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| Lorenzino de' Medici Aridosio IntraText CT - Lettura del testo |
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Infine i denari fanno ogni cosa; quand’io ebbi contato al prete, ciò che io voleva da lui, subito si cominciò a fare scrupolo, dicendo che questo era un uccellare la religione, e poi quand’io li promisi due scudi, ei rimutò la cosa, con dire, che se io lo faceva a fine di bene, e per rimettere d’accordo il padre e il figliuolo, che farebbe ogni cosa: sì che bisogna giuntarlo più due scudi, che gl’interessi hanno a correre sopra di lui questa volta: ma da poi che ho acconcia la cosa del prete, mi bisogna aguzzare lo ingegno come io abbia a fare il diavolo. E che voglio io anco pensare? Come io non sappia quanto sia la sciocchezza dei vecchi, e massime del nostro? i putti farebbero oggi lor credere che gli asini volassero: e questo è il bello, che parendogli di esser savi vogliono consigliar altri, avendo i medesimi necessità di esser consigliati, e provano questo con dire, che fanno assai meno errori che i giovani; egli è ben vero, che fanno manco cose. Ma che bado io d’entrare in casa avanti che Aridosio e il prete arrivino qui? Tic toc, tic toc, oh di casa, o là, aprite, volete voi ch’io vi rovini questa porta? o costoro sono morti o assordati, tic toc, tic toc, Tiberio, apri, ch’io son Lucido.
A questo modo sì! tu non ti dei ricordare ch’io ti aveva promesso di lassar ruinar la porta, prima che aprire a nessuno?
Per Dio, che se tu osservi agli altri quel che tu prometti, come tu hai osservato questo a me, che tu ti puoi pareggiare all’imperadore; ben hai tu cavate le tue voglie?
Non sai tu che il desiderio delle cose belle non si estingue mai?
Ecco qua tuo padre: entra dentro.
Che vien egli a fare qua?
Non verrà dentro, non dubitare.
ARIDOSIO, ser IACOMO, LUCIDO che parla per spiriti
Io son venuto innanzi per vedere se la lastra sta bene, ch’io non posso vivere se ad ogni poco non gli do un’occhiata: ma poi che non si vede nessuno, voglio rivedere anche una volta la borsa così di fuori. O lastra! tu non sei peso dalle mie braccia; appunto nel modo, ch’io la messi si ritrova, nè la voglio toccare altrimenti. O Fogna mia dolce, serbamela anco un’ora, benchè noi abbiamo ad esser qui in luogo, che io ti vedrò sempre! Ma ecco il prete, che m’avrà visto chinato; per mia fè, che mi bisogna trovare una scusa.
Aridosio mi disse che sarebbe qui e non ce lo vedo.
Ah, ah, io l’ho trovato. Ser Iacomo, mi era chinato per ricorre un sasso.
Voi siete qua: io non v’avea visto; che dite voi di sasso?
Da che non m’aveva visto la rivolterò in qualche bel passo. Dico che son venuto passo passo.
Voi avete fatto bene per non vi riscaldare, che voi siete a cotesto modo sciorinato.
Che volete voi far di quel lume?
A far lume, ad accendere il fuoco e altre faccende.
Eh, voi non m’intendete; dico se gli è buon per gli spiriti.
Per gli spiriti egli è pessimo e doloroso.
Oh perchè l’avete voi portato?
Per dar loro il mal anno e la mala Pasqua.
Ah, ah, io vi ho inteso; voi parlate troppo astutamente: che cosa avete voi in quella secchia?
Pur per gli spiriti?
Oh voi mi domandate delle gran cose.
Non vi maravigliate, che io non ho mai visto scomgiurare, diavoli.
Non stiamo più a perder tempo, avviamoci in là.
Oh quanto ci abbiamo noi accostare alla casa?
Accanto alla porta.
Non già io, ch’io non vo’ venir tanto in là.
Oh, perchè?
Perchè tirano giù tegoli, mattoni, ohimè, che mi guastano tutta la mia casa.
Non dubitate, che mentre siete meco non vi faranno dispiacere nessuno.
Promettetemelo voi?
Sì, prometto.
