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Quando
un nuvolo di rosa ricingeva ancora la fronte aspra di Poggio allo Spillo, e, di
sotto, tutta la pianura gialliccia ardeva maravigliosamente, fino ai lontani
confini delle Romagne, i boscaioli, che, lenti, dietro il passo uguale
dell’asino, risalivano da Badia a Prataglia l’aspro sentiero del Monte Penna
per volgere poi verso la foresta casentinese, si fermavano talvolta ad
ammirare, facendo solecchio di una mano bruna alla fronte alzata verso il
turchino abbagliante dei cieli.
Allora la grande aquila sbucava fuori
da’ vapori trionfanti, come l’augello dantesco, e, ad ali tese, in larghe
ruote, si librava lenta sull’abisso vertiginoso, interrogando coll’occhio
telescopico i ciuffi d’erba, le macchie, le selve sottostanti, cercando dove e
di che farebbe il suo pasto.
Un
giorno essa scomparve, misteriosamente come era venuta; né mai più un’aquila
maestosa come [176] quella solcò, gittando il
suo grido di guerra, il cielo sacro contemplato da Dante.
Il
racconto, saporito di leggenda, che, asciugandomi al gran fuoco d’abete, dopo
una giornata di caccia, potei ricavare dalla viva voce d’un di quei
taglialegna, è, press’a poco, questo.
Era
stato un inverno terribile; il novilunio aveva illuminata la campagna, nascosta
completamente sotto un’infinita coltre di neve, covando i germi delle messi
sotto un’insolita parvenza di morte.
I
rami degli abeti innumerevoli parvero allora braccia stanche d’una cappa troppo
pesante; e i grandi alberi, digradanti in fila lungo il confine aspro e
scosceso della foresta, furono simili a schiere di frati minori che vanno per
via, simili ai dannati tardigradi sotto le “cappe rance”.
Sulle branche nevose la luna
accendeva riflessi d’oro e d’argento; non un soffio di brezza commoveva il
grande esercito dei giganti pietrificati dal gelo; forse nemmeno l’alba avrebbe
saputo riscuoterli.
Lastre
alte di lucido vetro s’erano accostate e baciate dalle due sponde dei fiumi,
incatenando sotto la loro spera le correnti fragorose; anche l’“Archian
rubesto” taceva immobile sotto lo stesso incantesimo.
Intanto
nelle profondità della selva le coppie de’ cervi sauri bramivano a lungo nel
pallore [177] lunare, rimasticando qualche barba
infracidita a fior del terreno; o sitivano presso li stagni, cercando di
rompere a gran colpi di zoccolo l’abbagliante specchio del ghiaccio.
In
quelle notti lunghe l’aquila dormiva, col fiero capo nascosto sotto un’ala
enorme o abbandonato sul petto gonfio di penne, nell’incavatura di due rupi in
bilico sull’abisso, appoggiate l’una all’altra come per miracolo; e fin lassù
arrivavano, così alto era il silenzio, gli urli lamentosi e strani delle volpi
e di qualche lupo affamato.
Venne
la primavera, e i gioghi s’incoronarono di spettacolosi ammassi di nuvole; e in
grembo a quelle scoppiarono folgori secche e abbaglianti; e raffiche impetuose
di venti furibondi agitarono e sbatterono, per l’anfiteatro delle montagne e
per i loro crinali commossi, fitti velari d’acqua, che si polverizzava sulle
frasche, nascondendo ogni cosa.
I
leprotti non uscivano più dai covi; le starne rimanevano nascoste nel cavo dei
grandi alberi sventrati, fra mezzo le alte barbe stillanti; i presepi, i pollai
eran chiusi; persino le rare coppie de’ mufloni nascondevano i piccoli
nell’impenetrabilità della macchia.
L’aquila languiva.
Per quanto capace d’un digiuno di
due, di tre settimane, troppo frequenti erano ormai i periodi nei quali il
colossale nido, sospeso, come ho accennato, nel vuoto formato dalle due rocce
ciclopiche, rimaneva sprovvisto; un nido simile a una [178]
piccola aia, foggiato a guisa di soffitta, col piano di pertiche e
bastoni lunghi sei piedi, incastrati fortemente contro le asprezze del macigno
alle due estremità, traversato da rami pieghevoli, coperto da spessi strati di
giunchi e di eriche pigiati forte dai poderosi artigli della femmina, che sopra
vi covò i suoi tre formidabili nati; de’ quali uno uccise, perché troppo
debole; un altro, perché troppo vorace, mancando ormai, per l’inclemenza del
tempo, la consueta provvigione di carne puzzolenta e d’ossami onde si abbelliva
il coviglio feroce, come la tenda d’un guerriero selvaggio si adorna de’ teschi
dei nemici uccisi.
