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Finalmente! quello l’avevo colto: era caduto, me n’ero
avvisto benissimo, a piombo, con la coda aperta, l’ali distese.
E subito mi
venne una gran rabbia per non aver preso un buon cane da padule, che, dopo aver
puntato il beccaccino, fosse stato capace d’andarmelo ad abboccare e riportarlo
di mezzo alla poltiglia dell’acquitrino; quanto a Miseria era scomparso.
Giravo l’occhio intorno, imbarazzato,
senza decidermi a nulla. Il padule era basso, guadabile da per tutto, lo sapevo;
non mi ero scordato d’infilarmi i calzettoni e, sopra, le scarpone
bucherellate; la distanza era breve, di faccia avevo l’argine, e sull’argine
una capanna tutta accesa dal tramonto; tuttavia restavo immobile in mezzo
all’acqua.
Egli è che questa, sotto i raggi del sole morente, era
diventata tutta di sangue; mi circondava un [199] paesaggio
incredibile, che nessun pittore oserebbe mai di ritrarre e d’esporre, senza
tema d’esser beffeggiato; sangue schietto, sangue scrio, sangue vivo! Erbe,
ninfee, tronchi d’albero marciti, il forteto, tutto pruni e barbe e ramaglie
asserpentate, che si chinava su quel lago dantesco, un silenzio straordinario,
opprimente, pauroso e, annegata per metà in quel bagno insanguinato, la
carcassa enorme, spolpata, d’una bufala, col suo cranio aguzzo e cornuto, dalle
grandi orbite vuote, appoggiato a un tallo di musco color di ruggine.
Distinguevo a venti passi il
beccaccino morto, a pancia all’aria; e avevo paura, lo confesso, avevo paura a
smuovere quel liquido cruento, a tuffarci la mano, che mi pareva di dover
ritirare tutta stillante di gocciole rosse.
Nondimeno feci un passo, poi due, chiudendo gli occhi,
perché lo scintillio rosso dell’acque tinte mi dava alla testa; mi avanzai
malamente verso il buio del canneto, dove era cascata la preda; la giunsi,
l’afferrai in fretta come una cosa che scotti; feci ancora qualche metro verso
l’argine, verso la casetta incendiata dal sole morente, e udii tragico, acuto,
ben distinto, un grido terribile, un grido umano di disperazione e di morte:
— Aaah! aaah! aaah! —
[200] Che
cosa succedeva? Nessun dubbio possibile: qualcuno soffriva; qualcuno, certo una
donna, agonizzava vicino a me, dentro a quelle mura screpolate.
D’un balzo fui sull’argine, grondando
acqua dal ginocchio in giù; e chiamai con quanta voce avessi in gola:
— Miseria! Miseria! Ohe! Miseria.
E subito, di dentro alla capanna,
risposero chiari, vicinissimi, più terribili di prima, i tre gridi femminili:
— Aaah! aaah! aaah! —
Stavo per islanciarmi verso la
finestra della capanna e schiantarne le imposte con una calciata di fucile,
quando Miseria apparve, simile a un fantasma lacchigno, contro la raggera rossa
del sole ormai tuffato dietro la lama, che incupiva, come se tutto quel sangue
si coagulasse e si raffreddasse.
L’ombra del bracconiere si allungava
enorme sul padule, interrotta dalle vibrazioni dell’onde smosse in cerchi
concentrici; e l’uomo alzava le mani, agitandole con dei gran gesti disperati,
che non capivo; ma la voce umana, nei silenzi disperati delle paludi morte, ha
sonorità inattese; e a un chilometro di distanza udivo le parole, come se
Miseria mi fosse stato accanto; e le parole, rotte, affannose, dicevano:
— State fermo, signorino; state fermo, per carità!
[201] — Miseria,
— rispondevo — corri; ma corri, per amor di Dio! Qualcuno muore in
questa casa!
— State fermo... Ora vengo...
Pur troppo, in cotesta casa non muore più nessuno. —
E si avvicinava a gran passi, tuffando le gambe in tutta
quella schifosa poltiglia sanguinolenta, che diventava violetta a vista d’occhio,
mentre sopra di noi s’addensavano e si chiudevano, dai lati opposti
dell’orizzonte, due spettacolose nuvole color di cenere, come fossero le
cortine della notte.
