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| Lorenzino de' Medici Aridosio IntraText CT - Lettura del testo |
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E’ non è cosa al mondo, che dalla sorte proceda, della qual gli uomini si possin più dolere, che quella che dà suoi beni a chi non gli merita, come dir ricchezze, figliuoli, sanità, bellezze e simil cose; imperocchè prima la offende quelli che gli meritano, e in caso che ancor a lor ne dia, il paragon non gli lassa lor parer buoni; e così gli uomini, veggendo che da tristi a buoni la fortuna non fa differenza, non si curano di coltivar e levar l’animo loro, ma inclinati dove naturalmente il suo uso gli tira, cioè al male, si precipitano, onde accade che pochi se ne trova dei buoni, e assai dei tristi; e di qui si mettono gli stolti a negare la provvidenza e giustizia insieme, non comporterebbe mai, che certi, che ne son indegni, abbondassin di tanti beni, e certi altri, che meritano, gli mancasse. E bench’io ne era altramente risoluto, questa essere falsissima opinione, niente di manco quando io considero quel mostro d’Aridosio, di quanti beni egli abbonda, al qual di buona ragione avean a mancare tutti, non posso far non dubiti, o almanco non mi doglia, tornandomi questo in mio pregiudizio, che egli è ricchissimo, e io no, e ha due figliuoli, che son giovani molto da bene, e ha una figliuola, se l’amor non m’inganna, ch’è la più bella, la più gentile, non dico di Firenze, ma di tutta Italia: dall’altro canto, qual egli sia, se nol sapete, lo intenderete. Egli avaro, invidioso, ipocrito, superbo, dappoco, bugiardo, ladro, senza fede, senza vergogna, senza amore, e insomma è un mostro ingenerato da’ vizj e dalla sciocchezza; la mia sorte ha voluto ch’io abbia ad esser sottoposto a tanto male, nè mi manchi, perchè quattro anni sono ch’io incominciai a voler bene a Cassandra sua figliuola, non pensando però che questo nostro amore avesse ad avere sì tristo effetto; ma andando crescendo, come fanno tutti gli amori ben collocati, mi condusse a tal grado, che poco più accender mi potrà di quel ch’io era, rendendomi pur ella del continuo il cambio, nè altro far poteva mò che scriver talvolta l’uno all’altro qualche lettera, pur con molto rispetto; essendo venuto a termine, che viver più senza lei non poteva, nè trovando via più facile a soddisfare il desiderio mio, pensai di addimandarla per moglie, e conferito la cosa con mio padre, lodò il parentado per ogni altro conto, che per il suocero; ma considerando la voglia ch’io n’avea, e l’altre tutte buone parti, deliberò farne parlare a persone d’autorità con Aridosio, pensando che la cosa dovesse aver effetto; perchè era giudicato così da ogni uomo; e così trovato, pur con fatica, chi volesse negoziare tal cosa, e parlato seco, s’ebbe risposta, che il parentado gli piaceva: ma che era povero, e che non aveva il modo a dar una dote conveniente alla sua figliuola: e a me, questa che in sul principio mi pareva buona, mi diventò col tempo cattivissima infra le mani, perchè io cerco lei, e non la dote, e lei ignuda, non che senza dote, mi bastava: ma mio padre mi comandò, che senza mille ducati d’oro mai concludessi il parentado, o facessi conto di non capitarli più innanzi: ond’io per paura di lui fui forzato a chinar le spalle, e a cercar nuove vie, perchè a farli dar mille ducati era tanto possibile, quanto a farlo diventar uomo da bene: e così ritrovando altri modi, lo feci, credo, insospettire, e forse anche per far più masserizia, il buon uomo se n’andò in villa, e evvi già stato più d’un anno, dove mal contenta tien quella povera figliuola, credo a zappar la terra, che meriterebbe esser regina.
Io sarò qui adesso.
