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III. - I
«pigri» e il problema del lavoro libero
Molti «pigri» lavorerebbero se
trovassero un lavoro adatto alla loro personalità fisica e psichica. Kropotkin
dice a questo proposito («Conquista del Pane»): «Qualcuno ha detto
che la polvere è materia che non è al suo posto. La stessa definizione si
applica ai nove decimi di coloro che vengono chiamati
pigri. Sono invero gente smarrita in una via che non risponde nè al loro
temperamento, nè alla loro capacità. Leggendo le
biografie dei grandi uomini, si rimane colpiti dal numero dei «pigri» che si
riscontra fra loro. Pigri, finchè non avevano trovato la loro
vera strada, e oltremodo laboriosi più tardi. Darwin, Stephenson e tanti
altri furono di questi «pigri».
«Molto spesso il «pigro» non è
che un uomo al quale ripugna di fare per tutta la vita la
diciottesima parte di un orologio, mentre sente in sè un'esuberanza di energia
che vorrebbe spandere altrove. Spesso ancora è un ribelle, il quale non può
adattarsi all'idea che, durante tutta la vita, debba rimanere inchiodato a quel
banco, lavorando per procurare mille soddisfazioni al padrone, mentre si sente
meno stupido di lui, e non ha altro torto che quello di essere nato in un
tugurio invece di essere venuto al mondo in un castello.
«Finalmente, un numero grande di
«pigri» non conoscono il mestiere col quale sono
costretti di guadagnarsi la vita. Contemplando la cosa imperfetta che esce
dalle loro mani, sforzandosi veramente di far meglio, e accorgendosi che mai vi
riusciranno a cagione delle cattive abitudini di lavoro già contratte, essi
prendono in odio il mestiere e, non conoscendone altri, il lavoro in generale.
Migliaia di operai ed artisti mancati sono in questa
situazione.
«Al contrario, colui che, fin dalla sua giovinezza, ha appreso a «ben»
suonare il pianoforte, a «ben» maneggiare la pialla, il cesello, il pennello o
la lima, in modo da sentire che ciò che egli fa è «bello», non abbandonerà mai
il piano, il cesello o la lima. Troverà invece piacere nel suo lavoro che non
lo stancherà, finchè non si sarà strapazzato.
«Si sono così raggruppati sotto
una sola denominazione la «pigrizia», un'intera serie di risultati dovuti a
cause diverse, delle quali ognuna potrebbe diventare per la società una fonte
di bene, invece che di male. In questo caso, come per la criminalità, come per
tutte le questioni concernenti le facoltà umane, si
sono raggruppati dei fatti non aventi alcun legame, nulla di comune tra loro.
Si dice pigrizia o delitto, senza nemmeno darsi il fastidio di analizzare le
cause. Si affrettano a punirli senza domandarsi se il castigo stesso non
contenga un incoraggiamento alla «pigrizia» o al «delitto».
«Ecco perchè una società libera,
vedendo aumentar nel suo seno il numero dei poltroni, penserebbe senza dubbio a
ricercar le cause della loro pigrizia per tentar di eliminarle, invece di
ricorrere a castighi. Quando si tratta, come abbiamo già detto, di un semplice
caso di anemia, «invece di sopraccaricare di scienza
il cervello del fanciullo, dategli prima del sangue; fortificatelo, e, perchè
non perda il suo tempo, conducetelo alla campagna o in riva al mare.
«Là insegnategli,
all'aria aperta, e non nei libri, la geometria, misurando con lui le distanze
sino alle roccie vicine; imparategli le scienze naturali cogliendo fiori e
pescando in mare; la fisica fabbricando la barca sulla quale egli andrà a
pescare. Ma, per carità, non imbottite il suo
cervello di frasi e di lingue morte! Non fatene un «pigro»!
«Il tale fanciullo
non ha abitudini d'ordine e di regolarità. Lasciate che i ragazzi se le
imprimano nella mente fra loro stessi. Più tardi, il laboratorio e l'officina,
il lavoro in uno spazio ristretto, con molti attrezzi da manovrare, gli
suggeriranno il metodo. Non fatene voi stessi degli esseri disordinati, colla
vostra scuola, la quale non sa altro ordine che la simmetria dei banchi, ma che
— vera immagine dei caos dell'insegnamento — non inspirerà mai a nessuno amore dell'armonia, dell'ordine, del metodo nel
lavoro.»
