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II. - Il
lavoro piacevole
«Nell'officina ideale — dice uno
degli scolari — i capireparto distribuiscono al
mattino il lavoro agli operai e parlano loro come a degli uguali. Non li si ode gridare a pieni polmoni contro i lavoratori e
bestemmiare come li ho intesi. Il direttore ha cura di non ferire i
capi-reparto dando loro ordini.
Tutti gli scolari pongono
l'officina ideale in campagna.
«La facciata — dice uno di essi — somiglia a quella di una grande villa. Davanti: degli alberi i cui fiori imbalsamano l'aria.
All'interno tutto sarà pulito come in una vasta sala da pranzo. I locali sono
bene aerati, ben illuminati. Dietro non si vedono più delle grandi ciminiere
che vomitano dei neri fiotti di fumo, ma un vasto cortile con degli alberi dove
gli operai potranno riposarsi tra le ore di lavoro.»
Tutti immaginano
i muri coperti di un colore chiaro, tutti parlano di sole, di luce, di
salute. I laboratori saranno ventilati in estate, riscaldati in inverno, perchè
«la natura umana è così fatta che ha bisogno di un minimo di benessere per
restare onesta». Un altro: «L'operaio entrerà in questa officina
come rientrerebbe a casa propria. Vi saranno dei lavabi, perchè possa uscire dall'officina così pulito come vi è entrato... Egli sarà
fiero della sua officina. Quando vi passerà davanti in
compagnia di un amico, dirà: «È l'officina dove lavoro». E sarà contento di se
stesso e questo farà nascere la buona vita di
famiglia». Un altro: «Dei posti radio incoraggeranno
con la loro musica e con il loro canto gli operai. Questa officina offrirà loro
una vita tranquilla. Ne saranno fieri... Se fossero costretti
ad andarsene, sarà, forse, piangendo che la lasceranno». Quasi
tutti forniscono questo luogo immaginario di mezzi pratici di locomozione e
quasi tutti sognano biblioteche e sale da gioco.
Si tratta di bambini che non hanno mai letto la
«Conquista del pane» di Kropotkin, nè «Il lavoro» di Zola, nè
le previsioni avveniriste di William Morris o di Bellamy. Eppure fiorisce il sogno luminoso, perchè quel sogno è
l'aspirazione del lavoratore sulla soglia dei tempi nuovi.
L'idea del lavoro attraente è
una delle idee più antiche. La troviamo espressa chiaramente ne «Le Opere e i
Giorni» di Esiodo, poeta greco vissuto otto o nove
secoli avanti Cristo. La formula: «Fa quello che vuoi», applicata al lavoro è
una delle caratteristiche della vita dei Telemiti immaginata,
nel secolo XVI, dal Rabelais («Gargantua», cap. 57). Anche
Fénélon, nel III libro del «Télémaque» (1699), applica quella formula al
lavoro. Morelly, nella «Basiliadee», scriveva: «Ammettiamo che la libera
attività dell'uomo versi nel fondo comune più di quanto in esso
possano attingere i bisogni, è chiaro che le leggi, i regolamenti divengono
quasi inutili, poichè ad ogni funzione necessaria risponde negli individui un
gusto naturale, una ben spiccata vocazione. I pareri dei capi saranno accettati
con piacere; nessuno si crederà dispensato da un lavoro che l'unanime concorso
degli sforzi renderà attraente e vario. E le diverse
occupazioni non saranno più dei lavori, bensì dei divertimenti. Niente sarebbe
più facile della regolamentazione di una simile riunione fraterna; poichè,
dalla libertà la più illuminata risulterebbe l'ordine più perfetto.»
Fu il Fourier a sviluppare
ampiamente e sistematicamente il principio del lavoro attraente, la cui prima
condizione è da lui indicata nella varietà e la seconda
nella breve durata. Il lavoro «gradevole e senza fatica» è
una delle realizzazioni socialiste preannunciate nel «Voyage en Icarie»
(1840) del Cabet.
A ragione Victor Considérant,
che della idea del lavoro attraente si fece
elaboratore e propugnatore, diceva a M. Lansac («Plus loin», Parigi, luglio
1933) che fra le concezioni del Fourier che avrebbero attratto maggiormente
l'attenzione dei posteri vi sarà quella del lavoro attraente per gruppi e per
serie.
Benedetto Malon, Giorgio Renard,
Giovanni Jaurès e altri socialisti francesi si mostrarono influenzati dalla
concezione fourierista dell'organizzazione del lavoro. Emilio Zola, nel suo
romanzo «Travail» ci mostra un'officina in cui il lavoro, variato, in un
ambiente pulito e luminoso, assecondato dalle macchine, è diventato «una
ricreazione, una gioia, un vero piacere». Zola enuncia come un principio
inderogabile, come un atto di fede e un sicuro vaticinio che il lavoro deve
diventare «la legge stessa della vita». Anche dei fisiologi hanno sostenuto, nel XIX secolo, la possibilità del lavoro attraente. Tra
costoro è il Rossi-Doria che in una sua relazione scriveva: «Il lavoro non deve
essere più un tormento, causa di mali, ma una gioia ed un fattore importante
della salute fisica e morale».