La qual oggi mai, per la miseria di suo padre, fornirà inutilmente la sua gioventù.
Chi è questo, che così si scandalezza?
Costui m’avrà udito.
Ah! Ah! egli è il guasto di Cassandra; tu stai fresco.
O Lucido, quant’è che sei qui?
È un pezzo, e ho inteso quel che tu hai parlato.
S’io non avessi voluto, che si fosse inteso, non l’avrei detto.
Io mi burlo teco; adesso vengo: ma i ragionamenti dei giovani innamorati vanno in istampa, e perch’io ne avea sentiti degli altri, che come te innamorati erano, mi parea con verità poter dire d’aver sentito anco i tuoi.
I miei, Lucido, pur escono di stampa, perchè i miei mali sono estraordinari.
Oh così dicon tutti, ma ei mi sa male di non aver tempo da badar teco, perch’io t’ho da dir cosa molto al proposito, e se tu m’aspetti qui, te la dirò, e starò poco.
Aspetterò mill’anni, se m’hai da dir cosa di buono.
Lo intenderai, e adesso torno a te.
Che diamine può esser questo che Lucido dir mi vuole? Cosa appartenente a Cassandra bisogna che sia; perchè sa bene, ch’altro amore non ho che il suo, e anche cosa che importa debb’essere, chè non mi farebbe aspettar qui indarno; ma, matto ch’io sono, anche mi vo appiccando, quasi com’io non sapessi, quali sieno le novelle dei servi: trovano certi lor arzigogoli sofistici, che hanno apparenza di veri, e poi non reggono al martello; ma l’udirlo, che mi nuoce? sempre è buono ascoltare assai pareri, quando in te è rimessa la elezione. Ecco ch’egli è ritornato molto presto, e tutto sottosopra, secondo che mi pare al volto.
Guarda, s’io sapea, come la cosa avea ad andare? Oh povero Tiberio, ti converrà pensare ad altro che il trastullarti con Livia.
Tu sei tornato sì presto!
Non è tanto presto, che non bisognasse più; io ti fo intendere, che Aridosio è in Firenze.
Volevi tu dir altro che questo?
Sì, ma ho più fretta adesso che dianzi.
Tu hai molte gran faccende?
Tiberio, oh Tiberio, oh Erminio, uscite un po’ qua.
Che fretta è questa? mi voglio tirar in questo canto, e star a vedere che cosa ella è.
TIBERIO, LUCIDO, ERMINIO, CESARE da parte.
Chi mi chiama?
Non ti diss’io che tuo padre verrebbe?
Mio padre?
Tuo padre viene, e sarà adesso adesso qui.
Mio padre?
Tuo padre.
E chi l’ha visto?
Io con quest’occhi.
Ed egli ha visto te?
No, ch’ero discosto.
Come abbiano a fare?
Dico che son rovinato, Lucido, se non mi aiuti.
Che vuoi ch’io faccia?
Qualche cosa di buono, Lucido mio.
Facciàn levar quel letto e quella tavola, e lasciam la casa come la stava prima, e mandiam via costei.
Costei, e perchè?
Vuoi tu, che tuo padre la trovi qua?
Dove vuoi tu ch’io la mandi così sola?
Dov’ella è usa a stare, e tu per un’altra via vattene in villa.
Così scalzo? eh Lucido, trova un altro modo, ch’io non abbia a partirmi da Livia mia.
Lo farò, se trovi un modo, che tuo padre non venga qui; se noi avessimo il tempo lungo, e fussimo tutti d’accordo, difficile sarebbe trovar rimedio a questo disordine; oh pensa, essendo mal d’accordo, e senza tempo.
Tu fai sopra le spalle tue; se tuo padre ti trova qui. come pensi tu che l’abbia d’andare?
Io mi meraviglio ch’egli stia tanto, perch’egli era già dentro alla porta; è ben vero che va appoggiandosi, e par che porti i frasconi.
