SCENA
V.
Mastica, Trasilogo.
Mastica. Eccomi, fior della cavalleria, re
di paladini, gloria di rodomonti!
Trasilogo. Dove si va?
Mastica. Dove mi sento trascinar dalla
gola.
Trasilogo. Tu vuoi dir che vorresti mangiar
meco, eh?
Mastica. Fareste una opera pia: all'altro
mondo ve la trovareste all'anima.
Trasilogo. Orsú vo' che desini meco.
Mastica. O principe, o re, o Capitano strenuo e valoroso!
Trasilogo. Che dice Olimpia di me?
Mastica. Che questa notte s'è sognata con
voi e che voi le parete il piú bel gentiluomo del mondo.
Trasilogo. Haile tu detto che se ho un viso
d'angiolo ho un cuor di diavolo? in somma la mia bellezza mi rubba gran parte
della fama delle mie pruove; ché le genti vedendomi cosí bello non si ponno
imaginare che sia quel satanasso, quel gran diavolo ch'io sono. Haile tu
raccontato le cittá che ho prese, le tante volte che ho combattuto in steccato
e le battaglie terribili c'ho fatte?
Mastica. Quali?
Trasilogo. ... Non devi esser di questa
cittá o sei nato sordo, poiché non hai inteso per ogni cantone le mie pruove. Ascolta,
che vo' raccontartene una spaventevole che un tempo ebbi con la famosa Alitia.
Questa è piú valorosa d'una Angroia, d'una Marfisa bizzarra, e siamo stati
sempre capitalissimi inimici. Un dí bandimmo giornata: a lei vennero in aiuto i
popoli grínei, dinamèi e dícei; a me i popoli alopecèi, epitáli ed epismirni.
...
Mastica. Oh che nomi da scongiurare
spiriti! e sonovi questi popoli sul pappamondo?
Trasilogo. Tu sei poco prattico nelle
guerre, però non li conosci.
Mastica. Io non conosco se non i popoli
panettari, piscatori, tavernari e salcicciari che mi donano da mangiare: con
questi prattico e fo le mie scaramucce. Ma che seguí della guerra?
Trasilogo. ... Combattendo seco, quantunque
l'avessi dato diecimilla stoccate non la poteva uccider mai, perché era fatata
come Orlando. Al fin per torlami dinanzi, le attacco una pietra al collo e la
sommergo nell'Arcipelago. ...
Mastica. Crudel battaglia fu questa!
Trasilogo. ... Ascolta quest'altra ch'ebbi
con gli uomini marini. ...
Mastica. Che uomini marini?
Trasilogo. Questi sono mezzi uomini e mezzi
pesci; e cosí scorrono per lo mare come gli uccelli per l'aria, e son coverti
di piume molli che dando loro con la spada cedono al taglio, che non fa ferita.
Né si può loro appressar con navi, perché portan fuoco e le bruggian tutte. ...
Mastica. Voi come l'uccideste?
Trasilogo. ... Prima tesi una rete tessuta
di gomene di navi tra certi scogli, poi feci carri di soveri e vi posi delfini
a briglia; e dando loro la caccia gli feci cadere nell'imboscata, poi
tenendogli sospesi dall'acqua gli lasciai morir di fame come cani. ...
Mastica. Oh che morte crudele! or non
v'era altra sorte di farli morire che di fame? Ma dimmi, non ci fu alcun
testimonio che lo vidde?
Trasilogo. ... I miei compagni tutti moriro
all'impresa e di loro non rimase niuno vivo. Ma io te ne racconterò delle piú
brave. ...
Mastica. Bastan queste: non piú, di
grazia.
Trasilogo. Ascolta, che poi anderemo a
pranso.
Mastica. Vo' piuttosto star senza pranso
che ascoltar queste bugie.
Trasilogo. Io non so dir mensogne, né son di
questi squassapennacchi che con le loro frappe accrescono le cose loro piú di
quello che sono. In fatti son piú fiero che non mostro con le parole. Va' e
racconta queste cose ad Olimpia, che ti donarò una alfangia spagnola vecchia.
...
Mastica. Che cosa è «armangia»?
Trasilogo. Dico «alfangia» non «armangia».
Mastica. Che m'importa alfangia o
armangia! vi domando s'è cosa da mangiare.
Trasilogo. ... È una scimitarra che tolsi al
capitan don Juan Manrich Caravaschal cara de Pamplona. ...
Mastica. Gran scimitarra dovea esser
questa che ci ponevano la mano tante persone!
Trasilogo. Che tante persone?
Mastica. Questi «tric», «varric», «varra»,
«varrone» che avete detto.
Trasilogo.... E ave un bel manico d'avorio
posticcio.
Mastica. Pasticcio? questo si che
l'accetto.
Trasilogo. Ti lascio, ch'io vo' partirmi.
Mastica. E quando pransaremo?
Trasilogo. Io vo a desinare con S. E. questa
mattina, che iersera ne volse la fede mia di non mancarle. Questa sera cenerai
nel banchetto della tua padrona, ché ben sai che dove la sera si fan nozze la
mattina non vi si mangia.
Mastica. Disgrazio tal legge e chi la
compose!
Trasilogo. Tu sei in còlera meco: non ti
partire, ch'adesso ritornerò, che giá non è ora di pranso.
Mastica. In casa tua mai non è ora di
pranso mentre ci sono io. Temerario vantatore, capitan di ranocchi, mi fa
ascoltare e parlar quattro ore, poi me ne manda assordito e diseccato, senza
mangiare e senza bere. Si pensava che le sue parole m'entrassero in corpo e mi
servissero per cibo, o forse mi voleva far morire come quelli suoi popoli. Mi
voleva dar l'alfangia, come s'io avessi bisogno di queste armi per combattere
con la fame: ché non ho altra nemica al mondo, né è piú gran pericolo che
combatter con lei; e se non mi difendessi a piatti di lasagni, di maccheroni,
caponi, faggiani e fegatelli, m'ucciderebbe. Orsú, me n'andrò ratto a Salerno
per trovar Lampridio e gli darò la lettera, che per mancia non mi mancherá un
banchetto da imperadore.
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