Per questa croce; accostiamoci adunque; qui sta bene.
Oh Dio, non potreste voi far questa cosa senza me?
Bisogna che il padrone della casa sia presente, e ho bisogno che mi aiutiate in assai cose; pigliate questa candela in mano. Vedi uomo da tener candele; pare un moccolo in un candelliere: tenetela un po’ più ritta, che io non voglio che mi ardiate la barba per questo.
Cercate come mi batte il cuore.
Io vel credo senza giurare, chè queste cose fanno così: ma non abbiate paura mentre avete cotesto lume in mano: accostatevi più in qua, più ancora, un po’ più: orsù, inginocchiatevi: che vi guardate voi di dietro? Tenete là questa candela, come voi l’avete a tenere; voi mi parete balordo, che non badate voi a quello che avete a fare?
E s’io ho paura?
A questo non è rimedio; dite il Pater nostro e l’Ave Maria, che io comincio a scongiurare.
Ditela piano, che non mi date impaccio.
Oh non mi sentiranno.
Basta, che sentano me: Hanc tua Penelope lento Tibi mittit, Ulysse, Nil mihi rescribas; at tamen ipse veni.
Parlate in volgare, che non vi debbono intendere in latino.
Sarà il meglio. O di casa, o spiriti maledetti, io vi comando da parte di Aridosio, che voi usciate di costà.
Dite pur da vostra.
Attendete a dire l’Ave Maria, e lassate scongiurare a me. Io vi comando da parte mia, che son prete, che usciate di costà. (Fanno rumore).
Non più, non più, non più, ser Iacomo.
O volete che n’escano o no; a quest’altro scongiuro gli caccio via. Io vi comando da parte di San Giusto, che voi vi partiate di cotesta casa.
Noi non ci vogliamo partire.
Vedi che rispondesti.
Oh mi si raccapricciono tutt’i capelli.
Cotesta candela sarà prima logora, che noi abbiamo finito l’opera; tenetela su. Io vi comando, spiriti maligni, da parte di quel medesimo, che mi diciate per quello che voi siate entrati costà entro.
Pigliate un po’ questa candela, ch’io ho bisogno di fare una faccenda.
Badate costì, se volete; io ho più briga di voi, che dei diavoli.
Io mi vergogno di farlo.
Fatela costì; se voi vi partite un braccio di ginocchioni, io me n’andrò con Dio, e lasserò stare gli spiriti tanto che venga loro a noia.
Oh, non vi adirate per questo. Io starò tanto quanto voi vorrete.
Io vi comando da parte di Santa Cristiana, che voi usciate di costì.
Or vedi, che la intendeste; che segno darete voi, pel quale noi possiamo conoscere, che ne siate usciti?
Rovineremo questa casa.
No, no, stiansi più presto dentro.
Non ci piace questo segno, fatecene un altro.
Caveremo quell’anello di dito ad Aridosio.
Son dei maledetti; io ho i guanti; m’hanno visto l’anello; non voglio cotesto, che non me lo renderebbero poi mai più.
Nè questo ci piace, un altro bisogna.
Entreremo addosso ad Aridosio.
Addosso a me? io me ne maraviglio.
Voi non avete turato tutt’i luoghi appunto; se volessero vi entrerebbero addosso per tutta la persona; ma non dubitate, che senza mia licenza non si partirebbero di lì; state su ritto, e ripigliate la candela e vedete: un di questi tre segni vi bisogna pigliare; eleggete qual vi piace.
Nessuno non me ne piace: fatevene dare un altro.
Io non gli posso costringere a dare più che tre segni.
Non se ne possono eglino andare senza dar segni?
E diranno d’andarsene e non se n’andranno,
Stianvisi e verrà forse loro a noia.
Voi siate pur semplice, che a posta d’un anello, che val dieci scudi, vogliate perdere una casa che ne val cinquecento.
Dieci scudi? e’ mi sta bene in più di trenta, ed è l’antichità nostra.
Adunque non volete voi che si partano: io l’ho intesa.
Io voglio; ma......
E’ non si può far altro, vi dico.
Ben, io voglio che si obblighino a rifarmi tutt’i danni che m’hanno fatto in casa.
