SCENA
I.
Pandolfo,
Cricca.
Pandolfo. Or mentre l'astrologo sta trasformando il
vignarolo, Cricca, vo' dirti un mio pensiero.
Cricca. Dite.
Pandolfo. Non mi basta il core a donar
all'astrologo la catena d'oro che gli ho promesso.
Cricca. Chi ha promesso attenda.
Pandolfo. Confesso che fui troppo voluntaroso, e me
ne pento.
Cricca. Mi ho fatto gran meraviglia che, sendo cosí
avaro, abbiate a donare una volta cinquecento scudi.
Pandolfo. S'io son avaro, son avaro per poter esser
poi liberale quando bisogna; ché chi è sempre liberale, all'ultimo non ha che
dare. Ma la voglia di posseder Artemisia mi avrebbe fatto dar la vita, non che
la robba.
Cricca. Mi va un pensiero per la testa come con
onor vostro ce la possiate negare.
Pandolfo. Dubito che ora non intenda quanto
parliamo.
Cricca. Che perdiamo a tentarlo? se riesce,
guadagnaremo cinquecento scudi.
Pandolfo. Di' su, presto.
Cricca. Quando egli verrá fuori per avisarci che il
vignarolo è trasformato, io lo tratterrò ragionando meco; voi entrate in camera
e nascondete alcuni vasi di argento, e poi venite fuori colerico e irato,
gridando che vi sono stati tolti gli argenti. Egli dirá che non è vero, noi
diremo di sí; al fin, dopo molto contrasto, direte che non gli darete la catena
se non vi restituisce i vasi, minacciandolo ancora di accusarlo alla corte.
Pandolfo. E se l'inganno si scoprisse?
Cricca. Riversciaremo la colpa sul vignarolo che ha
buone spalle.
Pandolfo. Non mi dispiace il tuo pensiero e son
disposto seguirlo.
Cricca. Ma il punto sta e l'importanza del negozio
in saper fingere il colerico, la stizza e il disgusto, e gridar alto e
terribile.
Pandolfo. Lascia fingere a me, e se nol faccio
naturale, mio danno, cinquecento ducati. Cacasangue! mi farò uscir i gridi fin
dalle calcagne; ma bisogna che tu m'aiuti a dar ragione.
Cricca. Non mancarò: nelle mani vostre sta il
guadagnare e il perdere cinquecento ducati se saprete ben fingere.
Pandolfo. Non piú, ché non intenda quanto
ragioniamo. Ma eccolo che viene fuori.
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