L’aquila
maschio era grande e forte, se bene non raggiungesse le maestose proporzioni
d’un’aquila reale; gli occhi aveva scintillanti e lionati; le unghie, taglienti
come rasoi; aspro e spaventevole il grido, che pareva un lamento dell’infinito,
a udirlo perdersi in quelle solitudini azzurre; il fiato, possente; le ali,
vaste e nerborute.
Nimica d’ogni
società, viveva con la femmina e l’aquilotto a tale distanza dalle sue
consanguinee, quanto bastava perché lo spazio prescelto a regno fornisse loro
da vivere; come il leone, ch’è re del deserto, sdegnava qualunque compagnia,
risparmiando gli uccelli minori; solo puniva, col romper loro il cranio d’un
sol colpo di becco, le gazze o le cornacchie che avessero osato, con un pettegolezzo
da donnicciuole ciarlere, d’interrompere i suoi muti colloqui coi venti o col
sole.
[179] Quando calava a predare, era terribile; nessuna folgore
piombò più veloce sul piano; se vi trovò delle carcasse abbandonate, anche non
del tutto scarnite, seppe rifiutarle; il superfluo de’ propri banchetti lasciò
generosamente agli altri animali del bosco; fiera e sprezzante, maestosa e
feroce, il suo arrivo era preceduto sempre dal silenzio improvviso che indica
l’avvicinarsi della morte.
Oche biancastre; gru, ridicole in
bilico sulle lunghe gambe, come monelli sui trampoli; lepri dal piè di velluto;
candidi agnellini dall’occhio dolce, pieno di cose oscure, come quello de’
fanciulli; capretti saltellanti oltre lo sguardo vigile della madre impettita,
dalle corna aguzze; rapide starne dal volo basso e fragoroso: piccoli mufloni
dal cranio protuberante, che prometteva dovizia di corna capricciosamente
contorte; tutti gli esemplari delle foreste immense che s’inerpicano per un
raggio di venti chilometri attorno all’alpe casentinese erano stati eletti
dall’occhio infallibile, seguiti dall’alto dei cieli, raggiunti a metà d’una
corsa pazza o nell’asilo fitto dove s’erano rannicchiati tremando, ghermiti
dagli otto formidabili uncini, sollevati a fatica da terra, feriti, poi deposti
ancora al suolo, fatti oggetto a nuovi colpi di becco, infine sollevati
nell’aria in ruote larghe, sempre più celeri, finché l’atmosfera azzurra li
circonfondesse e il freddo dello spazio li irrigidisse, mentre agli occhi
moribondi sfuggivano l’oro, il verde, le armonie della terra.
[180] Quanto
tempo era trascorso da che l’ultimo capretto aveva oltrepassato la soglia del
nido funesto, e la femmina, dopo d’aver saziato l’aquilotto, che già si provava
al volo, s’era divorati gl’intestini della vittima, reggendoli forte cogli
artigli puntati contro il letto d’eriche e di giunchi, quasi divorasse dei
serpenti vivi? Tanto, tanto tempo era passato; e ora la madre e il figlio
guardavano, dall’orlo della loro piattaforma aerea, al piano velato di tempesta
e circonfuso di nebbie fonde, dalle quali spuntavano i tetti lontani, piccoli
punti rossi tra il verde, impennacchiati eternamente di fumo, segno certo che
gli uomini e gli animali stavano chiusi dentro a quelle trappole impenetrabili
ch’essi chiamano case.
E l’aquila maschio, tornando fradicia
e digiuna al suo nido, ricordava, ricontando i lunghi anni trascorsi e che
l’avevano fatta incanutire, come altra volta fu costretta ad assalire il
cerbiatto per dissetarsi, e come le belve ne trassero terribile vendetta.
Tutti gli animali del bosco si
dettero la voce; negarono all’aquila il consueto diritto di caccia; avvertirono
la selvaggina giovine del pericolo che le sovrastava; le insegnarono a
difendersi, la protessero in tutti i modi; anche i vecchi cervi, grossi come
cavalli, contesero la sua preda all’aquila, a gran colpi di corna; la
turbarono, dopo la strage, impedendole di bevere il sangue delle vittime, unico
refrigerio alla sua sete; non appena ella si mostrava sopra il velluto mobile
della foresta, tutte le piante, [181] tutte le
macchie, ogni ramo, ogni foglia, avevano una voce, un grido d’avviso.
Ma la femmina, attanagliate le
viscere acerrime dalla fame acuta, si esaltò finalmente a quei racconti di
caccia e di battaglia, e, arrotando furibonda il becco ricurvo sul masso umido
di pioggia, rizzava il ciuffo della testa piatta, s’irrigidiva sulle enormi
gambe inflessibili, e gonfiava aspramente le penne bruno-rossastre del petto.
