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M’ero sempre messo a ridere e a proverbiarli, quando mi
avevano discorso di streghe e di stregonerie; ma, sentendoli arrivare trafelati
a quel modo, di notte, alla mia casuccia, e ardire svegliarmi, bussando colpi indiavolati
alla porta, pensai che qualcosa di più d’una semplice fantasia dovesse
nascondersi negli strani racconti che mi avevan fatti da due giorni a quella
parte, o che fosse successo un guaio grosso davvero.
D’altro canto riflettevo al pericolo che correva la
vecchia Betta, incolpata di malia, e ripetevo a me stesso che m’incombeva il
dovere di proteggerla da quegli esaltati.
Non sarebbe stata la prima volta,
anche nella dolce Toscana, che i contadini o i boscaioli, ebbri di
superstizione, avessero, per avventura, malmenata o anche uccisa qualche povera
vecchia sospetta [164] di maleficio; e che
un’esemplare condanna, troppo presto dimenticata, fosse discesa
sugl’incoscienti colpevoli, piombando nella miseria le loro famiglie.
Per quanto mi trovassi da tre giorni
soltanto in mezzo a quei boschi, tra gente ingenua e primitiva, avevo saputo
amare e farmi amare; non esitai, dunque, neppure un secondo.
Balzato dal letto, apersi la
finestra, gridando a quelli di sotto d’aspettare un momento, e principiai,
febbrilmente, a vestirmi.
Non ebbi neppur bisogno d’accendere
il lume. Dalla finestra entrava un chiaro di luna così limpido, che mai avevo
visto il più bello, sì che in due battute fui pronto, e tornai ad affacciarmi
per avvertire che sarei disceso.
— Pigliate il fucile! — gridò uno.
— Ma no!... — rimbeccava qualcun altro.
— Ma sì!
— Pigliatelo! Pigliatelo! —
Detti retta, come si fa sempre, alla
‘maggioranza’, mi posi lo schioppo a tracolla, e cominciai a scender cautamente
la scala sbocconcellata, affibbiandomi sul ventre la cartuccera pesante.
— Eccomi; — dissi, ridendo — e armato fino
a’ denti! Se, invece di spiriti, fossero persone... poveri loro!
— Voi scherzate, — interruppe Antonio, il
vecchio capoccia, dalla bella testa rasata di romano antico — voi
scherzate; ma badate!...
— A che cosa ho da badare? Sentiamo un po’...
[165] — Non tirategli; date retta a
me; perché tirare allo spirito è pericoloso di molto...
— O che cosa
può succedere? — domandai incuriosito...
— Può
succedere che il fucile, invece di sparare, scoppi, e ammazzi voi: ecco!
— E non
canzono! Ma allora si tratta di spiriti maligni?
— Eh,
capirete... se girano di notte, del bene non ne fanno di certo. —
Frattanto si saliva, su per la via
sassosa, scavata torno torno alla montagna, opaca di castagneti così folti,
che, sotto il lume lunare, la facevano parere, in distanza, tutta fasciata da
un morbido, cupo, mobilissimo velluto verdone.
I macigni, gli scheggioni, le
quarziti, il galestruccio, sparsi qua e là lungo l’aspro sentiero, davano
sprazzi come di brillanti, in mezzo all’ombre interrotte che screziavano il
suolo; il torrente rombava sordamente giù in basso, invisibile fra le due
sponde alte del burrone a picco; e il cielo immenso, d’una chiarità pallida e
fredda di nebbia luminosa che nascondeva le stelle, pareva ascoltasse stupito
le voci della notte.
Le ‘Panche’, il luogo dove da due
giorni appariva la strega, si alzarono, cumulo di muraglie nere e arcigne,
avanzo d’un vecchio castello medioevale, in bilico sulle antichissime
controscarpe [166] puntate sdegnosamente contro
il fianco del monte, come una dimora abbandonata, sotto il lume della luna che
vi batteva in pieno, formando di quel fabbricato, e di tutta la costa ripida
che lo sopportava, un solo punto, in cui gli olivi, i muri di sostegno, le
zolle, le arcate d’una loggia imbiancata e i vetri delle finestre mettevano una
nota abbagliante di chiarezza, in mezzo al cupo e maestoso silenzio delle
montagne crinite, che vigilavano intorno altissime, disuguali, impenetrabili,
buie.