Questo è ben ragionevole, e lassatene il carico a me.
Faran eglino male a me cavandomelo di dito?
Niente.
Non si potrebbe metterlo in dito a voi?
No, che bisogna che sia cavato d’un dito della vostra mano.
Io non vorrei che mi sgraffiassero; come potremo noi fare?
Potrebbesi tagliare la mano e gittarla là che lo cavassero a lor bell’agio.
Cotesta pazzia non farò io; ma mi chiuderò ben gli occhi per non gli vedere.
Aspettate; io vi legherò questa berretta dinanzi agli occhi, che voi non vedrete, nè sentirete nulla.
Graffierannomi le mani?
Appunto state voi a vostro modo.
Messer sì.
Tenete la candela da quest’altra mano.
Or bene.
Chiamogli io?
Fate voi.
Noi siamo contenti che voi caviate l’anello ad Aridosio, promettendoci sopra la fede vostra di rifare tutti i danni che costà dentro voi aveste fatti.
Così promettiamo.
Venite dunque via, e non gli fate nè male nè paura: non vi discostate, Aridosio, e non temete, che io son con voi, dite pure il qui habitat, e state di buona voglia. Spirito, cava presto e vatti con Dio.
Io ho paura che facciate come il Gonnella.
Voi pensate assai ragionevolmente; state sopra di voi, e andiamo in casa a ribenedirla con quest’acqua, ma non vi levate la berretta dagli occhi, che sono ancor qui intorno.
Dite loro che se ne vadano affatto.
Se n’andranno bene, venite pure in casa.
Menatemi, ch’io non percuota in qual cosa.
Attaccatevi a me.
Che vi feci?
Quel che io non pensai mai; se tu sapessi il dispiacere ch’io aveva quando sentiva la voce di Aridosio, aveva quasi più paura di lui che ei di noi; mi tremavano le ginocchia, che io non poteva stare ritto.
Oh gran disgrazia la tua, che non ti stesse ritto.
Adesso sì che mi piace il parlare, ma allora ti prometto che non ne aveva voglia.
E che avevi paura, quando Lucido era presente?
E questo era quanto conforto aveva.
E io, Lucido, benchè l’obbligo mio nulla rilievi, pure obbligata ti sono, quant’esser possa donna ad uomo.
Obbligata hai tu da essere a costui, che ti ha liberata dalle mani di siffatto Ruffo, e di poi non t’ha fatto dispiacere nessuno ch’io sappia.
Dove l’obbligo è sì grande, che le parole non bastino a significarlo, è meglio tacersi, aspettando l’occasione di dimostrarlo con fatti.
E non lo farebbe appena il cielo, che non fossi quella nobile figliuola che si stima.
E’ sarà buono a non perder tempo, perchè credo che siano presso a venti ore, e il Ruffo verrà prima d’un’ora a richiedere i denari che non ci ha promesso. Credi che io caverò quindici scudi di questo rubino?
Io l’ho sempre sentito stimare trenta.
Torneranno appunto, perchè se n’ha a dare due al prete, e tre che avanzino saranno del povero Lucido.
Egli è ragionevole.
Io voglio adesso andarlo a vendere, che il Ruffo non è uomo da voler gioie.
Andatevene in casa Marcantonio, tanto che la cosa del Ruffo sia assettata; poi ve ne potrete andare in villa, e costei si potrà stare in casa quel tuo amico lì vicino, e a tuo padre sarà poca fatica a dare ad intendere che tu sia stato sempre lassù.
Se ti pare.
Sì, togliete le chiavi della camera terrena d’Erminio e serratevi dentro; io anderò a fare questa faccenda. Ma udite, ch’io sento aprir la porta; andatevene di qua e entrate per l’uscio di dietro.
Venite sicuramente, che sono iti affatto.
Affatto, affatto?
Come v’ho io a dire?
Ringraziato sia Iddio; a ogni modo, e’ dovevano essere un monte di poltroni a starsi tutto il dì nel letto a voltolare, e gli avevano ancora mezza la tavola apparecchiata; ma che farò io di quel letto, di quella tavola e di quelle masserizie che v’hanno portate? Dio me ne guardi ch’io adoperassi cose di diavoli.
