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I. - Il
lavoro senza pena
«Ho veduto il fabbro al lavoro,
dinanzi alla aperta voragine della sua fucina. Aveva
le mani sporche ed era sudicio come un coccodrillo.
«I vari lavoratori che
maneggiano lo scalpello godono essi più riposo che il contadino? — Il loro
campo è il legno che intagliano. Ed essi lavorano al di là
della loro giornata; perfino di notte la loro casa è illuminata — ed
essi vegliano...
«Lo scalpellino lavora le pietre
più dure. — Quando egli ha terminato di eseguire i
comandi ricevuti e le sue mani sono stanche, riposa egli forse? — Egli dove essere
al cantiere quando sorge il sole, anche se ginocchia e schiena minacciano di
spezzarsi.
«Il barbiere esercita l'opera
sua fino a notte inoltrata. — Per potere mangiare un boccone di pane deve
correre di casa in casa alla ricerca dei suoi clienti.
«A che tanta fatica per
riempirsi appena lo stomaco?
«E il
tintore? — Le sue mani puzzano: hanno l'odore del pesce imputridito. — Gli
occhi si chiudono dal sonno, ma le sue mani non hanno tregua nell'apprestare le
vesti dai bei colori. Egli odia il panno, ogni sorta di panno.
«Il calzolaio è molto infelice e
si lagna continuamente di non aver da rodere che il
suo cuoio.
«Lavorano,
lavorano tutti. Ma avviene come del miele: lo mangia solo chi lo
raccoglie.»
Questa
poesia, che data dal XIV secolo avanti Cristo e descrive
le condizioni degli operai sotto il regno di Ramsete II d'Egitto, esprime un
lamento che continua attraverso i secoli. Il lavoro, nelle società schiaviste,
è una maledizione. Ma anche al di fuori della
costrizione servile esso è una pena. La ripugnanza condizionale del pastore
fattosi contadino ed artigiano, per il lavoro, si riflette nel dogma religioso
del lavoro come conseguenza e come pena di un errore commesso dalla prima
coppia umana.
La ripugnanza delle società
pastorizie e guerriere per il lavoro conduce a fare della donna un «animale
domestico» e dello schiavo il «lavoratore tipo». Per lo schiavo
il lavoro non è che pena. Lo schiavo negro che disse ad un viaggiatore:
«La scimmia è molto intelligente e potrebbe parlare.
Se non lo fa, è perchè non la si forzi a lavorare»,
esprimeva l'attitudine del lavoratore incatenato al lavoro servile.
Le antiche mitologie presentano
il coltivatore come un reprobo scontante un peccato di
ribellione. Adamo, universale progenitore, è l'angelo caduto dal paradiso
dell'ozio all'inferno del lavoro.
Per la morale cristiana
il lavoro è imposto da Dio all'uomo come conseguente pena del peccato
originale. Il Cattolicismo antico e quello medioevale nobilitano
il lavoro specialmente come espiazione. Anche per la Riforma il lavoro fu
«remedium peccati», benchè Lutero e Calvino superassero San Tommaso,
preannunciando la concezione moderna del lavoro come dignità, concezione
abbozzata dai maggiori pensatori del Rinascimento.
Il moralismo borghese trasferì
nel campo della morale civica il principio del dovere del lavoro, ed inventò
una mistica nella quale lo sfruttato servile veniva
monumentato come «cavaliere del lavoro», come «fedele servitore», come «operaio
modello», ecc.
L'adattamento abbrutente e la
morale piccolo-borghese propria dell'artigiano, del figlio d'artigiani fattosi
operaio di officina e del contadino inurbanato fecero
sì che gli schiavi dell'industria non avessero profonda coscienza del giogo
capitalista e della decadenza della loro personalità. Emilio Zola, in
«travail», ha ben individuato e dipinto il tipo dell'operaio incallito nel
cervello, che concepisce il padrone come indispensabile datore di lavoro e lo
serve con canina fedeltà, che diserta le lotte dell'emancipazione, che guarda
con misoneista ostilità ai ritrovati del progresso, che considera la schiavitù
del lavoro con una fatalistica passività che degenera in una specie di
masochismo.