Gli scrittori anarchici hanno
particolarmente contribuito a mantenere viva l'idea del lavoro attraente.
Pietro Kropotkin afferma categoricamente: «Nel lavoro collettivo compiuto con
gaiezza di cuore per raggiungere lo scopo desiderato — libro, opera d'arte, od
oggetto di lusso — ognuno troverà lo stimolante, il
sollievo necessario per rendere la vita gradevole.»
Quando,
nei nostri discorsi o scritti avveniristi, affermiamo che verrà un giorno in
cui tutti, o quasi tutti, lavoreranno spontaneamente e con piacere, è frequente
la risposta: «È un'utopia!». Ci sono invece nella società attuale degli uomini
che lavorano a lungo e di continuo senza pena, anzi con un senso di
soddisfazione. Costoro sono gli scienziati, i pensatori, gli artisti.
Ho sotto gli occhi le risposte
ad un'inchiesta della «Rivista di filosofia e scienze affini» del 1907, che
sono di grande interesse. Eccone alcune. L'economista Maffeo Pantaleoni
dichiara: «Se devo stare a tavolino, dieci ore non mi
stancano affatto»; ed aggiunge che il lavoro è per lui gioia e pena ad un
tempo, a seconda di come riescono le sue ricerche, ma «l'ardore non scema,
perchè diventa accanimento e smania, indicibile. La stanchezza non c'è mai». Il
filosofo danese Herald Hoffding dice: «Ben di rado ho potuto lavorare
continuamente intorno allo stesso soggetto. Io devo lavorare per turno intorno
a diversi temi. Se son ben disposto, posso lavorare cinque ore al mattino e cinque ore alla sera».
I periodi di lavoro racchiudono per
lui «forse il sentimento più intenso di felicità che la vita possa offrire».
Roberto Ardigò dichiara: «Il lavoro per me è un bisogno irresistibile. Lavoro
fino al massimo della stanchezza che riesce poi in generale
accompagnata dalla soddisfazione e dalla compiacenza del lavoro fatto.»
Il clinico De Giovanni risponde che, quando non si tratti di un lavoro imposto,
prova sempre piacere lavorando, e che può lavorare
anche più di sei ore consecutive. L'astronomo Schiapparelli risponde di aver
lavorato quasi sempre dieci ore al giorno, tra il
venticinquesimo e il sessantesimo anno, e di esser giunto a lavorare sedici ore
consecutive intorno ad una medesima occupazione. Egli dichiara inoltre che lo
stare senza far niente è stato sempre, per lui, un supplizio. L'economista
Achille Loria dichiara di lavorare quattro o cinque ore consecutive senza
stancarsi e dice: «Il lavoro intellettuale non mi ha mai cagionato alcuna
fatica, ma sempre mi ha procurato le gioie più care.» Il letterato Arturo Graf dice che lavora di buona voglia,
essendo per lui il lavoro una «fonte di gioia vivissima», ma che gli è
estremamente penoso il fare un articolo, anche breve, a richiesta e su tema
dato.
Le risposte degli artisti
concordano nell'affermare che il lavoro procura tale gioia da impedir loro di
sentire la stanchezza. Le risposte, pochissime, in cui si parla di incapacità di lavorare a lungo e di sofferenza nel
lavoro, sono accompagnate da dichiarazioni di malferma salute o di difetti
organici.
Qualcuno potrebbe osservare che
i casi citati si riferiscono a personalità eccezionali. L'obbiezione sarebbe
poco valida, poichè abbiamo visto che anche queste
personalità mal si adattano ai lavori che non li interessano, non li
entusiasmano, non rispondendo alle tendenze, alle attitudini, ai fini loro.
Il caso di Gustavo Flaubert è
tipico, sotto questo aspetto. Egli era un lavoratore
che restava talvolta a tavolino diciotto ore consecutive, ma in alcuni periodi
il lavoro gli pesava, sia perchè stava facendo il lavoro di rifinitura stilistica
sia perchè stava facendo ricerche preparatorie. Mentre stava
scrivendo «Madame Bovary», egli diceva in una sua lettera (17 settembre
1855): «Spero che fra un mese la
Bovary avrà il suo arsenico nel ventre»; frase spiegabile da
questo passaggio di una lettera dello stesso mese (20 settembre): «Lavoro
mediocremente e «senza gusto» o piuttosto con disgusto. Sono veramente stanco
di questo lavoro; è una vera «penitenza» per me, ora.».
Quando scriveva «Salammbò» (1858), un solo capitolo del quale romanzo
gli costò tre mesi di accanito lavoro, egli scriveva
in una lettera: «Mi corico ogni sera estenuato come un
manovale che abbia spezzato dei ciottoli sulle vie maestre».
