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Quando il signor Giuseppe, notaro,
leggeva un atto, si alzava in piedi, solenne.
Il fiocco di seta della papalina nera a ricami rossi e
d’argento gli scendeva sulla lente dell’occhiale sinistro e di dietro a quella
del destro una pupilla tonda come il centro d’un bersaglio fissava gli astanti.
La papalina l’aveva regalata al signor Giuseppe notaro la
sua povera moglie buon’anima per l’appunto venticinque anni prima, sicché per
il vecchio legale scadevano si può dire le nozze d’argento colla morte.
L’occhio tondo come un bersaglio scrutava il fascio di
carte bollate che le mani grinzose e turchine di arteriosclerotico alzavano
tremando all’altezza del naso e la voce monotona scandiva le formule
sacramentali con tono di panegirico.
[130] Gli
attori, i testimoni, anche se contadini o montanari, impressionati da
quell’apparato, s’alzavano in piedi.
Raccontavano che Pietro di Sano di
Gigi di Bacco di Palle di Santi il quale non s’era mai cavato il cappello in
tutta la sua vita (e dicevano lo tenesse in testa anche a letto), essendo stato
pescato lì per lì come testimone, adagio adagio, aveva finito, dopo essersi
guardato dintorno in preda a una specie di smarrimento, col portare la destra
al feltro logoro e col levarselo. In paese ne discorsero un mese.
Il notaro, che tutti chiamavano ‘sor
avvocato’, usciva di casa raramente e, per lo più, al crepuscolo.
Usciva con una gran palandrana
abbottonata fino ai piedi, tanto d’inverno come d’estate, perché d’estate sotto
quell’immenso palamidone non portava che la camicia e le mutande, e con un
vastissimo cappello a tuba che aveva preso il medesimo colore preciso del manto
del baio, un vecchio cavallo del diligenziaio, al quale cavallo le legnate e la
paglia avevano conferito il dono della longevità.
Chiudeva a colpo il portone, poi dava
la mandata a chiave, e dopo aver fatto pochi passi ritornava indietro, a
tastare colla mano l’uscio per assicurarsi d’averlo serrato bene.
Infine, le mani in tasca e nella destra la mazza col pomo
all’ingiù, a passo lento cominciava la sua passeggiata consistente nel giro
delle mura. La [131] gente, incontrandolo, lo
salutava, e lui assorto in chissà quali pensieri, non rispondeva a nessuno.
I paesani supponevano che il sor Giuseppe si fosse imposto
quel silenzio perché non gli scappasse una sillaba dei grandi segreti di cui
era depositario.
Infatti lui negli scaffali dello
studio ci aveva chiusi nelle buste gialle e accuratamente classificati gli
inventari dei patrimoni e dei testamenti di tutti i capi di casa delle famiglie
principali. E ci doveva avere anche quello di Martino perché un uomo in quel
modo a mani vuote dall’America non era tornato di certo.
Questo Martino poteva dirsi un tipo
strano. Orbo, da quell’unico occhio rimastogli in testa ci vedeva per quattro,
e non apriva mai bocca.
Quando era giovine faceva il maestro
muratore e guadagnava bene, ma se li giocava tutti, fino all’ultimo centesimo
con una ostinazione particolare. Finché avendo perso anche gli aghetti delle
scarpe senza riuscire mai a vincere una partita (proprio nemmeno una!) volle
giocare sulla parola e s’impelagò al punto che, perduta la testa, tirò una
legnata all’avversario accusandolo d’averlo truffato e gli toccò poi a
scappare, di notte, come un ladro, e coi pochi soldi potuti racimolare dalla
compassione d’un ingegnere per conto del quale lavorava, raggiunse Genova
donde, non si sa come, riescì ad emigrare nell’America del Sud. E per
venticinque anni non si seppe più nulla di lui.
[132] Un bel giorno i paesani lo videro ritornare. Se non avesse
avuto i capelli bianchi avrebbero creduto che fosse andato via il giorno prima,
da tanto era sempre lo stesso, senza nulla di mutato, vestito come al solito
con un bell’abito di panno scuro, pulito.
Martino a chi gli faceva festa e gli
domandava di dove veniva e che cosa avesse fatto, non rispose, fedele alla sua
vecchia abitudine. Guardava tutti col suo occhio celeste, un po’ trasognato, ma
la bocca pareva sigillata. Poi dette una crollata di spalle ed andò a suonare
il campanello del notaro.
Il signor Giuseppe, dalla morte della
moglie in poi, era sempre stato solo in casa.
I pasti li prendeva in trattoria,
d’inverno in una stanzuccia terrena dove l’oste teneva le gabbie di quando
andava al capanno, fra il puzzo della farina di bacocci e l’odore secco del
miglio, e d’estate in un cantuccio dell’orto; non aveva mai avuto un mal di
capo e l’Adelaide che gli rifaceva la camera e gli scopava lo studio, un’ora
tutte le mattine, soleva dire: «Una volta o l’altra, entro e lo trovo
stecchito».
