SCENA
VI.
Mastica, Lampridio,
Protodidascalo, Squadra, Trasilogo.
Mastica. Anzi or veniva insino a Salerno a
recarti la piú lieta novella che tu avessi avuta giamai.
Lampridio. Perdonami se a torto mi sono
adirato teco.
Mastica. Conosci tu questa lettera?
Lampridio. Oimè, d'Olimpia mia!
Mastica. Ti porto cosa miglior di questa.
Lampridio. Che cosa mi potrá esser piú cara
e miglior di questa? Parla presto: che nuova m'apporti d'Olimpia?
Mastica. Nulla, ma lei tutta insieme.
Protodidascalo. (Me miserum, io arbitrava che
fusse paulo minus che evaso da questa egritudine: or questa speranza sará un
suscitabulo, ché di nuovo la fiamma si pascerá delle sue midolle!). Lampridio,
perpendi gl'inganni, non credere, son tutte nughe.
Lampridio. Dimmi, Mastica, dove mi porti
Olimpia?
Protodidascalo. Se non la porta dentro quel suo
tumido ventre, ignoriamo dove la porti.
Mastica. Questo ventre è che te la porta.
Protodidascalo. Dunque bisogna invocar: «Iuno
Lucina fer opem», che tu partorisca, o chiamar un lanista che ti squarti per
cavarnela fuori?
Mastica. Anzi mantenermelo grasso e
grosso, onto e bisonto.
Lampridio. Mira che gran ventre che ha
fatto!
Protodidascalo. Come può esser gracilescente se
dentro vi sono i Bartoli e Baldi, i testi, l'arche e la supellectile ch'avevi
in casa?
Mastica. Che testi, che archi, che tele?
Protodidascalo. Quei che saepicule abbiam
pignorati e venduti per pabulare con munificentissima largitade la tua hiante
bocca ed empir di vino cotesta tua absorbula gola.
Lampridio. Lasciam questo: mostrami Olimpia
mia.
Mastica. Scostiamci di qui, che non siam
visti ragionare insieme.
Lampridio. Eccomi.
Trasilogo. (Ascolta, Squadra).
Squadra. (E voi stiate ancora intento).
Mastica. Sappi che quando la vecchia mandò
a chiamare Olimpia da Salerno, la voleva maritare con un certo Capitano sciagurato. ...
Trasilogo. (A dispetto di..., potta del
...!).
Squadra. (Fermatevi, ché ci sará tempo a
questo).
Mastica. ... Ella negando sempre non volse
mai consentirvi; pur volendo la madre che vi consentisse per forza, si serrò in
una camera, si stracciò i capelli, si batté il petto, né fece altro che
piangere e sospirare. ...
Lampridio. Questa è la lieta novella che
m'apportavi? Mi hai mezzo morto!
Mastica. Ascolta se vuoi.
Lampridio. O cielo, come consenti che gli
occhi, sole d'ogni tuo sole, or sparghino tante lacrime? o Amore, come tu
soffri che si straccino quelle trecce dorate con che tu suoli legare ogni
persona? o cuor mio, anzi non cuore ma pietra, come non scoppi di doglia in
sentir questo?
Mastica. Tu piangi? e che faresti vedendo
rotta una pignatta in mezzo il foco vicino l'ora di mangiare?
Protodidascalo. Sempre sta l'animo in saziar
l'inexplebile aviditate del suo elefantino corpo e pascer l'ingluvie di quella
vorace proboscide.
Lampridio. Presto, finisci d'uccidermi.
Mastica. ... Ella sempre che mi vedeva in
presenza della madre, mi volgeva gli occhi con certo atto pietoso che parea che
mi dicesse: - Mastica, abbi pietá di me. ...
Lampridio. Beato te!
Mastica. Per che cosa? perché ho fatto
forse collazione?
Lampridio. Che collazione? Perché puoi
trattare e ragionar con Olimpia e vederla quanto ti piace.
Mastica. Dieci di queste beatitudini le
venderei per un bicchier di vino. - ... Poi quando alla sfuggita mi potea
parlare, diceva: - Mastica, sai tu novella di Lampridio mio? - e finiva le
parole che le portavano l'anima in sino a' denti. ...
Lampridio. O vita dell'anima mia, o somma
allegrezza di questo cuore, ben serbi l'animo tuo generoso in ricordarti di chi
promettesti d'amare! oh come uccidendomi m'hai risanato!