Finalmente Miseria mi raggiunse; era livido, affannava un
po’; mi chiese da bere; poi mi disse, con voce che non dimenticherò mai:
— Non ci volevo venire da queste parti; ve lo avevo
sconsigliato... anche a voi... ma sì! chi li tiene i cacciatori? Ecco, l’avete
sentita? È una cosa che non ci regge nessuno. —
Mi volsi a lui, stupefatto, mentre
seguitava, ripigliando a camminare:
— L’avete sentita? avete avuto paura anche voi? e
ora... — e saliva sull’argine e si avvicinava alla capanna, mettendo una
chiave nella toppa sgangherata dell’uscio — guardate pure; è lì! —
E spalancò la porta con una pedata.
Mi apparve una stanza nuda, senza letto, senza una seggiola, senza un
panchetto: nulla, tranne una croce attaccata al muro: nel barlume, qualcosa di
mostruoso si moveva qua e là, a salti strani, per la stamberga: un grande
uccello nero, simile a un corvo, che trascinava l’ali spuntate, come un par di
grucce.
[202] La spaventosa bestia trasse, al rumore, a balzelloni verso
di noi, e, aprendo il becco massiccio, cacciò tre volte il suo gemito tetro:
— Aaah! aaah! aaah! —
I miei nervi, già turbati dallo spettacolo precedente e
dalla foschia temporalesca, che s’addensava gravandomi sulla nuca come una mano
vigorosa, non ressero più; agguantai per un braccio il bracconiere e gli dissi:
— Andiamo via! andiamo via!... subito... —
Udii il tonfo della porta che si chiudeva, le grida
ripetersi una, due volte, sempre più fioche, e camminai a lungo sull’erba
soffice che smorzava i passi, stringendomi a Miseria, che fumava senza parlare,
mentre la notte, ravvoltici ormai nella sua nebbia, sospirava sul padule invisibile,
svegliando fremiti di piante e frulli d’uccelli, così tetri, nella quiete, che
il bracconiere sentì il bisogno di rompere quel silenzio opprimente.
— Stavo lì, prima; ci stavo di casa fino a un anno
fa, con la mia donna, che era buona, e bella era, signorino, bella da parere il
ritratto della salute!... Basta! Lei s’ingegnava; io, come era tempo di caccia,
mi piantavo vicino alla stazione, e, quando scendevano i forestieri, li portavo
nella tenuta. Il Ranca (quel broccione, avete capito quale? ve ne siete servito
anche voi...; stana la selvaggina peggio dei cani... dove entra lui, nemmeno i
cignali!) dunque lui correva dal guardia, l’avvisava, e quello faceva un giro
dall’altra parte... voi mi capite... [203] insomma,
si faceva a mezzo... che volete? se non ci s’industria onestamente....
»L’anno che mi sposai fu annata
buona, e mance se ne fecero a bizzeffe; l’autunno poi... una cuccagna vera! Io
stavo come un papa; a vespro, dopo una giornata di macchia, tornavo in quel
tugurio, e ci trovavo un boccone di minestra calda e un po’ di compagnia;
infine, si campava; alla meglio, signorino, ma si campava.
»Quand’eccoti che, un brutto giorno,
scendono alla stazione tre signori, ma signori proprio di quelli co’ fiocchi...
Figuratevi un po’ voi, signorino, erano tre ‘milordi Inghilesi’! Senza tanti
preamboli, mi fanno: “Noi volere ammazzare cinghiale...; noi non badare
spesa!...”
»Pensate un po’ se mi ci misi di
voglia! Il Ranca mi dice: “Porta cotesti signori alla posta; al guardia ci
penso io” e sparisce. Io piglio i cavalli, bell’e sellati: si monta su, e via
nel forteto. Era una giornata cattiva, come oggi; voleva piovere, e non s’aveva
la canizza completa, come quando si caccia liberi... Il Ranca frugò, rifrugò;
si sentivano i cani abbaiare lontano, fiochi, fiochi,... ma di cignali neanche
l’idea! Io avrei battuto il capo nelle querce, dalla gran bile! Si faceva sera,
e s’era sempre a mani vuote. Allora io propongo a quei [204]
signori di trattenersi, che all’indomani si sarebbe messa su una caccia
in tutte le regole. Fu come dire al muro. Non ne vollero sapere. Capite? Venire
in Maremma per un giorno a quel modo, coll’idea d’ammazzar subito un cignale! È
come dirla! Fatto sta ed è che vollero tornare addietro, borbottando fra di
loro chissà che cosa (non mi riusciva di capirci un ette); si ridussero alla
ferrovia, e lì, prima di salire in treno, mi messero in mano due monetine
d’oro, e chi s’è visto, s’è visto!
»Il Ranca era graffiato, pesto,
faceva sangue da tutte le parti: pareva, col dovuto rispetto, un ecce homo...
