V.
Il dottor Agenore intraprende una
cura radicale.
La villetta, che pareva fatta
apposta per esser nido d'un amore clandestino, era situata sopra Bellagio un
bel tratto, ai due terzi del colle. Di lassù si vedevano i tre bracci del lago,
ma più direttamente quello che si allunga verso Lecco. L'idea di nido nasceva
spontanea vedendo biancheggiare la casa attraverso il boschetto che da quella
parte copre la ripida balza del monticello.
Il dottore Agenore vi giunse verso
il mezzodì, a piedi, sotto la sferza d'un sole di maggio che per l'occasione
fausta si era fatto anticipare i raggi di luglio. Grondava di sudore il
poveraccio, era impolverato ed ansante. Avrebbe potuto farsi tirar su in
carrozza - e tale era stata la sua intenzione in principio - ma giunto alle
falde del nido, ebbe un'ispirazione: far la strada a piedi, arrivare dinanzi
alla bella, sbuffante e coperto di polvere... un tiro da maestro.
Quando fu ad un trar di sasso dalla
porta d'ingresso, si fermò a guardare tutto intorno; le finestre della
casicciola erano chiuse, non si vedeva anima viva; poi udì uno starnazzar d'ali
affrettate; un paio di colombi gli passarono sul capo, seguì cogli occhi
l'alata coppia, e vide sotto una pianta, nel fitto del vicino boschetto, una
bianca veste di mussola ed una capigliatura nera, disciolta, cadente a ricci sopra
un bel viso tondo più bianco della mussola... lei - lei stessa - Ernesta!
La cara donnina aveva intorno a sè
uno stormo di colombi, cui dava da mangiare, costringendoli talvolta a venire a
prendere le briciole sulla palma della mano. Come vide il dottore, non si
rizzò, gli fece un saluto ed un cenno perchè aspettasse alquanto e non si
movesse.
Il dottore s'impalò duro duro e non
fiatò nemmeno.
Finalmente il pasto finì e la bella
congedò i colombi che spiccarono il volo dirigendosi al basso. Anche Ernesta
spiccò il volo ed in un istante fu presso ad Agenore con modi festosi.
- Il bravo dottore! Il bravo
dottore! E la bella visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi, ma se
l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato perdere otto giorni di pazienza... Li
addomestico a venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma della
mano... mi costa molta fatica, perchè non sono veramente eroi i miei piccoli
allievi, ma tanto, sa? a quest'ora due sono educati... Bisogna vederli come mi
guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro il collo, per decidere se
debbono fidarsi. E m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati: «ôh? ôh?»
Fra una settimana mi verranno dietro come cagnolini... scusi, sa?... ma hanno
da essere i compagni della mia solitudine. -
Il dottore Agenore strinse nelle
sue grosse mani la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa lanosa,
levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per dichiarare col suo più bel
falsetto che la sorte di quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto
essere per lo meno un piccione. Ma disse a sè stesso che porre la mozione
degli affetti prima ancora d'ogni esordio sarebbe stato invertire
tutte le regole della rettorica e tradire il proprio sistema di seduzione.
Si trattenne in tempo. E non solo
si trattenne, ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e di assicurare
la bella che egli veniva in qualità di medico e di amico di casa per vedere
come... se mai... insomma per vedere. Ernesta ringraziò con un sorriso
ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso cavaliere e si diresse verso la
palazzina, dicendo colla più gaia sonorità d'accento:
- Ella vuol sapere se sono felice;
sissignore, sono felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di qualche
disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti i miei giorni d'infanzia, uno per
uno... quello in cui stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio
lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo con una pagliuzza e
ne feci venir fuori il castellano, quello in cui seguì le processioni delle
formiche, quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo che allora
godevo spensieratamente, ed oggi invece penso ai miei godimenti, e, quando non
me li centuplico, me li sciupo... Lei si fermerà qui tutt'oggi, spero? Desinerà
meco! Non dica di no, altrimenti mi faccio venire lo spasimo e la costringo a
rimanere per curare i miei nervi... è inteso; ella rimarrà qui fino a sera;
desinerà meco. Se teme d'annoiarmi, s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi,
non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino, l'orticello, la
conigliera e anche la colombaia... già ne ha veduto i nuovi inquilini;
preferiscono vagar pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per beccare il
miglio; finiranno ad amare la loro casa quando sapranno che è tutta per loro. -
Ernesta si interruppe di botto ed
uscì in una risata; aveva parlato con tanta volubilità, che il dottore Agenore,
pur volendo scusarsi e ringraziare, aveva invano aperto le labbra per cogliere
un momento di intervallo da colmare con un ma.