A «vedere» la propria schiavitù il proletariato fu condotto dalla letteratura
socialista, impietosita e sdegnata.
Lo sviluppo dell'industrialismo ci è descritto con colori cupi da quanti lo hanno seguito
guardando all'uomo e non alla cassaforte.
Heine, in «Che cosa è la Germania»,
parla dell'Inghilterra come di un «abominevole paese, dove le macchine
funzionano come uomini e gli uomini come macchine».
Marx ed Engels parlano della vita dei lavoratori del loro tempo come di una
vita infernale.
Marx scrive nel «Capitale»:
«Nella sua passione cieca, nella
sua ghiottoneria di lavoro straordinario, il capitale sorpassa
non soltanto i limiti morali, ma anche l'estremo limite fisiologico della
giornata di lavoro. Esso usurpa il tempo che esigono
la crescita, lo sviluppo ed il mantenimento del corpo in buona salute. Esso
ruba il tempo che dovrebbe venir impiegato a respirare l'aria libera ed a godere della luce del sole. Esso lesina sul tempo dei pasti
e l'incorpora, tutte le volte che lo può, al processo stesso della produzione,
in modo che il lavoratore, ridotto a semplice strumento, si vede fornire il
nutrimento come si fornisce di carbone il fornello,
d'olio e di sego la macchina. Riduce il tempo del sonno, destinato a rinnovare
e a rinfrescare la forza vitale, al minimo di ore di
pesante torpore senza il quale l'organismo sfinito non potrebbe più
funzionare... Il capitale non si occupa affatto della durata della forza di
lavoro. Quello che soltanto lo interessa, è il massimo che può esserne spesa in una giornata. Egli raggiunge il proprio scopo
abbreviando la vita del lavoratore, come un agricoltore avido ottiene dal
terreno il più forte rendimento esaurendone la fertilità.»
Engels, a sua volta,
rappresentava il capitalista industriale come un feudatario e la fabbrica come
una galera:
«La schiavitù alla quale la
borghesia ha sottomesso il proletariato si presenta in
piena luce nel sistema dell'officina. Qui ogni libertà viene a mancare di fatto e di diritto. L'operaio deve essere all'alba
nell'officina; se arriva con due minuti di ritardo, corre rischio di perdere la
sua giornata. Egli deve mangiare, leggere, dormire su comando. La dispotica
campana gli fa interrompere il sonno ed i pasti.»
Il «Manifesto dei Comunisti»
(1848) è una filippica contro il feudalismo industriale.
«L'industria moderna ha
trasformato la botteguccia del padrone patriarcale nella grande
fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai
addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. Come soldati
semplici dell'industria vengono irregimentati sotto la sorveglianza di tutta
una gerarchia di sottufficiali e di ufficiali. Non
soltanto sono servi della classe borghese e dello stato borghese,
ma sono, ogni giorno e ogni ora, schiavi della macchina, del sorvegliante e
sovratutto del singolo borghese industriale. Siffatto dispotismo è tanto più
meschino, odioso, esasperante, quanto più apertamente esso proclama di non
avere altra mèta che il guadagno.
«Quanto meno il lavoro manuale
esige abilità e forza, vale a dire, quanto più l'industria moderna si sviluppa,
tanto più il lavoro degli uomini viene soppiantato da
quello delle donne e dei fanciulli. Le differenze di sesso e di
età non hanno più valore sociale per la classe lavoratrice. Non ci sono
che strumenti di lavoro, il cui prezzo varia secondo
l'età e il sesso.»
Non soltanto Marx ed Engels, ma
anche il Lassalle, il Lafargue e tutti gli altri scrittori
socialisti insorgono contro la schiavitù industriale, che essi
condannano non soltanto come sistema di sfruttamento sociale, ma anche come
sistema di abbruttimento umano.
