VIII.
Voci della città.
Ernesta tornò in città, e con lei
Olimpia, il cuoco ed i canarini.
Entrando nelle sue stanze, rivedendo
i suoi mobili, aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli noti a lei
sola, la bella si avvide con stupore di provare una gioia tutta cittadinesca
pari press'a poco a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo dopo
tanto tempo le acque del lago di Lecco, i colombi e la pineta dall'alto del suo
villino di Bellagio. Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione
filosofica che terminò in un sospiro, ma non le tolse di abbandonarsi intera
alla festa di quel mutamento.
A calcoli fatti ella doveva
rimanere in città venti brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura
idropatica dell'amico Leonardo; si proponeva dunque di stare allegra, di
compensare coll'intensità la breve durata del diletto. Al programma della festa
non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una magnifica festa chi poteva
dubitarne?
La prima persona che vide nel
giorno successivo all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta. Non
dico che in un programma festoso non potesse entrare una visita della signorina
Virginia, ma è certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un programma,
l'avrebbe messa da ultimo, od in un intermezzo da non saper proprio come
occupare altrimenti.
L'amabile cuginetta venne sola, a
piedi, accompagnata dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì, quando il sole
batteva a piombo ed il lastrico delle vie pareva infuocato. La povera creatura
s'era sagrificata così in nome del dovere, aveva esposto i suoi capelli di
stoppa e le suola de' suoi stivaletti al pericolo di pigliar fuoco, per amore
della virtù minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci sapevano
tutto; il grande affetto aveva loro svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento
eransi tenuti informati di quanto accadeva... ed ahi! (un gran sospiro)
accadevano cose che essi erano ben lungi dal prevedere e che se avessero potuto
prevedere....
Ernesta allo spettacolo di tanta
solennità ebbe il crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima, anche
quando la signora Virginia non sapeva più come andare innanzi. Un altro sospiro
tappò alla meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si contorse sulla
sedia cercando di mantenersi nel proprio sussiego e ripigliò a dire:
«Perdona se sono schietta, non so
essere altrimenti; e sai se ti voglio bene.»
Ernesta non potè far di meno di
rispondere alla muta:
«Oh! questo sì poveretta!
- Ebbene, per l'amore che ti porto
mi duole che si possa dire di te....
- Che si dice?
- Si dice che non ami Leonardo, che
vi siete separati, che te ne andasti in campagna per non stare con lui.
- E chi lo dice?
- Il mondo.»
Ernesta fe' uno sforzo per
sorridere.
«Il mondo è un chiaccherone
maligno, ne dice tante!
- Non è vero dunque? - domandò
Virginia con impeto di desiderio che pareva genuino.
- Leonardo non ama la campagna, a
me piace molto... è naturale che io ci vada e lui rimanga.»
E vedendo che la cuginetta aveva
pronta un'obiezione e lottava senza probabilità di resistere alla propria
naturale schiettezza, la prevenne:
«Sono qui per pochi giorni, per dar
sesto alla casa.»
Ciò detto strinse la mano della
visitatrice, le domandò notizie della sua salute e di quella degli zii Rinucci,
chiese informazioni del cappellino alla calabrese e dell'avvenire dello
strascico.... - Benissimo mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino alla
calabrese, minacciato un'altra volta lo strascico, probabilità di ritornare
alle vesti corte ed agli stivaletti alla scudiera... - Queste notizie furono
date con singolare parsimonia di parole e conchiuse con un terzo sospiro che
era in verità un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:
- Ah! sono proprio contenta che non
vi sia nulla di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio! -
Ernesta stette zitta.
- E che Leonardo e tu vi vogliate
bene come nei primi giorni! -
Ernesta zitta.
- E dimmi un po' dove è andato tuo
marito?
- A Spa per fare i bagni.
- È ammalato?
- Agli occhi.
- Gravemente?...
- Spero di no.... -
Tutte queste domande imbarazzavano
molto Ernesta; ancora un paio e la non avrebbe saputo che rispondere....
fortunatamente entrò in quella il dottor Agenore.
- Il dottor Agenore - la signorina
Rinucci mia cugina. -
Dopo l'inchino di prammatica, la
signorina Rinucci domandò al nuovo venuto con una esitazione ben simulata:
- Ella è forse il dottore?... -
E guardava la cugina per eccitarla
ad aggiungere una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.
- Sicuro, - disse Ernesta, - è il
dottore che ha ordinato i bagni di Spa a Leonardo.
- Ah! ed è dunque gravemente
ammalato negli occhi quel povero signor Leonardo? - domandò Virginia
rivolgendosi direttamente al dottore.