- Ma, - prese a dire - non so se
devo...
- Lo so io, e basta; la sequestro,
la faccio prigioniero, ella è nel mio territorio. -
Il dottor Agenore anche questa
volta fu ad un pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena di morte
che gli infliggeva colla sua bellezza in prigionia perpetua; ma anche questa
volta l'ardita metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura.
Erano giunti alla casa, ed al loro
arrivo uno stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando il cielo come
un nugolo nero. Ernesta battè le mani allegramente:
- Quanti! Quanti! e' sono
stornelli, li riconosco al volo; veda, come si muovono in giro per l'aria! a
momenti si poseranno ancora. A Milano ce n'era una colonia che abitava i tetti
del mio vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il tramonto era una
festa seguire i loro circoli, il cielo pareva un mosaico. Ecco, si sono posati,
senta come ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature più felici della
terra...»
- Ed i nostri viaggi circolari sono
i più economici ed i più spediti. -
L'aggiunta scherzosa del dottore
fece ridere la bella, la quale uscì a dire con un vezzo infantile:
- E perchè no? Sarebbe ella per
caso uno di quei dottori che hanno fatto la scoperta che l'uomo parla per farsi
intendere e gli uccelli gridano per assordarsi a vicenda? Scommetto di no. -
Il dottore protestò che ella aveva
vinto la scommessa.
- Gli uomini e gli uccelli -
aggiunse - sono scorie animate dalla stessa madre comune, e la Natura, anche quando pare
matrigna, è madre imparziale; il polipo stesso che vive inchiodato allo scoglio
deve avere grandi soddisfazioni tutte sue nella vita contemplativa; è una
specie di filosofo pratico, il quale ha ridotto lo scibile a quest'unica
formula: afferra quello che ti passa a tiro delle braccia e caccialo in bocca.
Osservi la profondità della massima che in poche parole compendia lo scopo
della vita ed i mezzi di ottenerlo. Il polipo ha le abitudini del filosofo
sedentario, ma disgraziatamente il filosofo sedentario non ha tante braccia
quante ne ha il polipo. -
Il paragone fece ridere Ernesta; ma
il dottore era entrato in materia e non voleva uscirne, e proseguì
atteggiandosi con una certa solennità, senza lasciare il braccio della bella:
- Comprendo; ella vuol dirmi che il
confronto è strambo, irriverente, che l'uomo è il re della creazione... e che
so io; ma è lui che lo dice, e alla Natura, cara signora, non importa nè punto
nè poco del suo reame; per essa tutti gli esseri sono eguali, come eguale è
l'opera principale che a tutti domanda. Filosofia, scienze, arti - ghiribizzi
fosforescenti; non siamo qui per questo, cara signora.
- E perchè ci siamo? - domandò
Ernesta, levando gli occhi con uno stupore scherzoso.
- Per un occulto motivo che ci
sfugge, e per uno palese che è... che è... che è... l'amore. -
In un'altra occasione Agenore
avrebbe detto «la riproduzione delle specie,» ma il suo sistema di seduzione si
fermava, come tutti gli altri sistemi, all'amore... sostantivo comune di genere
mascolino.
Ernesta levò i begli occhi
sbigottiti sul dottore.
- E dice che l'arte, la scienza, il
pensiero importano nulla?
- Alla Natura sì, lo dico e lo
sostengo; se le importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle del
pensiero d'un altro assolutamente contrario al mio, il che è assurdo; la
infinita varietà delle idee ci riporta al caos.
