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La famiglia di Granfialunga
minacciava di passare orribilmente le feste di Natale.
I cacciatori da diversi giorni non battevano più il bosco
dove i sentieri erano ormai completamente ricoperti dalla neve e dove, sotto le
borraccine indurite dal gelo, si nascondevano, giù per i declivi, lastre di
ghiaccio traditore; ma appunto per questo agli scarsi abitatori superstiti di
tante trappole e di tante battute, la vita diventava difficile.
Granfialunga, sua moglie (la Rossa) e i tre volpacchiotti
stenti ed affamati, erano costretti, se volevano bere, a interrompere le loro
abitudini di nottambuli impenitenti e a scappar fuori col sole.
Un raggio di sole, verso mezzogiorno,
quando non nevicasse, s’apriva faticosamente uno spiraglio fra l’ovatta bigia
delle nuvole, e batteva sopra una pozzanghera gelata del borro, immobile coi
suoi pendoni di cascatelle ghiacciate, fra le due pareti [154] opache d’ontani, d’ellera e di capelvenere, e la
fondeva un pochino.
In quella poltiglia marmata i volpacchiotti cacciavano,
l’un dopo l’altro, il muso a punta, vibrando la lingua rossa ed avida, mentre i
genitori a sedere, in alto, in mezzo al viottolo, coi fianchi magri ansanti
sotto il pelame d’inverno riccioluto e sudicio, facevano buona guardia; poi, a
turno, bevevano anche loro, quindi la madre in testa, i figlioli dietro( in
fila indiana, e il babbo in coda, che si voltava ogni poco a guardare se erano
spiati o seguiti, tornavano a rimbucarsi a passo di carica sotto il masso delle
fate.
Ma occorreva mangiare! Era di carne
tiepida e di sangue fumante che abbisognavano quelle costole sporgenti come le
intelaiature dei panieri di vimini!
Che cosa volete che facesse, a gole inaridite dalla sete e
atrofizzate dalla fame, un povero pettirosso chiappato a volo, tra due scope
ciuffose, e buttato giù intero, col becco, le penne e ogni cosa?
La Rossa aveva assediata, una notte lunga, la quercia delle
ghiandaie, ma il gufo che ne abitava il tronco era salito zitto zitto lungo i
meandri del vano, e, sbucato fuori dall’apertura delle inforcature, aveva staccato
un volo pesante perdendosi nel bosco, ben pasciuto com’era di topolini fangosi
che nidificavano a dozzine fra le barbe delle scope e dei tassi.
I topolini non piacevano a Granfialunga, gli mettevano
l’uggia allo stomaco, ma di spedizioni [155] verso
l’abitato non c’era da parlarne neppure perché, quando non vanno a caccia, i
cani stanno rintanati nei fienili e sotto i pagliai e urlano come disperati al
menomo romore sospetto.
* * *
La vigilia di Natale la boscaglia
diventò tragica.
Nevicava
così fitto che non ci si vedeva un palmo di là dal naso, e le piante, sotto la
ridda fantastica dei fiocchi larghi svolazzanti i quali si posavano sui rami
colla leggerezza di farfalle stanche, parevano curvarsi, rannicchiarsi su se
stesse, rabbrividendo.
Granfialunga
guardava lo spettacolo con un sol occhio, un occhio rosso, appostato in fondo a
uno sforo alto del cumulo di macigni rotolati l’uno sull’altro chissà in qual
cataclisma remoto, occhio che, in quel buio, luccicava simile al fuoco fatuo
nella notte.
Dietro di lui la Rossa s’agitava, liberandosi
a zampate dai cuccioli irrequieti, tornati a cercarle il latte come pochi mesi
prima, e brontolava, ringhiando; ma nella tana c’era calduccio e il vento,
impedito dalle tortuosità dei meandri del budello oscuro il quale conduceva al
giaciglio, sbucando poi a valle in un punto nascosto da tassi e da cicute
densissime, non arrivava fin lì.
D’intorno erano ossi di pollo e di
leprotti scarnificati come non saprebbe fare un chirurgo, bianchi [156] e levigati, senza una goccia di siero o di
grasso, e alcune penne di cui non rimaneva ormai che il cannoncino, color di
rosa all’attaccatura.
Granfialunga,
a un tratto, sobbalzò e la Rossa,
scuotendosi di dosso i cuccioli, fu, d’un salto, al suo fianco.
Dal
buco aperto sul turbinio del nevischio si distingueva un pezzo di terreno,
bianco scaciato, scoperto, e su quello spiazzo azzurrognolo, d’un azzurro che
riflettendo il cielo gelido metteva i brividi, quasi nero contro la neve, si
vide passare una lepre.