Sapete com’è: non è un cristiano, è una bestia; e poi, quella volta, aveva
ragione, sicché si prese una moneta, e batté il tacco. Io rimasi con l’altra in
mano; ed eccoti il guardia, che la vuole tutta per sé.
“Rifammi il resto” gli dico io.
“E
chi mi garantisce — ribatté lui — che non te ne abbia data una terza
anche per te?”
»Io mi difendo; quello m’accusa; e si
viene alle conseguenze serie..., signorino! Com’è vero il sole, il fegato di
sdraiarlo l’avrei avuto anche subito, perché soprusi a me non se ne fanno; ma
avevo troppa ragione, ero in territorio suo, e non volevo pigliarle io...
Sicché, lo guardo, lo guardo bene nel bianco degli occhi; mi metto il fucile
armacollo, e me ne vo, lasciandogli la moneta mia. Non dubitate, lui aveva
bell’e capito, non c’era bisogno di altri discorsi:... dove lo trovavo e dove
gli [205] consegnavo una fucilata nel capo! Ma
intanto ero alla fame; dove avrei portato i cacciatori da allora in poi?
»S’immagini la bile, s’immagini il
rodio, qui dentro, mentre tornavo a casa lungo l’argine, come ora. Ve l’ho
detto: era una serata d’inferno, e sentivo il mare che urlava e sciacquava
lontano, mettendomi addosso una melanconia da morire; per di più, tutt’a un
tratto, proprio sopra la mia testa, si ferma sull’ali, reggendosi col vento,
una cornacchia, e stride una volta, poi una seconda, quindi una terza, finché
io, arrabbiato, agguanto il fucile e semino una schiopettata alla bestiaccia.
»Ma perché mi venne quell’estro? Me ne pentii subito,
badate; ma ormai... era tardi! La cornacchia cascò viva, con un’ala stronca,
nel mezzo all’argine, urlando come una dannata; capii subito che quella
fucilata m’avrebbe portato disgrazia; ma appunto per questo non ebbi core di
finire la bestia, e, facendomi beccare a sangue, la presi e la portai via con
me.
»Almeno, pensavo, farà ridere la mi’
donna, quand’è sola!
»Eh, signorino, altro che ridere! Quella sera avevo
segnato la mia condanna. Arrivo a casa e ci trovo la Ghita a letto con la febbre
da fare [206] spavento, una febbre come non se
n’ha un’idea! Butto la cornacchia in un cantuccio, le do un po’ di carnaccia,
la lego per una zampa alla tavola e corro per il dottore. Non c’era, oppure gli
pareva lontano... insomma non venne che il giorno dopo. Visita la donna, tasta
il polso, scuote la testa; ordina riguardo, carne di pollo, chinino...
»Per un po’ di tempo s’andò innanzi; la Ghita a letto, io per la
casa; e intanto i quattrini sparivano; guadagni novi non se ne facevano, e di
più c’era da dar mangiare alla cornacchia; poco, ma infine mangiava anche lei.
Io me ne volevo disfare, però la
Ghita ci s’era abituata, la serviva di compagnia, e
qualche volta la vedevo ridere, quando la bestia girava per la stanza zoppicon
zoppiconi, beccando minuzzoli e rifacendo la nostra voce.
Alla cattiva stagione, la donna peggiorò; non me lo volle
dir mai, ma, un giorno che venne fuori un po’ di sole, pare uscisse a
trafficare; l’umido... quella nebbia che si leva quando riscalda l’aria... la
febbre riattaccò con un furore!... Quando tornai di fuori (ero stato a cercare
inutilmente di buscar qualcosa), la
Ghita andava via, con certi sbalzi da smuovere il letto; io
mi strappavo i capelli, piangevo, mi raccomandavo alla Madonna, ai Santi... e
la cornacchia gracchiava! Non avevo un centesimo in tasca, nemmen uno! Il
chinino era finito; alla [207] farmacia me lo davano
senza spendere; ma arrivarci al paese!... Son sette chilometri, signorino!
sette a andare, sette a tornare fanno quattordici, ed era la notte alta, e io
non avevo mangiato nulla! —
Sentii la voce del bracconiere
lacerarsi come un singhiozzo; poi Miseria, scordando ogni rispetto, mi
attenagliò il braccio con una mano che pareva un artiglio, sibilandomi
all’orecchio:
— Fui vigliacco, fui vigliacco;
ma come avevo a fare?
»Sì! andai dal guardia, picchiai al
su’ uscio, mi raccomandai come l’anime purganti, in ginocchioni, capite?
