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REGINA DELLA FESTA.
Soffice è il
letticciuolo e son di raso
Le materasse; è di ricami grave
La coperta e di trine attornïata;
Spiegan le tende serico broccato,
Persïano tappeto il pavimento
Ricopre e scalda, e vellutati fiori
Spiccan sulle poltrone; ivi ogni cosa
Sfoggia il lusso, anco i Santi al capezzale
Numerosi e superbi; un aureo Cristo
Pende alla croce d’ebano inchiodato,
E lo fiancheggian due Madonne in quadri
Di madreperla; un Angelo Custode,
Un Sant’Antonio col seguace e quattro
Patriarchi dorati, intorno stanno
Al vasello dell’acqua benedetta.
V’ha un reliquiario, di famoso artista
Capolavoro; v’ha Gesù Bambino
Entro il presepe, della stanza in fondo,
Sovra un piccolo altar, religïoso
Balocco, a cui dinanzi e notte e giorno
Una lampada brilla. E son dispersi
Senza teste per terra e senza gambe
Quadrupedi e fantocci, e il libriccino
Delle prime letture: ciò che un bimbo
Può rallegrar quivi è adunato, e intanto
Sen muore il bimbo e invan la madre, ahi! chiama.
Ella danza e regina è della festa.
Una pallida Suora
accanto al letto
Protrae la veglia; le materne angosce
Provar non sa chi non provò le gioie
Materne; eppur le tenerelle mani
Essa a lui strigne e il febril polso tasta
E rasciuga il sudore.
«Oh mia mammina,
Dove sei? Dove sei? Qui
nella gola
Sento un gran male....
soffoco.... ti voglio
Veder.... ti voglio
tanto.... tanto bene!»
Già lo sguardo infantil
perduto errava
Nell’infinito, e sconosciute cose
Forse vedea, più sapïente omai
D’ogni più vecchio! Già quel picciol volto
Con la nova bellezza il prepotente
Misterïoso fascino spirava
Di color che sen vanno, ond’essi a noi
Vie più diletti, e più temuto e acerbo
Il dipartirsi lor. Con possa uguale
Ne avvinghia a sè tal che fu nostro e poscia
Veggiam quasi perduto, e non per morte.
S’ei pria fu caro, in quelle ore che ratte
Fuggono, e son l’estreme, oh qual follia
In noi d’affetto delirante! oh come
Il vorremmo allacciar! Che non si tenta?
Che non si dice? E tutto è vano.... ahi tutto!
Ei più ascolto non dà; la voce nostra
Che già in cor gli scendeva, a lui straniera
Sembra o nemica; il sangue nostro indarno
Scorrerebbe per lui, di non mutata
Fedeltà pegno; ei ne vedria perire
Senza pianto o rimorso. Allor di belva
Fremer sentiamo un intimo ruggito
Che vuol vendetta, e le potenze nostre,
In un congiunte, con supremo sforzo
Scuoter cercan l’indegno, inutil giogo;
Pur non puossi obliar che fu quell’alma,
Or decaduta, un dì buona, amorosa;
E dell’antica gentilezza sua
Il ricordo soave abbatte l’ira
E ne affascina ancora e le catene
Di schiavitù più strigne. Intanto i giorni
Corron veloci e il fatal punto arriva:
Morta è la speme, un terror muto i sensi
Ne invade, e all’agonia del nostro amore
Impotenti assistiamo e agonizzanti;
Batte alfin l’ala il tempo e l’ultim’ora
Scocca, e restiam per sempre, ahimè! divisi!
Suora felice, che l’amor
de’ tuoi
Mai non sentisti; che al guancial d’ignoti
Le pene allevii, mentre manca forse
Chi le palpèbre alla tua gente chiuda;
Suora felice, sii tu pur pietosa
Degli altrui mali, sangue tuo chi vedi
Morir non è; null’hai di tuo nel mondo,
Nulla rimpiangi, nè i parenti vecchi
Che spontanea lasciasti, nè del nido
Le sdegnate dolcezze. A noi che quanto
Fu nostro amammo, del diritto altere
D’un continuo possesso, a noi chi muore,
O fugge, un brano della nostra carne
Strappa e un soffio dell’anima: la cieca
Frenesia del dolor ben nostra è tutta!
E se fia che il patir gli Eterni muova,
Più che il viver tuo casto e le vigilie
E il lungo salmeggiare, i nostri pianti
Grazia otterranno!
Tal non fia di spose
E madri schive d’ogni santo affetto,
Cui la vita è un balzar di festa in festa,
Un demente tripudio; e tu lo sai
Tu, mesta Suora, che al fanciul morente
Unica guardia sei!
La fioca voce
Or gli s’è spenta; a lui gorgoglia un rantolo
Di morte entro la gola, e tuttavia
I labbruzzi compor tenta al materno
Nome, e gli escon così gli estremi accenti.
«Suora, non mi vuol ben.... la madre.... mia....
Perchè? Perchè?»
Le braccia aperse e il
capo
Sovra il petto chinò. Danza la madre
Fino all’alba e regina è della festa!
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