XV.
Inventario di cose e
d'uomini.
«Stamane sono di buon'umore - disse
Leonardo alla sua compagna, - vieni meco, Ernesta, andiamo a spasso; ti voglio
fare l'inventario di tutti i mobili della casa, incominciando dal salotto;
vedrai come li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me lo ricorderai, ho
bisogno di radunare le mie memorie - sono esse il mio mondo. Quanti luoghi ho
attraversati frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei caro di rivedere col
pensiero!... Per esempio il caffè Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel
cervello.... è qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti pare?»
Ernesta rispose con una stretta di
mano, con una muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata la prima a
fare a Leonardo il rimprovero che ora egli faceva a sè medesimo.
«Sì, - disse poi con accento ilare
per sviare il pensiero del cieco, - sì, andiamo a spasso, mi farai l'inventario
dei mobili della casa.
- Incominciamo dal salotto, - soggiunse Leonardo, avviandosi al braccio
della moglie.
- Senti questo ch'io tocco; che
cosa è?
- Una tenda americana; vi è dipinta
una pianta a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora che raffigura il
cielo del tropico.
- Bravissimo, ora va innanzi.
- Nel vano della finestra vi è un
tavolinetto dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il dipinto
rappresenta un paesaggio turco con un crocchio d'uomini che fumano la pipa....
- Bravissimo.
- Sul tavolino un albo di ritratti,
un grosso albo con coperta di tartaruga e fermagli dorati.
- L'albo ci era, ma non ci è più;
ha mutato posto.... ora è sul tavolino di mezzo.... innanzi. -
Il suono del campanello interruppe
il curioso inventario; Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso e Leonardo
si tenne immobile nel vano della finestra.
«È Agenore, - diss'egli appena udì
il rumore dei passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse: - non è solo.»
Era in fatti Agenore accompagnato
dal dottor Q... oculista celebre.
La festicciola scherzosa finì. Si
cancellò dai volti melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine
tornò a battere al cuore di Ernesta più forte che mai, e la rigidità della
sventura incatenò ancora le membra del cieco.
Stava per aprirsi uno spiraglio
nell'avvenire.
Il dottor Q... entrò, fece un
saluto cortese col capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse egli
stesso la benda del cieco per esaminarne gli occhi alla luce della finestra.
Perfino il cuore di Agenore batteva
affrettato. Ernesta collo sguardo intento spiava una buona novella, un
incoraggiamento, una speranza sulla faccia del dottore, il quale rimase
impassibile e sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo, l'oculista
disse queste parole: - Fra una settimana.
Un atto di contentezza di Agenore
commentò la frase monca così:
«Fra una settimana si potrà fare
l'operazione.»
Ernesta avrebbe voluto che il
celebre medico rispondesse a cento domande, che essa non osava fare. Si aveva
certezza, o probabilità, od almeno speranza di guarigione? Quando il medico fu
per andarsene, la povera donna si fece forte.
- Riescono bene queste operazioni?
domandò con un filo di voce.
- Riescono quasi sempre bene,
rispose il dottor Q.... con accento benevolo; - si faccia coraggio.
Per spiegar meglio quel concetto,
Agenore aggiunse sottovoce:
«Quanto a riescire, riescono....
ma!...»
E tenne dietro all'oculista
promettendo di ritornare dopo il mezzodì.
Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero
soli.
«Innanzi, - disse la povera donna
facendosi forza per nascondere il suo affanno, - innanzi; sei rimasto al
tavolinetto nero con intarsiature di madreperla.
- Che uomo è il dottore? - domandò
il cieco.
- Un uomo di aspetto comune, ma con
una faccia buona.
- È vero, ha la voce affabile... è
alto?
- No, mezzano.
- E come è? Voglio vederlo....
- Vedilo, disse Ernesta
scherzosamente; - è un poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba,
mustacchi più neri che bianchi, fronte alta, naso medio, bocca grande... Lo
vedi?
- No, rispose Leonardo.....
- Aspetta: fisionomia seria, occhi
lucenti....
- È inutile; me ne farei
un'immagine fantastica. - osservò il cieco; mi ricordo ora che prima di
conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci, mi fu descritto il colore
de' tuoi capelli, dei tuoi occhi, la forma del tuo naso....
- Povero naso! - chi sa come lo
calunniava la mia cuginetta!
- Ebbene, - proseguì il cieco
sorridendo, - quando vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa da quello
che t'immaginavo... Confrontando ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua,
trovo che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva immaginata nera, e
perchè avevano parlato d'una donnetta piuttosto piccola di statura, io ti
vedeva nana.... Il dottore Q.... - soggiunse dopo breve silenzio con accento
scherzoso che mal dissimulava l'inquietudine, - è celebre... e nel caso mio la
fiducia ha da esser cieca... Proseguiamo l'inventario; eravamo rimasti
all'albo.... ov'è l'albo?
- Sul tavolino di mezzo....
- Lasciamo stare l'inventario,
guardiamo insieme l'albo.»
Ernesta obbedì senza dir parola, trasse
il cieco a sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso volume, l'aprì
ed incominciò:
«Vittorio Emanuele II, il Principe
ereditario, la principessa Margherita....
- Saltiamo i principi, - disse
Leonardo, voltando alcuni fogli.
- Tuo padre e tua madre.»
Il cieco non disse nulla, stette un
istante a capo basso, come cercando di veder meglio quelle amate sembianze, poi
voltò la pagina lentamente.
«Un bel giovinetto, lungo lungo,
con due baffetti neri ed un'aria di storditello....
- Io, - disse il cieco; e rise
forte.
- Una giovinettina piccina, quasi
nana, molto bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così....
- Tu! - e rise più forte.
- Il baronetto William.
- Gli fui padrino in un duello....
un bel giovine alto, elegante... lo vedo.»
Ad Ernesta venne, non so per qual
via, l'idea bislacca di ingannare la buona fede del cieco, collocando
mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto William, un altro ritratto
che ella sapeva sepolto sotto un monte di libri.... e disse colla massima indifferenza:
- La B.... prima ballerina assoluta di rango
francese... stagione di carnevale e quaresima alla Scala. -
Il cieco sorrise.
- Come fa a trovarsi nell'albo quel
ritratto?
- Ma!... -
Quando furono giunti all'ultima
pagina, Leonardo stette immobile come per evocare nel buio le sembianze di
tanta gente nota, finchè Olimpia venne a chiamare la signora per causa della
minestrina del signore.
Bisogna sapere che le minestrine
andavano soggette alla revisione di Ernesta, senza di che non potevano
ristorare l'organismo del signore.
Rimasto solo, il povero cieco
riaprì l'albo che ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad uno parecchi
fogli contandoli; leggiero come una carezza, passò l'indice sopra una pagina;
poi accostò insieme il volume e la bocca, e le labbra mormoranti una parola
sommessa tenne a lungo fisse sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo
piccina nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e così....
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