SCENA
V.
Ronca,
Arpione, Cricca, Pandolfo, Albumazar.
Ronca. Ah, traditore, fermati, dove vai?
Arpione. Sarò io cosí assassinato da voi?
Cricca. Ah, di grazia, signor Albumazzaro!
Albumazar. Non te lo dissi io?
Ronca. Non ti lasciarò mai se non ti farò passare
il cuor di mille punture.
Arpione. In mezzo la strada, di giorno, assassinio
sí grande!
Ronca. Tu non scapperai vivo dalle mie mani.
Arpione. A me questa, eh?
Cricca. Misericordia misericordia!
Ronca. Fuggi quanto vuoi, ché noi ti giungeremo,
traditoraccio.
Cricca. Oh oh!
Pandolfo. Cricca, che hai che gridi cosí forte?
Cricca. Son morto, non mi date piú, son morto giá!
Pandolfo. Come sei morto se tu parli?
Cricca. Poco ci manca a morire, ci è rimasto un
poco di spirito.
Pandolfo. Che hai?
Cricca. Sono trafitto da piú di mille punte di
pugnale e di spade: di grazia, mandate per un cerusico!
Pandolfo. Non temer, no.
Cricca. Non vedete che ho piú buchi nel corpo che
un crivello? il sangue, le budella, il fegato, il polmone e il cuore sono tutti
fuora.
Pandolfo. Alzati, ché sei sano.
Cricca. Come sano se ho piú di centomila ferite?
Pandolfo. Ove son le ferite, ove i buchi? ti ho
tòcco pur tutto e non ci è nulla.
Cricca. Son tutto una ferita, tutto un buco, ogni
cosa che tocchi è ferita o buco, però non troverai nulla.
Pandolfo. Io non tocco né vedo piaga.
Cricca. Pian piano, di grazia, non toccate ché mi
fate male, non mi fate morire innanzi tempo.
Pandolfo. Io dico che non hai male alcuno.
Cricca. Se pur guarisco non sarò mai piú uomo.
Albumazar. Sei vivo per me. Or alzati, ch'è passato
quell'influsso maligno, e guai a te s'io non avessi remediato. Or va' e
schernisci l'arte dell'astrologia!
Cricca. Chiamatemi un medico che mi medichi.
Albumazar. Ti dico che stai bene: alzati su.
Cricca. Se ben pare che stia bene cosí di fuori, di
dentro son tutto morto, oh oh!
Pandolfo. Cricca, tu non hai male alcuno.
Cricca. Ancorché parli e mi muova, pur non posso
credere che sia vivo. Signor astrologo mio, ti chiedo perdono.
Albumazar. Impara a schernir gli astrologhi!
Pandolfo. Seguiamo, signor Albumazzaro.
Albumazar. E perché la luna, come dicemmo, da
Capricorno passa in Acquario e in Pesce, il vostro Guglielmo è morto nell'acque
e se l'hanno mangiato i pesci.
Pandolfo. Or io vorrei....
Albumazar. So meglio indovinare il vostro cuore che
voi stesso non sapete. Voi vorreste che lo facessi risuscitare, e che tornasse
a casa sua e vi attendesse la promessa, e poi tornasse a morire?
Pandolfo. Questo è il mio desiderio.
Albumazar. «Sed de privatione ad habitum non datur
regressus»: cioè col fiato delle stelle e de' pianeti far risuscitare un uomo
dalle ceneri, oh che stento, oh che manifattura! Ci bisogna una intelligenza
planetaria delle grosse, che sono fastidiose e fantastiche, come quella di
Giove e del Sole; e queste sorti di spiriti tanto ti servono quanto si pagano
bene: e se voglio essere ben servito bisogna che io paghi meglio, senza le
molte difficultá che porta seco questa impresa.
Pandolfo. Purché sia sodisfatto del mio desiderio,
non guardarò a spesa nessuna.
Albumazar. Faremo l'istesso effetto con l'arte
prestigiatoria. Torremo una intelligenza di bassa mano, che vuole poca spesa, e
con l'aiuto di quella faremo che un vostro servo o amico pigli la forma di
Guglielmo, e gli falseggiaremo solamente il sembiante, che non si sappia
discernere se il vero sia falso o il falso vero.
Pandolfo. Io vi prego, strapriego, arciprego, o mio
negromantissimo astrologo, o mio astrologhissimo negromante, che prendiate di
me calda e amorevole protezione; e in ricompensa vi darò questa catena d'oro
che ho al collo, che vale scudi cinquecento.
Albumazar. Non lasciarò far ogni cosa per aiutarvi.
Pandolfo. Vi raccomando il corpo e l'anima mia!
Albumazar. Ma fermatevi, ché mentre sto ragionando
con voi ho visto certe linee nella fronte, e mi pare che tutte le stelle siano
congiurate a' vostri danni e sono corrucciate e incolerite contro di voi....
Pandolfo. Oh che dite! son morto! Voi state
attonito?
Albumazar.... E perché le linee son tante colorite che
paiono sanguigne, l'effetto sará tra poco: un gran sasso vi caderá sopra il
capo, che vi spolpará tutta la carne e l'ossa e se n'andará in vento.
Pandolfo. Cacasangue! questo è altro che amore: il
cuore sbatte cosí forte che pare che sia un tamburo. Astrologo, me vobis
commendo.
Albumazar. Abbiate pazienza: cosí comanda quel
pianeta di cui voi sète preda.
Pandolfo. Misericordia, pietá di me!
Albumazar. Sappi che le stelle e i pianeti sempre
guerreggiano fra loro e fanno amicizie e inimicizie, e se stessero in pace per
un momento, il mondo ruinarebbe. E come noi potremo opporci al cielo che non
disponga delle cose mondane?
Pandolfo. Voi con la vostra sapienza....
Albumazar. Bene dixisti, ché il sapientissimo
Tolomeo egiziano disse: «Sapiens dominabitur astris».--Gramigna, calami
giú quel cappello e talari di Mercurio, fatti sotto ponto di Mercurio
ascendente nel suo segno.
Pandolfo. Io non mi partirò tutto oggi da' vostri
piedi.
Albumazar. Eccolo, ponetelo in testa, e tenete in
mano questa imagine marziale, impressa quando egli felicissimo ascendeva su
l'orizonte nel segno d'Ariete di marzo, di martedi, all'ora prima di Marte, ché
vi fará libero d'ogni male.
Pandolfo. Accetto volentieri la grazia che mi fate.
Albumazar. Orsú, andate, abbiate l'uomo che volete
transformare e tornate a me, ché vi renderò pago d'ogni vostro desio.
Pandolfo. Cosí facciamo.
Albumazar. Io intanto col mio stromento iscioterico
per via d'azimut e almicantarat cercherò felici ponti per voi.
Pandolfo. Restate in pace!
Albumazar. Andate: che le stelle vi siano propizie
e vi riempiano la casa d'influssi benigni, propizi e fortunati!
|