Figuriamoci la meraviglia di tutti,
quando il notaro ebbe aperto, e Martino fu sparito, ingoiato da quella porta
verde che non si apriva altro che davanti ai contraenti e ai testimoni.
Dopo che l’Adelaide, la mattina di
poi, ebbe finite le faccende e uscì di casa, venne assediata da cento persone;
ma lei giurò che il notaro non [133] le aveva
dato neppure il buongiorno. Quanto a Martino l’avevano visto tutti, coi propri
occhi, uscire di casa del sor Giuseppe, dopo una mezz’ora da che era entrato e
andare a cenare in trattoria dove chiese una camera e gliela dettero.
E ora dove sarebbe andato a stare? Ma come avrebbe fatto?
Perché non era mica logico che stesse sull’osteria per tutta la vita?
Problemi angosciosi che tenevano l’intero
paese perplesso.
La sera, in trattoria, dintorno alla
tavola di Martino, che cenava, c’era un circolo di gente come attorno alla
sonnambula; parecchi erano montati ritti perfino sui panchetti e gridavano a
quelli i quali via via sopravvenivano, di fare ammodo, che non volessero farli
capitombolare di sotto.
Martino però quella volta pareva ci
si divertisse. Non rispondeva a nessuno, ma ogni tanto alzava il suo unico
occhio celeste, e guardava in giro tutta quella folla curva su lui, poi
seguitava a mangiare con appetito.
Qualcuno propose, giacché erano in
tanti, d’offrir loro la cena al paesano tornato di fuori. Si degnasse
d’accettare.
Martino alzò l’occhio celeste e, con
un piccolo gesto di degnazione, acconsentì.
Fu un urlo. Vennero messi in tavola due
fiaschi di vino e tutti vollero bere alla salute del reduce, vollero toccare
con lui.
— E così... raccontateci, su.
[134] — Ma
cosa volete che vi racconti?
— Quanto è grande l’America?
— Per saperlo bisognerebbe averla girata tutta!
— È giusto! Dice bene... ma... press’a poco com’è
fatta? a che paese rassomiglia?
— Mah; il mondo si somiglia tutto. Laggiù ci sono i
fiumi più grandi dei nostri e i boschi più folti. —
Alla fine della cena, qualcuno a cui la domanda bruciava
da un pezzo le labbra, la cacciò fuori d’un fiato:
— O... non ci date d’impacciosi, ma che ci andaste a
fare ieri sera dal sor Giuseppe, notaro, si può sapere? —
Martino alzò l’occhio celeste e
rispose, candidamente: Ma... quello, su per giù, che dai notari si va a far
tutti... a depositare il mio piccolo testamento. Volevate me lo portassi sempre
con me?
Nessuno fiatò più e Martino, di lì a
poco, pieno di cibo fino al gozzo, se ne andò a letto, lasciando quelli a
chiacchierare, ammiccandosi, a voce bassa fra loro.
Il giorno dopo vennero a cercarlo da
parte di certi signorotti che portavano il suo stesso casato, pregandolo se,
per favore, poteva arrivarci un momento.
Martino si fece la barba, si spazzolò
il vestito di panno nero, e ci andò.
Fu ricevuto con molta cortesia, e pregato di restare a
pranzo. Eran gente ricca, ma taccagna, di [135] quella
gente che abita in certe case sempre ermeticamente chiuse dove non si vede mai
entrare né uscire nessuno.
Avevano lo stesso casato di Martino;
ma parenti non erano, nemmeno alla lontana; nonostante il capo della famiglia,
a tavola, spiegò a Martino che siccome i capostipiti delle due famiglie (due
secoli prima, figuriamoci!) erano fratelli, loro, essendo del medesimo ramo, si
potevano considerare parenti.
Perché gli ultimi, malgrado che uno zio carnale fosse
morto scapolo in modo che il fratello d’uno biszio aveva perso i diritti del
ceppo, risalendo ai ricordi del nonno buon’anima, acquistavano la certezza di
potersi chiamare, sia pure in ultimo grado, cugini.
Martino si dichiarò persuaso e,
bevuto il caffè, e seguito dai suoi ospiti, andò a vedere l’orto e i poderi.
Strada facendo lo tastavano, senza parere, per vedere di che panni vestisse
sotto.
— Ora che siete venuto, mi figuro, non vorrete star
solo!
— Una donnuccia vi ci vorrà!
L’unico occhio di Martino si sbarrava
smisurato e celeste, sotto il sopracciglio folto punteggiato di qualche pelo
già bianco.
La meravigliata indignazione di
quella pupilla era talmente sincera che gli improvvisati parenti ne rimasero
commossi, tanto che sentirono il bisogno d’invitare Martino anche a cena.
[136] In campagna le cene sogliono finire tarduccio e quella
sera il vino mise un tal sonno addosso a tutti che Martino fu consigliato a
trattenersi a dormire. Per farla corta diventò in pochi giorni, di casa; i
vecchi dicevano che con quell’occhio solo riparava per tutto, i ragazzi, ormai,
non potevano più stare un minuto senza di lui.
