SCENA
III.
Sennia vecchia, Olimpia, Lampridio.
Sennia. O Eugenio pianto e sospirato sí
lungo tempo!
Lampridio. O Sennia madre, ché l'odor del sangue
mi ti fa conoscere per madre!
Sennia. Olimpia, abbraccia il tuo
fratello: come stai cosí vergognosa?
Lampridio. O sorella, dolcissima anima mia!
Olimpia. O amato piú che fratello, non
conosciuto ancora!
Sennia. Io tutta ringiovenisco e in avervi
cosí subito acquistato, figliuol mio, parmi che t'abbia or partorito. Mira,
Olimpia, come nel fronte e negli occhi ti rassomiglia tutto.
Olimpia. Il resto dovea assomigliare a suo
padre.
Sennia. Non pigliar a tristo augurio,
figliuol mio, ch'io pianga, ché l'allegrezza ch'io sento di tua venuta, tanto
piú cara quanto men la sperava, mi fa cader le lacrime dagli occhi.
Lampridio. O madre, io ancora non posso
tenermi: sento il cuor liquefarsi di tenerezza. Raguagliami: è viva Beatrice
mia zia di che molto si ricordava Teodosio mio padre?
Sennia. Vive e si sta maritata in Salerno
molto ricca.
Lampridio. Eunèmone suo fratello come vive?
Sennia. Son dieci anni che si morio.
Lampridio. Duolmi di non poterlo veder vivo.
Ditemi, mia sorella Olimpia è maritata?
Sennia. L'abbiamo giá per maritata e
questa sera abbiamo destinata alle sue nozze: aremo doppia allegrezza.
Lampridio. Poiché non è maritata fin adesso,
lasciate che ancor io ne abbi la parte della fatica: me ne informerò di costui,
poi informerò bene mia sorella del tutto.
Olimpia. Mi contento che mio fratello
facci di me ciò che gli piace.
Sennia. Prima che entriate in altro
ragionamento, parmi venghiati a riposarvi, ché per la fatica grande ch'avete
sopportata la notte e il giorno stimo che non possiate regervi in piedi.
Olimpia. Andiamo, fratel mio.
Sennia. (Quante carezze ti fa, Olimpia,
il tuo fratello).
Olimpia. (Oh come è amorevole! deve essere
usato in quelle parti della Turchia dove i fratelli e sorelle devono conversare
con questa domestichezza).
Sennia. Vo innanzi, Eugenio figliuol mio.
Lampridio. Ecco il vostro schiavo in catene
che ave esseguito quanto dalla sua divina padrona gli è stato imposto, acciò
conosca l'ardentissimo desiderio c'ho di servirla e mostri il simolacro del cor
suo qual stia avinto intorno di catene.
Olimpia. D'oggi innanzi cominciarò ad
avervi in piú stima e gloriarmi di questa mia bellezza, poiché è piaciuta a
persona tale che è posta in tanto pericolo per amor mio.
Lampridio. La contentezza che ho di mirarvi
a mio modo e di servirvi, seria stato ben poco se l'avessi comprata con
pericoli di mille vite.
Olimpia. In me non conosco tal merito, ma
ringrazio di ciò il cortese animo vostro.
Lampridio. Ringraziatene pur colui che vi
creò di tal pregio che sforza ognun che vi vede a servirvi e onorarvi.
Olimpia. Desidero non essere intesa da'
vicini o da quei di casa, e sopra tutto bramo vedervi sciolto da queste catene
che temo non v'offendano, ché a questo collo delicato e a questi fianchi ci
convengono le braccia di chi vi ama a par dell'anima e della sua vita.
Lampridio. L'offesa me la fate ben voi,
anima mia, con dir che queste m'offendano: che mentre mi stringono appo voi mi
fanno piú libero dell'istessa libertade; e che sia vero, ecco che da me stesso
son venuto a farmevi prigione. Ma quelle che mi stringono nell'amor vostro,
sempre ch'io pensassi disciorle m'allacciarebbono in duri ceppi e in amarissima
prigione.
Olimpia. Ho tanta speranza ne' meriti
dell'amor mio che con mille catene piú dure di queste ci legheremo con nodi
d'inseparabil compagnia, né basterá alcun accidente schiodarle se non la morte.
Lampridio. O Dio, non è questa Olimpia mia?
non è questa la sua figura angelica? non la tengo abbracciata io o forse sogno
come ho soluto sognarmi altre volte?
Olimpia. Sento gente venir di su.
Caminate, fratello.
Lampridio. Andatemi innanzi, sorella.
Olimpia. Io vo, fratello carissimo.
Lampridio. Vi seguo, sorella. O dolcissima
conversazione!
|