Mandatemele a me, che son ciurmato.
E voi tocchereste mai queste cose? egli è meglio che io le faccia vendere.
Mi pagheranno tutti i danni che m’hanno fatti in casa, e non avrò d’andar dietro a lor promesse.
Rotta una pentola, arsa una granata e della legna credo, ch’io non mi ricordo a punto quanti pezzi egli erano.
Voi siete valente a tenere a mente i pezzi della legna.
Chi è povero bisogna che faccia così.
E a me non si vien niente della mia fatica?
Oh! Lucido m’aveva detto che non volevate nulla.
Egli è il vero ch’io dissi, che non voleva altro se non quello che piaceva a voi.
O così fanno gli uomini da bene; venitene stasera a cena meco per questo amore.
Cotesto non l’arò io; che non vo’ morir di fame.
Che dite voi?
Dico che vi verrò molto volentieri, che ho una gran fante.
Oh ser Iacomo, ogni troppo sta per nuocere; ei vi sarà un colombo, che ieri tolsi di bocca alla faina, e del finocchio: non vi basta?
Sì, sì, o gli è roba d’avanzo.
Oh voi non sapete il ben ch’io vi voglio? Vi giuro per questa croce, che s’io non avessi dato quel rubino agli spiriti, ch’io ve lo donerei, ed alla fè, me ne sa peggio per amor mio che per vostro.
Io l’ho per ricevuto.
Lo fo perchè voi veggiate ch’io non son misero come son tenuto; ma andatevi con Dio, non istate più a disagio; a rivederci stasera.
A Dio dunque. Mi raccomando. — Oh che fa sapere usare quattro parole a tempo! Ma che indugio più a cavar la mia borsa e riporla per poter trovar Tiberio? acciocchè io gli faccia patir la pena di quanti peccati egli fece mai a’ suoi dì? ma ecco appunto uno che vien di qua, che mi guasta il mio disegno: aspetterò che sia passato.
Io ti so dire che avevano trovato il corribo; dove m’hanno a dare venticinque ducati, volevano con una doppia tirarne cinque de’ miei!
Che dice egli di ducati?
Farò quello ch’io promisi loro, me n’andrò ad Aridosio, che intendo è in Firenze, e dorrommi con lui, e son certo che mi farà render Livia o pagare il resto dei denari.
Che diavolo dice di me e di denari? Dio m’aiuti.
Va poi tu e credi a persona senza pegno! Nol farò mai: ma di questo ne sono io più sicuro, che s’io avessi il pegno: anzi mi par di aver guadagnato quei venticinque ducati, e sebbene ella ha perduta la verginità, nessun non sa in quant’acqua si pesca.
Costui m’intorbida la fantasia, e non intendo ogni cosa.
Il caso sarebbe ch’ella fusse figliuola di chi s’è detto (ben ch’io n’ho perduta la speranza): ma non so se quello che io vedo là è Aridosio o un che lo somigli; egli è pur desso: a tempo per mia fè l’ho riconosciuto.
Cosa giusta e ragionevole.
Che non lo di’?
Questa mattina Tiberio vostro figliuolo venne a casa mia, dove è stato più volte per voler comprar da me una fanciulla, ch’io ho allevata da puttina, molto bella.
Mio figliuolo?
Penso sia vostro figliuolo; sua madre ne sapeva il certo; ma lassatemi dire; egli fino allora non aveva avuto comodità di far altro, ch’andarla a vedere al monistero dove ell’era, perchè non avea da darmi un soldo: ma questa mattina venne con animo deliberato d’averla ad ogni modo, e fatta ch’egli me l’ebbe condurre a casa mia, cominciò a pregarmi, ch’io gliene dessi, dicendo, che stasera mi darebbe i denari; io che sapeva come le cose vanno delle promesse, non volea star saldo a modo niuno. Finalmente quando ei vide, che per amore non la poteva avere; si voltò alla forza, e cavommela di casa.
Oimè, che sento io?
State pure a udire, e perchè io gli andava dietro dolendomi e rammaricandomi di sì gran torto; ei mi disse, ch’io avessi pazienza sino a stasera che mi pagherebbe venticinque ducati come più volte gli avea detto che ne voleva.
