|
IV. - La
disciplina del lavoro
Quasi tutti gli anarchici sono
disposti a fare proprio il monito di Mario Rapisardi: «Lasciate che l'uomo
lavori quanto può e riposi quanto vuole. A voler tutto disciplinare, si fa
dell'uomo una macchina e della società un convento e una galera». Come formula
tendenziale, questo monito mi pare più che accettabile; ma non credo che
l'officina, per quanto perfezionata, possa
paragonarsi, come la paragona Kropotkin, alla biblioteca ove si entra e si esce
a piacere. La mancanza di un orario lavorativo generalmente rispettato comporta
uno sciupìo di forza motrice, di calore e di illuminazione
là dove il lavoro individuale non è possibile: come in una fonderia di metalli.
Vero è che in certe industrie
(la tessile, la tipografica, ecc.) vi è una certa
autonomia per evitare l'arresto generale in caso di avarie e risparmiare le
dispersioni delle trasmissioni di forza mediante cinghie e puleggie ed
utilizzare la sola forza necessaria al lavoro attuale. Il motore elettrico ha
sviluppato molto l'autonomia meccanica, mettendo macchine complesse a
disposizioni dell'artigiano (come la linotype), e molti servizi pubblici sono
soppressi da sistemi perfezionati, come il telefono a commutatori automatici
che diminuisce fortemente l'importanza delle centrali
telefoniche.
Nell'insieme del lavoro
industriale, tuttavia, i limiti dell'autonomia sono molto ristretti e
rimarranno tali per molto tempo. Occorre osservare che con un orario ridotto o
con le facilitazioni sopprimenti i viaggi per andare al lavoro e per ritornare
a casa, il peso di un orario fisso è grandemente diminuito. La scelta del
lavoro è subordinata alle necessità della produzione, ma uno sviluppato e
preciso funzionamento della statistica potrà
permettere a molti operai di praticare il lavoro in cui si sentono più
preparati o al quale sono particolarmente disposti. Oggi moltissimi operai fanno
un lavoro non corrispondente nè alle loro attitudini nè al loro
gusto.
La cooperazione libera
nell'industria non è cosa facilmente realizzabile. Nella fabbrica attuale
l'imprenditore è l'organizzatore della gerarchia (direttori di reparto, capi
operai, ecc.) e della divisione del lavoro. Gli operai lavorano insieme per uno
stesso scopo, che però non è fissato da loro; «questa
cooperazione non è che un semplice effetto del capitale che li occupa
simultaneamente. Il legame tra le loro funzioni individuali e la loro unità
come corpo produttivo si trova al di fuori di essi,
nel capitale, che li riunisce e li richiede. Il concatenamento dei loro lavori
ad essi appare idealmente come il piano dei
capitalisti, e l'unità del loro corpo collettivo appare come la sua autorità,
come la potenza di una volontà straniera che sottomette i loro atti al suo
scopo... In quanto essi cooperano, non sono che un particolar modo di esistenza
del capitale. La forza produttiva che dei salariati spiegano
come lavoro collettivo è per conseguenza forza produttiva del capitale.»
(Marx).
Il sostituirsi della
cooperazione libera ad una cooperazione forzata non
avviene facilmente in un gruppo numeroso. Chiunque abbia un po' di pratica del
lavoro collettivo eseguito da squadre cooperative sa
che i risultati sono tanto migliori quanto sono meno numerosi gli associati.
Siccome il profitto di ciascuno dei componenti la
squadra è determinato dal risultato del lavoro comune «i membri meno
industriosi di un gruppo esteso lasciano ai loro compagni più bravi la cura di
spiegare una energia particolare, e questi d'altra parte non danno tutta la
forza di cui sono capaci, sapendo che il loro zelo rischia di essere
neutralizzato dalla pigrizia degli altri.» (Schloss).