- Disgraziatamente sì, - rispose
Agenore non comprendendo il significato dell'occhiata della padrona di casa - è
minacciato da una cateratta.
La sensibilissima Virginia si
lasciò sfuggire un piccolo grido di terrore.
- Cieco!... Cieco!... E tu non mi
dicevi nulla, Ernesta? -
Ernesta volle rispondere, ma il
medico prese la parola:
- Quando parlo di cateratte,
distinguo; ve n'ha di molte specie: cateratta semplice, complicata, centrale,
posteriore, argentea, calcarea, capsulare, piramidale, linfatica, lattea,
parziale o totale, unilaterale o bilaterale, eccetera; avere una cateratta non
vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei casi si ha la cateratta e non si
è perfettamente ciechi.
- E che cateratta è quella del
signor Leonardo?
- Cara signora, non è propriamente
una cateratta, è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un intorbidamento
catarattoso corticale.... mi spiego?... che qualche volta guarisce da sè....
- Qualche volta?...
- E per cui i più celebri autori
consigliano le frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali ed i bagni,
specialmente quelli di Karlsbad, di Eger, di Spa....
- Ed ha ella fiducia nei bagni?
- Perchè no?... alla peggio, se non
si riesce a scoprire i momenti patogenetici della formazione della cateratta,
non resta altro al medico se non aspettare pazientemente che la cateratta sia matura
per l'operazione....
- E non è riuscito a scoprire quei
momenti?
- Nossignora, nè io nè altri - e
perciò l'ho mandato ai bagni.
- A maturare!... -
E qui la tenera Virginia Rinucci si
coprì gli occhi colla mano.
La mestizia di Ernesta, cui le
parole del medico suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina figura
al confronto di quell'acuto dolore.
Si parlò ancora e sempre di
cateratte; Virginia era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato egli
pure di creta come tutti i dottori, sapeva di non trovar ogni giorno
un'occasione di sfoggiare le sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il
supplizio finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole di tornar
presto a consolarla; Ernesta mandò un bacio ai cari zii Rinucci....
Rimasti soli, Agenore che aveva
parlato quasi sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina Virginia era una
donnetta amabile, non bella veramente, ma amabile, soprattutto nel conversare.
- Sì - rispose Ernesta - è molto
vivace.
- E piena di spirito.
- Senta, dottore - prese a dire
Ernesta - bisogna che ci mettiamo in regola; nella mia qualità di moglie, io
sono assai poco informata dei casi di mio marito; mi informi, mi dica lei; mia
cugina ha promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa il piacere che mi
procura, non è donna da mancare.... mi tempesterà di domande....
- Sono ai suoi ordini, disse il
dottore.
- Perchè è andato a Spa mio marito?
- Per fare la cura idropatica.
- Questo lo so; ma perchè a Spa
piuttosto che a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione, immagino.... e
la cuginetta vorrà saperla.
- Ecco: Spa è un piccolo paradiso
in estate, ha colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi, paesaggi
pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo ed acque miracolose....
dicono.
- E ci è proprio andato per tutto
questo il suo amico Leonardo?
- Per questo, ed anche per
altro.... per esempio, perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in
questa stagione; ed è folla di principini, di duchini e di marchesini; qualche
testa coronata e molte corone senza testa... perchè vi sono corse di cavalli,
tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche negli stagni, perchè
vi è teatro aperto, infine perchè... devo dirlo?
- Dica. -
Prima di obbedire, il medico si
tirò più presso alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:
- Perchè ce l'ho mandato io, e ce
l'ho mandato col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta.... voleva
divertirsi e si divertirà.
- È vero che il suo amico è
minacciato da una cateratta?
- Sì, signora, da una cateratta, da
una pleurisia, da una malattia di cuore, - rispose il dottore sospirando per
l'interruzione. - È un organismo che si dissolve.
- E delle cateratte si guarisce coi
bagni?
- Qualche volta; se poi non si
guarisce, almeno non si peggiora, e si tira in lungo.
- Quanto tempo?
- Dieci anni, venti, fino alla
tarda vecchiaia; la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione, sono
cataratte senili. -
Di nuovo il dottore cercò di
volgere destramente il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi ritentò,
ancora fu interrotto. Finì con andarsene senza aver avuto altro premio della
sua docilità, fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina che ogni
bella donna fa al primo venuto.
Ernesta trovò male spesa quella
giornata, ed anche pensando alle venture per occuparle meglio, non potè
sollevarsi interamente dall'oppressione del brutto esordio.
