SCENA
III.
Albumazar,
Ronca, Gramigna, Arpione.
Albumazar. Ronchilio, Gramigna, Arpione, uscite qui
fuori.
Ronca. Eccoci, che volete?
Albumazar. Giá abbiamo conseguito quanto desiavamo:
resta poca cosa a complire. Tu, Ronchilio, aspetta qui il vignarolo che esce di
camera, fingi esser amico di Guglielmo, dágli questi dieci ducati con dir che
gli dovevi dar a lui, per fargli piú credere che sia Guglielmo.
Ronca. E volete che io perda i dieci ducati?
Albumazar. Quali? che asino! Tu, Arpione, con quel
braccio contrafatto toglili. Tu, Gramigna, trova Bevilona, quella puttana
scaltrita: che si finga una gentildonna innamorata di Guglielmo; lo chiami a
mangiare e a solazzarsi con lei; e ciò per fargli credere che sia quel
Guglielmo. E fatelo star allegro e trattenetelo per due ore.
Ronca. Perché due ore?
Albumazar. Tra queste due ore tu, Gramigna, porta
le robbe al Molo, piglia una fregata e caricala di tutte le robbe. Poi, va' al
Cerriglio e fa' apparecchiar questi animali bene e questi liquori preziosi;
porta la Bevilona all'osteria, ché, dopo alzati ben i fiaschi, possiamo godere
il trionfo delle nostre furbarie. Poi, di notte imbarcaremoci per Roma con
tutto il bottino.
Ronca.
Tu dove vai?
Albumazar. A tosare un'altra pecora che vuol fissar
l'argento vivo con sughi di erbe: accrescerá il numero de' burlati e il nostro
bottino.
Gramigna. Cosí faremo.
Albumazar. Usate le barbe adulterine, impiastri ed
altri linguaggi, ché non siate conosciuti per quelli istessi. Ma non vorrei che
mentre attendo all'utile commune di un altro guadagno, che mangiaste senza me e
mi rubbasti la parte mia, giaché sète ladri senza vergogna, senza legge e senza
fede, che arrobbaresti voi stessi quando non avesti altri a chi rubbare.
Gramigna. Sarebbe cosa nuova forse? non ce l'avete
insegnato voi?
Albumazar. Con la misura tua misuri tutti gli
altri: «la cosa andará da zingano a giudeo».
Gramigna. Fai ora come or ti avessi a conoscere.
Orsú, andiamo.
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