Dov’è egli, che lo voglio ammazzare?
Adesso ch’io andava pur per vedere se mi voleva pagare, non ch’io ne avessi molta speranza, l’ho lassato che mi voleva giuntare con un rubino falso, e darmi ad intendere che valeva trenta ducati, e deve valere sei carlini; ond’io vedendomi a simil partito, e sapendo quanto voi siete uomo da bene, e quanto vi dispiacciono le cose malfatte; son venuto a voi pregandovi che almanco mi facciate rendere la mia schiava; se vi piacerà poi donarmi qualcosa, per quello ch’ella sia peggiorata avendo perduta la verginità, starà a voi e alla discrezion vostra.
Ha fatto questo lo sciagurato, ah?
Pensate voi, sono stati rinchiusi soli in casa vostra forse sei ore.
In casa mia?
In casa vostra.
E chi te l’ha detto? Io so che ci veddi ordinare il desinare, ed hannoci desinato Erminio ed egli.
Qual è la casa mia?
Quella lì. Io non so se tu vuoi la baia del fatto mio. So che in casa mia non può essere stato.
E perchè?
Come perchè? l’è stata spiritata; e non v’è stato nessuno un pezzo fa.
Spiritata, mi piacque; io so che v’ho visto altro che spiriti.
Tu dei aver cambiato l’uscio; non so io che mi son trovato a cavargli?
Orsù, sia come voi volete: pur che mi facciate rendere la mia schiava o venticinque ducati.
Ch’io ti dia venticinque ducati? io non gli ho, quando te li volessi dare, ma la schiava ti prometto io ben che riavrai, e se sarà possibile come gliene desti: e lo voglio conciare in modo che ne verrà compassione a te che ti ha offeso; ma dove lo potrò io trovare?
Fatel dire a Lucido, che ne tiene il governo, che era adesso in piazza che mi voleva dar quel rubino, che v’ho detto, per pagamento.
Il medesimo che voi.
Quello, sì.
Un rubino in tavola; io credo che fusse falso; avea assai bella mostra legato alla antica, scantonato un poco da una banda; dice che è antico di casa vostra.
Io non so s’io sogno o s’io son desto, alle cose che tu mi di’; donde dice egli averlo avuto?
Ai segni e’ par quello, ma come può esser desso? Io non mi fido in tutto di costui; perchè dice molte cose che non possono stare.
Guarda se gli è cascato appunto il presente sull’uscio.
Io vi prego che non mi lasciate far torto.
Adesso ch’io ho i danari in mano, bisogna far buon cuore.
Non dubitare.
E acconciarmi il viso bene; io vi so dire, Aridosio, che voi siete capitato a buone mani.
Hai tu sentito quel che dice costui?
Mille volte l’ho sentito; non sapete voi ch’egli è pazzo?
Pazzo mi vorreste far voi, ma non vi riuscirà, che siamo in luogo che si tien giustizia.
Taci, che ti darò i tuoi denari come ti levi di qui.
Non vo’ tacer se prima non me gli dai. Vedi in che modo mi vorrebbe levar da Aridosio!
Ben, che cosa è questa, Lucido?
Non v’ho io detto ch’egli è pazzo?
Che dice egli di Tiberio, di venticinque ducati e di un rubin falso? Io non l’intendo.
Una disgrazia, che gli è intervenuto, l’ha fatto impazzare, e non fa mai altro che parlar di queste cose.
Guarda che sciocca astuzia è questa: con dir ch’io son pazzo, volermi torre il mio.
E’ parla pur da savio e non da matto.
Non v’ho io detto che fa sempre così? Buon uomo, adesso non è tempo d’ascoltar le tue disgrazie. Torna un’altra volta, che Aridosio ti udirà, e ti farà far ragione; io non te li vo’ dare in sua presenza.
Tu non mi sei per levare di qui, se prima tu non mi dai, o i miei denari, o Livia.
Oh che importuno pazzo è questo! quando s’appicca ad uno è come la mignatta.
E ne debbe pur essere qualcosa.
