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Giambattista Della Porta
L'Olimpia

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  • ATTO IV.
    • SCENA VII.   Filastorgo, Lampridio, Sennia.
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SCENA VII.

 

Filastorgo, Lampridio, Sennia.

 

Filastorgo. Son giá fastidito d'andar dimandando, e dubito se non l'incontro a caso, di non averlo a ritrovar giamai; e in cosí populosa cittá è appunto l'andar cercando lui come un ago nella paglia.

Lampridio. (L'ho cacciati in malora!). Andiamcene su, madre.

Sennia. Andiamo, ma questo forestiero che or mi par gionto in Napoli, figlio, non ti muove gli occhi da dosso.

Filastorgo. (Se il desiderio che ho di veder mio figlio non mi fa parer ogni uomo lui, questi è Lampridio mio).

Lampridio. (Se la rabbia e la còlera non m'hanno offuscati gli occhi insieme col core, questi mi par Filastorgo mio padre).

Filastorgo. (Egli è certo. Oh come l'ho ritrovato a punto! non l'arei potuto ritrovare a migliore).

Lampridio. (Oimè ch'egli è certissimo; o Dio, a che ponto viene! in presenza di Sennia! non l'arei potuto incontrare a peggiore: or serò discoverto del tutto).

Filastorgo. (Non so se debbo salutarlo o se debbo correre e abbracciarlo).

Lampridio. (Non so che fare, misero me! debbo fuggire oppur fingere di non conoscerlo?).

Filastorgo. (Lo saluterò, poi con insperato gaudio vo' abbracciarlo).

Lampridio. (Vo' fingere di non conoscerlo; perché se mi parto, porrò Sennia in maggior suspetto).

Filastorgo. O Lampridio, figliuolo carissimo, Iddio ti salvi!

Lampridio. Oh oh, chi sète voi?

Filastorgo. Non mi conosci?

Lampridio. Non mi ricordo avervi giamai visto.

Filastorgo. Mirami bene in faccia. Che dici ora?

Lampridio. Né tampoco mi ricordo.

Filastorgo. Hai fatto la vista cosí corta o forse l'aria di Napoli è cosí grossa che non ti fa veder bene?

Lampridio. Non ti conosco né mi curo conoscerti.

Filastorgo. Non sei tu Lampridio?

Lampridio. Forestiere, m'avete tolto in cambio, perché chiamate Lampridio un che si chiama Eugenio.

Filastorgo. Il nome e i panni t'arai potuto cambiare, ma l'effigie è quella istessa che avevi in casa mia.

Lampridio. Tu sei troppo fastidioso: vuoi a forza ch'io ti conoschi non conoscendoti.

Filastorgo. Non conosci tu Filastorgo?

Lampridio. Non ho inteso nominar tal nome giamai.

Filastorgo. Che nieghi me non me ne maraviglio: maggior maraviglia sarebbe se, avendo negato te stesso, volessi accettar di conoscer me per padre.

Lampridio. Che arroganza è la tua far ingiuria a chi non conosci?

Filastorgo. L'arroganza è pur tua a non rincrescerti della tua perfidia cominciata. Pur aspettava che qualche segno di vergogna lo manifestasse. Tu pur sei Lampridio mio figliuolo che ti ho mandato di Roma per studiare a Salerno.

Sennia. Costui si dimanda Eugenio ed è mio figlio ed è stato venti anni in Turchia e non attese a studio mai.

Filastorgo. Che Eugenio, che Turchia, che parole son queste che ascolto?

Lampridio. Vo' partirmi, ché la tua perfidia cominciata non finirá tosto. Andiamo su, madre.

Sennia. Andiamo.

Filastorgo. O Dio, che infideltá ho ritrovato in un figlio! negar se stesso, il padre, e finger di non conoscerlo. Ite, padri, affaticatevi in nodrir figli, in allevargli nobili e delicati; ché all'ultimo che dovrebbono con ogni loro sforzo essere il sustentamento della nostra vecchiezza, o stanno annoverando i giorni che finisca il termine della nostra vita, o ne fanno morir di doglia innanzi tempo. Lasciate la robba a quei che desiano piú la nostra morte che la propria lor vita. Oh come m'ha ben ricevuto, oh che bel riposo ha dato alla mia stanchezza del viaggio, oh che consolazione alla mia vecchiezza! Ma perché affligo me stesso? io non lo vo' piú per figlio, poiché egli non mi vuol piú per padre: farò conto di non averlo mai piú generato o che fusse morto duo anni sono. Che figli che figli!

 

 

 




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