»Fu gentile; mi dette perfino il cavallo... Come andassi
non ve lo so dire; parevo la versiera; ma prima che fossi arrivato, che avessi
avuto le medicine e ogni cosa, la notte aveva camminato, e s’era messo un tempo
peggio di questo. Da qualche mese non faceva altro che piovere; il padule era
gonfio; il canale correva come un demonio, e io dovevo adoprare il barchetto.
Al ritorno, il cavallo s’impuntava, durava fatica a superare gli scrosci e le
raffiche che ci buttavano indietro; la strada era un fiume; e dovevo
raccapezzarmi alla peggio al baleno dei lampi, mentre nel cervello mi
martellava quella brutta parola detta dal farmacista: «la perniciosa...»
[208] »In
quel modo, ridotto come non se ne può fare un’idea, buttai le briglie della
bestia al primo che mi capitò, e via di corsa, per l’argine, nel mezzo alla
bufera! L’acqua ogni tanto sboccava dal canale con una grande ondata viscida, e
mi scaraventava nel fango lungo disteso; ma io avanti! finché vidi il lume
rosso della capanna, in mezzo alle tenebre fitte, e... per poco non mi
precipitai nel baratro che mi s’era spalancato ai piedi.
»Sotto la violenza dell’acqua,
l’argine aveva ceduto in quel punto; s’era sfondato; la corrente, rugliando, si
buttava nella palude, piegando le canne già mezze coperte; il picchetto e la
corda della barca erano scomparsi.
»La mezzanotte doveva essere
trascorsa da un pezzo, forse era anche il tocco; di passare non c’era da
discorrerne; m’inginocchiai sull’argine sfiancato, e protesi lo sguardo al di
sopra della corrente che passava con un muggito continuo: il lume brillava,
fisso in quell’ombra, e, in una sosta del vento, sentii distintamente la voce
della Ghita che si raccomandava in un modo da fare strazio alle pietre!
»Allora io, con le mani alla bocca,
le gridai con quanto polmone potevo: “Ghitaaa! son quaaa! coraggioooo!...”
»E lei dopo un pezzo mi rispondeva a quel modo.
»E io daccapo,
con quanta n’avessi in canna: ”Son quaaa! coraggiooooo!...”
»E via e via e via: un lamento, un’esortazione, un gemito
suo, una preghiera mia!... Tutta la notte, [209] signorino,
tutta la notte durò quel supplizio! Io la chiamavo; lei si lamentava; io la
sostenevo così, con la voce: avrei voluto cogli urli bucar le mura di quella
casa maledetta; mi pareva di poter riuscire a reggere, a rianimar quella
martire col fiato che ci consumavo... E la corrente fuggiva con certi
muggiti... quasi mi pare, quando ci penso, di sentirli ancora rintronarmi
dentro il cervello!
»Finalmente persi la voce; mi mancò la forza; cascai giù
nella mota come uno straccio... Quando mi riebbi, il cielo diventava turchino;
distinsi bene l’acqua gialla abbassata, che, scemando di furia, passava davanti
a me con dei rigurgiti rochi, come bollisse; e il lamento seguitava, a intervalli,
sempre uguale... Era viva!
»Allora mi buttai nel fosso; fui sbatacchiato contro la
sponda; agguantai una barba fradicia, un ciuffo d’erbe; ruzzolai, mi rialzai,
corsi come un pazzo, e aprii la porta... Signorino, signorino,... mi par di
vederla! Mi par di vederla come fosse ora, la mi’ Ghita, fredda rigida su quel
letto! Morta, morta chissà da quanto; e la cornacchia, legata a un piede della
tavola, che gridava a quel modo! Voi lo sapete come sono codeste bestiacce...
La sua voce, signorino, la stessa voce! L’era rimasto in gola quell’urlo; e lo
ripeteva, lo ripeteva... Tutta la notte, signorino, credendo di parlare con la
mi’ Ghita, avevo discorso con la cornacchia! —
C’investì una vampa di luce: eravamo arrivati in paese.
Miseria spinse l’imposta del caffeuccio, mi [210] cedette
il passo, poi si mise a sedere di faccia a me, con la testa abbassata sul
petto, e, mentre fuori l’acqua, scrosciando alla fine con violenza, picchiava e
rimbalzava sonoramente sui vetri, concluse:
— E ancora, vedete, che sono scappato dalla casa
maledetta, non ho cuore d’ammazzarla, quella bestia; tutte le mattine, a giorno
chiaro, vo a portarle da mangiare... poi m’imbraccio... ma la cornacchia
starnazza l’ali, caccia fuori quel verso... la sua stessa voce, signorino!... E
io abbasso il fucile. —
[211]
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