Complesso è anche il problema della gerarchia tecnica, in
quanto le capacità direttive non si associano costantemente con qualità di
carattere che assicurino al più capace la nomina a funzioni direttive o che
permettano al più capace di esplicare fecondamente
queste funzioni. Mentre il tecnico nell'officina attuale è «un ufficiale»,
nell'officina di domani dovrebbe essere «un maestro». Ma questa trasformazione direttiva non sarà facile.
Un aspetto della disciplina del
lavoro è quello della «razionalizzazione». Il sistema
Taylor ha subito in regime capitalistico una enorme
degenerazione. Il Copley, il biografo di Taylor, ha osservato che «tutto si
deve chiedere al buon volere degli operai, e senza di questo a nulla giova la
loro preparazione tecnica... Ogni tentativo di volgere
il nuovo sistema a danno degli operai, finirebbe in un disastro».
Molti scrittori anarchici hanno
criticato la pseudo-razionalizzazione del lavoro, ma
pochissimi hanno impostata la questione in termini esatti.
Bisogna esaminare il problema
dell'automatismo e della specializzazione se si vuole
giungere a conciliare le necessità tecniche della specializzazione con la
possibilità di evitare le atrofie psichiche proprie della divisione del lavoro
organizzata con criteri unilateralmente economici.
L'automatismo è negativo soltanto quando è fine a se stesso. L'operaio che per dieci
anni ripeterà un ristretto numero di gesti finirà per
diventare un automa, non perchè quei gesti siano automatici, ma perchè è
meccanico, cioè monotono, il processo psichico che li determina.
È il carattere semi-automatico
del lavoro mancante di interesse che lo rende gravoso
ed abbrutente.
Se debbo
tradurre dal francese cento pagine di un libro che non mi interessa affatto,
soffro una doppia pena: quella della fatica di un lavoro noioso e quella di non
poter pensare, dato che il lavoro richiede attenzione, alle tante cose che si
affacciano alla mia mente. Ma se debbo staccare
qualche centinaio di francobolli da un album, posso sentire da noia di quella
stupida occupazione, ma posso anche pensare a cose piacevoli od interessanti.
Mi pare evidente che le vere
occupazioni abbrutenti non siano, quando si tratti di orarii non esagerati,
quelle interamente meccaniche, bensì quelle che restringono l'attenzione in un
campo ristretto e monotono e al tempo stesso richiedente intelligenza. Otto ore
passate a scriver cose interessanti sono brevi; otto ore passate a fare un
lavoro noioso ma che permette di chiacchierare o di fantasticare, sono lunghe;
ma otto ore passate a fare un lavoro noioso e richiedente attenzione sono eterne.
I contabili
soffrono di più, fisicamente ed intellettualmente, di quegli operai che fanno
un lavoro completamente meccanico. L'operaio che fa un lavoro del tutto meccanico è un po' come una donna che fa la calza. Può
pensare, chiacchierare, canterellare ecc. Questo perchè i suoi movimenti sono
meccanici, ed è il subcosciente che opera. (Un
calzolaio, soggetto ad accessi epilettici, continuava nello stato d'incoscienza
i movimenti per tagliare il cuoio).
Il meccanizzarsi dell'azione
porta alla diminuzione o al potenziamento dell'attività mentale a seconda che
la meccanizzazione è circoscritta o si rinnova e si
amplifica.
Il camminare è una cosa
semplice, ma c'è costato tanti sforzi l'abituarci ad esso.
Altri sforzi richiede l'andare in bicicletta e ancor maggiori
il camminare su una fune. Se il camminare giunge ad
essere, quando ci si è messi in moto, un'azione automatica, il mantenerci in
equilibrio sulla bicicletta o su di una fune richiede sempre una certa
attenzione. Nessuno, credo, potrebbe leggere Kant, e capirlo, correndo in
bicicletta o facendo l'equilibrista.
