SCENA
II.
Guglielmo,
Pandolfo, Lelio, Eugenio, Artemisia, Sulpizia.
Guglielmo. Sia ben trovato il mio caro Pandolfo!
Pandolfo. E voi benvenuto, mio desideratissimo
Guglielmo! Come il medesimo desiderio ha spronato l'uno e l'altro, voi a
partire ed io a desiderare il vostro ritorno; cosí la fortuna ave oprato che di
nuovo ci rivediamo con sommo contento dell'uno e dell'altro, se ben che voi
m'avete fatto aspettare, eh?
Guglielmo. Eh, fratello, ho patito tanti disaggi
che volendoli raccontare mi moverei a compassione; ma perché son qua salvo, son
pronto e volontaroso adoprarmi ne' vostri servizi piú che mai.
Pandolfo. Ed io prontissimo ubbidir a tutto quello
che mi viene commandato da voi. Ma dove è Eugenio mio figliolo?
Guglielmo. Sará qui fra poco, ché l'ho inviato a
chiamare. Eccolo che viene.
Eugenio. Voi siate il benvenuto, signor Guglielmo!
Guglielmo. Voi ben trovato, Eugenio, mio caro
figliolo! Ma perché siamo qui tutti in pronto, è ben che vengano ancora le
nostre figliuole, accioché siano elleno ancor contente di quanto abbiamo a
fare.
Pandolfo. Oh come dite benissimo! Eugenio, va' su e
chiama Sulpizia.
Guglielmo. E tu, Lelio, figliol mio, chiama
Artemisia.
Pandolfo. (O buon vignarolo, con che bel prologo ha
cominciato! Sará maggior l'obligo che avrò all'astrologo, che l'ha trasformato
de volto, l'ha megliorato d'intelletto).
Guglielmo. Eccoci qua in pronto.
Lelio. E noi altri pur a tempo.
Guglielmo. Caro Pandolfo e voi carissimi figlioli,
volendosi trattar cose di matrimoni, i quali si terminano con la vita, e gli
errori che si commettono in quelli sono irremediabili, è ben di ragione che si
trattino con il consenso di tutte le parti e che ognuno dica il suo parere
libero e aperto, ché non si dica doppo il fatto:--Dovea dir cosí, dovea far
cosí....
Pandolfo. Benissimo, caro Guglielmo.
Guglielmo.... E però non ho voluto trattare di
matrimoni se non in presenza e col consenso di nostri figlioli e figliole, li
quali doppo le nostre morti avranno a succedere alle nostre facultadi; accioché
doppo le nostre morti non abbino a dire male di noi e maledirci, come veggiamo
fare alla maggior parte de' figlioli quando sentono alcuno disgusto per cagione
de' loro padri. Però voglio che prestino il libero consenso a questa mia
sentenza e mi dia ciascuno di voi auttoritá in particolare di poter
determinarlo; ché altrimente non son per dire parola in questo fatto.
Eugenio. Io per me, signor Guglielmo, vi delibero
potestá di determinare di questi matrimoni come vi piace, e starò pazientissimo
ad ogni sua sentenza comunque si sia; e cosí afferma Sulpizia mia sorella.
Sulpizia. Io confermo tutto quello che dice mio
fratello.
Lelio. Ed io, padre mio caro, come vi son stato
ubidientissimo in tutta la vita, cosí vi sarò in questo e in qualsivoglia altra
cosa che mi commandarete; e il medesimo vi promette Artemisia mia sorella.
Artemisia. Mi contento di tutto quello di che si
contenta mio padre e mio fratello.
Guglielmo. E voi, signor Pandolfo?
Pandolfo. Ed io prima di tutti. E per maggior
sicurezza della mia voluntá, sapendo quanto gli animi giovanili siano pronti e
leggieri a promettere e poi a pentirsi, vuo' che le promesse si confermino, ché
non abbiamo a rampognar poi e a litigare:--Non la intendeva cosí, non mi
pensava cosí.
Artemisia. Oh come dice bene!
Lelio. Anzi benissimo!
Pandolfo. Io voglio essere il primo a giurare. E
giuro la sentenza, che uscirá dalla bocca vostra, averla sempre per rata e
ferma e osservarla in ogni modo.
Eugenio. Ed io ne arcigiuro.
Lelio. Ed io ne stragiuro.
Sulpizia. Io giuro osservare tutto quello mi vien
comandato da mio padre.
Artemisia. E vo' medesimamente osservarlo, piú che
se fosse mio padre.
Pandolfo. Orsú, Guglielmo caro, ognun pende dalla
vostra bocca, non s'aspetta altro che la vostra sentenza: voi sète il giudice,
la ruota e tutto il tribunale, e il vostro decreto sará inappellabile.
