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Quando ebbi finito di dipingere,
m’alzai tutto intorpidito dal banchetto basso, e deposi, per isgranchirmi le
gambe, la tavolozza, impiastricciata di colori, sopra la base d’uno dei grandi
pilastri di pietra sostenenti le arcate dell’aereo chiostro.
Tutti i frati s’affollarono intorno
al cavalletto, in un pittoresco insieme di tonsure e di cocolle, commentando
lietamente l’opera dell’artista.
— Guarda il pozzo...
— E quella striscia di sole...
— E il luccichio del terreno fradicio...
— Bello! Par vero! —
Sorridevo, pensando che il bravo Francescano il quale ora
gittava quell’ultima esclamazione, quando m’accingevo al lavoro, entusiasmato
dalla scelta del soggetto (un angolo del portico, col pozzo tondo in prospettiva,
dell’erba in terra e un po’ di muro, [239] in
alto, inondato di sole) mi aveva detto: — Bello! par dipinto! —
Sorridevo, ripulendomi alla meglio le
mani macchiate, quando, da uno spiraglio luminoso, che si apriva, in fondo, sul
bosco tutto tremolo di luci e canoro d’uccellini, s’affacciò una figura esile e
slanciata di frate, che mi parve, in un raggio solare, fra mezzo a
quell’armonia, una reincarnazione di San Francesco.
Tutti si scostarono riverenti, mentre
egli si avanzava, facendogli ala, lasciandogli libero il passo, fino al
dipinto, che considerò attentamente per qualche minuto.
Poi, volgendosi a me, con franchezza
gioviale e tendendomi la mano, esclamò:
— Mi rallegro col pittore! —
Rimasi confuso. In verità, il
bozzetto non era peregrino; ma c’era tanta cordialità in quel complimento, così
poca intenzione di banalità in quella bella stretta di mano leale e vigorosa,
ch’io vi corrisposi con espansione.
Dopo di che l’ottimo frate, il quale
si presentò come il Padre Guardiano, m’invitò a visitare il convento.
La tranquilla serenità che spira nei monasteri, le piccole
celle austere, le finestre aperte sui panorami più ridenti, i mobili di
quercia, le soglie, gli attici di pietra bigia, gli occhi tondi delle stanzette
a vetri opachi, gl’inginocchiatoi con sopravi i messali incatenati, i leggii
enormi, le librerie scure [240] cogli alti
scaffali gremiti dai dorsi enormi de’ volumi in cartapecora, illuminate da
lucerne a tre fiamme, l’erba dell’orto, la bizzarra armatura del pozzo, i
cipressi del piccolo cimitero, le macchie festonate di vitalba, i boschetti di
bosso e d’alloro, tutti gorgheggianti d’uccelli, fanno un’impressione
indimenticabile sullo spirito irrequieto di chi è abituato a dibattersi nel
frastuono civile.
Come un senso d’invidia ci piglia per quella gente
pacifica e rassegnata, che pare abbia raggiunto il supremo dei beni terrestri,
quello della libera contemplazione sulla soglia estrema, sulla cima ultima,
alle quali noi pure arriviamo, tutti ugualmente, dopo un furore tanto doloroso
di risse inutili e d’imperdonabile oblio.
Così questi sentimenti, che parranno retorici a coloro i
quali nella fretta d’andare non si sieno mai soffermati a pensare un istante,
s’insinuano nel nostro sangue, scendono fino alle più intime fibre del nostro
spirito, non appena il divino silenzio ci percuote e ci prostra con maggior
forza che non faccia il più alto dei fragori; ma nell’accasciamento di tutto
l’essere nostro è una dolcezza uguale a quella che provano i convalescenti
nelle giornate di sole, quando la sua carezza li abbatte nello spasimo squisito
di sentirsi per ogni vena rifluir faticosamente la vita.
Di tal modo, quando arrivammo fuori dal folto boschetto di
lauri, e la luce, blandita su tutta la [241] sottostante
pianura e sulle alte montagne azzurre schierate in giro, c’inondò
completamente, io ero caduto, compreso d’una commozione che non sapevo
spiegarmi, sopra un ciclopico sedile di macigno, a’ piedi della grande statua
in terracotta del Santo.
Il Padre Guardiano era rimasto, ritto, di faccia a me, col
braccio destro ancor proteso in un gesto stupendo, ad accennarmi la bellezza
diffusa d’ogni contorno; e il sole l’investiva, facendogli fiammeggiare la
tunica rossastra e il volto marmoreo.