L'automatismo, dunque, è proprio
dei movimenti semplici. Il pianista che scorre velocemente sulla tastiera con
le dita, non pensa dove le fà premere, ma
l'espressione della esecuzione scaturisce dall'innestarsi dell'attenzione
mnemonica e del «pathos» nell'automatismo delle braccia e delle mani. Mentre il poeta può, nella fretta di esprimere graficamente
l'immagine, la parola, alterare la scrittura fino a renderla... stenografica, il
pianista deve dominare il processo meccanico, e tanto più sarà preciso nei
movimenti e tanto più l'espressione e l'interpretazione musicale saranno
complete. E così è del disegnatore, dello scultore, ecc. La necessità di
raggiungere il massimo automatismo è visto dai
trattatisti della pittura, che prescrivono l'uso di copiare modelli in cui
abbondano le difficoltà, per impadronirsi della parte meccanica dell'arte
(esattezza e facilità), per cui «la matita o il pennello corrono da sè senza
quasi alcuna fatica o impulso della facoltà inventrice», come dice l'Algarotti.
Quella che il D'Annunzio chiama
«facilità della consuetudine» si nota tanto nell'artista come nell'uomo di
lavoro, come in quel muratore, descritto dal sopracitato
scrittore, che: «maestro di cazzuola, ottimo, sol nel prendere la calcina nel
vassoio con la punta della mestola e nello schiacciarla su la commettitura,
rivelava una mano sapiente, nervosa e istintiva come quella di un violinista».
Non vi è, dunque, lavoro
automatico e lavoro non automatico, bensì lavoro
piattamente meccanico e lavoro intelligentemente automatico.
Il primo è abbrutente se diventa
fine a se stesso e se è eccessivo; ma nei limiti di orario
proporzionali all'affaticabilità dell'individuo esso non è nè dannoso, nè penoso.
Il problema non sta tanto
nell'evitare l'automatismo, sempre più imposto dallo sviluppo della meccanica,
bensì nell'alternare lavoro e riposo. Questo lo ha capito anche l'intelligenza
padronale. Il giornale «L'Opinion» del 12 settembre 1924
pubblicava: «Delle minuziose osservazioni condotte in un certo numero di
fabbriche inglesi hanno provato che, anche nei lavori che non esigono che un
debolissimo sforzo muscolare, i padroni ottengono un accrescimento di
produzione concedendo al personale dei tempi di
riposo. È così che per un gruppo di donne incaricate di etichettare degli
imballaggi, la introduzione di parecchi riposi di
dieci minuti ha portato ad un aumento produttivo di circa 13 per cento,
nonostante la diminuzione del 2 per cento di lavoro giornaliero. Le stesse
constatazioni sono state fatte per un gruppo di donne impiegate nei montaggio di catene da bicicletta.
«Da notarsi che questi tempi di
riposo non portano realmente i loro frutti che se hanno avuto
luogo ad ore fisse come il lavoro. La produzione non aumenta nelle
stesse proporzioni se il lavoro si arresta a seconda della
fantasia individuale.»
La disciplina del riposo,
dunque, è necessaria come la disciplina del lavoro.
Il problema della libertà del
lavoro è quello stesso della migliore organizzazione del lavoro e della
produzione. Alcuni individualisti di mia conoscenza farebbero bene a meditare
quei passi degli scritti di Michele Bakunin che illustrano il problema della
reale libertà, e particolarmente questo:
«L'uomo crea il mondo storico
colla potenza di una attività che voi ritroverete in
tutti gli esseri viventi, che costituisce il fondo stesso di ogni vita
organica, e che tende ad assimilarsi e a trasformare il mondo esterno secondo i
bisogni di ciascuna attività, di conseguenza istintiva e fatale, antecedente ad
ogni pensiero, ma che illuminata dalla ragione dell'uomo e determinata dalla
sua volontà riflessa, si trasforma in lui e per lui in «lavoro intelligente e
libero».