Engels, nel suo libro sulla «Situazione delle classi operaie in Inghilterra» e Paolo Lafargue
nel suo libro «La proprietà, sua origine ed evoluzione», illustrano
l'abbrutimento al quale conduce l'estrema divisione del lavoro.
Bakunin e gli altri scrittori
anarchici ripresero e svilupparono quella critica. Pietro Kropotkin proclamava:
«La divisione del lavoro è
l'uomo classificato, bollato, contrassegnato per tutta la sua vita, a far dei
nodi in una manifattura o come sorvegliante in qualche industria, o come
conduttore di una carriola nel tal sito della miniera, ma senza avere
alcun'idea di insieme di macchina, d'industria, di
miniera, e perdendo per ciò stesso il gusto del lavoro e la capacità
d'invenzione che, ai principii dell'industria moderna, avevano creato i
meccanismi di cui a noi piace tanto vantarci con orgoglio.»
È passato il tempo in cui (come
nelle tessiture dell'Ain e della Saone-et-Loire) la
giornata lavorativa era di 13 ore e anche di 16 o di 17 ore (come nelle
tessiture di Lione), ma perdura quella mostruosità che è l'officina in cui
vigono i sistemi della «razionalizzazione del lavoro». Egon Erwin Kisch
(«Paradisi americani») ha descritto che cosa sia la
vita degli operai nelle officine Ford, a Detroit.
Tutti hanno le guancie gonfie,
perchè «il signor Ford non fuma», ossia perchè è proibito fumare.
E tutto il personale mastica tabacco. La sospensione
del lavoro, a mezzogiorno, è di 15-20 minuti. Il pasto, in piedi, deve esser
compiuto in circa sette minuti. Il vestiario essendo poco sicuro, gli operai
conservano, quasi tutti, l'abito da passeggio e tornano a
casa madidi di sudore e spesso senza soprabito, in pieno inverno. I
gabinetti, insufficienti, obbligano a far la coda; molti operai devono fare il
percorso di andata e ritorno (4 ore) in piedi, perchè
le tramvie e gli omnibus sono gremiti; e impera il sistema del «lay-off»
(sospensione). Per un infimo errore, l'operaio è sospeso per un giorno, per due
e anche per quindici giorni. Chiunque perda un attimo di tempo per bere un
sorso di latte, o provochi un'osservazione del sorvegliante, o alzi la voce in
una discussione è «laid-off». Lo si
licenzia, e lo si riprende con un salario ridotto. (Nella
primavera del 1927 alcune decine di migliaia di operai furono licenziati per
ragioni di impianto e riassunti a salario fortemente ridotto). Un operaio si
ferisce? È visitato, medicato e rimandato al lavoro. Si spezza il braccio
destro? Lo si fa lavorare con il sinistro. Perde le
mani? Lavora egualmente. Diventa cieco? C'è posto anche per i ciechi. Va
all'ospedale? Avvita bulloni, nel suo letto.
Ma se è
costretto ad abbandonare il lavoro, non riceve nè salario nè soccorsi di
malattia. Soltanto «l'invalidità totale» consecutiva ad accidente di lavoro è
indennizzata.
Il lavoro è intenso. Gli operai
sono gomito a gomito, nonostante il pericolo che tale
sistema presenta, lungo il nastro mobile, che scorre notte e giorno. Ognuno fa
un movimento, sempre lo stesso, per otto ore. Tutto funziona a ritmo. Tutto è
disposto per guadagnare tempo.
Nell'officina moderna l'operaio
lima i proprii nervi e il proprio cervello. La noia è l'inevitabile riflesso
del lavoro automatico. Tarde, trattando degli effetti patologici della noia,
affermava che essa «provoca dei disturbi della circolazione e della nutrizione;
sensibilità al freddo, sincopi, diminuzione di tonicità muscolare, inappetenza,
dimagramento». La stitichezza cronica delle operaie — afferma il dott. J.
