SCENA
VII.
Mastica, Sennia.
Mastica. Mi ha giovato lo star qui
intorno, perché ho inteso che costoro sono d'accordo e la cosa è riuscita a
miglior fine che non pensava. Dunque io serò il primo che porterò la nuova a
Sennia e per mancia ritornerò all'ufficio della cucina. - O Sennia padrona, o
padrona!
Sennia. Chi mi chiama?
Mastica. Chi desia vedervi contenta.
Sennia. Faccilo Iddio, ché n'ho bisogno.
Mastica. Sète voi tanto infelice?
Sennia. Che buona nuova mi rapporti?
Mastica. La dirò se posso far tanta
triegua con la fame che mi lasci dire.
Sennia. Dillami su.
Mastica. Ma avertete che bisogna star un
anno in banchetto per ristorarmi della paura presa per avermi cacciato di casa
senza cagione e senza mangiare.
Sennia. Eh! dilla su.
Mastica. Olimpia è maritata...
Sennia. È maritata la mia figliuola?
Mastica. ... con un gentiluomo...
Sennia. Chi gentiluomo?
Mastica. ... che s'era finto vostro
figliuolo.
Sennia. La mia figliuola è maritata?
Mastica. Né tanto v'imaginavate aver
perduto onore quanto n'avete al doppio racquistato.
Sennia. Ed è questa la veritá?
Mastica. Qual vi ho detto.
Sennia. La mia figliuola è maritata?
Mastica. Quante volte volete sentirlo? Ed
è venuto suo padre di Roma e si è incontrato col vostro vero marito venuto di
Turchia, e son stati d'accordo insieme.
Sennia. Io son cosí afflitta che non
posso credere a sí lieta novella.
Mastica. Statene sicurissima.
Sennia. Non mi far rallegrare invano, ché
poi con doppio affanno mi faresti dolere.
Mastica. Sapete, padrona, che per una
grandissima nuova si fa sempre grazia a' prigioni e agli appiccati. Però per
questa allegrezza faccisi grazia a quei presciutti che sono stati tanto tempo
appiccati senza ragione; e per esser piú persone di nuovo aggionte, bisogna
comprar piú robbe per lo banchetto e tener corte bandita.
Sennia. O Dio, ringraziato sii tu! non
deve mai l'uomo sconfidarsi della tua grazia, ché sai meglio rimediare che noi
sappiamo dimandare.
Mastica. Eccoli che vengono; calate giú,
padrona, a riceverli.
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