Queste considerazioni di
Kropotkin sono giustissime e potrei, se volessi
dilungarmi, citare comprobanti opinioni di psicologi, di medici e di
pedagogisti; ma non risolvono il problema per un vicino domani. Si può essere
convinti con Zola che «se arrivasse a non imporre alla gente che il lavoro
gradevole, liberamente scelto, non vi sarebbero certamente più dei pigri», si
può essere convinti che verrà un tempo in cui nessuna coazione sia necessaria
per far sì che tutti lavorino; ma il problema attuale
è questo, per noi, caduto il regime borghese, la produzione deve essere del
tutto libera, ossia affidata alla volontà di lavorare della popolazione? Il
«lavoro attraente» presuppone, se generalizzato, non solo la libera scelta e il
diritto a variare occupazione, conciliati con le necessità della produzione, ma
anche l'assorbimento da parte della macchina di molte attività lavorative
affatto attraenti. Kropotkin quando parla di lavoro piacevole cita come oggetti
di questo lavoro: il libro, l'oggetto di lusso, l'opera d'arte — e non pezzi
meccanici, oggetti di stretta necessità, materie prime a odore sgradevole, ecc.
Il lavoro diventerà meno pesante
e meno pericoloso, cesserà di essere nocivo e molto
penoso, ma, nel suo insieme, tarderà a diventare attraente, tanto attraente da
fare sparire gli oziosi.
Kropotkin («Conquista del pane»,
1892) e Grave («La società morente e l'anarchia» 1894) non hanno risolto il
problema, limitandosi a dire che tutti gli uomini atti
al lavoro dovrebbero obbligarsi a un certo numero di ore lavorative. Un grande numero di anarchici oscilla tra il «diritto all'ozio»
e «l'obbligo del lavoro per tutti», non riuscendo a concepire una formula
intermedia, che mi pare potrebbe essere questa: «nessun obbligo di lavorare, ma
nessun dovere verso chi non voglia lavorare.»
Malatesta scriveva in un suo
articolo:
«A me pare che al «facilonismo»
già prevalente nel nostro campo si reagisca con un eccesso di pessimismo, e si
dimentichi un po' troppo, in questo caso speciale della «voglia di lavorare»,
la coazione morale dell'opinione pubblica e gli effetti immediati che sembra dovrebbe produrre sui sentimenti degli uomini una
rivoluzione fatta principalmente contro gli sfruttatori, cioè contro coloro che
non lavorano.»
Ma
scriveva anche:
«A base del sistema anarchico,
prima che il comunismo o qualsiasi altro modo di convivenza sociale, sta il
principio del libero patto.
«La regola del comunismo
integrale — da ciascuno secondo le sue forze, a ciascuno secondo i suoi bisogni
— non vale che per coloro che l'accettano, accettandone naturalmente le
condizioni che la rendono praticabile.»
Pur valorizzando gli effetti
della coazione morale, Malatesta non esclude la coazione economica,
rappresentata dalla sanzione di esclusione dalle
associazioni comuniste o collettiviste degli «oziosi cronici».
In un suo articolo su «Il
problema del lavoro libero», Luigi Fabbri scriveva:
«Uno dei problemi più seri, che
si presentano quando si pensa alla organizzazione
pratica di una società senza governi coercitivi e senza padroni, è quello del
lavoro volontario in rapporto alle necessità della vita sociale.
«Nella società attuale basata
sulla lotta e sulla concorrenza, il lavoro è nella maggior parte dei casi una
servitù, per molti addirittura (specie pel lavoro
manuale) un segno di inferiorità. La maggioranza lavora perchè vi è costretta
dal bisogno e dal ricatto della fame, o vi è spinta dalla promessa o dalla
speranza di un premio, di un miglioramento, di poter uscire dalla classe degli
sfruttati per entrare in quella dei privilegiati.
«Che cosa sostituirà la spinta del bisogno e il desiderio del guadagno, in una società
che assicuri a tutti almeno la soddisfazione dei più elementari bisogni, in cui
lo spettro della miseria e della fame non sia più un pungolo per alcuno, in cui
la rimunerazione individuale sia sostituita dalla distribuzione dei prodotti a
seconda dei bisogni, indipendentemente dal lavoro compiuto?
«Fin qui gli scrittori
anarchici, meno qualche eccezione, hanno creduto di eliminare queste obiezioni
con delle risposte assiomatiche ottimiste, le quali veramente tagliavan la
testa al toro — ma ad un esame attento si rivelavano
come opinioni assai discutibili, previsioni niente affatto sicure e speranze
che presupponevano risolti una quantità di altri problemi l'uno più grave
dell'altro e tutt'ora insoluti.