Ma su quel volto io ora leggevo una
nuova parola, rivedevo un aspetto antico! E così profondamente fui colpito
dalla rassomiglianza, che, alzatomi, senza avvedermene, coll’impeto ch’è in me
abituale, feci un passo verso il frate, il quale, ora, mi guardava come a farmi
intendere che non m’ero sbagliato, apriva le braccia a un muto consentimento,
inchinando la fronte sul petto, giusta l’umiltà del suo rito.
E tacemmo, entrambi.
Era lui! il boscaiolo diciottenne, seminudo, arso dal
sole, che faceva risonare l’intera selva, più delle sue belle canzoni che de’
suoi colpi d’accètta! Era lui: l’antico terrore di tutte le bestie della
boscaglia; il cacciatore impareggiabile; il bracconiere esperto d’ogni macchia,
d’ogni sentiero, d’ogni covile, d’ogni astuzia; il garzone feroce e brutale,
che [242] non conobbe mai letto; quegli che
amavo imaginarmi risorto per un incantesimo dai miti antichi: era lui!
E lo trovavo austero, sacerdote, se
non dotto, per lo meno ornato di qualche cultura, raccolto nella quiete alta
d’un chiostro, misurato nei gesti, semplice ed elegante nelle brevi parole,
pallido nel volto, in cui gli zigomi e la curva del naso aquilino e lo
splendore degli occhi tradivano ancora la fierezza nativa.
— Tu?... voi?... —
Io non sapevo bene come esprimermi,
benché ora, ripensando quello che m’era stato raccontato, la mia mente
dissipasse tutte le nebbie.
— Proprio io, — disse il frate pianamente, ma
senza melanconia — proprio io... Ve ne ricordate? —
Se rammentavo! Le corse pazze fra le
scope; le scalate pericolose agli altissimi fusti dei pini scricchiolanti e
mormoranti, che gettavano al vento le ondate de’ loro profumi acri di resina; e
la pesca proibita col fazzoletto imbevuto di cloruro, lungo il fiume di cui
egli sapeva i segreti; e la caccia colle panie e coi richiami, nell’ottobre
rossastro... Se rammentavo!
Ora, il monaco mi s’era seduto
accanto, non come agitato dalle ricordanze, ma come lieto di rivedere l’amico d’un’età
che si allontana sempre più velocemente; e, poi che io lo guardavo fisso, parve
intuire la mia domanda, e sorrise un poco.
[243] — Come
fu?... — principiai.
— Già!... — non mi lasciò finire — già! me
lo figuravo: voi non potevate, non dovevate chiedermi altro che questo: «Come
fu?...» —
Si raccolse un attimo, poi riprese:
— Come fu? A un altro, non lo direi... non lo direi,
perché vedete, sarebbe difficile a raccontare, e forse non riuscirei a farmi
intendere; ma a voi... voi siete un artista...
— Oh, per carità!
— E voi, tralasciando l’arte, voi avete vissuto un
po’ della mia vita, conoscete i nostri boschi, quasi come me... e dovete capire
anche voi certe cose che... gli altri, che tutti... non possono capire! —
Il monaco pareva imbarazzato nel dire
questo, quasi gli cuocesse quel doversi proclamar capace d’intendere ciò che
gli altri non sanno, ed esitò, interrompendosi; ma io ero già così
prodigiosamente interessato, che m’avvicinai di più a lui, e, ponendogli una
mano sul braccio:
— Ma dite, — esclamai vivamente
— proseguite! —
Il frate m’alzò in fronte que’ due
suoi grandi occhi sereni come l’acqua del ruscello a cielo chiaro, e seguitò:
— Noi, se non m’inganno, dobbiamo avere la medesima
età...
— Press’a poco...
— Bene! Ve ne ricordate di quella primavera in [244] cui non fece altro che piovere e piovere, e, mi
pare, venne anche una spruzzagliata di neve?
— È un bel pezzo; ma la rammento benissimo. Delle
primavere in quel modo non ne ho vedute mai più!
— Fu verso la metà di maggio. Io dormivo sotto il
‘Masso dei ladri’, quel macigno immenso, sapete? capitombolato di cima al monte
per qualche strano sconvolgimento, e andato a cascare su tre macigni minori, cacciandoli
nel terreno fino a mezzo e formandone un asilo pei vagabondi, i quali n’han
profittato tanto da dargli un nome; io dormivo costì sotto.