Vinchon — è frequentemente dovuta al timore di fare
uso dei gabinetti durante le ore di lavoro. E il dott.
P. Janet, nel suo libro sulle nevrosi, cita il caso di una ragazza che costretta
ad un lavoro monotono cercava sottrarsi alla noia con rapidi sguardi nella
strada, attraverso alla finestra che le era a fianco, alla sua sinistra. Poco a
poco essa acquistò un tic nervoso che le faceva volgere il capo, costantemente,
a sinistra. Lo stesso Janet cita anche il caso di un'altra ragazza, che,
costretta a lavorare fino a notte tarda, lottando con la stanchezza, la noia ed
il sonno, presentò una corea ritmica nella quale
girava il polso destro e sollevava ed abbassava regolarmente il piede destro.
Quei movimenti, che essa ripeteva in istato di sonnambulismo, pronunciando a
voce alta: «Bisogna lavorare!», corrispondevano a quelli del suo mestiere. Essa
che fabbricava degli occhi di bambola, doveva azionare
un tornio manovrando, con il piede destro, un pedale e girando, con la mano
destra, un volante.
Io stesso, osservando delle
dattilografe al lavoro, ho constatato che varie di esse
presentavano un «tic» nervoso evidentemente in rapporto con la noia o la
fatica.
L'atteggiamento degli operai
odierni di fronte al lavoro è stato oggetto di inchieste
parti-colari. Da autobiografie di operai raccolte da
Adolf Levenstein (Berlino 1909), risulta l'avversione generale degli operai
verso il proprio mestiere quando questo sia monotono. Un tessitore ed un
metallurgico esprimono una vera avversione per il proprio lavoro. In un'altra
inchiesta dello stesso autore (Monaco 1912), l'avversione degli operai per il
loro lavoro è ancora più evidente. Un meccanico scrive: «Quando
suonano i rintocchi della campana, io mi precipito come un pazzo alla porta
della fabbrica». Un tornitore: «È terminato il lavoro. Tutto in me si distende
e si solleva. Vorrei lanciare urla di gioia». Un altro operaio: «Debbo impormi di prendere interesse al mio lavoro, e pure mi
è impossibile. Un altro: «Innanzi ad ogni nuovo giorno
di lavoro sento crescermi dentro un nuovo orrore. Io non posso immaginarmi come
sopporterò dieci ore di questo martirio». Un metallurgico: «Io non prendo
nessun interesse al mio lavoro, e se nei giorni festivi scorgo i camini della
fabbrica, sento come se mi si ricordasse qualche cosa di sconveniente.» E questa orribile sentenza di un
altro operaio: «Il lavoro non mi procura nessun piacere. Io vado al lavoro come
andrei alla morte» (pag. 54). Un tessitore: «Puramente e semplicemente odio il mio lavoro».
Arturo Labriola riassume così i
risultati di quell'interessantissima inchiesta:
«Hanno risposto al questionario
del nostro autore 1803 operai. Hanno detto di provar piacere al lavoro (ma
spesso per ragioni accessorie al lavoro o di carattere personale): 307
interrogati, cioè il 17 per cento; provano ripugnanza
al lavoro o addirittura sdegno contro di esso: 1207 operai interrogati, cioè il
59,9 per cento; si son dichiarati indifferenti al lavoro (per abitudine, perchè
è necessario, perchè non ci hanno mai pensato): 308 persone, cioè il 17,1 per
cento; e non hanno punto risposto alla questione 161 individui, cioè il 9 per
cento. Insomma appena il 17 per cento dichiara di provare
veramente la gioia del lavoro. E se poi sia sincera o
meno, nessuno saprebbe dire. Sulla questione premono ricordi scolastici
e proverbi tradizionali («l'ozio è il padre dei vizi», ecc.), che spingono ad
una risposta convenzionale. E grazie a questa
tradizione, la monotonia delle risposte negative è rotta. Se questa tradizione
mancasse, chi sa che cosa le risposte darebbero; tuttavia è già una
constatazione affligente, che oltre l'80 per cento degli interrogati o abbiano
ripugnanza al lavoro, o lo considerano un fatto meccanico di fronte al quale
non prendono posizione, o al tutto si tacciono.»