Volete pur credere a parole di matti; tien qui sotto la cappa, ch’ei non veda.
Ma dite ben certe cose che sono impossibili.
Gli voglio annoverare.
Che me ne curo? Mi basta che vi sian tutti.
Che bisbigliate voi costà?
Or ch’io son pagato, non dico altro.
Gli ho dato certi quattrini che stia cheto; in tutto dì non arebbe mai fatto altro verso.
Io vo adesso al bando, e quelli che non saranno buoni me li cambierete.
Gli è onesto, vattene in malora.
Ei dice pure che Tiberio è stato a diletto stamane con quella fanciulla in casa mia.
Ah, ah, non vi diceva io ch’egli è fuor di sè?
Ma dell’altre cose non so io che mi dire.
Oh sarebbe bella, che voi gli aveste a creder queste cosacce! Ma usciamo di questi ragionamenti; la cosa degli spiriti è ita bene, come m’ha ragguagliato ser Iacomo.
Sì bene, ma hanno avuto il mio rubino migliore; ma in ogni modo lo riaverò, so ben io perchè.
E io, padrone, non ho aver qualche mancia?
Che mi darete?
Ci vo’ pensar più ad agio; ma perch’io son solo in casa, e sono ancor digiuno, vorrei un po’ mangiare in casa Marcantonio; va innanzi, Lucido, e ordina da bere; un poco, di pane e una cipolla mi basta, ch’io non sono avvezzo con molte cirimonie.
In casa Marcantonio non si mangia cipolle.
Va, ordina di quello che vi è.
Mi pareva mill’anni di tormelo dinanzi, per poter pigliar la mia borsa, e vo’ risparmiare questo pane, che avea portato meco, e poi vo’ ritrovare questa matassa, ch’io sto confuso quello ch’io m’abbia a credere. Orsù, non si vede persona; non voglio perder tempo, chè questo importa troppo; Fogna, tu ti sei portata bene; ohimè! l’è sì leggieri, ohimè! che vi è dentro? ohimè ch’io son morto! al ladro, al ladro, tenete ognun che fugge, serrate le porte, gli usci, le finestre; meschino a me! dov’è il mio cuore? misero me, dove ved’io, dove sono, a chi dico? mi raccomando, mi raccomando ch’io son morto; insegnatemi chi m’ha rubato la vita mia, l’anima mia; avess’io almanco un capestro da impiccarmi; ell’è pur vota; o Dio! chi è stato quel crudele che m’ha tolto ad un tempo la vita, l’onore e la roba; oh sciagurato a me, che ho perduto tutti i miei denari, quelli che sì diligentemente aveva adunati, e ch’io amava più che gli occhi propri, quelli che io aveva accumulati fin col cavarmi il pan di bocca.
Che lamenti son questi sì crudeli?
Avessi qui una ripa, che mi ci getterei.
Io so quel che tu hai.
Avessi un coltello, che mi ammazzerei.
Io vo’ vedere se dice il vero; che volete voi far del coltello, Aridosio? Eccolo.
Chi sei tu?
Tu m’hai rubati i miei denari, ladroncello; rendimeli qua.
Io non so quello che vi vogliate dire.
Io so ben che mi sono stati tolti.
Chi ve gli ha tolti?
S’io non gli trovo son deliberato d’ammazzarmi.
Non tanto male? Due mila ducati ho perduti.
Venite adesso a mangiare; poi li farete bandire o in pergamo o all’altare; gli troverete in ogni modo.
Ho voglia appunto di mangiare! bisogna ch’io gli trovi o ch’io muoia.
Leviamci di qui.
Dove vuoi ch’io vada? Agli Otto?
A far pigliare ognuno.
Meglio: qualche modo troverem noi; non dubitate.
Ahimè, ch’io non posso spiccare l’un piede dall’altro, ohimè la mia borsa!
Eh voi l’avete, e volete la baia del fatto mio.
Sì, vota, sì vota; oh borsa mia, tu eri pur piena! Lucido, aiutami, ch’io non mi reggo ritto.
Oh voi siete a questo modo digiuno!
Io dico che è la borsa; oh borsa mia, oh borsa mia, ohimè! |
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