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Giambattista Della Porta
L'Olimpia

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  • ATTO II.
    • SCENA II.   Giulio studente, Lampridio, Protodidascalo.
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SCENA II.

 

Giulio studente, Lampridio, Protodidascalo.

 

Giulio. Se mal non veggio, questi mi par Lampridio; egli è desso. O Lampridio dolcissimo!

Lampridio. O Giulio fratello, ché persona piú desiderata non arei potuto incontrar oggi!

Giulio. Dio vi salvi e vi dia mille buon giorni!

Lampridio. Un solo basteria a farmi felice.

Giulio. Se soverchiano a voi siano per i vostri compagni; a voi, Protodidascalo.

Protodidascalo. Oh come optatissimo ti obietti agli occhi nostri!

Lampridio. Che sai d'Olimpia mia?

Giulio. Rispondete al saluto prima e dite: - Dio vi aiuti e salvi! - e poi mi dimandate d'Olimpia.

Lampridio. Come può mandarvi salute chi è privo d'ogni salute?

Giulio. Or dite come stiate.

Lampridio. Dillomi tu, fratello, com'io stia, che lo sai meglio di me.

Giulio. Come?

Lampridio. S'Olimpia m'ama io sto benissimo, se non m'ama io sto assai peggio che morto: non sai tu ch'ella è l'anima mia? non amandomi come potrei viver senz'anima? sarei un che vivesse morendo sempre.

Protodidascalo. Larva d'uomo.

Lampridio. Lasciam questo: che sai d'Olimpia mia?

Giulio. Nulla di nuovo se non che venne a casa Mastica e mi pregò caldamente che vi scrivessi che per quanto amor portate ad Olimpia e se avete a caro il suo piacere, non foste venuto a Napoli per una cosa importantissima.

Lampridio. Che cosa importantissima è questa?

Giulio. Non saprei.

Lampridio. Che imaginate?

Giulio. Non saprei che imaginarmi. Parmi che sii contristato: sei tutto mutato di colore.

Protodidascalo. A questo nunzio oltre ogni suo cogitato dispiacevole, il freddo pavore di zelotipia ave invaso la fiamma comburenteli i precordi e l'ha fatto essangue e pieno di pallore. Segno di amore: «Palleat omnis amans», disse Nasone.

Lampridio. Per dirti la veritá, non avendomi detto la cagione m'hai posto l'animo non so come in suspetto.

Giulio. Vuoi tu attristarti del male prima che sia?

Lampridio. Par che l'animo se l'indovini.

Giulio. Forse è per ritornarne a Salerno di corto e vorrá ella istessa darti la nuova della sua venuta e risparmiarti questa fatica.

Lampridio. Non mi quadra, mi batte l'occhio dritto; e mi fu referito nel viaggio che si maritava con non so chi Capitano suo vicino.

Giulio. Io non so nulla di ciò: questa è la casa del Capitano che dite, e questi che viene è suo servidore; volete che gli ne dimandi? Non rispondete? volgete l'animo a me.

Lampridio. Non l'ho meco.

Giulio. Richiamalo a te.

Lampridio. Non posso, sta in gran tempesta, ondeggia. Ridillo, che non t'ho inteso.

Giulio. Vuoi ch'io ne dimandi questo servo?

Lampridio. Me ne faresti piacere.

Giulio. E vedrai quanto t'è stato detto tutto esser bugia.

Protodidascalo. Festina i celeri passi, vien alacre, baiula un simposio sive un convivio intiero, ch'è infausto augurio per voi. Vi son colombe, animal di Venere: dinota coniugio. Lampridi Lampridi, timeo actum esse de te.

 

 

 




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