Commentando quelle inchieste,
Arturo Labriola («Al di là del Capitalismo e del
Socialismo», Parigi 1931) osserva:
«Il lavoro come tale non
suggerisce nulla alla coscienza operaia. Per l'operaio, esso non
è che pura esecuzione; ed esecuzione di un frammento e di un franamento
d'una frazione di un piano. Quest'ultimo e le linee direttive del lavoro, nulla
hanno a che vedere con l'operaio. Essi non interessano se non l'imprenditore e
gli elementi direttivi della fabbrica, i soli sui quali possano
veramente esercitare una qualsiasi azione. Nella fabbrica ad alto rendimento
(taylorizzata e fordizzata), l'operaio non capisce nemmeno più a che cosa serve
il suo lavoro; certo egli sarebbe del tutto incapace di riconoscere, nel
prodotto, la parte che vi ha contribuito il suo lavoro. Dunque, nulla, o solo
fastidio e monotonia, può il lavoro suggerire all'operaio; e meglio per lui,
quando l'automatizzarsi della sua funzione produce in lui una così radicale
ottusità, da fargli dimenticare lo stesso peso del lavoro.»
Il Labriola, com'è costume suo,
proprio dei pessimisti, generalizza; ma quello che egli dice vale certamente
per la maggioranza degli operai impiegati nelle grandi industrie. Ho sotto gli
occhi una raccolta di poesie di operai francesi,
inglesi, americani, ecc. e tutte ripetono lo stesso lamento: il succedersi
delle interminabili giornate, la stanchezza che annienta il pensiero, il
desiderio di evasione dalla vita quotidiana, lo spavento che dà il pensiero che
tutta la vita sarà come quella di ieri e di oggi. Al sistema del lavoro a
catena, proprio dei reparti montaggio, si sono aggiunti i sistemi di fissazione
dei cottimi che generalizzano l'automaticismo del lavoro industriale.
Un «operaio di Torino» dà questo esempio del sistema Bedaux («Lo Stato Operaio»,
Parigi, agosto 1933): «Un operaio deve fare un «rapporto». Per questa operazione gli sono dati 30 secondi ed egli deve
compierla in due tempi, prima la sgrossatura, poi la finitura. Per fare le due
operazioni l'operaio deve spostare quattro volte il carrello della macchina. Ma, mentre il tornio fa l'operazione, egli deve andare alla
pressa e mettere al pezzo una boccola. Poi torna al tornio, toglie il pezzo e
ne mette un altro, prende quello già tornito e va al trapano. Egli fa lavorare,
così, due torni e un trapano e tutti i movimenti che egli fa per passare da una
all'altra macchina e presso ognuna di esse sono
cronometrati nel modo più rigoroso. Egli non può tardare un minuto secondo
perchè altrimenti reca danno agli utensili di perforazione o di tornitura e se
questo avviene non gli basta la giornata di lavoro a pagare i danni, oltre la
minaccia di licenziamento. Si comprende in quali condizioni si troverà questo operaio alla fine della sua giornata.»
Nella stessa inchiesta un
«operaio di grande officina», esponeva così quel
sistema:
«Il sistema Bedaux comincia con
un ufficio con ingegneri, cronometristi ed operai provetti. Ogni materia
impiegata è controllata e catalogata rigorosamente da questo ufficio.