Non sarebbe meglio ch’io mi rinchiudessi con Livia, in una di queste camere, e non gli rispondessi mai?
Oh bel disegno! non vorrebbe egli veder chi vi fosse?
Gli avrebbe forse paura ad entrar lì?
Orsù, io v’intendo, state di buon animo ch’io ho ritrovato un rimedio, col quale, stando nel letto, medicherò tutti questi mali: vattene tu dentro con Livia; voi, Erminio, rimanete fuori.
E che buona pensata è stata questa.
Ma chiudete questa porta col chiavistello, e con la stanga, e fate conto, che non sia nessuno in questa casa, e s’egli è bussato, e fusse rovinata la porta, non rispondete niente, e non fate strepito per casa; abbiate insin cura che il letto non faccia rumore; dall’altro canto, quand’io mi spurgo, fate il maggior rumore che sia possibile con la panca e con il letto, e gittate giù qualche tegolo, quando sentite brigate intorno all’uscio, e non uscite un iota di questa commissione, chè voi e me rovinereste ad un tratto.
Non dubitare, così faremo.
Che diavolo vuoi tu far, Lucido?
Lo vedrete; ma è meglio ch’andiate a ragguagliar ogni cosa a Marcantonio, acciocchè bisognandoci poi l’opra sua, lo possiamo adoperare; ed ecco a punto di qua Aridosio; guardate ch’ei non vi vegga intorno all’uscio, e io ancora mi vo’ a tirar qua dietro.
Addio adunque.
Per Dio! ecco Aridosio; che cosa ha a esser questa? io son disposto di stare infino al fine, ma in luogo ch’ei non mi vegga.
ARIDOSIO, CESARE da parte, LUCIDO
Dove diavol troverò io questo sciagurato? io credo, che sarà ito in chiasso, con riverenzia parlando; oh povero Aridosio, guarda per chi tu ti affatichi, a chi tu cerchi di lasciar tanta roba: ad uno, che ti tradisca ogni dì, ogni ora ti dia nuove brighe, e che desideri più la morte tua che la propria vita.
Ei ci è degli altri, che cercon questo medesimo.
Ma io me la porterò prima meco alla fossa, che lassargliene; meschino a me, che questa mattina ho pensato di crepare affatto: fra la fatica del venire a piè, che mi ha mezzo morto, e il dispiacer dell’animo, dubito di non mi ammalare, e tutto per causa di quel presso ch’io non dissi: ma che indugio io d’entrar in casa, e posar la borsa, che troppo mi pesa, e poi darmi alla cerca tanto, ch’io lo ritrovi per gastigarlo secondo ch’ei merita? ma voglio aprir l’uscio.
Per Dio, ch’egli ha la borsa seco.
Ahimè, che vuol dir questo; sarebb’egli mai guasto il serrame? a voltar in qua, è peggio; ei par che sia messo il chiavistello di dentro; io so pur che Tiberio non ha la chiave, ma temo, che non ci sia più presto qualche ladro; bisogna un tratto che qua sien brigate.
Chi è quel matto che tocca quella porta?
Perchè son io matto a toccar le cose mie?
Aridosio, perdonatemi, voi siate per certo a toccarli; discostatevi.
Perchè vuoi tu ch’io mi discosti?
S’avete cara la vita, discostatevi.
E perchè?
Voi lo potreste vedere, se troppo vi badate intorno; discostatevi, dico.
Perchè cotesta casa è tutta piena di diavoli. (Lucido si spurga, e quei di casa fanno rumore).
Oimè, che sento? che cosa è questa? come piena di diavoli?
Non gli avete sentiti?
Sì, ho.
E chi l’ha indiavolata, Lucido?
Questo non so io.
Ahimè, che mi ruberanno ciò ch’io v’ho.
Vi son pur gli usci, le finestre e l’altre masserizie.
Avete ragione, non mi ricordava di questo.