Guglielmo. Signor Pandolfo, voi non sète come i
giovani, i quali come bestie non mirano piú oltre che cavarsi li loro sensuali
appetiti; ma in quella etá che i calori della concupiscenza son giá spenti, né
si devono destar con invigorirli con novi incendi di sozzi e disonesti pensieri
ma mortificando la concupiscenza. Risvegliatevi da questo amor terreno in cui
gran tempo dormito avete, e aprite gli occhi alla luce della veritá; e se non
potete con la propria virtú, innamoratevi della gloria che vi solleverá, ché la
madre della vera gloria è la propria virtú. Raccordatevi de' vostri maggiori,
delle loro grandezze, e cercate d'imitargli con tutti i vostri studi; di vostro
padre che fu uno ritratto e una imagine del ben vivere, e con quanti degni e
onesti costumi vi ave allevato: e che questa vita è molto indegna della gravitá
e prudenza di che avete dato tanto presagio nelli anni giovanili, onde l'onor
passato vi dovrebbe spronare a piú alti gradi di onore....
Pandolfo. Che ha da fare questa prattica con la sentenza
che avete a dare?
Guglielmo.... E ben sapete che le principali cose
che si ricercano nel matrimonio sono le conformitá delle etadi e de' costumi;
né si devono violentare i figliuoli o le figliuole a tôr chi noi vogliamo. Or
considerate che conformitá di etade è fra te e mia figliuola, ché ella è di
sedici anni e tu di ottanta, che vi potrebbe essere due volte nipote.
Considerate che diranno le genti, che un gentiluomo pari vostro, ben nato,
ornato di saggi fregi di onore e vivuto con tal splendidezza di vita, e poi
all'ultima vecchiezza volersi ammogliare: o che siate vecchio rimbambito o che
il cervello vada a spasso, e altre ingiurie piú vituperose. Considerate che
naturalmente i giovani odiano i vecchi; e che un uomo stracco dal tempo non
possa star al martello con una giovanetta, se non per altro, almeno per la
disonestá del fatto e per l'esempio, che si dá a' giovani, di poca modestia....
Pandolfo. Finiamola di grazia.
Guglielmo.... Io vo' che Artemisia mia figliuola
sia moglie di Eugenio vostro figliuolo; e Sulpizia vostra figliuola, avendola
prima giudicata degna di me, sia moglie di Lelio mio figliuolo: l'una perché
ambedue sono ne' primi fiori della loro giovanezza, l'altra perché gran tempo
fra loro si sono amati modestissimamente, e non facciam cosí gran torto a' loro
onestissimi amori. E voi, signor Pandolfo, abbracciate la pazienza e
sposatela!...
Pandolfo. Vi ringrazio che con tante lodi medicate
le ferite che piovono sangue. (Ah, vignarolo traditore, per buon rispetto
ritengo le mani e la lingua in presenza di costoro!).
Guglielmo.... E ricordandovi i tradimenti della
prima moglie dovereste abborrir la seconda; ché non dican le genti che sète
cavallo di dura bocca, ché non avendone domata la prima cercate la seconda. So
bene che non tantosto sarebbe a casa che ve ne pentireste; onde, avendo a
pentirvene, sará meglio che non la togliate....
Pandolfo. (Se non ti faccio pentire! presto
finiranno queste ventiquattro ore e tornerai quel di prima).
Guglielmo.... Pandolfo mio caro, siate piú tosto ragionevole
che ostinato, e non inquietate voi stesso e gli altri con i vostri
sproporzionati amori; e se ritornate in voi stesso, conoscerete che la sentenza
data da me è in vostro favore e piú a proposito per voi. Mi raccomando.
Pandolfo. O diavolo, o trenta diavoli, o traditore,
o gaglioffo can mastino, se non te ne farò patir la penitenza, possa morir
squartato! Me l'hai accoccata: giá il dolore e l'affanno è tanto che mi
stringono il cuore che non so come non muoia. O Amor traditore e maladetto, o
femine manigolde, o vecchiezza traditora! si è consertato mio figliuolo con
Lelio, con Cricca e col vignarolo, l'aranno subornato, e mi hanno aggirato con
le loro astuzie e inganni, ché tutti si sono rivolti contro di me. Quando mi
pensava aver acquistato il premio di una famosa e illustre vittoria, mi trovo
essere perditore. O cieli, o stelle, o mondo iniquo, o fortuna disleale! ma
perché debbo dolermi del cielo e delle stelle, del mondo e della fortuna, se
non di me stesso che son stato ministro del mio male? ché una cosa di tanta
importanza non dovevo commettere in mano di un furfante, villano, ignorante,
traditore. Conosco l'errore quando non ho piú rimedio: non mi è altro restato
di conforto che la vendetta. Mi son lasciato burlare, offendere e tradire da chi
non è buono offendere e tradire una formica. Queste mie braccia e queste mani
mi siano tagliate se non me ne vendicherò! se dovessi morire lo aspettarò, il
trovarò, il castigherò a mio modo!--Ma ecco che se ne vien il furfante di modo
se non avesse fatto nulla.
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