Delle tabelle vengono fatte sulle diverse qualità
degli acciai. Si fissano velocità metriche di lavorazione; le macchine vengono studiate per quanti movimenti ed operazioni si
possono fare su di esse in un determinato tempo; la distribuzione del
macchinario è fatta in modo differente (prima si dava la macchina più buona
all'operaio più accurato; invece oggi la macchina si dà a chi è più utile o più
forte a seconda delle qualità della macchina stessa). Tutta la
utensileria non è più a disposizione di ogni singolo operaio per farne
uso secondo le sue capacità; ma è invece fissata in modo categorico secondo la
scheda di accompagnamento dei pezzi da fabbricare. Tutti i movimenti ginnastici
che può fare un operaio sono calcolati e trasformati
in «bedaux», cioè in tempo di lavoro.
«Ecco un esempio tolto da una
scheda di accompagnamento:
«Operazioni: tornio n. 1, giri 39,
avanzo 0,25, ferro C. 15 Bedaux 0,33; tornio n. 2, giri 40, avanzo 0,15, ferro
G. 13, Bedaux 0,15. Totale Bedaux 0,48.
«Questo vuol dire
che il pezzo deve essere fatto in 48 secondi, Non appena l'operaio vede questo,
rimane spaventato. Si mette a cominciare la fabbricazione dei pezzi. A
lavorazione finita si rende conto che invece di 0,48, ci ha messo «bedaux», cioè minuti 1,10. Allora l'ufficio Bedaux interviene: si interroga l'operaio su tutti i movimenti che ha compiuti,
si fa fare una nuova dimostrazione da lui stesso, con cronometristi col
cartellino in mano (cartellino, che è un vero «dossier» tenuto dall'ufficio),
si controlla e si fanno osservare tutti i movimenti errati; fatto questo,
l'operaio dell'ufficio Bedaux eseguisce l'operazione. Prima si
verifica ancora se tutto corrisponde: numero della macchina, materiali,
ferri, ecc. Tutte le manovre che compie il «dimostratore» sono fatte osservare
all'operaio, specie quelle che con la mano sinistra sussidiano la mano destra,
i movimenti ginnastici e così via. La parte del «dimostratore» sta, in fondo,
nel convincere l'operaio che lui deve diventare automatico, come un movimento
meccanico. Qualche volta succede che, anche dopo la
dimostrazione, l'operaio realizza ben poco; invece di 1,10 per pezzo, ha messo
1,05; è ancora distante da 0,48! In questo caso la sua sostituzione è
inevitabile. E l'operaio, o passa ad un'altra macchina
con operazioni meno complicate, oppure è cacciato dall'officina. Un altro
operaio impiegherà la prima volta bedaux 1,10, la seconda
0,59, la terza arriva a 0,48. Anzi, l'esecuzione del lavoro diviene per
lui una ginnastica, la consuetudine diventa un allenamento, da 0,48 arriva a
0,40. In questo caso lui non beneficia dei 0,08 bedaux guadagnati, ma prende
solo i 3/4, e 1/4 va all'ufficio! Un premio viene dato
a tutti gli operai che faranno osservare l'eliminazione di qualche movimento,
ed a questi operai è garantita la segretezza del loro suggerimento.
L'applicazione del sistema Bedaux, in qualche stabilimento avrà qualche forma più o meno elastica, ma il fatto sta che se l'ufficio è
composto di buoni ingegneri, gli operai sono quasi trasformati in automi, nelle
ore di permanenza in officina.»
E l'«operaio di grande officina» conclude:
«Il sistema Bedaux è veramente
un sistema di intensificazione del lavoro spinto agli
estremi. La mano d'opera impiegata nelle officine nelle quali vige questo sistema
non può essere che una mano d'opera forte e robusta. Tutti i calcoli della
forza-lavoro e delle pause sono basati su un operaio
di «pieno rendimento», per conseguenza i vecchi sono eliminati, i non troppo
ricchi di salute devono abbandonare queste officine inquantochè, se anche
fossero tollerati, il salario che guadagnano sarebbe irrisorio.
