XVII.
Un sogno ad occhi aperti.
Nel giorno successivo, quando il
dottore venne a visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso, fu l'ammalato
che toccò il polso al dottore e gli disse sottovoce, perchè Ernesta non
intendesse: - oggi no, Agenore, oggi no. -
L'amico, che non aveva dimenticata
la promessa ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto per parere un
ambasciatore disinvolto, comprese subito e rispose: «va bene...» Ma Leonardo
non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè con accento di preghiera:
«Non oggi, non oggi.»
Che diancine era dunque accaduto?
Il dottore almanaccava invano, guardando in faccia ora l'uno ora l'altro dei
due coniugi, e quando si trovò un istante solo col cieco, domandò senza
preamboli: - Che è stato, che c'è di nuovo?
- Nulla, - rispose Leonardo, -
nulla... ma ci ho pensato ancora.... non oso... che dirà di me? Dillo tu, che
dirà di me?
- Io non lo so davvero: che vuoi
che dica?
- Dirà che sono un egoista, che non
occorre molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato alle tenebre, e
che non vi è merito, ridotto nel mio stato, ad amare un'infermiera così
attenta, così premurosa, così bella... questo dirà, non è vero?
- Non mi pare... - balbettò
Agenore.
- Dirà - proseguì il cieco con
accento melanconico, - che io doveva aprir gli occhi quando ci potevo vedere,
ed accorgermi che avevo in casa un tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo;
dirà che allora dovevo darle o domandarle amore, quando essa domandava ed
offriva amore ad uno scioperato... e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi
dell'amore d'un cieco. Non è vero forse? -
Il dottor Agenore, il quale avea
dato tante prove d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura ed
accettò di buon animo, mettendo sulle labbra un sorriso lievemente melanconico,
la parte di confortatore.
- Non mi pare; tua moglie è buona,
ha un'indole affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e...
- E chi sa se questo qualcuno sono
ancora io?
- E chi vuoi che sia? Non ti
accorgi della premura, con cui ti sta intorno?
- Sì, mi accorgo di tutto, medito
ogni sua parola, ogni sua intonazione di voce, il passo, i movimenti, ogni
cosa. Ma non mi basta. Cerco la tenerezza che è figlia dell'amore, e trovo solo
la tenerezza, che è figlia della compassione...
- Della compassione che è la nonna
dell'amore, perchè sua figlia la tenerezza va a nozze col desiderio e genera
l'amore, che poi rigenera quell'altra tenerezza. Sono casi di parentela molto
complicati, vi è dell'incesto in mezzo, ma tanto è così.... Oh! manco male, ti
ho fatto ridere!
- Di che si ride? - domandò Ernesta
ritornando.
- Debbo dirlo? - chiese il dottore
sottovoce all'infermo.
- Non oggi, non oggi.
- Si ride, - proseguì Agenore,
accomodando la benda al cieco, - e si ride a torto, della teorica dell'amore di
un filosofo tedesco, Arturo Shopenhauer, la teorica del completamento, secondo
la quale gli organismi cercano istintivamente di completarsi coi loro
contrarii, l'uomo sanguigno colla donna linfatica, l'uomo bruno colla donna
bionda, il grosso.... -
Stava per dire colla «sottile,»
quando si rizzò quanto era grande e grosso, levò la testa bruna e si vide
dinanzi la signorina Virginia Rinucci, più bionda e più sottile del solito, ma
meno linfatica, a giudicarne dalle guancia imporporate dal rossore, la quale
era entrata dietro ad Ernesta senza dir nulla.
Agenore salutò scusandosi di non
averla veduta, senza altro risultato che di farla arrossire più forte.
- E viceversa, - aggiunse
premurosamente per correggere l'effetto d'una involontaria dichiarazione, - i
piccini coi donnoni, i biondi colle brune. L'ideale dei completamenti, il
completamento tipico sarebbe quello d'un nano con una gigantessa, coniugi
spaiati che si fanno vedere alle fiere. -
Ernesta rise, non so se
dell'immagine o dell'intenzione del dottore.
Ma la pudica Virginia avea ricevuta
una dichiarazione e se la teneva, e non ci era verso di fargliela restituire; e
questa volta come le altre, Agenore dovette finire con lasciare il campo,
infilando l'uscio.
