SCENA
VIII.
Lelio,
Cricca, Vignarolo.
Lelio. Oimè, che veggio? che è quel che raffiguro?
Cricca. Che cagione avete di tanta maraviglia?
Lelio. Non vedi mio padre e il vignarolo, il vero e
il falso Guglielmo?
Cricca. Sí, che li veggio.
Lelio. Non mi hai avisato che il vignarolo sia
trasformato nel mio padre? e io dando credito alle tue parole ho scacciato mio
padre da casa, pensando che fosse il vignarolo. Ecco qui l'uno e l'altro: non
so se quel Guglielmo che riguardo sia il vero o falso Guglielmo.
Cricca. Cosí è veramente; ed io rimango piú
maravigliato di voi.
Lelio. Tu smanii, tu farnetichi.
Cricca. Siamo stati doppiamente burlati
dall'astrologo, e della trasformazione e dell'argento; e or sará scampato via: e
dubito che io non sia piú veridico astrologo di lui.
Lelio. Come potremo chiarirci di questo? Mira come
il mio povero padre sta doloroso!
Cricca. O vignarolo, o vignarolo!
Vignarolo. Mira questa bestia che mi conosce.
Cricca. Rispondi, vignarolo.
Vignarolo. Cricca, tu vedi il vignarolo?
Cricca. Che non ho gli occhi con quali possa
vedere?
Vignarolo. E tu non vedi?
Cricca. Sí, che ti vedo.
Vignarolo. Tu non mi vedi né mi conosci; ma ascolti
parlare e mi conosci alla voce: perché come vuoi conoscermi, se io son un
altro?
Cricca. Dico che sei quel che eri prima.
Vignarolo. Dunque tu mi vedi, Cricca?
Cricca. Come non vuoi che ti veda? (O Lelio, ho
indovinato: questo vignarolo è un ignorante da bene, e si è un mezzo asino,
l'altra metá è una bestia; e se Pandolfo ha faticato gran pezza a persuaderlo
che voglia trasformarsi in Guglielmo, or bisogna faticar altrotanto a fargli
credere che sia quel che era prima). Chi sei dunque?
Vignarolo. Son Guglielmo e vo' entrare in casa mia,
dar Artemisia al mio padrone e Armellina al vignarolo.
Cricca. E gli atti, il procedere e le parole mi fan
ampia fede che tu sei quel vignarolo che eri prima. Non ti vergogni a dire che
sei Guglielmo?
Vignarolo. Mi vergognarei facendo cosa cattiva, ma
in entrando in casa e disponendo delle mie cose non fo cosa cattiva.
Cricca. Avverti bene che non sei Guglielmo.
Vignarolo. E se non son Guglielmo, che s'è fatto
del vignarolo?
Cricca. La prima bozza e lo stelo della tua persona
era il vignarolo, il color poi e la sembianza di sopra era di Guglielmo: è
sparito via quel colore e quella apparenza di Guglielmo, ed è restata la
persona del vignarolo che era prima.
Vignarolo. Basta basta, so che tu cerchi
persuadermi che non sia Guglielmo.
Cricca. Vuoi che ti faccia conoscere chi sei?
Vignarolo. Te ne prego.
Cricca. (O galea, che piangi senza costui!). To',
togli questo!
Vignarolo. O canchero ti mangi! col pugno mi hai
rovinato una spalla.
Cricca. Hai sentito la botta, pezzazzo di bestia?
Vignarolo. Sentitissimo!
Cricca. Donque sei il vignarolo: ché se tu fussi
Guglielmo, l'avria sentito Guglielmo e no il vignarolo.
Vignarolo. Anzi, però l'ho sentito io perché son
Guglielmo; se fusse il vignarolo, l'avria sentito il vignarolo e non Guglielmo.
Cricca. Io ho dato al vignarolo e non a Guglielmo.
Ma dimmi, chi è innamorato di Armellina, il vignarolo o Guglielmo?
Vignarolo. Il vignarolo.
Cricca. Dimmi, ami tu Armellina ora o no?
Vignarolo. L'amo e straamo.
Cricca. Dunque tu sei il vignarolo, babuazzo,
perché Guglielmo non ama la sua massara.
Vignarolo. Giá mi comincia ad entrare.
Cricca. Manigoldone, se Guglielmo è sommerso e
morto o non è piú al mondo, se tu fussi Guglielmo saresti morto overo una
persona di vento o d'aria; ma perché ti vedo e ti tocco, tu sei il vignarolo.
Vignarolo. Tu mi hai di sorte ingarbugliato il
cervello che sto dubbioso se sia Guglielmo o il vignarolo; ma se sono
trasformato giá e non sono Guglielmo, chi sono? sarò perduto e sarò qualche
altro uomo o qualche bestia.
Cricca. Tu non sei divenuto una bestia perché
sempre vi fusti.
Vignarolo. Io sono stato stimato Guglielmo da uno
suo debitore, perché mi diede dieci ducati che li doveva, e da una sua
innamorata, e son stato stimato da tutti Guglielmo; ma perché tu hai invidia
della mia felicitá e non vorresti che fussi meglio di te, ti affatichi con
tante ragioni a darmi ad intendere che non sia lui. Ma io sono Guglielmo a tuo
dispetto. L'invidia ti rode: crepa d'invidia a tuo modo, teh, teh! Ma se pur
n'hai tanta invidia, va' all'astrologo che ha trasformato me, e fatti
trasformar ancor tu.
Cricca. Quanto può la forza dell'imaginativa!
Vignarolo. Non basta il mondo a tôrmi da cosí soave
pensiero d'essere Guglielmo: ci sono e ci voglio essere; e se non ci fossi, pur
mi parrebbe d'essere. Or me ne vo' a casa sua e allor conoscerò se sarò stato
Guglielmo o il vignarolo.
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