SCENA
IV.
Giulio, Lampridio,
Protodidascalo.
Giulio. Lampridio caro, oggi troveremo
Mastica e c'informeremo meglio del negozio: forse non será cosí.
Lampridio. Questo «forse» non mi rileva
nulla.
Giulio. Intanto andiamo a pranso.
Lampridio. Andate a pranso voi, ch'io non
pranserò né cenerò piú mai.
Protodidascalo. Vuoi tu per questo appeter la
morte?
Lampridio. Assai meglio che mal vivere.
Sendo mancata la mia fé nel cuor di quella di cui l'imagine è piú viva nel mio
che non v'è l'anima istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me
fusse cara la vita, non mi curo piú d'anima né di vita.
Giulio. Sei tu disperato?
Lampridio. Eh, Olimpia Olimpia, non son
queste le parole che mi dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe
mancato di luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti
l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed è possibile che
nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia entrata tanta oblivione?
Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor, la tua potenza, che in quel core
ove piú regnar dovresti ti lasci come vil servo vincere e dispreggiare. ...
Protodidascalo. Lasciategli essalar gl'ignicoli
accensi nell'intimo del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso
per questi respiracoli.
Lampridio. ... Capelli, questo mio braccio
non è piú vostro luogo! Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi
promettesti speranza ma è giá morta ogni speranza per me. Voi m'avete
ingannato; ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante
belle maniere e tanti baci? Io calpesto cosí voi come ella ha sprezzata e
calpestata la mia fede. Anello, tu non starai piú in questo dito: mi mostravi
due fedi gionte, che se ben la lontananza o la morte ne parte i corpi non
partirá l'alme in eterno che sieno legate d'amore. ...
Protodidascalo. Oh, utinam, che concomitante il
celeste favore questo fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste
intricabili erumne!
Lampridio. ... Ahi donne perfide e infideli
- delle ingrate parlo io, - tutte sète macchiate d'una pece, tutte sète ad un
modo! Non perché vi si mostri piagato il core in mille parti, non perché si
spenda la vita mille volte per onor vostro, si può acquistar tanto merito
appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria. L'instabilitá è
ogetto del vostro cuore, la leggerezza è nata nel mondo dalla vostra
condizione. ...
Protodidascalo. Oh che tu cernessi con gli occhi
miei queste donne petulche Pasife, queste trisulche vipere!
Giulio. Lampridio caro, non avete ragione
biasmar tutte per una che vi dia cagion di dolervi: ci sono delle cortesi e
delle gentili sí. Ben si conosce che vi sopravince la còlera.
Lampridio. ... Ah Mastica Mastica, non senza
cagione volevi che non fossi venuto a Napoli, accioché non vedessi che mi
tradivi; della tua infedeltá non devo punto maravegliarmi, perché hai fatto da
quel che sei! Ma io mi masticherò questo tuo core.
Protodidascalo. Non t'ho io da gl'incunabuli animadvertito
con mille ciceroniane auree sentenze, che in questo abietto hominum genere v'è
sempre carenzia di fede? e hai sempre floccipeso le mie parole. Che vuol dir
Mastica se non «mastix», «verbero», vulgari vocabolo «sacco di
bastonate» e «truffatore»?
Giulio. Orsú, date fine a tanta còlera.
Lampridio. Amico, se mai mi facessi piacere,
vattene, lasciami qui solo, lasciami sfogare e dolere a modo mio.
Giulio. Non è vergogna qui nella strada
publica dolersi come figliuolo? Andiamo a casa, serratevi in una camera e qui a
vostra posta doletivi quanto vi piace.
Lampridio. Né in casa vostra né in Napoli
starò un sol punto; andrò a farmi monaco per disperato in un eremo. Anzi fammi
una grazia, fratello: menami al Molo grande, ch'io voglio or ora buttarmi in mare.
Protodidascalo. Oh miserrimo chi segue questo
giovenecida Amore! Germanule, andiamgli dietro, ché non incida in qualche
discrimine della vita.
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