Avanzava
a piccoli salti, di sbieco, cogli occhi rossi smisuratamente dilatati, e le
orecchie tese; quando si fermava, si vedeva il fiato uscire dal naso che non
stava mai fermo. Era enorme, una lepre vecchia, di macchia, col pelo che
incanutiva qua e là.
— Dove avrà
la tana? — chiese Granfialunga, leccandosi i baffi dalla libidine, alla
Rossa, che stranutì.
Allo stranuto, benché leggero come un
soffio, il leprone scattò sulle due suste deretane e si perse nel folto.
— Lontano, di certo — rispose la Rossa. — Per essere in
piedi a quest’ora vuol dire che l’hanno disturbata nel covo e i suoi leprotti,
se non mi sbaglio, sono già in grado di starsene per conto loro; quelli teneri,
che farebbero comodo ai nostri cuccioli, hanno ancor da nascere.
[157] — Già!
— sospirò Granfialunga — dimenticavo che i leprotti nascono di
gennaio e noi siamo sempre a dicembre! Eppure non si può mica star digiuni
anche stanotte!
— Stanotte — brontolò la Rossa ributtandosi a cuccia
— gli uomini fanno festa...
— Festa? che festa?
— Non te lo ricordi? Anche l’anno passato, in questa
sera, si videro i lumi nelle case e specialmente in quella casa più grande; e
gli uomini cantavano... cantarono fino a mezzanotte, quando suonarono le
campane e noi, di dietro la siepe, si stette a vederli passare, a branchi, tutti
imbacuccati dal freddo!
— Sì, ma quell’anno c’era la luna e non c’era la
neve, e io feci quel certo colpettino...
— Se si tentasse?
— In che modo?
— Si lasciano i cuccioli nella tana; poi si va
diritti alle case...
— E i cani ci mangiano!
— Adagio! Prima di tutto, se seguita a nevicare i
cani non escono dalle stalle o dai canili, poi, noi due ci dividiamo il
compito. Tu terrai a bada i cani, mentre che io entrerò nel pollaio... Dal
momento che non c’è nessuno!...
— Ragion di più per andare cauti! Quando gli uomini
abbandonano la casa, lasciano sempre a guardia le trappole!
[158] — Oh!
per questo, quando son sicura di non esser presa a fucilate, so io da che
strada passare per evitar le tagliole!
— Quand’è così, proviamo pure, perché io son cieco
dalla fame. —
* * *
Tentarono invano di dormire, finché
verso la mezzanotte, raccomandando ai cuccioli di non si muovere, scivolarono
dall’apertura, Granfialunga avanti e la Rossa dietro, e s’incamminarono.
Andavano di trotto, uguale, elastico,
senza curarsi dell’orme che lasciavano sulla neve e della scia delle lunghe
code a spazzola, dove le zecche, rintanandosi sotto la pelle al contatto
dell’umido, incidevano delle vere piaghe che bruciavano come zolfini accesi,
diretti risolutamente all’abitato.
Sotto la siepe della strada maestra
si soffermarono ad ascoltare. Un grande scalpiccio giunse ai loro orecchi.
Guardarono da un forame e videro i contadini e le
contadine, imbacuccati, neri sul biancheggiar della neve, che andavano verso
‘la casa grande’ cioè la chiesa, tutta sfolgorante di lumi.
Nevicava sempre più forte.
Granfialunga prese di mira un
fabbricato rossiccio con un gran portico davanti e, di slancio, traversata la
strada, arrivò al cancello, chiuso, si insinuò di tra le sbarre, seguito dalla
Rossa, e fu sull’aia.
[159] Lungo l’aia ricorreva un muricciolo basso; le due volpi lo
girarono e, per una viottola, arrivarono dietro la casa.
Che odore di pollame! Il pollaio era
lì, a portata di ugnelli, non troppo alto, coperto di tegole mal connesse.
La
Rossa si tirò indietro, prese la misura e
il tempo, e schizzò sul tetto.
Granfialunga comprese la tattica della compagna; lassù non
c’erano certo trappole da temere. Bastava che lui tenesse a bada i cani,
intanto che lei smuoveva un embrice e si calava giù...
O come mai i cani non si facevano vivi?
Granfialunga,
avendo visto una finestra bassa, illuminata, non poté fare a meno di schizzare
sul davanzale e di guardare dentro dai vetri appannati.
Quanta grazia di Dio!
