotto la minaccia dei lampi, si precipitarono in farmacia.
Ma — orrore, audacia incredibile
— anche Giannaccio ve li seguì!
L’assassino entrò, barcollando; s’appoggiò allo stipite,
e, abbacinato dal sole di fuori, batté gli occhi per raccapezzare qualcosa
nella penombra di dentro; e, adagio, adagio, distinse il vecchio ministro,
grasso, impassibile come una sfinge, seduto davanti al solito mazzo di sigari;
raggricciò i pugni [67] sul randello di quercia,
si fece un cor risoluto, alzò la voce:
— Mi riconoscete? Son Giannaccio... Ho finito... ho
pagato il mio debito... ho diritto di mangiare.,. La comprate sempre la ruta,
la camomilla, l’erba di San Giovanni, la menta, la coccola di ginepro, la
malva?
— No, andate pure; non ho bisogno di nulla. —
L’accento era rude, il commiato era perentorio; tuttavia
Giannaccio, incoraggiato, ché non lo avevano spinto fuori, si provò a
borbottare qualche altra parola:
— Ma come... eppure... una volta...
— Altri tempi, altri tempi! codeste cose non usano
più... C’erano forse, quando... quando... insomma, quando andaste via, c’erano
forse le carrozze senza cavalli? c’erano? no? eppure oggi ci sono... le avrete
anco viste voi... Mi avete bell’e capito! —
Il discorso non faceva una grinza; Giannaccio curvò la
testa, aggomitolandosi come fa lo spinoso; dette ancora al solito gruppetto
un’occhiata in tralice, che li fece rabbrividire, poi uscì.
Cominciava a capire che per lui non c’era speranza, non
c’era salvezza; in sei mesi aveva dato quasi fondo ai pochi risparmi accumulati
in tanti anni, senza riuscire a trovarsi lavoro... Parenti non ne aveva, o, se
mai, li avrebbe avuti da parte della moglie, feroci e spietati, che
l’accusavano d’averla [68] fatta morire, mentre
Io sapevano bene come era morta...
Ma, benché vecchio, era o non era Giannaccio? Si fermò di
nuovo con volontà decisa, la fronte aspra sconvolta come un campo vangato; le mascelle
serrate pel furore compresso: ah, giurabacco! sarebbe rimasto, a dispetto di
tutti! Un corbellino in spalla, una pala nel pugno e un cantuccio, accanto a
quell’altre concimaie, gliel’avrebbero dato anche a lui... Per la vendita, le
prime volte, si sarebbe strascicato col carrettino in città; dopo, qualche
Santo avrebbe provvisto.
«E ora — esclamò tra sé
Giannaccio, ripigliando risolutamente il cammino, traverso la piazza inondata
dal sole, e rialzando la testa arruffata dal viluppo dei cenci — ora di
fame non si crepa più!»
Tastò in fondo a una fodera l’ultime
monetucce annodate in una pezzola, poi spinse l’uscio dell’osteria, che s’aprì,
facendo trillare in molesto modo il vecchio campanello di ferro a punto
interrogativo.
Grillino s’annodò il grembiule
intorno alla cintola, e corse, di cucina, col viso accerito e lustro, in mano
la penna di falco con cui ungeva l’arrosto.
Veder Giannaccio, buttar via la penna
e mettersi le mani nei capelli fu tutt’una cosa.
— Ci mancava anche questa!
— O che v’ho fatto? qualcosa di male?
— Di molto più di quel che vi credete! Fatemi [69] il piacere, Giannaccio; per l’amor di Dio,
levatevi di qui...
— Ma io ho fame!
— E io non ho cosa darvi!
— Ma io pago!
— Nemmen se vo’ mi copriste d’oro! Ve lo chiedo con
le mani giunte, fatemi la carità: andate via; se no, io perdo tutti gli
avventori, oggi ch’è domenica; e son rovinato! —
Giannaccio non rispose sillaba; se fosse stato preso con
le cattive, forse uno scatto come trenta anni indietro l’avrebbe avuto; ma a
quel modo, no. Girò sui tacchi, prese la porta, e se n’andò. Se n’andò lungo
l’ombra de’ muri, come un can rincorso; ma l’aspettava una brutta sorpresa: i
ragazzi.
I ragazzi, un nuvolo, erano d’intorno al ciuco del Seta,
l’ortolano; ma o che lo facessero di suo, o che fossero stati imbeccati, appena
videro Giannaccio, lasciarono il ciuco e corsero a lui.
Uno, più ardito, si fece avanti
quattro passi, e disse adagio: — Assassino!, — poi più forte:
— Assassino!... —
Giannaccio si voltò inviperito, col
bastone alzato; tutta la frotta fece una corsa; poi di lontano, come
indemoniata, si mise a urlare in coro e in cadenza:
— Assassino! Assassino! Assassino! —
Il vecchio si sentì perduto; seguitò ad andare innanzi, incespicando,
a caso; vide una porta [70] spalancata, c’entrò,
cadde di schianto sopra un sedile di pietra, col viso tra le palme; e non si
mosse più.