Finché una sera, mentre l’acqua era stata un poco dal rovesciarsi soffiando e
scrosciando sulla terra fumida, e il sole minacciava di calare rapido dietro a
giganteschi baluardi di nuvole bigie, che parevano rovinare e risorgere
sovrapponendosi continuamente nei cieli, la madre, dato uno sguardo
all’aquilotto, che boccheggiava ad ali aperte in mezzo al nido, si precipitò
nell’abisso, cacciando per tre volte lamentevoli urli, che parvero ferire i
vapori densi e mutevoli, nei quali il grande uccello come una freccia sparì.
E
subito il maschio, rispondendo con altri urli che parvero squilli guerrieri,
sembrò quasi seguire la traccia aperta nelle nebbie sfioccate, di cui i lembi
tremolavano al vento della notte, e che si richiusero bentosto su di lui,
lasciando solo davanti agli occhi del piccolo, che s’era trascinato fino all’orlo
della roccia, col capo troppo pesante ciondoloni all’ingiù, un gran mare
mutevole d’azzurro, che diventava sempre più cupo.
Frattanto le due rapaci s’erano
riunite sotto la volta di nubi, nel cielo libero, a poca distanza l’una [182] dall’altra roteando, cogli occhi smisuratamente
dilatati, gli artigli rattratti contro i ventri poderosi, cacciando
spaventevoli strida.
Poco importava loro che tutta la
boscaglia sapesse che avevano fame; eran discese, spinte dalla disperazione,
unicamente per predare, ed eran pronte anche a battersi, pure di poter sentire,
dopo tanto, il sapore caldo e dolciastro di sangue nel becco inaridito.
Era
ormai questione unicamente di vita o di morte. La sete, più che la fame, dava
loro tutte le audacie; e l’aquila non può bere che sangue.
Ed ecco, la femmina, per la prima, adocchiò un cerbiatto,
un delicato cerbiatto con la bocca odorosa di tiepido latte, dalle carni tenere
e liscie come quelle d’un fanciullo, dal manto roseo, col petto carnicino; lo
adocchiò, e, cacciando un ultimo urlo di richiamo al compagno e di bramosia
insieme, si scagliò obliquamente verso una radura, incontro alla quale la
vittima si moveva traballando e chiamando la madre, momentaneamente lontana.
In alto, ferma sull’ali, l’aquila
maschio, lanciando a dritta e a sinistra occhiate trionfanti, sorvegliava quel
lembo di foresta completamente deserto, dove si sarebbe compiuta la strage.
Ma ecco levarsi dal basso un sibilo
acutissimo, e una minuscola serpe agitarsi minacciando, sfidar, tracotante, la
mole enorme dei reali dell’aria, che alternavano tenebre e luce sul terreno,
simili a ombre di nuvole.
[183] Una
vipera, una ignuda e grama vipera, eretta fra due scope sulla coda piegata a
ciambella, cogli occhi stralunati fuor della testa piatta, con la lingua bifida
vibrante in tutti i sensi, gettava furibonda l’avviso di pericolo agli altri
animali mal desti.
Il trascurabile rettile strisciante a fior di terra
fischiò, fischiò, fischiò, risvegliando tutti gli echi intorno al grande
stagno; e un formidabile cervo sbucò da un sentiero, cuoprì col gran corpo il
piccino, scavalcandolo con le zampe anteriori; poi, chiusi gli occhi, aspettò,
sull’intrico minaccioso delle corna enormi, l’assalto dell’aquila, che,
sconcertata ed incerta, ripiegò.
Frattanto il maschio, in un impeto supremo di sdegno,
accettando quella battaglia indecorosa, piombava sulla serpe, e, afferratala
cogli artigli, la traea seco, levandosi a volo di nuovo oltre le punte degli
abeti impassibili.
Ma subito ben diverse furono le
grida, e lamentevoli, quasi folli, che il gran rapace gettò dall’alto, mentre
la compagna, spaventata dal significato non dubbio di quell’accento di dolore,
slanciandosi vertiginosamente dietro la sua traccia, abbandonava senz’altro il
campo della lotta.
Il cielo era tutto sangue, parato
d’immani velari di porpora, che parevano sospesi per un attimo all’immensa
volta turchina, prima di ricadere per sempre sul sole, che scompariva,
lottando, in mezzo a valanghe di cenere.
[184] E le
belve, dal piano, trepidanti e riconoscenti vedevano la piccola vipera,
aggrovigliata disperatamente a una gamba dell’aquila, alzare, fischiando, la
testa, che aveva lasciati infissi nella coscia i denti del veleno mortale;
finché l’uccello gigantesco e la serpe minuscola, dall’altezza incommensurabile
raggiunta, descritto nello spazio un enorme arco di cerchio, precipitarono
nella voragine d’oro e di sangue, dove il sole naufragava, gettando tutt’e due,
a ogni plaga dell’infinito, i medesimi segni di vittoria e di morte.
[185]
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