Alle
svoltate della via, la visione pareva inabissarsi, e davanti a noi non erano
che le tenebre dei castagneti e la sconfinata profondità del cielo; poi il gran
colle rilucente riappariva quasi scaturisse dalla terra; e un effetto acustico,
dovuto forse a’ miei nervi eccitabili, mi dava l’illusione che il torrente si
chetasse quando il castello spariva, e, non appena si riaffacciava allo
sguardo, ricominciasse a cantare.
Io salivo, innanzi a tutti, con quel passo svelto,
naturale a chi è come incitato dal favore d’una meditazione interna; dietro di
me era uno scalpiccio sordo e confuso, uno stridor di bullette su qualche sasso
levigato, un rispettoso parlottare, seguito da qualche pausa di silenzio, che
permetteva di distinguere il respiro ampio, un po’ affannoso, de’ petti
capaci...
Dopo un quarto d’ora, la voce del torrente si era
allontanata; e il cielo, avvicinato di molto. Stavamo per imboccare la gran
viottola diritta, [167] chiusa da due alte
muraglie verdi di paline fronzute, tutta quadrellata, per luci e ombre, di
bianco e nero, come il pavimento d’una cattedrale, allorché un suono di voci
concitate arrivò fino a noi, seguito dal rumore caratteristico d’una corsa,
d’una fuga pazza, disordinata.
Ed ecco venirci incontro due contadini, senza cappello,
senza scarpe; delle contadine discinte, col collo e le braccia nudi, gli occhi
sbarrati, i gesti nervosi, le parole smozzicate sul labbro.
— È passata!
— È nel castagneto!
— Ci ammazza tutti!
— Questa volta l’ho vista bene!
— Vergine Santissima! —
Ci si fermò a
domandare spiegazioni, mentre nuovi rumori e voci si levavano da tutte le
parti, e da’ viottoli nascosti sotto lo spessore del frascame sbucavano, quasi
per incanto, altri uomini, altre donne, altri ragazzi.
In poche parole fummo informati di
quello che era avvenuto.
Tutti giuravano d’aver visto passare
la strega, e precisamente, chi più su chi più giù, proprio dalla viottola detta
delle Carbonaie, perché mena a quei cumuli di terra sotto la quale ardono
lentamente, senza consumarsi, i tronchi del castagno destinati a trasformarsi
in carbone; cumuli di terra disseminati un po’ da per tutto, nelle radure della
boscaglia.
[168] E,
fin qui, nulla di straordinario, perché ciascuno, pure passando da un punto
diverso, poteva aver avuta negli occhi quella visione che evocava il suo
cervello pauroso e frastornato di leggende; tanto più che il lume di luna è
ottimo propagatore di chiaroscuri e conseguenti fantasmi, i quali, solo che un
alito di brezza agiti una frasca, o un uccello, mutando posto, commova i
cortinaggi della verzura, paiono, fugaci, trasvolare, sulla montagna
addormentata, dall’una all’altra sponda d’un borro, dall’uno all’altro lato
d’una via. In una parola, ombre!
Ma la cosa grave si era che tutti,
proprio tutti, tanto quelli che venivano da destra, quanto quelli che venivano
da sinistra, erano concordi nella precisa, identica, esatta descrizione dello
stranissimo spettro.
Si trattava, in sostanza, d’una
creatura orribile, immonda, grossa poco più d’una lepre, di fattezze umane, con
in testa un cappuccio bianco, indosso un vestito mezzo chiaro e mezzo scuro
(una specie di sottana tutta sbrendoli e tutta buchi), con in mano, non si
capiva bene, o in bocca, uno strumento infernale che faceva un rumore di sonagli
e di catene, e dotata d’una velocità addirittura portentosa!
Che cosa diavolo avrà potuto essere?