Quello che si osserva nelle
grandi individualità lo si riscontra anche negli
uomini comuni. Per tutti il lavoro intellettuale può
avere una lunga durata, continuità e dare buon profitto, quando ha per stimolo
l'interesse, nel senso spirituale della parola. Il dire: «lavoro senza fatica»
significa «lavoro, senza aver coscienza di stancarmi».
Un contabile che fa calcoli semplici ed un astronomo che fa calcoli
complicatissimi si stancano tutti e due, ma mentre il
primo sente il peso della fatica in quanto non è animato da alcuna passione
conoscitiva, il secondo trova nell'arida meccanicità del calcolo un alito di
vita, una luce che lo spinge a vegliare e gli facilita la veglia cacciando il
sonno e mascherando la stanchezza. L'elemento negativo del lavoro è la noia. La
noia è la coscienza continua della fatica ed è al tempo stesso un coefficiente
della fatica.
Il rapporto fra la noia e la
fatica appartiene al lavoro manuale quanto a quello
intellettuale, poichè qualunque attività fisica implica di necessità una certa
attività intellettuale. Il portalettere di campagna che percorre ogni giorno il
viottolo di montagna, non è attratto, stupito, entusiasmato dal panorama che si
svolge sotto i suoi occhi. Ogni svolta non gli prepara nuove impressioni come
al turista innamorato della montagna che sale sui fianchi rocciosi, non vedendo
l'ora di essere sulla cima, per spaziare con lo sguardo e cogliere bellezze
maggiori di quelle che il viottolo sassoso ed erto gli offre continuamente.
Così lo scalpellino non prova certo l'ebbrezza dello scultore che vede ad ogni
colpo di scalpello concretarsi un po' dell'immagine che è viva nel suo genio.
Ogni fatica fisica è dunque più o meno intensa a seconda delle condizioni di spirito con
le quali è compiuta.
La noia è un elemento
depressivo. Nel lavoro intellettuale si manifesta sotto l'aspetto di torpore.
L'individuo che lavora col cervello annoiato è in uno stato come di
dormiveglia. Nel lavoro manuale la noia allunga il tempo. Ogni attimo è un'ora.
Ogni ora è, come si dice, un secolo. Michelet racconta nelle sue memorie quel
che provava da giovanetto lavorando nella stamperia di suo padre: «Immobile
alla mia cassa, sotto il peso della noia, nient'altro che la noia, appresi che
cosa siano le lunghe ore.»
La noia si manifesta sotto forma
di una specie di orgasmo generale ed è giusta
l'osservazione del Tarde, che essa provoca disturbi della circolazione, della
nutrizione, sensibilità al freddo ed al caldo, inappetenza, dimagramento, ecc.
Come si può tener lontana la
noia dal lavoro? Ecco il problema che scaturisce da queste premesse.
Il lavoro è sempre una fatica.
Il problema sta nello stabilire come possa diventare
per tutti una fatica piacevole.
Ogni manifestazione di energia è accompagnata da un sentimento di piacere quando
è proporzionata alla potenzialità dell'organismo. Una passeggiata è piacevole,
mentre una marcia forzata è una pena.
Così pure un'attività è piacevole quando risponde ad un impulso spontaneo. Quando l'individuo, per le condizioni esteriori, agisce in
opposizione alle sue tendenze, si esaurisce nello sforzo di volontà su se
stesso. Di qui la sofferenza e la minore capacità produttiva.
Da queste considerazioni si
deducono queste conseguenze: 1. la
durata del lavoro deve essere proporzionata alla fatica; 2. ognuno
deve essere libero di svolgere quell'attività produttiva alla quale si sente
maggiormente portato. Rispetto alla durata del lavoro, bisogna tener conto del
genere di occupazione: ci sono lavori noiosi di per se
stessi e, quindi, di lunga durata. Bisogna quindi considerare il tempo dal
punto di vista soggettivo, cioè tenendo conto del
riflesso psichico che il lavoro ha in chi lo compie. Ci sono lavori «leggeri»
in quanto non richiedono un grande consumo di energia
muscolare, ma pesantissimi perchè noiosi, e come tali causa di un'enorme spreco
di energie nervose.
La seconda conseguenza si integra con la prima. Dato che ogni lavoro è tanto più
faticoso quanto meno è interessante, ognuno si
stancherà meno, quindi lavorerà più e meglio, quando potrà svolgere la sua
attività nel campo preferito.
Ciò non è possibile senza
l'emancipazione economica e lo sviluppo tecnico del lavoratore. Quando, come profetizzava il Carlyle, ogni individuo potrà
scegliere come sfera del proprio lavoro quella per la quale ha maggiore
tendenza, il lavoro non sarà più una pena e potrà per molti divenire una gioia.
Molti dei pigri sono come quel
personaggio dell'«Albergo dei poveri» che dice: «Quando
il lavoro è piacevole la vita, è bella. Trovatemi un lavoro piacevole ed io
lavorerò».
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