»Ma, per quanto avessi la pelle dura
e temperata, come il bronzo, a tutte le intemperie, credete che incominciavo a
non poterne più. E non c’è da dire che potessi andare a raccomandarmi ai
contadini, perché mi dessero asilo in qualche fienile... capirete... — e
abbassò la voce — dopo quel che era successo!...
»Basta! io non sapevo più come mi fare. Il boscaiolo, che
mi comprava quelle due legne, non s’era più fatto vivo; i lacci me li portava
via l’acqua, che aveva mutato tutti i viottoli in ruscelletti, in torrentelli,
in cascate gialle e schiumose; le provviste, nascoste in una buca sotto il
sasso provvidenziale, s’esaurivano; lo stomaco reclamava i suoi diritti; e
nell’ossa a fior di pelle mi correvano certi brividi strani, ch’io non avevo
provato mai e che da qualcuno di coloro, come voi, abituati a [245] campare da cristiani avevo sentito battezzare
per quella cosa, a me fino allora sconosciuta, che è la febbre.
»Fu dunque proprio il quindici di quel terribile maggio
(certe date non si dimenticano) che io, svegliandomi all’alba, intirizzito,
travidi, nel fioco bagliore grigio-argento del crepuscolo, la boscaglia
addirittura velata dall’acqua, che aveva continuato a cadere ininterrotta,
tutta la notte, monotona, uguale, sottile, penetrando a guisa di spilli il
terreno, le frasche, i rami, i tronchi, le foglie, i fili d’erba, facendo
d’ogni cosa un putridume di cui l’odore saliva acuto come da una fungaia;
rincantucciando tutte le fiere ne’ covili, e tutti gli uccelli nel folto degli
alberi, e i pesci nelle buche del limo sotto le sponde; gonfiando i borri e i
fiumicelli, che, soli, brontolavano, gorgogliavano e sciacquavano, aprendosi
ogni tanto a inghiottire un tronco fracido che si lasciasse piombare nell’acqua,
o aggirando in una vertiginosa ridda di vortici le povere foglie giovani,
deboli al vento peggio che d’autunno.
»Allora io mi levai in piedi, sbucai fuor dal giaciglio,
scarduffato, cogli occhi roteanti nell’orbite, la scure in pugno, e corsi di
su, di giù, come un leone, i miei tristi reami fasciati dalle raffiche [246] e rilavati da quel rovescio continuo; corsi da
valle a monte e da monte a valle e in ogni tronco lasciai incisa profondamente
a colpi d’accetta la storia del mio furore, finché gittai il ferro arrugginito
nelle acque limacciose del burrone; poi, con entrambi i pugni alzati contro il
cielo che si riversava sulla terra, imprecai con impeto indicibile, sfidandolo
sette volte sette a vendicarsi di me!
»Ed ecco, di lì a non molto, placarsi quella rabbiosa
pioggia; e l’orizzonte aprirsi; e fumanti vapori sparpagliarsi per ogni dove,
incalzati da un vento improvviso; e scuoprire un cielo quale mai avevo veduto
più azzurro; e il sole brillare su tutte le foglie; e la selva ad ornarsi d’innumerevoli
finimenti di gemme; e dileguare anche il ricordo del mal tempo in un leggero
rombo di tuono lontano; e da monte a monte spiegarsi, tremando di mille colori,
la sciarpa dell’arcobaleno.
»Quando verso sera, il sole cominciò
a calare dietro i vertici azzurri, parve che s’inabissasse in una voragine
d’oro; e tutto il terreno fumava; e tutti i fiori, le avene, gli steli, i fili
d’erba rialzavano lentamente le testine leggiadre.
»Io mangiai, con un senso stranissimo
di pacatezza nell’anima, sul margine del borro, di cui l’acqua cominciava a
schiarirsi, mentre sulla mia testa l’arco de’ cieli, adagio adagio, imbruniva,
e, nel silenzio enorme, sbocciavano, l’un dopo l’altro, tremuli fiori di
stelle.
[247] »Ora
lo stupore, la maraviglia m’inchiodavano con la faccia contro il suolo
umidiccio, da cui esalava un alito acre, che mi saliva al cervello come l’odore
del mosto o delle gaggie; e gli occhi erano attirati da un fremito, un
movimento, un pullulare di vita straordinari fra l’erbe, fra il limo, fra i
sassi, fra i fiori, su dal cuore della terra, apertosi improvvisamente a
respirare la nuova felicità.