La mia intelligenza ci si smarriva,
tanto più che non c’era chi non asserisse che la strega era seguita [169] da un’altra, sotto forma d’animale nero e peloso,
di cui nessuno era riuscito a raccapezzare esattamente le forme; e tutti e due
volavano con la velocità del vento, sfiorando le macchie, stroncando i rami dei
quercioli giovani, come sollevati da una forza invisibile a due palmi d’altezza
dal suolo.
Anche il vicario, che, levatosi dal letto al baccano, era
corso già per il monte in fretta e furia, anche lui, rispondendo con grande
cortesia al mio saluto, s’affrettò a confessarmi la sua perplessità.
Prima d’ogni cosa, badava a persuadere quei montanari
rozzi e incaponiti che lasciassero bene avere la Betta, la quale, in questa
faccenda, non c’entrava proprio per nulla e non poteva rispondere del caso che aveva
fatto nascere qualche disgrazia, per l’appunto mentre la povera donna girellava
per il borgo!
Quelli sentivano; ma negli occhi miti
passavano dei lampi di ferocia insolita, dei bagliori di collera repressa;
nello scrollare silenzioso delle teste era quasi dell’incredulità, mista a un
desiderio acerbo di vendetta.
Intanto la paura, mitigata da quel sentirsi stretti
insieme nel pericolo, faceva sbocciare sulle labbra dei vecchi i racconti; e
una folla di larve, di fate, di stregoni, di capre, di nottoloni, e di megere,
a cavallo della scopa tradizionale, pareva, animata dall’eloquenza ingenua, ma
colorita, dei campagnuoli, [170] e dai
loro gesti vivaci, sbucare dall’anfrattuosità del bosco, affacciarsi dai
dirupi, dileguare nell’incommensurabile infinito.
In quel mentre, a un tratto, era apparso nel cielo un
cirro, un di quei fiocchi di nuvola che non si sa donde vengano, come si
formino, e che hanno virtù di richiamarne, dai recessi invisibili dello spazio,
tanti e tanti, uno dietro l’altro, a frotte; era apparso simile alla prima
stella improvvisa nel crepuscolo, e ora, tranquillo, s’avviava verso la luna.
In quel momento Tonio raccontava di
quando una notte sentì remolare il vento dentro la cappa del camino, con una
specie di vagito continuo di lattante disperato:
— Mi levai; mi posi in ascolto.
Il castagneto s’era quetato un tratto, per ricominciare, di lì a poco, a
torcersi, a sfrascare, quasi bruciasse! Io mi metto le scarpe, stacco lo
schioppo dal muro, spalanco l’uscio e m’affaccio col fucile in pugno. E vedo,
nel barlume, un’ombra nera che passa più veloce del vento, il quale,
all’improvviso, ripiglia; e la casa, ecco, dà un crollo come la notte, ve ne
ricordate? quando tutto il borro fu pieno di lampi, e gli olivi si piegarono, storcendosi e arruffandosi come i
dannati nel quadro di chiesa. E l’ombra mi ripassa, fra due gemiti di tramontano,
ratta, [171] rasentando terra. Io mi fo il segno
di croce, m’imbraccio, stringo, e meno, così alla cieca... Indovinate? Da
un’altra parte mi viene incontro la
Betta col grembio pieno di rosmarino e di ruta; e la canna mi
s’era aperta vicino a’ grilletti! Un po’ più in su che mi scoppiasse e ci
rimettevo la faccia! Cos’è questa!? Ditelo voi, signor priore: è stregoneria o
no?
— Codesta è una combinazione,
caro Tonio; adoperate certi fucilacci!...
— E la
Betta, cosa faceva lì? a quell’ora a coglier l’erbe?
— Ma non glielo domandaste voi?
— Mi seppe rispondere che faceva l’impiastro per il
figliuolo della Santa, ammalato di bachi! capite? a quell’ora!
— Sfido! Se la vedete coglier l’erbe di giorno, siete
capaci di saltarle addosso come cani arrabbiati!
— E perché la Betta, qui con noi, ora non c’è? perché non è
venuta?
