|
Risalendo la collina densa di olivi
mareggianti a tutti i soffi di vento, su su per l’erto sentiero scosceso, tra
una duplice fila di grano maturo dalle spighe inclinate come per un muto
consentimento, o tra le schiere degli olmi, a’ quali s’abbarbicavano contorte
viti pampinose o azzurre di grappoli rilucenti, a seconda delle stagioni, il
vecchio Michele tornava a casa faticosamente con appesa alla cintura rossa la
falce bruna.
La
casa, una vecchia torre rossastra, avanzo di chi sa qual costruzione feudale,
in cui era accomodata una stanza a uso di cucina e, sopra immediatamente,
un’altra a guisa di camera, in cui si sentivano razzolare i topi enormi nella
soffitta adibita a granaio, aspettava all’ombra dei cipressi neri, lampeggiando
come una fiamma contro i raggi obliqui scagliati dal sole di tra mezzo alle
nuvole nei tramonti bizzarri.
[186] Ma una quercia aspra, nocchieruta,
gigantesca, tutta fronde e tutta fremiti, tutta sussurri e tutta pigolii, si
piegava, fino a carezzare il tetto d’embrici della torre, alle squassate che il
vento della sera le dava a tratti, insinuando le invisibili dita entro la folta
chioma e sbattacchiandola a sua posta di qua e di là, mentre il verro nero
aspettava, grugnendo e rivoltolandosi nella melma della pozzanghera, che alle
scosse gli piovessero sul grugno le ghiande dolciastre.
Michele arrivava, e, attaccata la
falce, come un’arme, al chiodo infisso nelle pietre della muraglia, tirava
l’acqua, appendeva il paiolo di ferro alla catena fuligginosa che pendea dal
camino, vi buttava su un fascio di sarmenti secchi, li accendeva, poi, come
quelli principiavano a scoppiettare, usciva fuori e si lasciava cadere sotto il
grande albero, cogli occhi fissi al luccichio del fiume, che brillava fra le
nebbie violette della pianura, strana biscia contorta fra le due sponde
selvose: guardava tenacemente, sempre nello stesso punto, col dorso appoggiato
al tronco immane e scabro, come fosse anche lui parte di quel medesimo legno; e
non si moveva più, finché sbocciavan le stelle.
Su
quel fiume era nato, era cresciuto, aveva vissuto tanto tempo...
Ne sapeva tutti i segreti, ne aveva
esplorati tutti i meandri, pescando i pesci con le mani aperte a giumella,
rincorrendoli nelle tane sotto il limo, dove cercavano scampo, tuffandosi sotto
l’acqua [187] alta a chiappar l’anguille, che
gli sfuggivano tra le dita come serpenti.
Anche
la voce del fiume conosceva, così diversa a seconda dei tempi.
Nelle
grandi calme di luglio, quando tutto il cielo è veleggiato da strane frotte di
nuvole colossali, e sulle montagne pare vengano buttati e tolti curiosi tappeti
azzurri, stava sdraiato fra le canne gialle, immobili, con la testa appoggiata
a una mano.
Fra masso e masso filtrava l’acqua
con uno sgocciolio sordo, che aveva l’aria d’un chiacchierare sommesso; ma egli
godeva di sapere che sotto la ghiaia passava la corrente lenta e misteriosa, la
quale, da che il mondo fu creato da Dio, cammina verso il mare e non lo fa
traboccar mai.
Poi veniva l’autunno, e le canne,
diventate tutte verdi, cominciavano a muoversi, ad agitarsi, a baciarsi l’una
coll’altra. Si vedeva qualche foglia più alta tremare, tremare, tremare, mentre
l’aria era ferma tuttavia; e poi finalmente, un rotolar lungo di tuono
rimbalzava di giogo in giogo sui monti, e tutto il canneto era battuto da un’acqua
sorda e fitta, e i sassi del fiume da color di rosa diventavano
turchini, e di lì a poco la corrente arrivava, da sponde invisibili, con un
rumore lieve di foglie secche e di fuscelli sospinti innanzi dallo sciacquio.
Finché si faceva gonfia e maestosa,
urtava contro le graticciate colme di sassi rotondi e lisci, cominciava a
fluire con bizzarri attorcigliamenti di schiume, trasportando sul dorso
fluitante le foglie giallicce [188] che sopra,
senza posa, vi lagrimavano i lunghi alberi dal tronco d’argento.
Ma, ecco, i monti diventavano grigi,
e le campagne e i prati rossi si facevano immobili, e il cielo era tutto unito,
senza strappi e senza suoni, e la neve coronava le cime, scendeva a capriccio
lungo la sinuosità; e la corrente rallentava, pareva fermarsi, premuta da veli
di ghiaccio che si facevano sempre più consistenti.