Al domani, avvezza a levarsi oramai
all'alba, fu in piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare - diceva -
quando ebbe dato il miglio e l'acqua fresca ai canarini, e messo in ordine la
guardaroba, si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima del mezzodì fu
costretta a spolverare vecchi fascicoli di musica ed a risvegliare gli echi
sonnacchiosi del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò disperatamente
sul divano e chiese un'altra porzione di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci,
si risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri, frugò negli scaffali,
squadernò alcuni vecchi romanzi, lesse alcune pagine cogli occhi, senza
comprendere, e finì col farsi commentare da Olimpia il programma del desinare.
Insomma fece tanto che mentre al mattino meditava il modo più naturale di
risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita del dottore, dopo il
desinare si sorprese più d'una volta a guardare l'orologio ed a trovare che il
dottore tardava più dell'usato. E quando finalmente venne, gli mosse incontro
giubilante.
Agenore avea momenti di furberia
sopraffina; quel giorno comprese che la bella si annoiava, e credette di aver
trovato la tattica vera per arrivare al capriccio di quella donna.
Ernesta, a parer suo, era una di
quelle nature battagliere, che, combattute con qualunque arme, resistono, ma
abbandonate a sè stesse, lasciate inoperose e passive, si arrendono. La nuova
strategia del dottore si compendia in una parola: la noia.
Il terzo, il quarto, il quinto
giorno Ernesta si annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non meno
profondamente del primo e del secondo. Ed il dottore venne ad ora fissa a
levare il suo sassolino che allargava quotidianamente la breccia.
Qualche volta la bella apriva le
finestre che mettevano in giardino e passava un'ora in contemplazione,
astrattamente, senza diletto, e se le avveniva di fermare l'occhio
sull'ippocastano e sulle brevi aiuole e di averne coscienza, usciva
invariabilmente in un confronto dispettoso tra il campione della natura
riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura semplice e grandiosa, come le
si mostrava a Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare. Invano i
passeri la chiamavano a nome dalle grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo
repertorio d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le parlavano
all'orecchio invano.
E passavano i giorni, tristamente
monotoni, lunghi, pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza di staccar
sassolini allargando la breccia, si era fatto un mucchio di rottami dinanzi: la
diffidenza, la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima, erano
diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare la noia nel viso; si lasciava
leggere negli occhi il piacere immenso che provava vedendo Agenore, l'unico
amico suo. L'altro, lo spirito famigliare, l'aveva abbandonata; più
volte essa aveva voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece venuto
a porla in croce, con risposte inaudite, lo spiritello buffone di un anonimo, a
cui aveva ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori d'andarsene pe'
fatti suoi.
Un giorno, presa dalla
disperazione, sentì la curiosità di penetrare nella camera di Leonardo.
Non v'era entrata quasi mai e ne
serbava una memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della stanza, si
guardò intorno curiosamente come un fanciullo e per poco non battè le mani per
la piacevole commozione; era un'ora da occupare illegittimamente, lo diceva
essa pure, ma in modo piacevole.
Si aspettava mille rivelazioni
curiose, non ne trovò una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini, le
sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un certo significato, furono il
ritratto della B.... prima ballerina assoluta di rango francese, una
donnetta come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati. Il ritratto
portava una dedica a' suoi ammiratori, non priva d'ingenuità o di
spirito, priva però d'un'emme; il mazzolino poteva essere un furto ad
una bella, se pure non era uscito dal paniere d'una fioraia.
Le avventure di Leonardo o non
erano dunque degne di nota od erano di quelle che non lasciano traccia;
rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto è lungo, che minaccia d'uscire dai
margini del ritratto di gabinetto. A vederlo così pare proprio un bell'uomo, un
po' patito, ma con una faccia espressiva, e con due occhietti vispi e lucenti
da non potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso corticale.
Ernesta stette un pezzo con
Leonardo fra le mani; pensava.... a che pensava?
Finalmente ripose il ritratto
nell'albo, cacciò la prima ballerina di rango francese sotto il monte di
libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre come le aveva trovate,
ed uscì sulla punta dei piedi.
La sera il dottor Agenore venne e
staccò il suo sassolino.
Tornò il domani, e l'altro, e
l'altro. Ernesta lasciava fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita della
cuginetta.
- Non sono in casa, - disse ad
Olimpia.
- Ho già detto che ci è, non
sapevo....
- Ebbene, di' che hai sbagliato e
che non ci sono. -
Olimpia tornò poco dopo a dire che
la signorina Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno successivo
all'una dopo il mezzodì.
Ernesta non rispose; il giorno, la
sera, la notte parve distratta al solito, e il domani all'alba fece fare le sue
valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante del tiro fatto alla cuginetta dalla
testa di bambola, ripartiva per Bellagio - e con lei Olimpia, il cuoco ed i
canarini.
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