Me ne ricordav’io, che tocca a me.
Ancor non intend’io questa matassa.
Oh voi tremate; non abbiate paura, che non vi faranno altro male, se non che voi non potrete usar la casa vostra.
Questo ti par niente? e se gli andassero anche in villa?
Bisognerebbe che avessi pazienza.
Bella discrezion la loro a tor la roba d’altri; almanco ne pagassen la pigione; ma per questa croce, che s’io dovessi metterci fuoco, ch’io ne gli vo’ cavare.
Voi gli giunterete; non vi stann’eglino dentro per piacere.
Tu di’ anche il vero, e la casa arderebbe or ch’io ripenso; io gli vorrei pur ammazzare.
Se vi sentono, vi faranno qualche malo scherzo; ei getton qui spesso tegoli, pietre e ciò che trovano.
Oh e’ mi debbon guastar tutta la casa?
Pensate che non la racconciano; ecco un tegolo; discostiamoci, che noi non abbiam qualche sassata. (Quei di casa gettan giù tegoli).
Io comincio ad intender l’inganno.
Oh Lucido, io ho la gran paura.
E voi avete ragione.
Posson eglino trar qui?
Messer no.
Quant’è che cominciò questa maledizione, ch’io non ho mai saputo niente?
Non lo so, ma due notti sono, ch’io ci passai, che faceano un rumore, che parea che rovinassero allora il cielo.
Non dir tanto, che mi fai paura.
Certe volte dicon questi vicini, che suonano e che cantano, ma più la notte, e la maggior parte del tempo si stanno quieti.
Questa è la più bella cosa ch’io vedessi mai.
Come ho io a fare? non è bene mandarvi tanti, che gli ammazzin tutti?
E chi volete voi, che gli ammazzi? bisogna menar preti, frati, reliquie, e far comandar loro che se ne vadano.
Ed anderannosene?
Vi potrian ritornare dell’altre volte.
Cotesto sì. Ed io non istarò a cotesto rischio, che ti prometto che come n’escano, subito la vo’ vendere, s’io la dovessi dar per manco due fiorini ch’ella non mi sta.
L’avranno peggiorata più di venticinque li spiriti.
Oh Dio, non me lo ricordare, che mi s’agghiaccia il sangue; io non ho però mai fatto cosa, ch’io meriti questo, ma per i peccati di Tiberio m’intervien tutto; dov’è egli quel ribaldo?
Voi lo tenete in villa, e domandatene me, che sto in Firenze.
Lo debbi ben sapere, che tu e Erminio me lo sviate.
Guarda a quel che costui sta a pensare; par ch’egli abbia la casa piena d’angeli, non di diavoli.
Pensa, pensa, che i mali portamenti di Tiberio mi fan crepar il cuore. Oimè, Lucido, di grazia non ti discostar da me. (Lucido si spurga ed elle fanno rumore).
Oh voi non dovreste volermi appresso, che vi svio il figliuolo.
Egli è un modo di dire; so ben, che s’ei non volesse, non lo svierebbe persona; ma a cosa a cosa; ch’io voglio prima cavarmi questi diavoli di casa, e poi faremo conto insieme: adesso me ne voglio andar a casa Marcantonio, e consigliarmi quel ch’io debba fare, ma che facc’io della borsa?
Nulla, nulla.
Egli è forse là in casa quella borsa, dove avete due mila ducati.
E dove ho io due mila ducati? due mila fiaschi! hai trovato l’uomo che abbia due mila ducati: ma avviati, Lucido, che io verrò a bell’agio.
Vedi se niega d’aver denari, l’avarone.
Venite pure a vostra comodità, che non m’incresce l’aspettare.
Va pure nelle faccende tue, Lucido.
Per mia fè, ch’io non ho che fare.
Io sono impacciato. Vattene, Lucido, ch’io starò un pezzo.