Mastica. Tu ridi adesso? o cervellaggine
d'innamorati!
Protodidascalo. Ecco ristorate le prosternate
passioni.
Lampridio. Segui.
Mastica. ... Al fin per tôrsi da questo
intrico, ha inventato il piú bello e colorito inganno che si possa imaginare,
facile a fare e piú facile a riuscire. ...
Lampridio. Dillomi di grazia.
Mastica. Leggi questa lettera e rispondi
da te stesso alla tua dimanda e raccontati la trama ordinata.
Lampridio. Perché non me la dái? Non la
stringer cosí forte, ahi come la tratti male! Dammela ché me la pongo nel
petto, anzi nel core anzi nell'anima.
Protodidascalo. Eh! Lampridio Lampridio, tu
dispreggi le mie parole, eh? non ti lasciar deludere.
Mastica. Adaggio, ché abbiamo a far un
patto tra noi. Subito che serai entrato in casa, vo' che si bandisca la guerra
mortale a sangue e a foco al pollaio, che si dia la rotta a tutt'i fiaschi,
pignatte, bicchieri e piatti piccioli che sono in casa; vo' che mi sieno
consignate le chiavi della cantina, dispensa, casce e d'ogni cosa: vo' essere
il compratore, il cuoco e il maggiordomo; vo' la parte di tutto quello che si
pone in tavola, che non vogli vedere il conto di quel che spendo né che mi
facci levar mattino, ma che mangi e
dorma quanto mi piace; e sopra tutto che questo pedantaccio non accosti in
casa.
Protodidascalo. Menti, lurcone, nugigerolo,
sicofanta!
Mastica. Menti tu, che sia tuo fante.
Protodidascalo. Heu, heu, heu!
Mastica. Guai ti dia Dio, che hai?
Protodidascalo. Mi doglio all'antica. Da
dolentis? heu, ah et cetera. Ma
«o tempora, o mores», o aurea etá, dove sei transacta, ove sei! o Cicerone che
increpavi i tuoi tempi! Siamo in questo esecrando secolo, in questa etá ferrea
a garrir con questo petulante.
Mastica. Vuoi disputar meco? e se vincerai
vo' star un giorno senza mangiare, e se perdi vo' farti un cavallo, ché non sai
accordare il geno mascolino col feminino.
Protodidascalo. Va' e disputa con i tuoi pari
dell'arte tua, de re culinaria.
Mastica. Anzi questa è l'arte tua.
Protodidascalo. Dico «culinaria» seu
«coquinaria», cioè di cocina; questo è un sinonimo.
Lampridio. Maestro, di grazia pártiti di
qui, ché non può esser ben di me se mi stai d'intorno.
Protodidascalo. Leggi un poco questi
endecasillabi che t'insegnano a non farti deludere.
Lampridio. Va' col nome del diavolo tu e
tuoi versi: che seccaggine è questa!
Protodidascalo. Heu misera, negletta e profligata
virtude!
Mastica. Orsú, mi prometterai tu quanto ti
ho detto?
Lampridio. Eh, Mastica, conoscerai in altro
modo la mia liberalitá.
Mastica. Eccoti la lettera, leggi piano
che non sii inteso.
Lampridio. - «Sola speranza d'ogni mio bene,
...». Oh dolcissimo principio! Beata carta, quanto tu devi tenerti piú felice
dell'altre, poiché ella s'è degnata appoggiarci le belle mani! Mentre bacio
questi caratteri parmi che baci quelle mani che l'han formati, quella bocca che
gli ha dettati e quell'animo che gli ha concetti.
Mastica. Non tanti baci sopra baci; e che
faresti a lei se cosí baci l'ombra delle sue mani?
Lampridio. Oh, che parole dolcissime! O
bello inganno, ben veramente mostra esser uscito dal suo ingegno divino!
Mastica. Non piú, basta: non l'hai letta,
vuoi tu leggerla un'altra volta?
Lampridio. Deh, lasciami leggere tutto oggi,
ché mentre leggo questa parmi che ragioni seco!
Mastica. Fermati, dove vai?
Lampridio. Vo a casa di Giulio a trovar le
vesti per vestirmi da turco e venir or ora a casa vostra.
Mastica. Ascolta, aspetta.
Lampridio. Presto, ché l'allegrezza mi
scorre per tutte le vene di trovarmi con lei e disturbar il matrimonio tra lei
e questo Capitano furfante.
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