Anche la cuginetta, le cui visite
da qualche tempo coincidevano con quelle del dottore, non tardò ad andarsene.
Ernesta e Leonardo rimasero soli.
Era l'ora del mezzodì; dal cortile soggetto,
attraverso le imposte chiuse in modo da lasciare passare insieme un filo d'aria
e di luce, giungevano le vocette di alcuni fanciulli schiamazzanti.
- Ti disturbano? - chiese Ernesta,
- vuoi che dica loro di star zitti? Sono buonini, mi obbediranno; o vuoi che
chiuda la finestra del tutto?
- No, - disse Leonardo
melanconicamente, - lasciali fare, mi par di essere tornato fanciullo, quando
giocavo a mosca cieca coi miei compagni, ed uno alla volta ci mettevamo la
benda sugli occhi... come io ora... lasciali fare, giuoco anch'io con essi.
- Povero Leonardo! - disse Ernesta.
- Povero Leonardo! - ripetè il
cieco.
Non disse altro; pur comunque si
adoperasse a nasconderlo, egli era inquieto, crollava ogni tanto il capo, come
cercando nel buio, si muoveva, apriva la bocca per parlare, taceva.
- Conducimi a spasso - disse poco
dopo.
Ernesta gli offrì l'omero perchè vi
si appoggiasse e lo menò in giro per le camere, finchè egli disse: - Basta.
- Basta; ora sediamo, qui nel
salotto, io nel seggiolone, tu al pianoforte... suonami qualche cosa.
- Un walzer di Strauss, - disse
Ernesta aprendo il pianoforte dimenticato.
- No, una romanza mesta, un
notturnino.
- O una marcia funebre, - aggiunse
la bella ridendo. - Ecco il notturnino... incomincio, se sbaglio non ci badare,
non lo faccio a posta. -
E incominciò.
Leonardo ascoltava estatico, e
quando l'ultima nota si perdette, egli ancora ascoltava.
- Ti basta? - chiese la bella.
- Sì, non bisogna guastarmi la cara
impressione; ogni pezzo di musica ha il suo linguaggio; bisogna ascoltarne
attentamente uno e meditarvi su...- -
Ernesta chiuse il pianoforte e
venne presso al marito.
- Siedi, - disse Leonardo
provandosi a sorridere, obbedisci al tuo tiranno...
- Ecco fatto, - disse Ernesta.
- Ed ora dormiamo...
- E se non avessi sonno?
- Sarebbe un peccato... mi
piacerebbe che tu dormissi così accanto a me... è un capriccio. -
Ernesta non rispose.
- Che fai? - chiese Leonardo dopo
un breve silenzio.
- Dormo.
- Davvero?
- Mi provo. -
Succedette un silenzio più lungo, dopo
il quale il cieco domandò con un filo di voce:
- Ernesta!
- Leonardo.
- Ah! lo vedi, non dormivi.... -
Era incomprensibile per Ernesta il
capriccio del cieco.
- Ora dormirò davvero, - disse, e
chiuse coscienziosamente gli occhi, e si tenne immobile, abbandonata sulla
spalliera del seggiolone, aspettando il sonno.
Un quarto d'ora dopo, quando
parevale che oramai il marito dormisse, lo udì ripetere come prima:
- Ernesta! -
Non rispose, aprì gli occhi. Il
cieco si curvava innanzi ad ascoltare, e ripetè sottovoce:
- Ernesta! -
Tacque un istante e di nuovo chiamò
a fior di labbro: - Ernesta! -
Allora si rizzò in piedi
lentamente, senza far rumore, come uno spettro, mosse un passo leggerissimo
brancicando per cercare il seggiolone, e trovatolo, si trattenne ad ascoltare
la respirazione di Ernesta, si curvò sopra di lei, e colle labbra tremanti le
sfiorò le guancie. Si drizzò, stette in ascolto, come un ladro che ha carpito
un tesoro, tornò senza far rumore al suo seggiolone e, quando si credette al
sicuro, sorrise.
Ernesta, che lo guardava ad occhi
aperti, lasciò scorrere una lagrima dove si era posato il primo bacio d'amore
di suo marito.
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