«Tutte le applicazioni di
sistemi di organizzazione della produzione e tutte le
nuove introduzioni di macchine moderne in regime capitalista non hanno portato
che all'aumento dello sfruttamento accompagnato dall'aumento della
disoccupazione. Il sistema Bedaux viene ancora ad aggravare le condizioni degli
operai. All'operaio si domanda tutto quello che può dare, all'operaio si ruba
tutto quello che dà. Si crea uno strato di operai che
sono quasi automi. Essi lavorano a una velocità
vertiginosa. Presto si esauriscono e sono da buttar via, ma intanto l'esistenza
di questo strato di operai porta a una
intensificazione progressiva dello sfruttamento di tutta la classe operaia,
perchè agisce come stimolo a migliorare sempre più la tecnica dello
sfruttamento. In ultima analisi ciò che si sviluppa sempre di più è la miseria
della classe operaia.»
Si aggiungano alla meccanizzazione dell'operaio gli infortuni sul lavoro, che vanno
aumentando, spargendo nelle officine, nelle miniere, nei cantieri un senso di
tristezza. In un solo mese, nelle sole officine Citroen, come
ricorda Ilya Ehrenbourg nel suo libro «Dieci cavalli-vapore» vi sono
state 33 dita strappate; ma sono uscite 12.000 automobili con il beneficio
netto di 18 milioni.
In 10 anni di
«razionalizzazione» si sono avuti in Francia: 26.000 morti; 92.000 storpiati; 9
milioni di feriti. Al ritmo accelerato della produzione corrisponde uno
spaventoso «crescendo» di morti e di incapacità
permanenti. Da una tavola statistica relativa ai minatori e cavatori di Francia
rilevo che, mentre nel 1920 vi sono stati 253 morti e
851 invalidi, nel 1929 vi sono stati 587 morti e 2.935 invalidi.
Il lavoro industriale odierno è
inumano. È un Moloch che schiaccia con la noia e con la fatica, che spreme il
lavoratore per sputarlo via precocemente invecchiato, che lo getta sul lastrico
o lo incatena in una servile dipendenza, che lo ferisce, quando non lo stroppia
o l'uccide.
L'operaio ama fin troppo il proprio lavoro. Vi è ragione
di meravigliarsi che siano così pochi coloro che evadono dalle galere
dell'industria mediante il banditismo, il vagabondaggio, o in altro modo. Ed è umiliante che siamo così pochi coloro che con lo
sciopero, con il sabotaggio e con altri metodi di lotta cerchino far saltare
l'altare di Mammona.
Tuttavia il
proletariato avanza. È una marcia lenta e piena di soste, ma la
generazione che sorge la renderà sempre più continua, sempre meno lenta, sempre
più sicura.
Un giovane professore di una
Scuola Industriale del Nord della Francia dava come
tema ai suoi alunni questo pensiero di Jean-Richard Bloch:
«Se l'officina aspira ad essere
non soltanto il luogo del lavoro fisico, ma il luogo della dignità,
dell'orgoglio e della felicità, si comprende che essa debba perdere qualsiasi
somiglianza con quello che chiamiamo officina nei
nostri paesi.»
Dalla raccolta dei componimenti,
mandatagli da quel professore, J. R. Bloch ha estratto dei passi significativi («Europe», Parigi, giugno 1934). Quasi tutti questi figli di proletari, viventi in una regione
sopraindustrializzata, rilevano la brutalità dei padroni e dei capi-reparto e
la bruttezza delle officine. Uno di essi
scrive: «Bisognerebbe che i direttori capissero che non è con la brutalità che
gli uomini fanno del buon lavoro». Un altro: «Quello che ferisce l'operaio, è
il disprezzo con il quale è trattato». Quasi tutti gli
scolari esprimono del disgusto per i «cattivi odori», per i «locali sporchi di
grasso», per i «muri neri della fuliggine delle officine.»
All'officina che hanno sotto gli occhi oppongono l'officina «ideale»; che
sarà l'officina «attuale» in un non lontano domani.
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