«Le opinioni, le previsioni e le
speranze sulla risoluzione dell'ardua questione non erano e non sono, a dir vero, errate, tutte anzi hanno un fondamento di verità e di
ragionevolezza indiscutibile. Ma esse sono vere e
ragionevoli soltanto in parte, oppure lo sono solo secondo la logica astratta
ed in rapporto a progressi sociali e morali futuri ancora troppo lontani...
«Uno dei pericoli della
rivoluzione sarà appunto l'odio per il lavoro che essa erediterà dalla società
attuale. Noi ce ne siamo accorti nei brevi momenti in cui parve che la
rivoluzione battesse alle porte. Troppa gente, fra la povera gente,
troppi lavoratori credevano sul serio che stesse per venire il momento di non
lavorare o di far lavorare unicamente i signori. Erano molti che non si
rendevano conto di una verità così lampante: che i signori sono troppo pochi per supplire sui campi del lavoro l'infinito esercito
operaio e contadino, e che inoltre sarebbero quasi del tutto incapaci a dare
alla società quel dato genere di lavoro di cui più ci sarebbe bisogno.
«Una rivoluzione di gente che
non avesse voglia di lavorare, o anche solo che pretendesse di riposarsi per un
po' di tempo o di lavorar di meno, sarebbe una rivoluzione destinata alla
sconfitta. Sotto l'aculeo della necessità si formerebbero al più presto degli
organismi di coercizione che, in mancanza del lavoro libero, ci ricondurrebbero
ad un regime di lavoro forzato e, per conseguenza, sfruttato.
«Bisogna dunque che fin da ora, prima della rivoluzione,
si formi nella coscienza dei lavoratori e specialmente dei rivoluzionari e
degli anarchici questa persuasione che la rivoluzione significherà sacrificio e
non baldoria; che durante il suo svolgimento bisognerà combattere, non solo
contro i nemici armati, ma anche contro le difficoltà della vita divenute momentaneamente più dure, con un lavoro più
assiduo, più intelligente e più faticoso. Se questo lavoro
sarà fatto volontariamente e nella misura voluta dal bisogno, bene: la
rivoluzione trionferà. Altrimenti quello stesso lavoro sarà fatto lo
stesso, ma per forza; e ciò significherà che un regime coercitivo e di
sfruttamento si sarà riformato sulle rovine del vecchio, e che ancora una volta
la rivoluzione avrà mancato al suo scopo.
«Una delle prime cose che
dovranno fare perciò gli anarchici in seno alla rivoluzione, sarà
l'organizzazione del lavoro libero e volontario. Fin da oggi, senza
preoccuparsi se la rivoluzione sia vicina o lontana, bisogna compenetrarsi di
questa necessità. Occorre nel medesimo tempo formare nel proletariato in genere
e tra i rivoluzionari in ispecie questa coscienza della necessità del lavoro,
ed insieme elaborare, basandosi sugli elementi disponibili nella società
attuale e senza cullarsi nella speranza dei miracoli quelle forme di organizzazione libertaria che permettano di continuare a
produrre il necessario alla vita, durante e dopo la rivoluzione.
«Quanto più si sarà pensato
«prima» al da farsi, tanto meno difficile sarà poi di
provvedervi in pratica. Molto spetta, per questa preparazione, alla propaganda
che alle masse dia la nozione dei doveri oltre che dei
diritti; ed in quanto alle indicazioni di carattere pratico, possono servire
come punti di partenza e di riferimento le varie forme di aggruppamenti
rivoluzionari ed operai esistenti fin da ora, sia per utilizzarli, sia per
modificarli, sia per idearne dei nuovi rispondenti alle necessità.
«Ma se è prevedibile, come
inevitabile, pel primo periodo rivoluzionario, che vi
siano delle incertezze, degli errori, delle transizioni, ecc., una maggior
precisione d'indirizzo, una soluzione meno vaga del problema del lavoro
volontario si impone per il caso in cui la rivoluzione trionfi in senso
anarchico. Ad ogni modo anche oggi nella propaganda noi dobbiamo prospettare
(che sia lontano o vicino il giorno della vittoria anarchica) una soluzione che
risponda alle obiezioni più comuni, in modo da
appagare e persuadere i nostri ascoltatori.
