SCENA
V.
Lampridio, Mastica,
Teodosio, Eugenio.
Lampridio. Chi son questi che stanno dinanzi
la porta nostra?
Mastica. Son poveretti che devono
dimandare la elemosina.
Teodosio. Olá, o di casa!
Mastica. Ché batti? vuoi tu spezzar questa
porta?
Teodosio. È forse tua madre, ché temi che
sia battuta?
Mastica. Non ti morrai di fame tu per non
essere importuno e prosontuoso.
Teodosio. È importuno e prosontuoso chi
batte le porte di casa sua?
Mastica. È dunque questa la casa tua?
Teodosio. Dimmi prima se questa è la casa
di Sennia.
Mastica. Questa è la casa di Sennia: è per
questo la tua?
Teodosio. Io son Teodosio suo marito che
sono stato venti anni in man di turchi, e or scampato la Dio mercé dalle lor mani me ne
ritorno a casa mia.
Lampridio. (Mastica, costoro son quelli che
manda il Capitano, che poco anzi
mi dicesti).
Mastica. (Quelli sono certissimo, ah ah!
non ti accorgesti che subito veggendoci fuggiro via?).
Lampridio. (Racconta il fatto a Sennia e
digli che venghi a tôrsi un poco spasso di fatti loro).
Teodosio. O di casa! Tic, toc.
Lampridio. Fermatevi, non battete, ché or
ora verrá qua Sennia tua moglie. (Non posso tener le risa in vedergli cosí ben
travestiti. Dal natural certo. Vedrò se sapran fingere come io ho fatto).
Teodosio. Rallegrati, Eugenio mio, ch'or
vedrai la tua madre e tua sorella. Oh con quant'allegrezza ci riceverá e
bacierá! penso si dileguará dall'allegrezza.
Eugenio. Mi par ogni momento mill'anni
d'incontrarci insieme.
|