SCENA
V.
Trasilogo, Squadra.
Trasilogo. Dunque un romano ará tanto ardimento
da farmi un simile inganno?
Squadra. Chi v'ha rivelato questa cosa,
padrone?
Trasilogo. Anasira,
quella mia conoscente; e vogliono con questo inganno tormi Olimpia mia sposa.
Son uscito per incontrarlo e ammazzarlo.
Squadra. Per dirlovi, padrone, a me parea
impossibile che Olimpia v'amasse mai, perché alla vista conosceva che ne stava
molto aliena.
Trasilogo. O Dio, che queste feminacce del
diavolo fanno sí poco conto d'un cor tremendo e foribondo! Mirami un poco in
viso: è faccia questa da sprezzarsi da Olimpia? Io mi ho inteso lodar di
bellezza e ho fatto morir le migliaia delle donne d'amore a dí miei; e chi
m'avea a dormir seco lo riputava a molto favore, per aver razza d'un par mio
per uomini da guerra.
Squadra. Olimpia è come l'altre: s'attacca
sempre al peggio.
Trasilogo. S'ella mi vedesse in mezzo un
essercito di nemici, dove non si vede altro che spronar cavalli, abbassar
lancie, sonar tamburri e trombe, scaricar archibuggi, bombarde e artegliarie, e
io con questa mia Balisarda aprir elmi, forar corazze, romper teste, tagliar
colli e infilar cuori; s'ella mi vedesse con una lancia in resta e prima che si
pieghi buttar in terra almen sette persone, mi giudicarebbe un fulmine di
guerra; ed ella e tutto il mondo impararebbe a far altro conto di me che non ne
fanno.
Squadra. Or questo sí che desiderarebbe
veder Olimpia prima che si pieghi: di buttar sette persone in terra.
Trasilogo. Ma oimè, che la gelosia m'ha
posto un verme nel core che mi rode tutto e mi scompiglia: che verme, che
verme! Io sento Amore che con cento cannoni mi dá la battaria all'anima. Giá
sono abbattute le cortine e occecati i belovardi, ecco mi dan l'assalto; ahi
spada, che mi consigli? ahi Durindana, tu non mi servi a nulla!
Squadra. Padrone, veggio non so chi in
finestra.
Trasilogo. Mira se mi guarda.
Squadra. Non vi move gli occhi da dosso.
Trasilogo. Deh, che m'attaccassi ora alla
scaramuccia con mille persone, ché in tre colpi ne vorrei far cento pezzi di
tutti; che non vorrei mai tirar colpo che non andasse a pieno, né volger
sguardo che non mi facessi fuggir dinanzi una compagnia. Vien qua che ti vo'
mostrar certi colpi di spada. Al primo sfodrar della spada fatti innanzi con
questo mandritto sul capo, con questo roverscio alle tempie, poi caricagli
sopra con un piede inanzi, che passaresti una torre da un canto all'altro.
Squadra. Padrone, riponete la spada or che
siete in furore, che non m'ammazzate.
Trasilogo. Orsú, poni effetto a questo falso
filo, ché saresti per sbarattar la scrima.
Squadra. Avertite che non vi scappi da
mano. Diavolo! che Olimpia ha serrato la fenestra.
Trasilogo. Ahi, capitan Trasilogo, rovina
degli esserciti, distruggitor delle cittadi, eversor degl'imperi, tu devi esser
stimato cosí poco! Vien qua, spezza la porta, entra, sali e di' ad Olimpia che
ho preso piú cittá e castelli e che ho piú ferite nella persona ch'ella non ha
posto punti d'ago su la tela in sua vita, e che ho cento gentildonne che
spasimano per amor mio; e se non fusse che è una vil feminella, non la scamparia
il cielo che non avesse a partirsi una cappa meco e ucciderci dentro un
steccato. Che tardi?
Squadra. Non saria meglio, padrone, sfogar
questa còlera sopra Mastica o sopra quel romano, e lasciar questa casa? chi può
saper che vi sia dentro!
Trasilogo. Dici bene, mi vo' appigliare al
tuo consiglio; potrebbe esser qualche stratagemma, che ci fusse qualche
imboscata dentro. Será bisogno venirci ben provisto e tôr prima le difese.
Andiamo, ché vo' spianar questa casa da' fondamenti.
Squadra. Fermatevi, padrone, ché vien
Mastica e un giovanetto, qual stimo il romano. Ascoltiamo un poco: forse
ragionano su questo fatto.
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