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Camillo Berneri
Il lavoro attraente

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  • V. - Conclusione
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V. - Conclusione

 

Il lavoro è stato per secoli e ovunque, e ancora lo è, una pena. È significativo il fatto che in tutte le lingue ariane le parole indicanti uno sforzo produttivo, significano sofferenza. L'uomo ha sempre lavorato per bisogno, ma al tempo stesso vi è nell'uomo l'istinto del lavoro, che non è, forse, che una manifestazione dell'istinto erotico. La pigrizia di certe popolazioni primitive non è tanto stupida indolenza quanto refrattarietà ad adattarsi a fatiche nuove e richiedenti attenzione continuata e generanti la noia. La caccia, la pastorizia e la pesca sono attività che stanno tra il lavoro ed il gioco e fu principalmente il bisogno economico e la coazione da parte di guerrieri vincitori che spinsero popoli viventi di caccia o di pesca a trasformarsi in popoli agricoltori e a dare incremento all'industria. Là dove le condizioni naturali richiedevano grandi sforzi di lavoro, mentre offrivano possibilità di commercio terrestre o marittimo, le popolazioni furono eminentemente trafficanti e viaggiatrici (Fenici, Ebrei, ecc.).

L'uomo è «homo faber» in quanto animale politico, e a ragione il Ribot dice che l'amore del lavoro «è un sentimento secondario che va di pari passo con l'incivilimento».

L'amore del lavoro, condizione importante del benessere economico e psichico, ha per condizione evolutiva il progresso che non può essere rappresentato soltanto da quantitativi di produzione, bensì anche dalla tendenza a cessare di essere una pena per avvicinarsi ad essere un gioco. Un lavoro liberamente scelto interessa particolari inclinazioni; un lavoro non eccessivo non spaventa una pigrizia che non sia morbosa; un lavoro piacevole seduce anche il pigro, specialmente quando il principio del «chi non lavora non mangia», ispiri l'ambiente sociale in cui vive.

In una delle sue conferenze, il Renan diceva: «Non ho alcun dubbio sull'avvenire. Sono convinto che i progressi della meccanica, della chimica, redimeranno l'operaio; che il lavoro materiale dell'umanità andrà sempre più diminuendo e diventando meno penoso; che, in tal modo, l'umanità diverrà più libera di darsi ad una vita felice, morale, intellettuale».

Già sotto il regime capitalista, il lavoro industriale marcia verso il lavoro attraente. Nell'officina del Sunlight Soap a Haubourdin (Nord della Francia) una lettrice distrae le impacchettatrici. In una relazione approvata, nel luglio 1931, dal Congresso dell'Associazione manifatturiera dell'Illinois, si esalta l'effetto stimolante della musica.

«L'effetto — dice la relazione — può paragonarsi a quello delle bande e delle fanfare nei reggimenti, durante le riviste e le marcie faticose. Un improvviso entusiasmo, un nuovo vigore rianimano l'organismo stanco e abbattuto».

Numerose fabbriche sono illuminate razionalmente e si comincia a tener conto dell'influenza fisio-psichica dei colori, dei suoni, degli odori, ecc. Ma tutto questo modernismo è viziato dagli intenti di sfruttamento. Si escogitano mezzi e metodi per non affaticare «inutilmente» l'operaio, per poterlo utilizzare più interamente, e certe esaltazioni della musica nelle fabbriche invece che richiamare gli stimoli sensuali, affettivi e volitivi del Fourier, richiamano l'empirico e utilitario fisiologismo di quei carrettieri che per stimolare i loro cavalli esauriti a vincere un'erta salita li fanno precedere da una giumenta.

Comunque, la tecnica verso l'emancipazione del lavoro nell'orbita della produzione continua a perfezionarsi e prepara i tempi in cui anche nel lavoro industriale l'uomo avrà un'occupazione non penosa. E verrà un giorno in cui, amica all'uomo la macchina, tutti gli uomini saranno occupati a seconda delle loro particolari preferenze e in lavori piacevoli. Allora il loro piacere nascerà dal loro lavoro, «come i petali colorati di un fiore fecondo». Quest'immagine del Ruskin è un iridato riflesso di tutto il suo apostolato di scrittore socialista-umanista, ma troverebbe non poche conferme altrettanto eloquenti all'idea fourierista del «lavoro piacevole» chi le cercasse negli scritti e nei discorsi dei letterati e degli artisti del secolo XIX.

D'Annunzio fece proprio il motto dell'epoca dei Comuni: «Fatica senza fatica», motto di mirabile concisione e di precisione non meno mirabile, poichè la fatica è legge del lavoro, per quanto attraente esso sia. L'Imaginifico non ha che vagamente intuita la verità sociale di questo motto e superficialmente sentita la bellezza morale che esso racchiude.

«Fatica senza fatica» significa lavoro libero, lavoro in cui la personalità si esalta e si perfeziona.

Come questo motto possa passare dal vaticinio alla storia deve essere problema pensato e discusso. E noi siamo più di tutti adatti a tale esame, poichè nel produttore vediamo l'uomo; poichè non ci bastano le formule fredde dei misuratori di prodotti, che non vedono quali immensi tesori siano nascosti nelle energie conculcate e deviate di coloro che compiono la quotidiana fatica senza luce di pensiero, senza alcun sentimento piacevole, atrofizzando le ali della loro personalità e trasmutandosi nel corso di pochi anni in macchine sempre meno umane.

 




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