«La domanda stessa presuppone
che la società sia composta in prevalenza di gente che lavora e che ha voglia
di lavorare, che contenga cioè un numero tale di
individui volontariamente lavoratori da render possibile l'esistenza di una
società anarchica. Altrimenti, è evidente, non ci sarebbe l'anarchia; e gli
anarchici sarebbero all'incirca nelle condizioni odierne, di idealisti
ribelli non ancora in grado di realizzare il proprio programma.
«Una società
anarchica vi sarà non solo quando saranno stati vinti dalla rivoluzione
i nemici della libertà ed abbattuti gli istituti che rendono impossibile ogni
realizzazione libertaria, ma anche quando vi sarà un numero di individui (che
vogliano vivere e organizzarsi anarchicamente) sufficiente a tenere in piedi
una loro società, che possa bastare economicamente a se stessa ed abbia forza
di reggersi e difendere la sua esistenza. L'esistenza di individui
che «vogliono vivere anarchicamente» presuppone che essi «abbiano voglia di
lavorare»; altrimenti non vi sarebbe alcuna anarchia possibile.
«Quando dunque ci si muove
l'obiezione della piaga dell'ozio, noi non possiamo intenderla — data per
esistente una società anarchica — se non di questo senso: «come si difenderà
una società anarchica, priva di organi di coercizione,
dagli individui o minoranze che non sentano e non compiono il dovere di
lavorare?».
«A questa domanda si è risposto
spesso in passato semplicemente col girarla, senza dare cioè
alcuna risposta diretta.
«Si diceva: gli oziosi non vi
saranno, perchè il lavoro è un bisogno organico tanto pei
muscoli che per l'intelligenza e tutti lavoreranno volentieri quando il lavoro
non sarà più una pena nè un obbligo imposto per fame. In parte ciò è vero.
Nessuno sta in ozio nel senso assoluto della parola. Ma
per tenere in esercizio i muscoli ed il cervello si può fare anche del lavoro
che non serve a nulla: andare a cavallo o leggere dei romanzi, giocare di
scherma o scrivere dei brutti versi...
«Ai giorni
nostri, anche fra i ricchi, gli oziosi d'una volta, che conoscevano solo le
fatiche della caccia alla volpe, le conversazioni dei salotti e le audizioni a
teatro, sono ormai rarissimi. Moltissimi lavorano nelle industrie, nei
commerci, nella direzione di aziende, negli affari
statali, ecc., e vi son di quelli che forse alla fine della giornata han
lavorato più ore d'un operaio manuale. Vero è che spesso si tratta di un lavoro
improduttivo, o magari di un lavoro dannoso alla
società in quanto è rivolto a defraudare, sfruttare, opprimere i propri simili!
Ma vi sono anche di quelli che fan lavori utili ed
altri che si divertono a coltivare il loro orto come Diocleziano, oppure a
maneggiare la lima e il ferro come Luigi XVI.
«Tutto ciò dimostra appunto che
il lavoro è un bisogno. Ma altro è lavorare al solo scopo di soddisfare questo
bisogno, a capriccio, secondo il proprio piacere o la propria passione, oppure
in vista di guadagni enormi, in una situazione di privilegio e di potenza;
altro è lavorare per provvedere a tutte le necessità
della vita, disciplinatamente, a seconda delle richieste per il consumo
generale, in tutti i rami della produzione e dei pubblici servizi, anche i più
umili e spiacevoli, come fanno i lavoratori oggi in una condizione disagiata e
d'inferiorità, ma come dovranno continuare a fare anche in una società
migliore, sia pure in condizioni di eguaglianza con tutti, di maggiore
sicurezza del vivere, meno faticosamente e più dignitosamente.
«Il lavoro, anche in anarchia,
dovrà quindi rispondere alle necessità della produzione, per soddisfare tutti i
bisogni individuali e sociali della vita comune; dovrà essere organizzato cioè secondo le richieste di prodotti da parte di tutti, e
non certo al semplice scopo di esercitare i muscoli ed il cervello dei
produttori. Può darsi che in molti casi l'utile possa
coincidere col dilettevole; ma ciò non è possibile sempre; e dove tale
coincidenza non vi sarà, l'utile sociale dovrà avere il sopravvento.
«Di qui la necessità di una
disciplina del lavoro. Se questa disciplina sarà concordata e liberamente
accettata, senza bisogno di coercizione, da un numero tale di
individui, sopra un territorio abbastanza esteso, da costituire una
società, questa sarà una società «anarchica».
Fabbri ha
ben visto e chiaramente indicato che non è una incongruenza bensì un dovere per
noi anarchici porci il problema della «disciplina del lavoro»!
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