»Ed ecco, su per uno stelo, arrampicarsi lento un grillo,
non il grillo nero dei prati o delle zolle, ma un grillo aereo, impalpabile,
quasi materiato di polvere di stelle o di luce lunare.
»E, di faccia a lui, un altro sedersi
in vetta a un ciuffo di lavanda, come un direttore d’orchestra sul suo scanno;
e più in là una cavalletta verde accomodarsi fra due branchettine di ginestre;
e, su per un citiso, sollevarsi una locusta elegantissima, pian piano; e da un
crepaccio sbucare un grillo terrestre, dalla corazza tenebrosa e dalla
duplice coda; e sopra una foglia inginocchiarsi, adorando, una mantide; e una
blatta, dal corsaletto dorato a fuoco, specchiarsi, da una vetta di spigo
oscillante, in una tonda gocciola d’acqua, raccolta nel calice d’un fiore
selvaggio...
»Come per incanto l’intricatissima selva microscopica, che
vegeta al piede dei giganti della vera [248] selva,
si era popolata di piccoli esseri multicolori, mentre l’ombra vinceva gli
ultimi bagliori languidi del vespro violetto, e qua e là s’aprivano occhi
infuocati di bruchi, brillavano e si spegnevano le facelle delle prime lucciole
erranti.
»In quel punto la debolissima luce
della luna al suo primo quarto si fece strada fra l’intrico de’ rami, brillò
sulle foglie e sull’erbe fracide, e subito un coro improvviso, alto, misurato,
di rane, salutò dal borro, in tre tempi, l’apparizione della luce.
»Al segnale, tutti i grilli aprirono
un poco le ali, e parvero muovere, di sotto a ventri metallici, qualcosa, come
un arco sopra le corde, con una zampa dentata, mentre le antere oscillavano al
soffio della notte.
»Vi furon due, tre tentativi
parziali, poi, tutti insieme, i musici partirono con impeto irresistibile,
elevando verso il cielo una sinfonia così acuta, che pareva potesse essere
udita dagli astri.
»Come ebbri di vivere, ringraziavano la Divina Potenza
della sua infinita bontà; poi, mutando tono e intensità d’accento, sembrava che
la musica s’allontanasse, venisse da cento miglia lontano, come voci della tomba,
portate dal respiro invisibile.
»Di tal modo, innalzata fino alla
riconoscenza suprema, temperata di dubbio, consolata di speranza, in tre fasi
— alta, altissima, piana — [249] dall’acque,
dai rami, dalla terra, la triplice armonia si slanciava verso le stelle, che
rispondevan, concordi, con un muto palpitare di ciglia raggianti.
»Frattanto da ogni sentiero del bosco
le lepri, i tassi, le martore, le faine, gli scoiattoli, gl’istrici, gli
spinosi e perfino le volpi sospettose e gl’impertinenti e screanzati gatti
selvatici avean tratto, e, immobili, movendo solo raramente o l’orecchia o la
zampa, ascoltavano, masticando quieti, — i piccoli occhi pieni di
beatitudine...
»Alzai lo sguardo al cielo, tutto scintillante di astri
quale non m’era mai apparso; e, fra le nebbie lucenti della Via Lattea, vidi
fissarmi i tre occhi maggiori della costellazione del Cigno; e sentii che
dovevo, subito, cercare altri uomini, come me, coi quali innalzare laudi concordi;
e improvvisamente, disperato della mia solitudine, fuggii nella notte verso i
monti alti, raggiunto dovunque dalla melodia infinita ch’empieva di sé
l’universo...
»Fu così che l’alba purpurea,
intimando alle convalli, col suo gelido soffio, il silenzio che precede la
formidabile salutazione del sole, mi scoprì in cima alla montagna, immemore,
inerte, sui gradini del convento... —
Quando mi riebbi dalla profonda commozione destata in me
dal maraviglioso racconto del frate e alzai la testa, egli era scomparso. Udivo
la voce dei monaci cantare dentro la cripta bassa, mentre il sole fiammeggiava
sui vetri delle bifore, e una [250] campana
squillante, acutissima, slanciava le note dell’Angelus per tutta la
valle.
Traversai il chiostro, dove la
salmodia destava strani echi, ripresi la mia scatola e la mia tavoletta; poi,
voltandomi a dietro a guardare dalla porta un lembo silenzioso di bosco che si
accendeva di lucciole, discesi a capo chino verso la città, che s’accendeva di
lumi.
[251]
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