Dopo, un letargo gelido fasciava
tutte quelle cose assopite, ed era, fra le sponde scintillanti come di gemme,
un silenzio altissimo che non si rompeva, finché la primavera non s’affacciava
col sole tepido di vetta ai poggi, sciogliendo la neve e facendo luccicare una
perla oscillante a ogni ramo novello.
Allora il fiume schiantava i suoi
vincoli con un furore indicibile; la gioia della libertà riconquistata pareva
dargli un’ebbrezza feroce, ed era la piena, la terribile e vittoriosa piena,
che si scagliava ruggendo, dalla curva lontana vigilata dai salci, nella
pianura bruscamente ridesta.
Così,
quella notte, sotto un arco giallo di luna, ruppe da levante col mugghio d’una
mandra di tori.
Michele
balzò dal letto, semivestito, uscì all’aperto con la mano sugli occhi tesi,
disperatamente a scrutare.
Non aveva mai visto il suo fiume
così; s’era ribellato a un tratto, come un cavallo feroce; lo capì subito; non
c’era più verso di trattenerlo.
[189] Vide
agitarsi i rami curvi dei salici come nel delirio d’una raffica; un vento
freddo, il respiro gelido e possente dell’acqua che corre veloce lo investì,
agitandogli i capelli sulla fronte; poi i salici scomparvero sotto qualcosa di
nero, di gonfio, che si moveva alzandosi e abbassandosi e gorgogliava.
Michele spalancò la stalla, sciolse
le pastoie al cavallo e ai vitelli; poi, entrato in casa, ratto come il lampo,
senza dir sillaba, agguantò poche robe, le scagliò con forza sovrumana dalla
parte alta del campo sul tetto della casupola, quindi appoggiò la scala, spinse
la moglie su per i pioli scricchiolanti, salì anche lui, stringendosi forte sul
petto, che ansava, il suo ragazzo.
Di cima al tetto si vedeva una
confusione folle di cose nere, che si urtavano, si confondevano, ritornavano a
scindersi, a ricongiungersi,... una danza di spettri infernali!
Gli alberi alti, tutti piegati dalla
medesima parte, soffiavano contro la luna sibili lamentosi e sciami di foglie.
I bovi, il cavallo, come pazzi, erano saliti sopra
un promontorio di terra, che formava un isolotto in mezzo al furore buio
dell’onde, che bollivano con un tumulto di vulcano; rimanevano là protendendo i
colli, movendosi in tondo come fossero in una gabbia, muggendo lungo, nitrendo
acuto alla morte, che sentivano, con la prontezza dell’istinto, aliare fra i
turbini, su tutto il piano [190] sconvolto:
davanti all’arco giallo della luna bassa, ogni tanto, passava, come un
uccellaccio sinistro, qualche foglia dispersa.
L’alba, sorgendo squallida sul lividore tragico
dell’immenso lago gialliccio, che ora si muoveva lento, quasi trasportasse con
sé le case emergenti, gli alberi, tutto, verso i monti lontani, che parevano
avergli fatto siepe, ributtandolo indietro, perché compisse la strage, trovò
Michele ancora vivo, ma solo. Da allora in poi odiò il fiume d’un odio feroce e
profondo, come si può odiare in una persona il nemico.
Abbandonato il piano, andò a stare sulla cima più alta del
monte, in quella vecchia torre, accanto alla quercia e ai cipressi, abbandonata
lassù per timore dei fulmini, a disfarsi lentamente, e, lì, in quella rocca
pericolante, la quale, senza che lui lo capisse, corrispondeva così bene alla
desolazione della sua anima distrutta, si fece un nido selvaggio, come
l’inutile furore che gli bruciava lo stomaco.
Non gli si avvicinava nessuno.
In paese e nei dintorni la torre era
temuta: si parlava sommesso di certo delitto che vi sarebbe accaduto, quando
gli uomini vestivano di ferro, e di certe voci che ci sentivano, quando tramontava
la luna.
Di giorno, il cielo, intorno alla
rotonda costruzione rossa, era sempre gremito dalle nere croci dei falchi, che
vi svolazzavano; la notte, il gufo e la civetta si rispondevano dal tetto e dal
campo.
[191] — Cuccumio!
cuccumio! — Ron-ron... —
Erano le sole parole, e funebri, che
sapesse gittare la torre; ma ormai Michele ci aveva fatto l’uso; e forse non le
sentiva.
Nei meriggi afosi, quando l’aria trema tutta di calore, il
vedovo si adagiava a piè della quercia immane, e lì, difeso dalla sua ombra
generosa, inchiodava lo sguardo sul fiume lontano, sfolgorante sotto il
solleone; e rimaneva lunghe ore nella sua contemplazione di maniaco, finché
s’alzava, maledicendo, coi pugni tesi, contro il nemico lontano.