- Dica all'urto, da cui nasce
l'ordine.
- Urto d'atomi, confusione con
apparenza d'ordine; a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato non è che
piccino e forma nell'infinito il caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è
necessario, fuorchè... fuorchè... l'amore.
- Virtù, affetti, sentimenti,
pensieri, opere, tutto dunque è vano? - chiese Ernesta, crollando vezzosamente
il capo ad ogni parola.
- La virtù è una convenzione; non
esistono che gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni dei
vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è provato che sono bagliori fosforici,
le opere sono giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili se servono
a farci passar meglio la vita e dar modo di passarla meglio ai nostri figlioli;
e quanto al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'organismo
dell'assassinio, come vi è l'organismo del sagrificio, varietà
dell'infinita razza di egoisti puri e semplici.
- Ella che organismo ha? -
domandò Ernesta ridendo.
- Un organismo che entra nella gran
categoria... voglio essere sincero.
- Egoista puro e semplice.
- Egoista sì, la mia parte, puro e
semplice forse no; ho le mie massime virtuose.
- E ci crede?
- Ci credo; sono fatto così;
dall'immensa vanità di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione, la sola
vera, profonda, sacrosanta, dopo l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità
entra in questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.» -
Ernesta non disse più nulla, spinse
l'uscio socchiuso della casetta ed entrò in un salotto, salutata al solito dai
canarini che svolazzavano per la gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella
non badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere sopra un divano in atto
di stanchezza. Agenore le sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in
silenzio, poi le prese la mano, che non si ribellò.
Il sangue acceso del dottore gli
mandò sul volto una vampata.
Erano soli; dalla porta rimasta
socchiusa penetrava un raggio di sole, i canarini si erano acquetati nel vano
della finestra, le cui cortine di garza azzurra lasciavano passare una
fantastica luce.
Era venuta l'ora. Non l'esordio
mancava oramai, ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore si guardò
intorno, poi guardò ancora Ernesta; - era immobile e pensosa.
- Senta, - prese a dire, stringendo
la mano che aveva tenuto nella sua, - senta... -
E invano volle andar oltre. Ernesta
non sollevava il capo, pensava sempre.
- Senta... - disse Agenore per la
terza volta rompendo l'impaccio con un impeto; - l'amore è l'unico bisogno
della natura; solo nelle sue febbri amorose l'uomo trova il conforto della
vanità delle altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo suo...
Affrettiamo l'amore! -
L'ultima frase, che era veramente
un'invocazione filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe potuto
aver sembianze più pratiche e meglio determinate; ma Ernesta non l'udì. Non udì
la frase, e non vide un colombo, uno probabilmente dei due audaci, che era
venuto a posarsi sul limitare e cacciava la testina di mezzo al vano, guardando
curiosamente prima con un occhio, poi coll'altro.
Il dottore lo vide.
- Ah! - sospirò egli
melanconicamente parlando al colombo - come invidio la tua sorte!... -
Ma sentendosi rivolgere la parola in
un falsetto che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro il collo,
guardò alquanto sbigottito l'incognito e la sua padrona, domandò un paio di
volte: «ôh? ôh?» e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il volo.
A quel rumore la bella si scosse,
levò lentamente il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta del
dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde dando in uno scoppio di
pianto.
Invano volle reprimersi, le lagrime
le sgorgavano abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto; non
sapeva che pensare, non sapeva che dire....
- Che è stato? - Che è stato?
Finalmente Ernesta riasciugò gli
occhi, e rispose melanconicamente:
- È stato lei; sono state le sue
massime, la sua scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero ciò che
ella dice, cento volte meglio la morte... Sono pazza, quasi quanto lei, -
aggiunse provandosi a sorridere; - è nulla, un ingorgo delle glandule
lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado a cancellarne ogni traccia
coll'acqua fresca, poi le farò vedere il giardino, l'orticello, la
colombaia.... -
Il dottore accompagnò la bella
cogli occhi, e quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria d'uomo che ha
trovato.
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