Io me n’andrò, poichè voi volete esser solo. Io ho paura che questo vecchio non ci voglia far qualche tradimento; ma io so pure che non è da tanto; me ne voglio andare a trovare Erminio, e farlo morire delle risa.
Mi voglio ritirare in qua or che io son solo; o Dio! io son pur disgraziato: potevami egli accadere cosa peggiore, che aver la casa piena di diavoli, a causa ch’io non potessi riporre questi denari? che ho io mai a far di questa borsa? Se io la porto meco, e che Marcantonio la vegga, io son rovinato, e dove la posso io lassare, ch’ella non mi stia a pericolo?
Questa potrebbe essere la mia ventura.
Ma di poi che nessuno mi vede, sarà meglio che io la metta qua giù in questo fondo sotto questa lastra, dove altre volte l’ho messa, e fidatamente sempre ce l’ho ritrovata: o fogna dabbene, quanto ti son io obbligato!
Obbligato le sarò io, se ve la metti.
Ma se la fosse trovata, una volta paga per sempre: e se io la porto anche meco, non va ella a pericolo d’esser rubata, vedutami? al certo, che è quasi quel medesimo; perchè come si sa, che un mio pari abbia ducati, subito gli è fatto disegno addosso.
Che maladetti siate voi, diavoli, che non mi lassate por la borsa in casa mia. Ma meschino a me se mi sentono! Che farò? Di qua e di là son duri partiti: pure è meglio nasconderla, e dappoi che la sorte dell’altre volte me l’ha salvata, me la salverà anco adesso: ma non ti lassar trovare, borsa mia, anima mia, speranza mia.
Diavol, che ce la metta mai più.
Che farò? orsù mettiamla; ma prima mi voglio guardare molto ben da torno di qua e di là: oh Dio, mi par che sino ai sassi abbian gli occhi da vedermi, e la lingua da ridirlo. Fogna, io mi ti raccomando. Or su mettiamla giù col nome di San Cresci. In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Ell’è tanto gran cosa, ch’io non la credo, s’io non la tocco.
Adesso vo’ vedere se ei ci pare niente; niente affè: ma se qualcuno ci avesse a picchiare sopra; gli verrebbe forse voglia di vedere ciò che sotto ci fosse; bisogna che io ci dia spesso di volta, e che io non ci lasci fermar persona; adesso voglio andar dov’io aveva detto, e trovare qualche espediente, per cavar coloro di casa; me n’andrò di qua, ch’io non voglio passar loro appresso.
Questa è pur gran cosa, e se io non sogno, che mi par pur di essere desto; questo è quel dì che ha a por fine alle mie miserie; ma che aspetto? che qualcuno venga qui ad impedirmi; voglio anch’io veder s’io son visto; e da chi? o Fogna Santa, che mi fai felice: oh guarda, s’io ho trovato altro, che un fungo. Voi state pur meglio in mia mano: e forse ch’io gli ho a sciorre della moneta; tutti d’oro sono. Oh fortuna, questa è troppo gran mutazione, perchè dove io era disperato di aver mai a veder Cassandra mia, in un punto me l’hai data in mano; ma per farli maggior dispetto voglio rimettere nella borsa dei sassi, acciocch’ella gli paia piena fin che ei non la tocca, e raccorciar che non ci paia niente: o Dio! perchè non ho io un capestro da metterci dentro; ma non mi vo’ lassar vincer d’allegrezza, perchè dicono, ch’egli è: così prudenza sapere sopportare una felicità come una avversità, bench’io sia certo di non aver mai aver la maggiore, che se ben un altro di dieci mila n’avessi trovati, non mi varrebbero quanto questi; ma ecco non so chi; non vo’ che mi veda qua; ogni cosa sta bene, e non ci par niente.
Non vi date impaccio del prete, che io ve lo ho trovato, e tanto dabbene, che non potreste trovar meglio, e il maggior cacciadiavoli non è in Toscana.