Dal basso i contadini lo vedevano agitarsi così, uguale a
un fantasma, e riabbassavano il capo, impauriti, sul lavoro. Michele non era un
pazzo cattivo. Lavorava per due, senza che una sillaba uscisse mai da quelle
labbra contratte, mangiava, sempre in silenzio, in un cantuccio separato dagli
altri; poi ripigliava il cammino aspro di casa, senza voltarsi mai indietro,
finché non fosse sotto la quercia diletta.
A furia di chieder protezione
all’albero solitario, a furia di piangere sul suo piede quel pianto senza fine,
a furia di gemere alla sua ombra cortese quel dolore senza rimedi, Michele fini
per convincersi che la quercia lo capisse e gli rispondesse.
D’allora in poi, non gli parve
d’esser più tanto solo, e l’opre lo videro alzare il piccone contro lo scasso,
o tuffarsi nei fieni mareggianti, con più giocondo fervore.
In quel tempo lavorò per dieci uomini.
[192] Aveva
premura che la giornata trascorresse alla svelta, e, lavorando con accanimento,
il tempo gli compariva più veloce; non vedeva l’ora d’aver finito, per
tornarsene a casa, sdraiarsi a piè della sua quercia e discorrer con lei della
felicità d’una volta.
— Eh! quercia mia, — le diceva Michele,
abbracciando il tronco rugoso con le braccia nude color del bronzo
— bisognava che tu l’avessi conosciuta! Ma forse l’avrai vista! Chissà
quante volte è passata di qui. Te ne ricordi com’era? Che capelli neri, che
labbra rosse! —
Una sottile brezza s’insinuava tra il frascame, agitandolo
e commovendolo con un brusio lungo di consentimento; e subito Michele
appoggiava l’orecchio contro la scorza, e sentiva, dentro, un romor vago, come
ronzio d’arnie o schiantar secco di legno adusto; e gli pareva che l’anima
dell’albero fremesse per entro la vasta midolla, cercando di sprigionar la sua
voce per rispondergli; e finalmente la voce veniva con un frusciar più forte
del vento tra i rami, che mormoravano in fretta qualche cosa di cui l’eco
smoriva in un fremito lungo, come di corde vibrate.
— Te ne ricordi?... — e seguitava a discorrere,
piano, con una tenerezza squisita.
E lì era tutto un chiedere e farsi
rispondere, e: — Mi faceva questo, mi faceva quello... — e: — Il
bambino allattato da lei... — e: — Credi che sia morta, o pure mi
sente, o l’hai te, costì dentro, nascosta? —
[193] Adagio,
adagio, Michele soffiava le parole alle bocche aperte dei larghi nodi della
pianta; e questa fremeva, s’agitava e mormorava lungamente, scotendosi tutta,
mentre in alto, nascosto fra i rami, un nido garrulo chiacchierava squillando,
come il bambino, quando vispo e chiassoso si baloccava sull’argine.
Delle volte la quercia era lugubre.
Le notti afose d’agosto, un assiolo
bianco, dalle cornettine dispettose, s’insediava sui rami crociati, nel mezzo
al frascame impenetrabile, e al povero Michele, che ripeteva le sue domande,
rispondeva sempre col suo più! più!, insistente, inesorato...
Ma quando il primo raggio di sole incendiava la torre tra
i cipressi neri, la quercia, tutta gaia e risplendente, ricominciava subito a
fremere, a pigolare, a cantare, e così per tutto il giorno, da mane a vespro,
allorché Michele tornava a interrogarla e a farsi rispondere, finché l’ultimo
soffio di vento vi si abbatteva con un tumulto folle di campane disperse, e si
smorzava così, giocondamente cantando, dentro le sue folte chiome... In questo
modo il grande albero e il piccolo uomo alternarono l’albe e i tramonti, chiusi
in un cerchio di vita sempre uguale, che solo variava con l’ombra.
Sventuratamente venne il tempo
triste, quando la natura si ammala.
La golpe entrò nel grano, e ne marcì gli steli; [194] nebbie rossastre coprirono il sole, che pareva
un lume acceso dietro un gran vetro opaco: nell’aria rarefatta non stridevano,
balenando, le rondini; i passeri pettegoli non chiacchieravano per i campi,
mangiando gl’insetti distruttori delle piante; poi un vento pazzo soffiò via le
nuvole, e insieme spolverò la mignola fitta dai grandi olivi contorti; i
pampani delle viti arrugginivano, cascando come insanguinati dai tronchi
serpentini, rosi nelle barbe da qualche germe letale; e il padrone della torre
dei cipressi e della quercia era povero.
