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PASSEGGIATE.
Come serpe correa
l’argenteo rivo
Tra’ filari di pioppi: a l’aër molle
Rinverdian due vïottole romite
Sovra gli argini stese: la sinistra
Noi seguivam, che conducea pei campi
Alla casa di lei: teneva al mio
Ella il suo braccio, e lieve lieve il capo
Inchinava talor sulla mia spalla.
Qual monacella che la smunta faccia
Verso il lume conteso oltre la ferrea
Cancellata sospinga, tal la luna
Di là dal vel degl’intrecciati rami
Prigioniera guardava e a noi d’intorno
Tessea d’ombra e di luce alterna veste.
Fanciulla agli atti,
alle sembianze, al riso,
Ella parea, ma col viril pensiero
Audacemente la cagion secreta
Delle cose indagava: ai fior del prato
«Perchè,» chiedea, «color sì vaghi?» E agli astri
Ardenti in ciel: «Perchè cotanta luce?»
Poi mirandosi in cor l’immenso lutto,
Mormorava: «Perchè?» Del nulla il dubbio,
Spettro orrendo ai mortali, a lei speranza
Unica....
Ed io l’amava! «Oh se
mia sposa
Tu fossi,» le dicea: «se
il lungo calle
Con te corso pur ora io
non dovessi
Ricalcar solo! Se la tua
dimora
La mia pur fosse e noi
sempre indivisi,
Qual gioia!»
Un vel di subita
mestizia
Sugli occhi le scendea;
silenzïose
Divenian le sue labbra;
con sospiro
Malinconico forse ella
tornava,
Quasi a tomba di vivi,
alle solinghe
Stanze, ove attesa e
desiata un tempo
Giunger soleva ognor!
Dei dì fuggiti
L’evocata memoria in lei
sgomento
Destava forse, e allor,
qual pargoletto
Di larvati sembianti
päuroso,
Forte a me si strignea,
quasi implorando
Conforto contro i suoi
ricordi amari.
Ah ben sapea che se il
destin mi avesse
Fatto signor della sua
vita, i giorni
Negletta sposa or non
trarria nel pianto!
Giunti alla porta, allor
che del commiato
L’ora triste sonava, oh quante volte
Sul limitar mi soffermai dubbioso!
Quante volte sperai.... nè dire il seppi,
E sol risposi al suo saluto «Addio!»
Null’altro mai! Fra le deserte mura
Ella spariva.... Io sovra l’orme nostre
Men ritornava disperato e solo.
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