Per farla corta, un bel giorno,
mentre erano a cavalluccio sul muricciolo dell’aia, il nonno che strappava fili
d’erba dalle commettiture dei mattoni e li masticava macchinalmente, chiese, a
bruciapelo, a Martino: Se si facesse un vitalizio?
Martino sbarrò la pupilla celeste e
si grattò col mignolo della sinistra la testa. E la sera stessa andò via, tornò
in paese a dormire sull’osteria.
Ma vennero a riprenderlo, gli si
raccomandarono perché tornasse con loro, come anime perse. Non avrebbero
parlato più d’interessi, neanche per burla; si considerasse come in casa
propria, non facesse ai suoi cari parenti l’affronto di lasciarli così...
Martino ingrassava a vista d’occhio.
Stomaco di ferro, serenità di spirito, nervi a posto, pareva fatto per
l’eternità.
Si provarono a chiedergli se voleva
occuparsi delle faccende dei poderi...
Rispose: Grazie... ho lavorato
abbastanza, laggiù... e son tornato per riposarmi.
Un’altra volta uno dei ragazzi, più
ardito, si provò a domandare allo zio (lo chiamavano, ormai, tutti così) se in
America si guadagnava molto.
[137] — Si guadagna e si spende di molto — rispose
Martino — che cosa diresti se ti confessassi che quando mi sono imbarcato
per tornare avevo in tasca sì e no, per mezzo milione di reis?
Il ragazzo più tardi, interrogato da quelli di famiglia,
provò inutilmente a cercare di ricordarsi il nome strambo di quei misteriosi
quattrini americani, ma si ricordò benissimo della cifra — mezzo milione!
— la quale fece su tutti una profonda impressione.
Anche in paese ormai, non si faceva
che parlare della gran fortuna capitata ai fratelli Serrati e delle grandi
ricchezze di Martino.
Certo gliele amministrava il sor
Giuseppe notaro, avviato verso la decrepitezza, perché le visite di Martino al
vecchio misantropo legale si facevano sempre più fitte e ormai tutte le sere
l’orbo scendeva in paese, e bussava al portone verde che lo inghiottiva e non
lo restituiva che a notte alta.
Martino non spendeva mai un soldo.
Soleva dire che non ne portava in dosso apposta per non li spendere... ne aveva
buttati via tanti, in gioventù, che ormai i denari non li poteva neppure sentir
rammentare.
Ma i Serrati erano tutti contenti,
pensando a quel che si veniva accumulando sui misteriosi depositi di Martino,
di frutti dei frutti dei frutti! Uno sterminio di certo!
Una brutta sera d’inverno Martino,
mentre a tavola beveva l’ultimo bicchiere, annaspò un po’ [138] colle mani in aria, infine cascò in terra di
schianto trascinando nella caduta la tovaglia a cui s’era istintivamente
aggrappato, coi piatti e ogni cosa.
I nipoti intorno al letto, lo circondarono, e Martino li
guardava tutti ansando, sorretto da quattro guanciali, coll’occhio celeste
sbarrato.
— Volete il medico?
— Volete il prete?
— Volete il notaro? —
L’occhio celeste pareva ridesse,
nella faccia storta, cotta dal sole, a qualche ricordo lontano.
Quando fu spento, senza che Martino
avesse potuto pronunziare una sillaba, galopparono dal notaro.
Il sor Giuseppe li ascoltò attentamente, poi si riservò di
mandarli a chiamare quando avesse espletato tutte le pratiche per sapere se ci
fossero altri pretendenti all’eredità.
Le pratiche furono lunghissime e
durante tutto questo tempo i Serrati fecero celebrare un bell’uffizio e fecero
murare una lapide, dettata dal signor Proposto, allo zio, “pioniere di civiltà”
nell’America latina, «morto sereno com’era vissuto, sorridente alla visione
lontana della patria vittoriosa».
Allorché fu inaugurata, su nei ‘posti
distinti’ del piccolo cimitero del paese, piangevano tutti.
Spirava un anno preciso dalla morte
di Martino quando il notaro mandò a chiamare i Serrati.
Al loro ingresso nello studio il
vecchio misantropo s’alzò in piedi, solenne. Il fiocco di seta della [139] papalina nera a ricami rossi e d’argento gli
scendeva sulla lente dell’occhiale sinistro e di dietro a quella del destro una
pupilla tonda come il centro d’un bersaglio fissava gli astanti che
trepidavano, pieni di timore per la maestà del rito.
Il signor Giuseppe prese una busta
arancione, e lesse: ‘Testamento di Martino Serrati’.
Lacerò la busta, ne levò fuori e
svoltò un gran foglio di carta gialla da impacchi piegato in quattro... fece
vedere agli astanti che dentro non c’era nulla, poi cadde a sedere stringendosi
nelle spalle e allargando le braccia.
Rimasero tutti in silenzio per una
diecina di minuti, poi qualcuno, azzardò sottovoce: Ma... o tutte le sere, da
lei cosa ci veniva a fare Martino?
Il notaro esitò un poco, poi stese la
mano destra, aprì un cassetto e mostrò agli eredi sbalorditi un mazzo di carte
da giuoco tutte unte.
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