Una mattina, Michele, affacciandosi
verso il sole nascente, vide venirsi incontro uomini armati di corde e scuri.
Non capì, da principio; appoggiato alla soglia dell’abituro guardava trasognato
l’affaccendarsi di quella gente intorno all’albero; e non disse parola, come
era suo costume.
Ma poi che un canapo enorme si
attortigliava, lanciato da mani robuste, al tronco rugoso; e qualcuno,
chinatosi, speculava a piè della quercia il punto buono per il primo colpo,
Michele balzò, come un leone, in mezzo al gruppo, che oscillò, spaventato,
arretrando di qualche passo.
— Cosa fate, cosa fate? — domandò Michele con la
voce strozzata.
— Ha sciolto lo scilinguagnolo, finalmente
— azzardò uno, più ardito degli altri,
— Il matto parla! — sussurrarono.
— Sì! matto! — ruggì Michele, che aveva udito
— e da matto vo’ fare! —
[195] E scomparve
in casa, per riapparire di lì a un minuto, terribile, sulla soglia, con la
scure in pugno, gli occhi fuori dell’orbita.
— E io vi dico — urlò
— che non la toccherete! —
E fece un passo innanzi, e si parò
spaventevole nell’aspetto, davanti alla quercia.
Il sole ora sorgeva adagio tra vapori rosei, dorando la
cima al grande albero, che, scosso da un brivido di vento leggero, tremava
tutto per mille foglie, con un mormorar sommesso che pareva un gemito
lontanissimo.
Tutti ristavano,
a distanza dal matto, pietrificati dallo spavento, indecisi.
Allora il padrone, buttata via la
scure, s’avanzò verso Michele, implorandolo:
— Michele, ohe! Michele! Eppure
mangi del mio! Cosa ho da fare? Non ho più nulla, e non so come difendermi...
Questo quercione costerà duecento lire, capisci?... Come fare, santo cielo!
come fare a tirarsi innanzi fino all’autunno? Mi dispiace anche a me di buttar
giù quest’albero, che faceva ombra qui sul poggetto... Ci veniva la mi’ bimba a
fare chiasso... quand’era viva! Oh, Michele! Son povero, anch’io, quanto te,
quanto voialtri; come ho da fare? Ci ho moglie a casa, ci ho un figliolo...,
Michele. —
Il matto, pian piano, smorzava il foco degli occhi, posava
il ferro, poi si buttava contro la quercia, abbracciandola, sussurrandole mille
cose [196] pazze nelle bocche dei nodi enormi; e
nessuno rideva.
Poi, a un tratto, raccolse la scure,
l’alzò a due mani, tirandosi indietro, e... tan! fece un taglio di dieci
centimetri, sopra le barbe, proprio nel punto giusto.
Tutto il monte echeggiava dei colpi furibondi di Michele,
mentre gli uomini, via, via, duravan fatica a fare svelti a piantare i cunei.
Si aiutarono coll’asce, colla sega;
il grande albero resisteva, con la chioma agitata, cantando sempre; finalmente
cominciarono a tirare il canapo!
Oh!... che momento! dalle viscere
della quercia partì uno scricchiolio lungo, doloroso, aspro, che parve
un’espressione di doglianza. Michele ascoltava, appoggiato alla scure, col torace
scosso dai palpiti veementi del cuore; e gli uomini tiravano, in tralice,
gridando a ogni strappo: oooh! E la quercia rispondeva con un gemito e
uno schianto, crollando armoniosamente il fogliame, senza smetter mai, senza
smetter mai...
Quanto durò il tormento?
Alfine la pianta s’inclinò; venti
braccia lentarono e distesero i muscoli di bronzo nel conato estremo, con un
gran grido; poi gli uomini fuggirono veloci, mentre la quercia si piegava, si
piegava, si piegava...
— Bada, Michele! esci! ti schiaccia! —
Michele non si mosse; e l’albero crollò; toccò fulmineo il
terreno coll’aspra fronte capelluta, con [197] un
tonfo sordo, passando rasente a Michele, sfiorandolo con le foglie più giovani,
senza toccarlo neppure!
Non si udì un alito.
Il matto s’inginocchiò accanto alla quercia buona, che
dava pane morendo, come aveva dato consolazione d’armonie e d’ombre da viva; le
ricompose le chiome arruffate, ravviandole con le mani callose, così come si
compone un cadavere amato, lentamente, con una cura infinita, con una tenerezza
infantile, sempre in silenzio, mentre tutti, d’intorno, guardavano e
piangevano, senza sapere neanche loro il perché.
Il sole, fugate tutte le nebbie,
dardeggiava feroce sulla campagna squillante e sul fiume contorto, che
scintillava lontano.
[198]
|