«Unicamente per mezzo del
pensiero l'uomo giunge alla coscienza della sua libertà nell'ambiente naturale
che l'ha prodotto, ma è col lavoro soltanto che egli la realizza». L'essere
pensante «conquista la sua umanità affermando e realizzando la sua libertà nel
mondo» per mezzo del lavoro (Bakunin, «Opere», vol. I, pag. 109-110).
Uno scrittore dell'«Ordine
Nuovo» (rassegna comunista di Torino) commentava così i passi di Bakunin sopracitati:
«L'uomo libero è quello che può
inserire la sua attività di produttore e di creatore in un sistema produttivo
che realizza il massimo dominio degli uomini sulla natura, e cioè
«la massima libertà». Ogni rinunzia degli individui singoli allo scopo di
realizzare questo massimo di libertà, è legittima come condizione di tale
libertà.»
In questo commento la dialettica
inverte il pensiero di Bakunin in modo del tutto arbitrario. La «massima
libertà» non si identifica necessariamente con il
massimo dominio dell'uomo sulla natura, bensì con l'armonia tra le necessità di
sviluppo dei sistemi produttivi e la libertà del produttore. La rinuncia degli
individui singoli è legittima soltanto se il sistema produttivo nei quali la
loro attività è inserita è tale da assicurare un reale progresso, ossia un progresso che non sia puramente «produttivo» ma anche
«umano». L'uomo si emancipa mediante il lavoro «intelligente e libero» e non in
un rapporto assoluto con il «massimo dominio sulla natura».
La mistica della produzione,
forma di illuminismo economicista che meriterebbe di
essere esaminata e discussa lungamente, ha condotto la produzione... sovietica
ad una pseudo-razionalizzazione del lavoro che si ricollega ben più alla
schiavitù fordista che al taylorismo.
Di tale degenerazione è ricca di
documenti la stampa stalinista. Ecco una tra le tante notizie dall'U.R.S.S.:
«Verso i primi di marzo 1934, 5
super-Ourdarniks moscoviti (squadre di allenatori, o
dimostratori, ben pagati ed usufruenti di facilitazioni speciali) del ramo
calzolai si incontrarono con 5 Ourdarnicks di Leningrado per una sfida durata
due giorni allo scopo di stabilire quali delle due squadre avesse prodotto più.
Ecco qualche risultato: Ciceff, 200 paia di scarpe (messa in
forma) in un'ora, mentre la media non è che di 81. Il metodo è in
istudio, per essere applicato in tutte le fabbriche.
«Mentre in America i migliori
operai su macchine semi-automatiche non arrivano a
produrre mille paia di scarpe al giorno, i super-Ourdarniks Smetarrine,
Dvoinoff, Smitsine e Matunine, su macchine di vecchio modello, raggiunsero 1050
e 1100 paia nel tempo il più breve.»
Il movimento Stakanoff, attualmente in auge, non è che un trasferimento dello
«sport» nel campo della produzione. Vi sono dei campioni che battono dei
records, compensati da aumenti di salario. È il trionfo del cottimismo, ben più
che della razionalizzazione.
L'idea dell'emulazione tra
singoli produttori o tra squadre di produttori è una
delle più intelligenti idee di Fourier, che fu ripresa dal Considérant e da lui
applicata quando era ufficiale del 2.° reggimento del genio. La gara tra
squadre di soldati mirava non soltanto a rendere intenso il lavoro bensì a renderlo divertente. Fu in questa direzione che il sistema
fu applicato dal colonnello del genio Goujon, che riprese la tradizione
fourierista applicata da Considérant.
«Disciplina del lavoro»
significa razionale distribuzione delle mansioni; razionale alternativa
di fatica e di riposo; utilizzazione, sempre razionale, di dati istinti, di
dati sentimenti, di date attitudini mentali; associazione dell'unità del
processo produttivo con l'autonomia individuale, ecc.
|