Io ho scarico l’animo dappoi che la lastra sta bene.
Che dite voi?
Dico che mi si leverà dell’animo una gran briga, se questi diavoli si mandan via; ma io ti ricordo, Lucido, che io son povero, e oltre al danno, che m’hanno fatto in casa, non vorrei avere a pagare a questo prete un occhio d’uomo.
Non dubitate, ch’egli è persona che starebbe contento quando non gli deste niente.
Io farò bene cotesto modo: ma come gli manderà egli via se gli hanno serrati gli usci, e le finestre?
Con orazioni e scongiuri, le quali entrano per tutto, benchè siano serrati gli usci e le finestre.
Usciranno eglino per l’uscio, o per le finestre?
Bella domanda, possono uscir donde vogliono; ma bisogna, che facciano un segno pel quale voi conosciate, che ne siano usciti; ma avviatevi verso San Lorenzo, dov’è quel prete mio amico, e io vengo dietro, e meneremlo qui subito, e caverenne le mani. In tanto domanderò Erminio, mio padrone, che vien di qua, se vuol nulla.
Avviatevi, ch’io vengo adesso.
No, io ti voglio aspettare.
Guarda, che vecchio pazzo è questo; dianzi volse esser solo, adesso a mio dispetto vuol ch’io vada seco; lo domanderò pur se vuol niente.
Volete voi niente, padrone?
Oh, Lucido, sì voglio, ascolta.
Io mi riposo intanto, e non ho fretta, e ho paura andar solo. Della borsa ho paura.
Fate voi; che comandate, Erminio?
E’ si pensa a’ casi d’ognuno, e a’ miei niente.
Pensate ch’io procuri e’ fatti d’altri, e i vostri si gettino dietro alle spalle?
Questo bisbigliare intorno alla borsa non mi piace.
Non vi diss’io ch’aveva trovato quasi un modo stanotte, pel quale voi vi poteste contentare?
Che! aveva egli trovato?
Sì, ma non mi avendo poi detto altro, pensai che fosse niente.
Io ho pensato che voi entriate in un forziero, e fingendo di voler mandar panni e altre robe, vi facciate portare fin in cella sua.
Oh e’ mi batte il cuore, ma s’io veggio chinarli, o far atto nessuno, io griderò.
E poi?
Tu hai pensato ad ogni altra cosa, che a quella ch’io voleva, che tu pensassi.
Oh borsa mia, che pagherei averti in seno?
Io mi penso, che il desiderio degl’innamorati sia il ritrovarsi con la dama, nè penso che voi speriate che ella vi doni mille scudi.
Meschino a me: che dic’egli di mille scudi? grido?
Non ti ho io detto, che desidererei, che si trovasse un modo pel quale ella potesse uscir dal monasterio per tanto che partorisse?
Ho inteso, questo ancora si potrà pensare: ma sarà difficil cosa, padrone; togliete il guanto, che vi è cascato.
Ohimè, che mi rubano, oh traditori, oh ladri.
Che grida son queste?
Che avete voi, Aridosio?
No, nulla, aveva paura.
Aveva paura che i diavoli non mi rubassero in casa.
Voi farete impazzar questo vecchio.
Io vorrei volentieri, ch’ei crepasse; a che è ei buono?
Quanto vogliam noi stare?
Adesso vengo; non abbiate paura quando siete meco.
Dov’avete voi andare?
A trovare un prete, che voglia fare in modo, che noi gli caviam di mano venticinque scudi che si hanno a dare a Ruffo.
Come farai?
Lo saprete. Va adunque, perchè m’è sì grato quel che tu fai per Tiberio, come se tu lo facessi per me; e non ti scordar poi del fatto mio.
Mi maraviglio di voi.
Io ne vengo, volete voi altro?
No; io voglio andare infino al monistero; addio, Aridosio.
Chi è quello?
È Erminio.