Era nel chiostro della collegiata. Squillavano rabbiosi,
impertinenti, come se avessero appetito anche loro, i campanelli della Messa di
mezzogiorno, la Messa
dei poveri, detta sempre puntualmente dal sor Cecchino, canonico, il prete più
vecchio del piviere.
E il sor Cecchino passava per
l’appunto dal chiostro, diretto in sagrestia, a pararsi, quando vide quell’uomo
che pareva morto.
Lo scosse; lo chiamò; gli alzò il
viso, sollevandolo per il mento, e fece due passi addietro dallo stupore:
— Giannaccio!
— Anche voi?... Vuol dire che me n’anderò pure di
qui...
— La chiesa è aperta per tutti; e nessuno ti dice d’andar
via; ma sei proprio Giannaccio?
— Davvero?... Ma come... voi... non mi mandate via?
Sicuro! (m’ha riconosciuto, eh?... anche con questa barba bianca...) sicuro!
son Giannaccio... ed esco di galera. Ha capito perché nessuno mi vuole? perché
m’è toccato a rimpiattarmi qua dentro? perché mi toccherà crepar di fame, come
una bestia arrabbiata?... Mi guardate, eh? Sono trasfigurato, faccio paura, lo
so... Quando s’era ragazzi insieme ve ne ricordate? Era un’altra cosa...
Ve ne ricordate di quando si rubava le covate ai merli, giù per il borro della
Bifonica, e si mandavan le [71] cicale al
mulino, lì dagli ontani, su quel prato grande, ve ne ricordate? O quando ci
facevan servire la Messa?
Mi pare ieri: addeum quiletìcat...: mi rimuginava sempre in mente, là
dentro... Eh, anche voi siete invecchiato; però state bene... Sfido! la vita
buona... la coscienza tranquilla... Perché, credetemelo, sor Cecchino,
— ve lo giuro per la bon’anima di quella creatura , che m’è morta dalla
disperazione, senza che l’abbia potuta neanche riabbracciare — ma io ho sofferto
tanto, che senza dubbio l’inferno sarà in quel modo; peggio, no, di certo...
Senz’aria io, che dormivo al lume delle stelle come il grano; senza muovermi
io, che cominciavo a correr col sole e mi posavo quando nasceva la luna;
obbligato a stare a bocca chiusa io che stornellavo tutto il giorno come i
filunguelli! Per trent’anni, capite? E il pensiero della mia creatura, e il
pensiero di tutti quelli che mi vollero male e se la ridevano contenti... che
tortura, che tortura! Vorrei saper soltanto come ho fatto a non morire... E poi
perché? Perché m’ero difeso, credete m’ero difeso, e avevo difeso la mia
creatura... Tutti il falso giurarono; tutti il falso! e lo sanno, e se lo
ricordano, e, ora che sono tornato, hanno [72] paura
che. me lo ricordi anch’io! Ecco perché mi mandan via; ecco
perché non mi vogliono in paese; ma io ci resterò, a marcio dispetto di tutti;
o farò qualche pazzia!
— Giannaccio!
— Avete ragione... scusate... ma a me ormai, non mi
resta che morire... e non ho neanche il coraggio per morire... Perché...
perché... con tutti i torti che aveva, lo feci per difendermi; ve lo giuro
sulla memoria della mia creatura... Mi ci strascicò per i capelli... non lo
volevo ammazzare... Ma ho paura di quel morto, ho paura di quel sangue, ho
paura di doverne render conto anche al mondo di là... ho paura... paura... ho
paura... —
Giannaccio era caduto in ginocchio;
s’attaccava, con le sue grandi mani pelose di scimmia, alla sottana del prete,
schiacciato dalla commozione contro una colonna del chiostro; e piangeva e
singhiozzava e batteva i denti e imprecava, finché una mano tremula gli si posò
sui capelli arrufati, lo carezzò leggermente, lo ammansì, come si ammansisce
una bestia; poi quella mano si levò dinanzi agli occhi stupiti di Giannaccio a
un lento gesto di benedizione.
— Sor Cecchino,... sor Cecchino,... — esclamò il
vecchio con voce strangolata — ma cosa fate?
— Alzati, povero figliuolo; alzati in piedi; anche i
tuoi peccati Iddio misericordioso rimette... Su... su... con me... con me...
— Ma dove mi portate?
[73] — Vien
via, ti dico...
— Dio Onnipotente! in sagrestia?
— Ecco la cappa... coraggio... svelto... mentre mi
paro... —
La gente, che gremiva la chiesa,
mormorava, strisciava i piedi, tossicchiava, senza sapersi spiegare il perché
di quell’attesa straordinaria; ma all’ingresso del canonico, seguito dal servo
che recava il messale, i contadini stropicciarono gli occhi stupefatti, vedendo
lui, Giannaccio in persona, con la cappa bianca, genuflettersi penosamente sui
gradini dell’altare.
“Introìbo ad altare Dei...”
Si fece silenzio altissimo; poi,
adagio adagio, la folla s’inginocchiò anche lei, tutta quanta, chinando le
teste davanti alla volontà del Signore.
[74]
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