Nel mezzo c’era una tavola apparecchiata, con bicchieri,
stoviglie, fiaschi di vino, un cappone lesso che fumava e un tegame, enorme, di
zuppa, la quale s’andava raffreddando, mentre un cane da lepre e un restone,
legati con lo stesso guinzaglio al piede d’una madia monumentale, cercavano
invano, tirando di naso, alzandosi sulle gambe di dietro e strangolandosi col
collare, di pigliare, almeno col fiuto, un anticipo sulla cena di Ceppo di cui
non sarebbero toccate loro che le ossa.
Quelle due bestie legate, fecero a
Granfialunga qualcosa fra la compassione e lo schifo.
[160] Se
fosse stato un uomo avrebbe detto: che abbrutimento! Ma, certamente pensò un quid
simile, perché, imbaldanzito, non poté resistere alla tentazione di
battere, col muso, al cristallo.
* * *
I due cani rizzarono le orecchie ed il pelo, rugliando;
girarono un po’ in qua un po’ in là gli occhi mobilissimi e, finalmente, videro
le pupille rosse della volpe che li schernivano, oltre il vetro.
Allora divennero frenetici.
Dai ringhi, passarono ai brontolii,
poi ai guaiti, agli ‘scagni’ più laceranti, agli abbaiamenti più palesi di
rabbia, di furore compresso, di impotente bile.
Granfialunga, con un rictus
terribile scuopriva i denti bianchi affilati ad un riso offensivo e i due cani
minacciavano di spezzare il guinzaglio di solidissima fune, ritti in bilico
sulle zampe di dietro, spenzolandosi con tutto il peso del corpo gravato sopra
il collare, cacciando urli acuti che volevano forse essere offese e minacce.
Granfialunga, felice dell’umiliazione
dei suoi nemici più implacabili, non si sarebbe mai staccato di lì; ma una voce
scordata, di vecchio catarroso, che veniva di sopra, lo mise in sospetto.
— Ma cosa c’è? — urlava la
voce. — Non mi lascian riposare questi assassini! Assunta! Menica! Gosto!
Giù Ras! a cuccia Reno! Reno! Ras! Ma cosa succede? —
[161] Uno scoppio di tosse interrompeva le grida, poi il vecchio
ripigliava più fioco: — Menica! Gosto! Non c’è rimasto un’anima viva, accidenti!
— Ma che fai? Scendi, svelto, vien via!
— sussurrava di sotto la
Rossa, la quale era entrata nel pollaio dove le vedove
dormivano in fila sui bastoni sognando i mariti ciondoloni dai beccatelli,
senza penne, e schidioni lenti intorno a fiammate scoppiettanti e ne aveva
sgozzate quattro, portandole fuori una dopo l’altra.
Granfialunga non si voltò; con terrore
e meraviglia della Rossa, pareva incollato al vetro.
Perché, ora, succedeva un fatto straordinario.
Agli urti reiterati dei due cani
furibondi la madia monumentale, dopo avere oscillato più volte in modo
inquietante, cedeva e con un’inclinazione terribile veniva avanti, addosso alle
due bestie, spalancava gli sportelli, vomitando una valanga di piatti,
seppelliva il lepraiolo e il restone, piombava sulla tavola, frantumando il
lume e ogni cosa...
Al fracasso spaventevole il vecchio,
raddoppiate le grida, balzava dal letto, spalancava la finestra, berciando:
— I ladri! aiuto! accorrete! —
Granfialunga e la
Rossa, raccolte, ciascuno, due galline ancora starnazzanti le
ali negli ultimi tratti dell’agonia, si slanciavano come proiettili, sull’aia,
traversavano, d’un salto stupendo, la strada e si inabissavano nel bosco, muto
come un immenso monumento di marmo bianco, sotto la neve di cui [162] i fiocchi seguitavano ad inseguirsi l’un dopo
l’altro, dal cielo nero, posandosi rapidi sulla terra e confondendosi subito
all’immenso tappeto uniforme dove ogni traccia non rimaneva scoperta più di
mezzo minuto.
Sotto la chiesa, che staccava coi suoi finestroni
fiammeggianti in cima al poggio dove i cipressi parevano sforzarsi di sollevare
i corpi snelli e neri del lenzuolo che li andava sempre maggiormente
avvolgendo, la Rossa
si fermò, e, posate sulla neve le due galline, chiese al marito colla bocca
tutta piena di penne:
— Ma, insomma, vuoi dirmi quel che facevi?
— Nulla! — rispose Granfialunga. — Ma ci
hanno mandato a male tanti desinari, gli uomini... e, stanotte, ho voluto
buttare all’aria il loro... Te lo spiegherò dopo; ora l’importante è di
rientrare in casa e di mangiare. —
Le due volpi si tuffarono nella selva
e vi scomparvero. Velato, velato, si diffondeva sulla campagna ovattata di neve
un fioco suon di campane.
[163]
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