Oh, addio, Erminio; io non t’aveva conosciuto.
Mi raccomando a voi; egli è in collera meco, perché pensa, che io gli svii Tiberio, e ha fatto vista di non mi conoscere.
Che guardate voi, che non ne venite?
E poi non me ne curo, egli è un uomo da non lo volere, nè per amico, nè per padre; ma che resto io di non bussare alla ruota?
MONACA alla ruota, ERMINIO, suor MARIETTA
Io vorrei che voi mi chiamaste la Fiammetta.
Ell’è malata grave, e non vuole che nessun la visiti: non so se io mi gli potrò fare l’ambasciata.
Fategline in ogni modo, e se non può venire, dite che mandi la maestra.
Egli è ben vero quel che si dice, che chi un paio di guanti logora intorno a queste grate, ce ne logora anche sei dozzine; quante volte ho io annoverati questi ferri, e considerati quali si dimenino, quali sieno impiombati, e quai no, e so in qual vano si può metter la mano a chius’occhi.
Chi m’ha fatto chiamare? o Erminio, che c’è?
Male, suor Marietta mia, poi che la Fiammetta ha male.
Ell’ha avuto sì gran dispiacere di non ti poter venire a parlare, che non lo poteva aver maggiore, e non è venuta, perchè le monache non le vedano il corpo grosso; non già che le doglie la stringan tanto, ch’ella non fosse potuta venire.
Che, ha doglie, eh?
Oh ella potrebbe ad ogni ora fare il bambino.
Meschino a me.
La poverina si affligge tanto, che io non penso mai, ch’ella lo conduca a bene, e hammi detto che io ti dica da sua parte, che tu vada a trovare madonna Costanza sua zia, e che le faccia scrivere una lettera alla priora, per la quale la ricerchi, che dia licenza alla Fiammetta di farsi portar a medicare a casa sua.
Oh! la priora non lo farà.
Eh, sopra la fede d’una donna dabbene sua zia, e in un caso com’è questo, sì bene, perchè pel monasterio si crede, ch’ella stia per morire: s’ella fosse monaca non direi io così, ma alle non velate qualche volta si è concesso.
Fallo, in ogni modo: fallo, figliuol mio: e levaci così fatta pena dal cuore.
Io la vorrei poter levar col proprio sangue, perchè io la leverei a voi e a me ad un tratto.
Quanto più presto fai quest’opera, Erminio mio, tanto è meglio.
Va, che la paura mia è ch’ella non partorisca stasera.
Oh, tu l’hai detto. Chi ha fede in lui non può far male.
Sì; ma non dir alla sua zia ch’ella sia gravida.
Oh, voi dite le gran cose! s’ell’ha a andare a casa sua, non s’ha ella a vedere?
Oh tu di’ il vero, io non aveva pensato a cotesto; ma come farem noi?
Bisogna dirgliene.
Fa tu, digliene in modo onesto.
Lassate fare a me; volete altro?
Ascolta; chi manderai tu che la porti?
Oh voi pensate troppo in là: bisogna prima aver la licenza.
Ella s’avrà.
Dio il voglia. Raccomandatemi alla Fiammetta, e ditele che non pianga, e non s’affligga, poichè il piangere e lo affliggersi altro non fa che farle male, e tenetela confortata, che noi troveremo ben qualche modo, che si consoli.
Così farò; ella mi disse bene che io te la raccomandassi tanto tanto.
E sarebbe come raccomandare me a me medesimo suor Marietta mia.
Ascolta, mandaci un poco di trebbiano da sciacquarle la bocca.
Così farò; se vi manca altro fatemelo sapere.
Vorremmo risposta di questa cosa presto.
Io son certo che questa novella non ha a fare nessun buon effetto, perchè io credo, che la priora darebbe licenza prima a tutte le altre monache, che a lei; pur proverò per satisfare loro. Questa è la più corta.
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