— Perché ha paura di voialtri, ecco! —
Tonio scoteva la testa, poco persuaso. In quel momento il
cirro vagabondo passò davanti alla luna: tutto il paesaggio circostante si velò
d’ombra; contemporaneamente uno strucinio di rami e di foglie, una specie di
furia pazza tra il fitto della palina, addiacciò tutti dallo spavento; e dal
risvolto del [172] viottolo delle Carbonaie, dove
questo, venendo dal dirupo sottostante, ripiglia al di là del sentiero le sue
giravolte capricciose verso la cima del castagneto, passarono come un baleno
due cose indescrivibili, informi, una specie di bambola volante e risonante
come un timballo, seguita da un batuffolo di pelo nero; e s’inabissarono nei
misteri del bosco.
La luna, riaffacciandosi agli orli
del cirro veloce, illuminò dei volti lividi, contratti, pietrificati.
Ma dentro di me, nel tumulto della
sorpresa, si fece strada un lampo d’intuizione, e, prima che qualcuno m’avesse
potuto dire una sola parola, mi ero slanciato col fucile in mano per la
scorciatoia che porta a metà del bosco, a una infallibile posta della lepre,
dove, le mille volte, avevo aspettato che la canizza mi ci respingesse, per il
lungo viottolo delle Carbonaie, la preda.
Salivo in mezzo a fantastici intrichi
di luci e d’ombre, tra una duplice fila di giovani tronchi lisci rilucenti
sotto la luna, come traverso a’ corridori e agl’intercolonni d’un palazzo
incantato; saltavo di sasso in sasso, sdrucciolando sulle foglie cadute,
rialzandomi, affondando tal volta nel moticcio giallo, incespicando in qualche
barba fradicia nel terreno umido; finalmente, dopo trenta secondi di corsa
faticosa, vidi la grande carbonaia nera e come tempestata di gemme sotto il
chiarore lunare, a’ piedi del vecchio ceppo di castagno sventrato e
gocciolante: d’un balzo fui sul cumulo di carbone, che [173]
stridé sotto i tacchi ferrati, col fucile che mi tremava nelle mani, per
i palpiti affannosi del cuore.
Ed ecco la luna velarsi di nuovo
(tutto il cielo veleggiava ormai di nuvolette errabonde); e dal sentieruolo
della lepre, precisamente come la muta, sbucare i due strani esseri fuggenti
dalle forme bizzarre.
Senza mirare, d’imbracciatura,
diressi le canne contro il primo, che correva per l’erta con la velocità della
vertigine, e che mi offriva un bersaglio biancastro.
Il colpo partì, enorme nel silenzio
profondo della notte, moltiplicato da tutte le insenature della montagna.
E si rifece la luce.
Un gatto, un soriano stento,
intignato, giaceva attraverso il viottolo, con la testa frantumata,
insanguinando una berretta da bambino, che mani crudeli gli avevano stretto
intorno al muso: quelle stesse mani, certamente, che gli avevano infilato un
camiciolo da lattante e un sottanino da ragazzi, quelle stesse mani che
gli avevano legato alla coda tre o quattro pezzetti di latta, provocando la
furia, la fuga, il terrore della povera bestia.
Quanto al batuffolo di pelo nero, era
scomparso. Discesi, tenendo tristamente per la coda il sudicio trofeo della mia
caccia notturna; e lo gettai ai piedi di quella gente, mentre il prete
esclamava, tutto contento:
— Capaci d’una birbonata simile, non conosco altri
che il Marchesino...! —
[174] Ma
Tonio scrollava il capo, e mi avvertiva che le streghe hanno facoltà di
trasformarsi anche istantaneamente, e che lui ne aveva le prove, e che mi
avrebbe fatto toccar con mano la verità.
E la verità gli parve luminosa, la
mattina dopo, tanto che non potei più nemmeno azzardarmi a scherzar su certe
cose; e mi parve che perfino il vicario cominciasse a tentennare...
Perché la
Betta, fulminata da un colpo, press’a poco nell’ora in cui io
uccisi il gatto mascherato, era stata trovata morta stecchita nel proprio letto!
[175]
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